Economia
Più di 1.500 camion bloccati al confine tra Ucraina e Ungheria
Più di 1.500 camion sono bloccati al confine tra Ucraina e Ungheria, con una coda di autoveicoli arrivata a misurare 22 km. Lo riporta il canale ATV.
I camionisti ucraini starebbero cercando modi alternativi per entrare nell’UE in mezzo al blocco delle frontiere da parte dei loro omologhi polacchi e slovacchi, ha detto domenica l’emittente.
Un funzionario locale ha detto all’ATV che il valico di frontiera di Zahony «continua a funzionare a pieno regime», ma ciò non basta a risolvere la situazione e le code continuano ad aumentare.
Uno dei camionisti ha detto che stava aspettando in fila da tre giorni. Tuttavia, ha aggiunto che si aspettava che ciò accadesse e ha portato con sé cibo e carburante extra. «Fa parte del nostro lavoro, quindi non possiamo lamentarci troppo. Abbiamo scelto noi stessi questa professione», ha spiegato.
I camionisti polacchi hanno iniziato il loro blocco 24 ore su 24 ai valichi chiave del confine ucraino all’inizio di ottobre per protestare contro la decisione dell’UE di esentare i loro omologhi ucraini dal dover chiedere i permessi per entrare nel blocco. Essi sostengono che le misure introdotte dopo lo scoppio del conflitto tra Mosca e Kiev hanno portato ad una concorrenza sleale e hanno fatto scendere i prezzi dei prodotti agricoli.
Come riportato da Renovatio 21, la settimana scorsa alla protesta degli agricoltori e camionisti polacchi si sono uniti gli slovacchi, che hanno anche bloccato un passaggio alla frontiera con l’Ucraina.
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Il ministero dell’Economia ucraino ha annunciato sabato che solo 282.000 tonnellate di merci esportate dall’Ucraina sono passate attraverso il confine polacco nel mese di novembre – una diminuzione del 40% rispetto al mese precedente.
Il viceministro dell’Economia Taras Kachka ha affermato in precedenza che le importazioni ucraine probabilmente sono diminuite di almeno il 20% a causa del blocco. Il quotidiano Ukrainska Pravda stima che le azioni dei camionisti polacchi siano già costate all’Ucraina almeno 437 milioni di dollari.
La scorsa settimana funzionari polacchi e ucraini hanno avuto colloqui nel tentativo di sbloccare la situazione, ma sono riusciti a trovare un accordo solo per sbloccare uno dei quattro valichi di frontiera per i camion vuoti in modo da ridurre la pressione sugli altri posti di blocco.
La Polonia è stata uno dei principali sostenitori dell’Ucraina nell’UE nel conflitto con la Russia, fornendo armi a Kiev, accettando circa 1,5 milioni di rifugiati ucraini e sostenendo costantemente ulteriori sanzioni contro Mosca. Tuttavia, a settembre si è verificato un litigio tra i vicini, dopo che l’Ucraina ha presentato una denuncia, ora sospesa, all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) sulla Polonia e alcuni altri Stati dell’UE che vietano le consegne di grano ucraino.
Varsavia ha detto che si concentrerà sulla propria sicurezza e non invierà più armi all’Ucraina, tranne alcune vecchie e dismesse, scrive RT.
Come riportato da Renovatio 21, la tensione tra i Polonia e Ucraina è salita negli ultimi mesi, con episodi da incidente diplomatico, come la convocazione da parte del regime Zelens’kyj dell’ambasciatore di Varsavia, a cui veniva chiesto di rispondere di alcune affermazioni proferita da un alto funzionario del governo di Morawiecki riguardo una presunta ingratitudine ucraina..
Lo scorso settembre, dopo il discorso alla plenaria ONU di Zelens’kyj che accusava la Polonia pur senza nominarla, il premier polacco Morawiecki aveva dichiarato che non Varsavia non avrebbe più tollerato insulti.
Il nervosismo dei politici polacchi è tale che un deputato ha presentato a Kiev il conto per gli aiuti ricevuti. Il ministro degli Esteri Zbigniew Rau è arrivato a definire il rapporto tra i due Paesi «titanicamente danneggiato».
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Immagine di European Roads via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 2.0 Generic
Economia
Jaguar Land Rover taglierà 4.000 posti di lavoro
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Economia
Volkswagen licenzia 100.000 lavoratori: «ristrutturazione»
Il più grande gruppo automobilistico europeo, Volkswagen, si prepara a sopprimere circa 100.000 posti di lavoro a livello mondiale, dopo l’intesa tra vertici e sindacati su un ulteriore taglio di 50.000 posizioni entro la fine del decennio, come comunicato dall’azienda. Si tratterebbe di circa un settimo della forza lavoro globale.
Il megataglio, che riguarda anche fabbriche italiani come quella della Ducati, che è di proprietà del colosso germanico dell’automotive, era stato annunziato ancora a giugno, ma era con evidenza nell’aria da ancora più di tempo, con licenziamenti di massa pianificati ancora due anni fa, e l’amministratore delegato che dichiarava che l’azienda non poteva più continuare come prima.
Come gran parte dell’industria tedesca, Volkswagen affronta una crisi finanziaria e operativa pesante, con margini di profitto in forte calo. L’amministratore delegato Oliver Blume ha indicato tra le cause principali l’interruzione delle forniture energetiche russe e la crescente concorrenza cinese.
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La portata della ristrutturazione segna una svolta netta per un’impresa a lungo vista come emblema della potenza industriale della Germania. L’azienda aveva già avviato un piano di riduzione di circa 50.000 posti nei marchi principali, Audi, Porsche e nella controllata software CARIAD, soprattutto tramite uscite volontarie e pensionamenti anticipati. Il nuovo piano di fatto raddoppia quella cifra.
Se applicato per intero, il piano di riduzione del personale, con la perdita di circa 100.000 posti, sarebbe il più ampio ridimensionamento mai attuato da una casa automobilistica globale. Volkswagen occupa circa 650.000 persone nel mondo.
I tagli non si fermano al personale. Il gruppo ha ammesso che gli impianti europei hanno una capacità di oltre 500.000 veicoli all’anno superiore alla domanda attuale. Resta incerto il destino degli stabilimenti di Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm una volta conclusi, tra il 2031 e il 2034, i programmi di produzione in corso. Per i quattro siti non sono ancora stati individuati modelli sostitutivi competitivi.
L’azienda sta rivedendo al ribasso anche altre ambizioni. La gamma di modelli sarà dimezzata e gli investimenti e la spesa in ricerca per il periodo 2027-2031 sono stati limitati a 135 miliardi di euro. Volkswagen si riorganizza puntando a vendite annue di circa 9 milioni di veicoli e a un margine operativo del 9% entro il 2030.
Colpita dai dazi statunitensi e da una domanda altalenante di auto elettriche, la maggiore casa automobilistica europea si trova in difficoltà su più fronti. In patria la crisi è stata aggravata dal rialzo dei costi energetici, dopo che Berlino ha abbandonato il gasdotto russo a basso costo in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, ricorrendo sempre più a importazioni di GNL più onerose, anche dagli Stati Uniti.
Lo shock energetico ha giocoforza eroso il vantaggio competitivo che per decenni aveva caratterizzato la manifattura tedesca. Il Paese ha poi registrato due anni consecutivi di contrazione economica, seguiti da una crescita debole, con le imprese manifatturiere costrette a tagliare produzione, investimenti e occupazione. Due mesi fa l’Istituto di Ricerca Economica di Halle (IHW) aveva esposto dati che registravano il numero più alto di fallimenti aziendali degli ultimi venti anni.
Nel frattempo Volkswagen ha perso posizioni in Cina (dove aveva impianti di produzione in Xinjiang, la turbolenta provincia uigura dove il governo cinese è accusato di utilizzare il lavoro forzato), un tempo il suo mercato principale, a favore di concorrenti locali come BYD e Geely. Le case automobilistiche cinesi si sono inoltre espanse rapidamente in Europa, aumentando la pressione su Volkswagen, che fatica a rendere i propri veicoli elettrici competitivi per prezzo e costi. In Europa, BYD e altri marchi cinesi come Chery, SAIC e Leapmotor hanno tutti raddoppiato la loro quota di mercato nell’ultimo anno.
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Come riportato da Renovatio 21, mesi fa VW affrontò la crisi dei chip dopo che l’Olanda aveva sequestrato una fabbrica cinese. Allo stesso tempo si parlò di una crisi di liquidità della grande società germanica.
Il gruppo ha progressivamente ridotto la produzione in Germania. Lo scorso dicembre ha interrotto la produzione di veicoli nello stabilimento di Dresda: per la prima volta in novant’anni di storia un impianto tedesco dell’azienda ha sospeso la fabbricazione di automobili.
Come riportato da Renovatio 21, BMW ha dichiarato il mese scorso che taglierà 8.000 posti di lavoro. Anche BASF, Bosch, Continental e altri grandi produttori tedeschi hanno chiuso o ridimensionato i propri siti negli ultimi anni.
Ora il destino del colosso automobilistica sembra essere quello di tornare ad una piena produzione di armi come ai tempi di Adolfo Hitler. Per un bizzarro, ma non inspiegabile, ricorso storico, ora VW valuta un accordo per la fornitura di armi ad Israele, con il governo tedesco che ha dato semaforo verde per un patto col produttore di armi israeliano Rafael.
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Immagine di Daniel Zimmermann via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
Economia
Uber abbandona l’Africa
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