Cina
Santa Sede: Pechino ha violato l’Accordo con la nomina di mons. Peng
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Comunicato ufficiale vaticano sull’ «installazione» raccontata da AsiaNews: «Evento non in conformità con quanto stipulato e preceduto da pesanti pressioni delle autorità locali». Roma non riconosce la diocesi di Jiangxi. Il nodo della giurisdizione sul clero della diocesi di Yujiang.
La «cerimonia di installazione» di mons. Giovanni Peng Weizhao come vescovo ausiliare della «diocesi di Jiangxi» non è avvenuta in conformità a quanto previsto dall’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi tra il Vaticano e la Repubblica Popolare Cinese, rinnovato appena un mese fa.
A intervenire ufficialmente sulla vicenda resa nota da AsiaNews due giorni fa è stata la Sala stampa della Santa Sede con un duro comunicato diffuso oggi, che chiarisce che il presule – ordinato clandestinamente con il mandato di papa Francesco nel 2014 come vescovo di Yujiang – «ufficializzando» la propria posizione in una diocesi diversa da quella per la quale era stato nominato ha compiuto una scelta che non è stata concordata con Roma ed è «frutto di lunghe e pesanti pressioni».
“La Santa Sede – si legge nella nota – ha preso atto con sorpresa e rammarico della notizia della “cerimonia di installazione”, avvenuta il 24 novembre a Nanchang, di mons. Giovanni Peng Weizhao, vescovo di Yujiang (provincia di Jiangxi), come “vescovo ausiliare di Jiangxi”, diocesi non riconosciuta dalla Santa Sede. Tale evento, infatti, non è avvenuto in conformità allo spirito di dialogo esistente tra la parte vaticana e la parte cinese e a quanto stipulato nell’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, il 22 settembre 2018. Per di più – aggiunge ancora il comunicato vaticano– il riconoscimento civile di mons. Peng è stato preceduto, secondo le notizie giunte, da lunghe e pesanti pressioni delle autorità locali».
«La Santa Sede – conclude la nota – auspica che non si ripetano simili episodi, resta in attesa di opportune comunicazioni in merito da parte delle autorità e riafferma la sua piena disponibilità a continuare il dialogo rispettoso, concernente tutte le questioni di comune interesse».
Come raccontavamo due giorni fa nel nostro articolo, il 22 settembre scorso – cioè pochi giorni dopo la visita a Tianjin della delegazione vaticana in forza della quale è stato stipulato il rinnovo dell’Accordo provvisorio -–mons. Peng aveva annunciato al clero di Yujiang le sue dimissioni dalla guida della diocesi, premessa per la sua «ufficializzazione». Che un passo del genere sia avvenuto in questo modo conferma ancora una volta quanto poco peso attribuisca Pechino all’Accordo sulla nomina dei vescovi.
Inoltre il fatto che nella notizia sull’«installazione» di mons. Peng su chinacatholic.cn – il sito degli organismi cattolici legati al Partito comunista cinese» si riportasse espressamente il testo di un giuramento imbarazzante per un vescovo proveniente dalle comunità cattoliche «sotterranee» – con riferimenti all’autonomia della Chiesa cinese e all’obiettivo di adattare il cattolicesimo alla società socialista – lasciava chiaramente intendere che si trattava di una forzatura.
Va ricordato inoltre che – nonostante il rinnovo dell’Accordo – è dall’8 settembre 2021 che non avviene alcuna nomina di un vescovo in Cina, nonostante il gran numero di diocesi vacanti. E che l’Accordo non è stato nemmeno nominato nei testi ufficiali dell’Assemblea dei cattolici cinesi tenuta a Wuhan nella scorsa estate sotto il rigido controllo del Partito.
Va infine sottolineato che il comunicato vaticano di oggi dice espressamente che la diocesi di Jiangxi – che nei disegni di Pechino dovrebbe riunire sotto il governo del vescovo (ufficiale) di Nanchang mons.
Li Suguang tutte e cinque le circoscrizioni ecclesiastiche della provincia – non è riconosciuta dalla Santa Sede.
Questo significa che da un punto di vista canonico la diocesi di Yujiang almeno per il momento resta. Dunque il suo clero che continua a opporsi alle pressioni per registrarsi negli organismi ufficiali e in queste settimane aveva espresso il proprio disappunto per la scelta di mons. Peng, non è tenuto a sottomettersi alla giurisdizione della diocesi «ufficiale» che ha sede a Nanchang.
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Immagine da AsiaNews
Cina
Pechino dice che il leader di Taiwano è un «topo»
La Cina ha paragonato il presidente di Taiwano, Lai Ching-te, a un «topo che attraversa la strada» dopo che questi si è imbarcato segretamente su un aereo del governo dell’Eswatini ed è volato nel piccolo regno dell’Africa meridionale per una visita di Stato non annunciata.
La reprimenda con similitudine murina è stata pronunciata sabato dall’Ufficio per gli Affari di Taiwano della Cina, che ha duramente criticato Lai per la visita, considerata da Pechino una sfida diretta al principio di «una sola Cina».
La visita di Lai era inizialmente prevista per la fine di aprile, ma è stata annullata all’ultimo minuto dopo che le Seychelles, Mauritius e il Madagascar hanno revocato i permessi di sorvolo per l’aereo charter del leader taiwanese, una decisione che Taipei ha attribuito alle pressioni cinesi.
Lai, tuttavia, non ha rinunciato ai piani per la visita e si è imbarcato su un aereo del governo dell’Eswatini per completare il viaggio. L’Eswatini, precedentemente noto come Swaziland, è uno dei soli 12 Paesi con relazioni diplomatiche formali con Taipei. Questa nazione senza sbocco sul mare, con meno di 1,3 milioni di abitanti, è l’unico alleato africano rimasto all’isola.
L’Ufficio per gli affari di Taiwano della Cina ha definito Lai un «piantagrane» e lo ha accusato di aver abbandonato gli abitanti dell’isola dopo un forte terremoto per volare in Eswatini.
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«Le azioni spregevoli di Lai Ching-te, come un topo che attraversa la strada, saranno inevitabilmente derise dalla comunità internazionale… Il disprezzo di Lai Ching-te per la sicurezza del popolo e il suo sfacciato inganno ai danni dell’opinione pubblica saranno sicuramente disprezzati dalla stragrande maggioranza dei compatrioti taiwanesi. I cosiddetti “successi diplomatici” che Lai Ching-te ha faticosamente fabbricato non sono altro che inganni e oggetto di scherno», ha affermato l’organizzazione.
Lai ha replicato, scrivendo su X che Taiwano «non si lascerà mai scoraggiare dalle pressioni esterne», aggiungendo che l’isola «continuerà a interagire con il mondo, a prescindere dalle sfide da affrontare».
Anche il Consiglio per gli Affari Continentali di Taiwano ha replicato, definendo il rimprovero di Pechino «chiacchiere da pescivendolo» e «estremamente noioso».
La Cina considera Taiwano parte integrante del proprio territorio sovrano. Pur avendo dichiarato di perseguire la riunificazione pacifica con l’isola, Pechino ha segnalato nel 2022 che «non rinuncerà all’uso della forza» per raggiungere tale obiettivo.
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Immagine di 總統府 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Cina
Trump fa riferimento in modo criptico a un «regalo» cinese intercettato dagli USA e destinato all’Iran
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Cina
Cina: secondo un nuovo rapporto, la morsa si stringe attorno ai cattolici
Sottoposta alla costante pressione di un regime ossessionato dal controllo ideologico, la Chiesa «clandestina» cinese sta attraversando il suo periodo più buio. Un recente rapporto di Human Rights Watch (HRW) mette in guardia contro un’intensificazione della repressione, evidenziando i limiti evidenti dell’accordo diplomatico tra la Santa Sede e Pechino.
Sia nelle province più remote che nelle grandi città, la situazione è chiara: la libertà religiosa si sta erodendo a favore di una «sinizzazione» forzata. Secondo Human Rights Watch, le autorità cinesi stanno impiegando una serie di tattiche per costringere i cattolici fedeli a Roma ad aderire all’Associazione Cattolica Patriottica Cinese, l’organismo ufficiale sotto lo stretto controllo del Partito Comunista Cinese (PCC).
Una volta sotto sorveglianza elettronica
L’ultimo rapporto descrive un sofisticato arsenale repressivo. Il riconoscimento facciale all’ingresso de
i luoghi di culto, le drastiche restrizioni alla libertà di movimento del clero e la formazione politica obbligatoria sono ormai parte della vita quotidiana.
Per i sacerdoti che operano nell’ombra, la scelta è binaria: sottomettersi all’ideologia del Partito o rischiare l’arresto. Nel 2026, almeno dieci vescovi, riconosciuti dal Vaticano, risultano ancora in detenzione o agli arresti domiciliari per essersi rifiutati di giurare fedeltà a uno stato ufficialmente ateo.
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L’accordo tra Vaticano e Cina: uno «scudo» trafitto?
Firmato nel 2018 e rinnovato più volte, l’accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi mirava a unificare i due rami della Chiesa (ufficiale e clandestina). Tuttavia, per molti osservatori, questo accordo è diventato lo strumento della caduta della Chiesa clandestina.
I limiti di questo compromesso storico sono ormai palesemente evidenti:
1) L’asimmetria di potere: sebbene il Papa abbia teoricamente il diritto di veto sulle nomine, è spesso Pechino a dettare legge. In diverse occasioni, il governo cinese ha nominato unilateralmente dei vescovi, costringendo il Vaticano a porre rimedio retroattivamente alla situazione per evitare uno scisma.
2) L’illusione della protezione: lungi dal proteggere i fedeli clandestini, l’accordo è paradossalmente servito da copertura legale per le autorità per smantellare le strutture non ufficiali, sostenendo che qualsiasi pratica al di fuori del quadro statale è ora “illegale”.
3) Silenzio diplomatico: la Santa Sede, desiderosa di mantenere il dialogo, è accusata dagli attivisti per i diritti umani di essere troppo discreta di fronte alle persecuzioni. «L’accordo è stato trasformato in un’arma astuta per distruggere la Chiesa clandestina», confida un esperto citato da Human Rights Watch.
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Verso una scomparsa pianificata
La strategia di Pechino sembra chiara: attendere la naturale estinzione dei vecchi prelati clandestini, impedendo al contempo la formazione di nuovi. Vietando l’insegnamento religioso ai minori e imponendo sermoni in linea con i «valori socialisti», il regime spera di trasformare il cattolicesimo in mero folklore adattato alla cultura cinese.
Di fronte a questo pericolo, l’appello di Human Rights Watch è urgente: il papa deve rivalutare la situazione con la massima urgenza. Interpellato il 15 aprile 2026 sulle conclusioni del rapporto di HRW, Matteo Bruni, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, si è rifiutato di commentare.
Eppure, dietro la diplomazia dei sorrisi, l’anima stessa di una comunità millenaria rischia di estinguersi sotto il peso della sinizzazione.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di T.CSH via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0.
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