Storia
Putin accusa i precedenti leader russi della «distruzione del Paese»
La Russia non sacrificherà mai i suoi interessi nazionali nel tentativo di migliorare le relazioni con un’altra nazione o un gruppo di stati, ha affermato domenica scorsa il presidente Vladimir Putin.
Una precedente generazione di leader russi era pronta a rinunciare a tutto per unirsi al cosiddetto «mondo civilizzato» guidato da Washington e dai suoi alleati, ha affermato, aggiungendo che ciononostante non avevano ottenuto nulla perché l’Occidente non aveva mai avuto intenzione di accettare la Russia come un pari.
«Nella nostra storia moderna, abbiamo attraversato un periodo in cui la precedente generazione di politici… è arrivata al punto di distruggere il proprio Paese nella speranza che la Russia diventasse parte del cosiddetto “mondo civilizzato”», ha detto Putin in un’intervista pubblicata dal giornalista di Russia 1 TV Pavel Zarubin su Telegram.
Il presidente si riferiva apparentemente al periodo successivo al crollo dell’Unione Sovietica, quando la Russia era sprofondata in una profonda crisi mentre il suo nuovo governo cercava di passare rapidamente dall’economia pianificata sovietica al capitalismo
Nel 1998 vi fu il default di Mosca, con il governo e la Banca Centrale dovettero anche svalutare il rublo e dichiarare inadempiente il debito, in quella che è ampiamente considerata la peggiore crisi economica nella storia moderna della nazione.
Quel periodo fu anche segnato dalle aspirazioni di Mosca a diventare parte dell’Occidente. Il primo ministro degli esteri della Russia moderna, Andrej Kozyrev, credeva in particolare che Mosca non avrebbe più visto la NATO come una minaccia e avrebbe invece perseguito l’integrazione con le nazioni occidentali. Alla fine fu sostituito da Evgeny Primakov, un uomo noto come il sostenitore di un approccio multiforme alla politica estera della Russia, nel mezzo di un’espansione della NATO più a est.
Secondo Putin, gli Stati Uniti e i suoi alleati non hanno mai pianificato di accettare la Russia come partner alla pari. Invece, hanno cercato la sua totale distruzione. «Non appena le capacità della Russia si sono ridotte e si è indebolita», e l’Occidente ha tentato di «dare il colpo di grazia invece di renderla un partner alla pari e un membro di questo “mondo civilizzato”», ha detto il presidente russo.
Mosca è ancora pronta a collaborare con l’Occidente nonostante questo passato, ha affermato Putin, definendo le nazioni occidentali «avversarie» ma anche «potenziali partner». Se la Russia vede un’opportunità per costruire relazioni con qualsiasi altra nazione, la coglierà, ha detto il presidente, aggiungendo, tuttavia, che non lo farà mai a spese dei propri interessi nazionali.
In un’altra parte dell’intervista, ha ancora avvertito che la Russia «risponderà sempre a qualsiasi sfida» proveniente dall’Occidente, esprimendo la speranza che Washington e i suoi alleati capiscano a un certo punto che «ciò che serve è cercare compromessi».
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Secondo la vulgata conosciuta, Boris Eltsin, di cui si tende a dimenticare il radicalismo filo-occidentale, mentre presiedeva agli anni della Russia sempre più oggetto di predazione da parte di forze straniere e degli oligarchi loro alleati, ebbe modo di ripensare le sorti del Paese, chiamando come primo ministro l’allora sconosciuto Vladimir Putin, il quale, vinta nettamente la guerra di Cecenia, portò un’idea di autonomia del potere di Mosca, facendo di fatto fuggire gli oligarchi e chiudendo agli speculatori predatori stranieri – in pratica, riportando la politica sopra l’economia, la forza (in russo sila, da cui siloviki, il nome degli ex quadri KGB saliti al potere con Putin) sul danaro.
Tuttavia, nei primi anni Putin si dimostrò un leader molto filo-occidentale: come lui stesso ha raccontato, nel 2000 chiese a Bill Clinton se la Russia potesse entrare nella NATO: Clinton prese tempo e alla fine rispose che gli avevano detto che ciò non era possibile.
Protagonista in quegli anni degli sforzi di portare la Russia vicino alla NATO e pure all’Unione Europea vi fu Silvio Berlusconi, che con Putin stabilì una mirabile e duratura amicizia. Anche negli ultimi mesi di vita, Berlusconi si dimostrò in linea con l’amico Vladimir, opponendosi per quanto possibile alla guerra in Ucraina all’armamento di Kiev, cosa che gli è costata attacchi da parte degli ucraini e pure l’ingresso nella lista nera dei nemici del Paese, con tanto di scritta «liquidato» quando lo statista milanese morì.
Come noto, la bandiera dell’URSS fu ammainata il 25 dicembre 1991, il giorno del Natale cattolico occidentale.
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0), immagine tagliata.
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Storia
San Marco e gli innamorati. La storia dei «bócołi»
La festa di San Marco, che si celebra oggi 25 aprile, a Venezia reca seco una storia romantica e struggente, rivissuta ancora oggi con la tradizione dei bócołi.
Si tratta di una delle usanze più romantiche e antiche della Serenissima. In lingua veneziana, bócoło significa «bocciolo di rosa», e la consuetudine vuole che gli uomini regalino alle donne amate – mogli, fidanzate, madri, figlie o sorelle – un bocciolo di rosa rossa.
Le origini affondano in una leggenda medievale che risale al IX secolo, ai tempi del doge Orso I Partecipazio. La bellissima Maria, detta Vulcana per i suoi capelli rosso-fiamma, figlia del doge, si innamorò di Tancredi, un giovane di umili origini, epperò assai valoroso e coraggioso. L’amore era corrisposto, ma il padre ostacolava l’unione a causa della differenza di rango.
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Vulcana consigliò allora a Tancredi di partire per la guerra contro i Mori, al fianco dei paladini di Carlo Magno, per conquistare gloria e meritare il consenso paterno.
Tancredi si distinse in battaglia, ma fu ferito mortalmente in un roseto. Prima di spirare, colse un bocciolo di rosa e lo bagnò con il proprio sangue, affidandolo all’amico Orlando perché lo consegnasse a Vulcana come estremo pegno d’amore. Il 25 aprile, giorno di San Marco, Orlando portò il fiore alla fanciulla. Vulcana, straziata dal dolore, strinse il bòcolo insanguinato al cuore e morì quella stessa notte.
Da allora, il bocciolo di rosa rossa divenne simbolo dell’amore puro, eterno e che «si apre alla vita come un fiore al sole», capace di sfidare anche la morte.
Tale tradizione non riguarda solo le coppie: nella Venezia antica si estendeva a tutte le donne della famiglia, simbolo di affetto e rispetto. Ancora oggi, nonostante la modernità, molti veneziani mantengono viva l’usanza, trasformando le calli e i campielli in un tripudio di rose rosse il 25 aprile. Il bócoło rappresenta la passione, la fedeltà e la resilienza della Serenissima, ma dovrebbe essere un simbolo di amore e sacrificio globale.
Se poi qualcuno oggi vuole sorbirsi le fiabe della Repubblica, prego. Ammille ce n’è….
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Politica
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