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Perché non stupirsi se Mattarella premia Burioni

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Proprio così: il virologo di social e programmi TV Roberto Burioni è stato premiato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

 

La cerimonia svoltasi al Quirinale – palazzo dei papi, poi usurpato dal re savoiardo, per finire ereditato dalla presidenza repubblicana – consisteva nella consegna di medaglie al «Merito della Sanità Pubblica» e ai «Benemeriti della Salute Pubblica». Al Burioni il presidente, accompagnato del ministro della Salute Orazio Schillaci (già nel famigerato CTS pandemico, poi passato tranquillamente a fare il ministro per la Meloni) ha consegnato una medaglia di bronzo.

 

Siamo informati che per l’occasione era presente anche il Capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano: presenza militare non solo simbolica, visto che la vaccinazione genica sperimentale è stata portata sul territorio con grande sforzo dalle Forze Armate della Repubblica Italiana.

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I giornali riportano la motivazione del prestigioso premio al medico conosciuto sui social: «Per essersi distinto per il suo impegno costante a difesa della scienza e nella promozione delle vaccinazioni come indispensabili e fondamentali strumenti di prevenzione della Salute Pubblica».

 

 

«È stata una grandissima emozione» ha commentato il Burioni secondo Il Resto del Carlino. «Il presidente mi ha fatto i complimenti. Ed è stato anche un bel momento per incontrare il generale Francesco Paolo Figliuolo, un amico dai tempi della pandemia, così come il professor Franco Locatelli (presidente del Consiglio superiore di sanità)».

 

Già: Figliuolo, pensavamo di averlo dimenticato. Locatelli, pure. Anzi forse lui e l’Ospedale Bambin Gesù no.

 

 

È stato notato che siamo dinanzi ad un bel paradosso – specie per il ministro Schillaci, espressione del governo della destra che tenta di mettere in piedi una Commissione parlamentare sull’era COVID, ma poi premia uno dei suoi attori più discussi.

 

Perché Burioni non è stato spettatore dello spettacolo pandemico, così come non lo è stato durante tutto il teatro vaccinale iniziato anni prima del coronavirus. La polvere sollevata dal professore del San Raffaele è stata tantissima, provocando reazioni che non venivano unicamente da antivaccinisti e compari.

 

Rammenterete: nel febbraio 2020 va da Fazio a dire che non c’è nessun pericolo («in Italia il rischio di contrarre questo virus è 0, perché il virus non circola»), la mascherina non proteggono dal virus, poi cambia tutto con il mutare degli ordini internazionali. Assicura che chi sostiene che il virus sia fuggito dal laboratorio non ha capito nulla e va deriso («L’ultima scemenza è la derivazione del coronavirus da un esperimento di laboratorio. Tranquilli, è naturale al 100%, purtroppo»), poi, sempre con il cambiamento estero, fa retromarcia anche lì. Si fa plurime dosi di siero genico sperimenale, poi prende lo stesso il COVID («Mi sono vaccinato poco prima della ripresa delle lezioni universitarie ma non è servito»). Capita.

 

Nel mezzo, la quantità di uscite spietate, come quella sui no-vax «agli arresti domiciliari chiusi in casa come dei sorci», frecce a tutti, persino a coloro che gli avevano giustamente fatto notare che valigie si scriva con la i (aveva scritto in un post «valige», rivendicandone erroneamente la correttezza ortografica). Addosso a tutti, alla ragazza disabile leghista, all’endocrinologa della Statale, all’influencer, a Susanna Tamaro, a Heather Parisi, a Novak Djokovic, a chiunque osi contraddirlo.

 

Anthony Fauci, quello che ha ottenuto la grazia preventiva nelle ultime ore di Biden (anche lì: virologi protetti da presidenti…), ad un certo punto della sbornia di potere pandemico arrivò a suggerire di essere lui stesso la scienza. Burioni non ha mai avuto bisogno di arrivare a tanto.

 

C’è da chiedersi come il presidente Mattarella, il nutrito team che lo assiste, non si renda conto che premiare chi attaccava e canzonava mezza Italia manda un messaggio preciso, e tremendo, a tutta quella parte della popolazione italiana, che non è poca, ed è pure – grazie ai danni da vaccino – in netto aumento.

 

Del resto, abbiamo visto ancora ai tempi della legge Lorenzin – la grande prova prodromica della biopolitica pandemica e del totalismo vaccinale – il ruolo che le istituzioni avevano ritagliato per questo dottore diventato famoso improvvisamente.

 

Aveva iniziato con post su Facebook che terrorizzavano assai: ecco la foto di quello che, avendo avuto il morbillo perché non vaccinato, è cresciuto rovinato. Ecco i commenti contro chiunque osasse contraddirlo. Ecco la gioia per i primi medici che venivano radiati causa vaccini (è il caso del dottor Roberto Gava, la cui radiazione fu salutata dal nostro come «un atto di civiltà») – sì, avevano iniziato prima dell’mRNA.

 

Ci stupiva la velocità con cui la figura di questo ricercatore mai sentito prima veniva ingigantita. Colpiva il dato bibliografica: prima della legge che obbliga i nostri figli ad essere sierati per andare a scuola, Burioni aveva pubblicato con altri un libro scientifico per un editore minore di Urbino.

 

Come entra in gioco la Lorenzin le maggiori case editrici nazionali lo pubblicano a ripetizione, con frequenza mai vista. Libri con titoli non troppo sibillini: Il vaccino non è un’opinione. Le vaccinazioni spiegate a chi proprio non le vuole capire (Mondadori, 2016); La congiura dei somari. Perché la scienza non può essere democratica (Rizzoli, 2017); Balle mortali. Meglio vivere con la scienza che morire coi ciarlatani (Rizzoli, 2018). Tutto chiarissimo. L’insuperato sito satirico italiano Lercio ci fece un titolo: «Uscito nuovo libro di Burioni, si intitola ‘”Cazzo lo compri a fare ché sei un analfabeta di merda”».

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Il dottore marchigiano, la cui carriera fino ad allora, non era stata quella di star della scienza, pareva ben appoggiato. Venne presentato a Milano nel 2019 il «patto trasversale per la scienza» in cui Burioni si univa con Enrico Mentana (la cui testata Open fu poi assunta da Facebook nella lotta alle fake news anche su virus e vaccini: Renovatio 21 lo sa bene) e pure Beppe Grillo, oltre che Matteo Renzi e radicali eutanatici vari.

 

Gli va riconosciuto che anche se le istituzioni gli sono andate incontro – apice l’ospitata fissa in RAI da Fabio Fazio, lui mica si è istituzionalizzato. È rimasto quello di sempre: sparate sui social come non mai.

 

Insomma: il potere vaccinista – su cosa intendiamo speriamo di dare qualche ragguaglio nelle prossime righe – se lo teneva stretto, forse perché non aveva altro (pensate a Lopalco: ronzava da quelle parti, per poi essere ficcato dal PD alla Regione Puglia), forse perché, come usiamo dire su Renovatio 21, le sceneggiature di cui dispongono sono poche, sono sempre le stesse, e lo stiamo vedendo in questi giorni con Kennedy: voilà, epidemie di morbillo, e poi Gardaland, pardon, Disneyland

 

Il tema tuttavia non nemmeno è Burioni: è la decisione della presidenza della Repubblica di premiarlo, nonostante sia in polemica, oltre che con una larga fetta della popolazione, anche con vari politici (il ministro Salvini, per esempio) e pure qualche giornale dell’establishment (Travaglio non lo ama certo). Perché?

 

Bene, riveliamo che il rapporto tra il Quirinale e i vaccini è più serio di quanto si pensi. E non solo per il capolavoro visto in tribunale a Milano, quando in una sentenza sulla vaccinazione di una minore (il papà separato voleva sierare la figlia, la mamma proprio no) Mattarella venne citato a mo’ di fonte giuridica: si tratta di un discorso dato nell’estate 2021 alla tradizionale cerimonia del Ventaglio organizzata dall’associazione stampa parlamentare al Quirinale: si «trascura tra l’altro il monito del Presidente della Repubblica che il 28 luglio ha detto che la vaccinazione è un dovere morale e civico» avevano scritto i giudici.

 

 

C’è qualche segno più interessante che è stato dato in passato.

 

Ottobre 2016, a Roma arriva il dottor Andrew Wakefield per presentare il film sui danni da vaccino Vaxxed. Wakefield è gastroenterologo di successo che, avendo pubblicato nel 1998 uno studio (con altri dieci ricercatori!) in cui chiedeva più ricerche riguardo alla possibile correlazione tra vaccino trivalente e autismo. Una figura primaria per gli antivaccinisti e per il sistema (fatto di tutto il consenso di medici e politici che i soldi di Big Pharma possono comprare) che li combatte.

 

Ebbene, nelle stesse ore in cui Wakefield mostrava il suo film in Italia, incredibilmente il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella attacca pubblicamente chi osa dubitare dei vaccini: «Le affermazioni di chi li critica sono sconsiderate e prive di fondamento».

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Mattarella non fece alcun nome, ma in tanti pensarono che il riferimento al dottore no-vax par excellence fosse incontrovertibile.

 

Di qui la domanda: perché il capo dello Stato di un Paese G7 da 60 milioni di abitanti deve muoversi per un’inezia simile? Wakefield è un medico radiato (se leggete il suo nome in un articolo di Repubblica o del Corriere difficile che non sia preceduto dalle parole «screditato» o «ciarlatano»), vive con discrezione in Texas dopo una persecuzione professionale assoluta nel suo Paese, la Gran Bretagna.

 

La proiezione di Vaxxed era una cosetta che riguardava pochi scappati di casa antivaccinisti adirati per la legge Lorenzin, con le sale cinematografiche affittate alle bisogna, col problema che talvolta i gestori si potevano pure tirare indietro all’ultima.

 

Un presidente che si muove contro un (ex) dottorino della frangia più impresentabile e vituperata…? Perché?

 

La risposta che ci siamo dati, allora come oggi, è semplice-semplice: con ogni evidenza, i vaccini sono per il sistema mondialista un argomento misteriosamente fondamentale, ed ogni critica – costi pure far muovere un presidente – deve essere ridotta a tabù.

 

Vogliamo far risuonare nella testa del lettore qualche altra eco. Renovatio 21 è tra le poche voci al mondo che ricorda i legami arcaici tra vaccinismo e massoneria. Abbiamo scritto dello strano caso dei medici massoni italiani che si palesarono da Jenner prima ancora che questi finisse i suoi esperimenti omicidi. Abbiamo scritto dei programmi di «vaccinazione universale», portati avanti con fake news e coercizione, realizzati dalle élite massoniche che avevano fatto l’Italia unita – provocando, in casi indicibili, rivolte tra la popolazione che vedeva i danni.

 

È quell’Italia unita che celebriamo a forza anche oggidì quando ci parlano di «Risorgimento». L’Italia progettata e realizzata da forze massoniche, che hanno continuato a lavorare salvo (forse) una pausa sanguinaria del ventennio e della Seconda Guerra.

 

Ora, facciamo uno sforzo per capire che certe cose, anche a distanza di secoli, non si possono dimenticare. Lo abbiamo visto, in tutto il suo orrore, alle Olimpiadi di Parigi, quando è divenuto chiaro che a distanza di due secoli e mezzo al potere in Francia c’è ancora chi è ossessionato dal sangue della regina decapitata, dallo scherno ad ogni costo del cristianesimo, dall’umiliazione dell’essere umano da sottomettere alla meccanica della Rivoluzione.

 

I vaccini, riteniamo, non sono un tema dissimile da questi. Un’eredità di un passato che solo apparentemente è rimosso, ma i cui attori ancora tramano, e strepitano, nell’ombra. Sempre meno, nell’ombra…

 

Da qui alle premiazioni ritualizzate dello Stato moderno, figlio delle devastazioni degli ultimi tre secoli, il passo è breve.

 

 

Abbiamo voglia di notare come il figlio di Bernardo Mattarella altre volte ha lanciato strali – sempre senza fare nomi… – contro figure che non sembrano congeniali all’ordine internazionale così come lo conosciamo: rammentiamo i ripetuti attacchi a Elon Musk.

 

Elone aveva da poco comperato Twitter. Il presidente dichiarò che «il modello culturale dell’Occidente è sotto sfida (…) bisogna evitare che pochi gruppi possano condizionare la democrazia».

 

Parole che non sentimmo nel maggio 2022 quando Marco Zuckerberg calò in Italia venendo ricevuto a Palazzo Chigi dal premier Mario Draghi (che era presente all’ultimo discorso di Mattarella) e dal ministro della Transizione Digitale Vittorio Colao.

 

È lo stesso Mattarella che nel 2016, abbiamo preso nota anche di questo, parlava alla plenaria Commissione Trilaterale riunitasi a Roma ringraziando David Rockfeller, il quale «ebbe l’intuizione di dar vita alla Commissione, si mosse nell’intento di capitalizzare le risorse e le energie degli ambienti imprenditoriali, culturali e sociali in America, Europa e Giappone, per superare le rigidità che sovente accompagnano le relazioni ufficiali tra Governi, così da fornire interpretazioni non formali ma originali di fenomeni complessi e dalle ampie ramificazioni».

 

Insomma: attenti agli oligarchi, a parte certi. E se parliamo della pianta dei Rockefeller, come per massoneria e vaccinismo, e ancora più in là sulla loro idea per la popolazione terrestre, il discorso si fa davvero abissale

 

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Il gioco, quindi, è un po’ più grande e profondo di quello di Burioni.

 

Il quale Burioni epperò, a differenza di noi sudditi che durante il COVID abbiamo perso il lavoro e abbiamo preso sputi dai volenterosi carnefici dell’apartheid biotica, ha ricevuto dalla massima carica dello Stato italiano una medaglia di bronzo.

 

Di bronzo. A questo punto scatta inaspettatamente una memoria musicale: è la voce di Rocco Tanica, al secolo Sergio Conforti (1964-), che, con potente poesia, canta: «Fra le maschere che un uomo può indossare ricordiamo l’argilla / Fra le maschere che un uomo può indossare come non citare il bronzo».

 

Si tratta della canzone di Elio e le Storie Tese intitolata «Shpalman» (2005), che narra di un improbabile supereroe del Naviglio piccolo che vendica coloro che sono stati derubati da «tamarri dietro l’angolo» spalmando materia in faccia agli aggressori.

 

E così, eccoci qui, anche noi, ridotti nella nostra mente ad invocare un vendicatore, che viaggi nei secoli e riporti quella Giustizia di cui andiamo fantasticando nel nostro cuor.

 

Le maschere, anche quelle di bronzo, siamo sicuri, ad una certa cadranno tutte. Quel che si farà dopo, non lo sappiamo bene.

 

Roberto Dal Bosco

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Perché votiamo Sì al referendum

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Renovatio 21 voterà al referendum di domenica.   Lo facciamo essenzialmente perché riteniamo che alla magistratura italiana vada dato uno scossone – anzi, la riforma Nordio forse è ancora poco rispetto a ciò che ci vorrebbe.   Nelle scorse settimane abbiamo ospitato interventi contrari alla separazione delle carriere in magistratura, e rispettiamo i dubbi leciti che si possono avere in merito alla questione. Sappiamo bene che la questione della separazione delle carriere – che interessa manciate di casi di questi anni su migliaia di magistrati – è uno stalking horse, uno specchietto per le allodole: l’obbiettivo vero della riforma è il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), indebolendo il quale – e soprattutto, auspicatamente «de-correntizzandolo» – si otterrebbe una riduzione globale del potere dei giudici sul Paese.   Il fatto è che, al di là dei numeri e della politica spiccia, non possiamo toglierci dalla testa quanto abbiamo visto in questi decenni, con casi di decisioni incredibili da parte dei magistrati – decisioni che hanno come conseguenza la rovina delle vite di tantissimi, e che, pure nelle rarissime occasioni in cui viene comprovato l’errore giudiziario, non comportano alcuna pena per il giudice stesso.

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È stato utile vedere la reazione delle forze di sinistra, comprese quelle radicali (che una volta, in teoria, odiavano i magistrati: giusto?) contro la riforma, a difesa dello status quo della magistratura italiana: la prova provata che essa è parte integrante e fondamentale dello Stato-partito, cioè della fusione del maggior partito rimasto dalla fondazione della Repubblica con ogni ganglio dello Stato, una materia talmente monolitica ed infallibile che ogni altro partito, vecchio o nuovo, che voglia contare qualcosa, deve venirne a patti, emulare o, più spesso, accettare qualche briciola che cade dal tavolo in cambio della sua stessa castrazione politica.   La magistratura, che è arrivata a condannare in questi anni persino ministri della Repubblica opposti al diktat kalergista dell’invasione migratoria, funge di fatto come da guardia perimetrale dell’immobilità dello Stato italiano e della sua conformazione agli oscuri ordini provenienti dalle centrali mondialiste.   Che qualcosa che va al di là del potere giudiziario, nella Giustizia italiana, lo si era capito già ai tempi di tangentopoli, quando cominciarono ad esserci certi sussurri sul ruolo degli USA nel processo che spazzò via tutti (meno uno…) i partiti della Prima Repubblica. Di recente, lo studioso americano Mike Benz, parlando anche di altri casi (in Brasile, ad esempio, c’è il capo della Corte Suprema che fa uscire di galera un presidente, Lula, e ne mette dentro un altro, Bolsonaro) ha definito il fenomeno della transitional justice, «giustizia di transizione»: si tratta di un vero e proprio schema di influenza internazionale di Washington, per cui tramite i giudici si mette in prigione questa o quella figura pubblica per destabilizzare e poi «stabilizzare» (cioè, sottomettere con i propri uomini) un Paese… in effetti proprio quello che sembrerebbe essere successo al Tribunale di Milano agli inizi degli anni Novanta, e qualche cascame ci par di averlo veduto anche più ultimamente.   Ma, al di là dei grandi giochi geopolitici, quello che ci salta alla mente è lo scempio costantemente su giornali e telegiornali: ecco il caso del fidanzato che si fa decenni di processi e galere per aver ucciso la fidanzata, salvo che il processo ora viene riaperto; ecco il caso del muratore accusato di aver ammazzato una bambina, dove però le incongruenze sono tali da inquietare l’opinione pubblica; ecco il caso del serial killer toscano che, dopo decadi, non va da nessuna parte, anzi si complica ancora di più, tra la violenza e il grottesco. E poi ancora: le bombe, gli aerei esplosi, le stragi, i misteri di ogni sorta, con i relativi muri di gomma…   Ne abbiamo viste davvero troppe per far finta di niente – e parliamo anche di casi vicinissimi a noi. Al di là del nostro scetticismo rispetto alla finzione democratica, che in Italia come altrove è in via di esaurimento, è proprio la cifra umana della questione (gli innocenti condannati, o anche solo accusati e processati per anni, contro ogni evidenza) che ci preme.   E qui non entriamo nemmeno nel caso della Corte Costituzionale, che abbiamo capito essere il vero grande laboratorio nazionale per la dissoluzione bioetica, dove si fanno e si disfano le regole per la vita e la morte (eutanasia, aborto, provetta, vaccini, trapianti etc.) mentre il Parlamento zufola a poca distanza.   Insomma, è l’intero edifizio che è problematico. E confessiamo pure di non capire perché in tutti questi anni l’assetto generale della magistratura sia stato un tabù: è lecito pensare che il potere giudiziario non sia del tutto separato, soprattutto se pensiamo che già dentro alla magistratura vi siano delle correnti? È così impossibile pensare ad un meccanismo elettorale popolare per scegliere se non i giudici, le figura apicali e decisionali della magistratura? È così assurdo pensare alla possibilità, come negli Stati Uniti, di giurie popolari, che mitighino lo strapotere di giudici e procuratori (e avvocati…)?   Non abbiamo, in realtà, nessun motivo per votare contro la riforma. Sappiamo che, come in tante altre occasioni, il voto referendario potrebbe non essere rispettato. Ciò non ci esime dal tentare di partecipare ad una scossa sismica che potrebbe essere per il Paese catartica.   Per cui, noi domenica votiamo .

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Immagine di Niccolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata
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«Danno alla Chiesa, svilimento del pensiero e dell’azione di papa Leone XIV»: lettera del prof. Sinagra al cardinale Zuppi

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Renovatio 21 pubblica la lettera circolante in rete che al segretario CEI cardinale Matteo Zuppi ha scritto l’eminente giurista .Augusto Sinagra, Il professor Augusto Sinagra (Catania, 1941) è un eminente giurista italiano, professore ordinario di Diritto dell’Unione Europea e Internazionale, noto per il suo lungo ruolo accademico alla Sapienza di Roma (fino al 2013) e la sua attività come avvocato patrocinante davanti alle magistrature superiori e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

 

Egregio Cardinale,

 

con molto disagio mi rivolgo a lei con il suo titolo ecclesiastico di alto rango.

 

Il mio disagio è motivato dal fatto che io sono cattolico e lei mi pare di no; sia nel senso della doverosa e corretta testimonianza dei Vangeli, sia nel senso della liturgia e della tradizione. E ora anche nel suo modo diplomaticamente denigratorio nei confronti dell’attuale Pontefice.

 

È vero che lei è «figlio» del Concilio Vaticano II che tanti guasti, divisioni e contrasti ha provocato nella Chiesa cattolica. Bastano due esempi: il Vescovo Marcel Lefebvre e l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

Quel che lei dice e fa mi ricorda le parole del prof. Franco Cordero nel suo famoso libro Risposta a Monsignore (si trattava di monsignor Colombo responsabile spirituale della Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano), quando ammonì – anche lui in controtendenza rispetto agli esiti nefasti del Concilio Vaticano II – che il «Messaggio» sarebbe rimasto e lo si sarebbe raccolto nelle piccole chiesette di lontana periferia.

 

Lei, Signor Zuppi, (chiamandola così mi sento più a mio agio) non si rende conto del danno che fa alla Chiesa cattolica svilendo ingiustamente il pensiero e l’azione di papa Leone XIV che, secondo lei e secondo un’espressione romanesca a lei nota, «non se lo filerebbe più nessuno».

 

Si dice che lei è un diplomatico ma la sua non è un’espressione diplomatica ma è qualcosa che somiglia di più a un siluro subacqueo, e questo, Signor Matteo Zuppi, non è commendevole per l’apparente finalità che lei vuol perseguire.

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Attingendo ancora al linguaggio romanesco che lei conosce, penso che a lei ancora «rode» (non dico cosa per decenza) il fatto di non essere stato eletto papa. Ma la sua mancata elezione conferma la presenza in Conclave dello Spirito Santo.

 

Lei è degno «figlio» di Bergoglio da me sempre chiamato «il pampero argentino». Peraltro a lei manca qualsiasi capacità diplomatica se solo penso che, nominato dal suo dante causa Bergoglio mediatore per la guerra in Ucraina, nonostante i suoi plurimi viaggi e contatti, le sue parole si persero nel vento. E ora lei si permette di criticare Leone XIV del quale non può negarsi quantomeno la grande cultura agostiniana.

 

Lei dice che i fedeli non gli danno retta. Se la cosa la può tranquillizzare, i fedeli per fortuna non danno retta neanche a lei ma sono obiettivo: i fedeli non danno retta e le Chiese sono vuote non per colpa sua o di altri ma per colpa proprio del Concilio Vaticano II.

 

Un ultimo commento alla sua omelia del 17 marzo 2026 nella Cattedrale di San Pietro a Bologna. In tale circostanza lei, ormai intriso di «santegidiismo» e dunque più di politica che di fede, ha affermato che l’azione delle FF.AA. per essere efficace «deve essere accompagnata dall’intesa» in mancanza di che la F.A. non sarebbe un «deterrente«, mancando il dialogo e il confronto.

 

Egregio Zuppi, ma lei cosa pensa che le FF.AA. debbano rapportarsi al nemico dialogando in vista di un’intesa? Oppure che il ricorso alle FF.AA. debba essere deciso all’esito di un’intesa o di un dialogo? Ma con chi? Non le basta il Parlamento?

 

Devo concludere, mio buon Zuppi, nel senso che lei non si rende conto di quel che dice.

 

E il bello è che lei dice che la «storia insegna» anche perché lei per primo non conosce la storia e dovrebbe studiarla perché la storia non è quella di cui si discute nella Comunità di Sant’Egidio della quale lei è coerentemente parte.

 

Augusto Sinagra

 

Renovatio 21 offre questo testo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Necrocultura

Una città senza tifo è una città morta

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La squadra della mia città, dopo anni e anni di incomprensibile viaggio nei gironi infernali della Serie C, ieri sera è tornata finalmente in Serie B.   Chiariamoci: non che sia un ottenimento paradisiaco, perché la Serie B è pur sempre un purgatorio – per alcuni anzi è già la bocca dell’inferno dell’irrilevanza calcistica, e quindi nazionale. Quella che era la terza provincia più industrializzata d’Italia può non avere una squadra in Serie A?   Richiariamoci: chi scrive non ama pazzamente il calcio, anzi ne detesta, oltre che le doti di programmatica narcosi di massa – il calcio come psy-op per rabbonire la popolazione, chiedete alla famiglia Agnelli e alla loro squadretta – anche il carattere di narcosi individuale. Si tratta di uno sport noiosissimo, dove quasi si passano la palla, la passano indietro, la lanciano a campanile, la lanciano nel mucchio, insomma una barba assoluta, al punto che si finisce per pregare di vedere almeno un tiro in porta in tutta la partita.   Una proposta di legge per impedire legalmente lo zero a zero (o i pareggi in generale) nessuno l’ha ancora avanzata, e lo faremo noi quando Renovatio 21 sarà in Parlamento, e per soprammercato garantiamo che accluderemo senz’altro l’abolizione del fuori gioco, un’altra follia che castra il giuoco accrescendo al contempo i testicoli degli spettatori (la partita di pallone diventa una palla, anzi due palle), e che nessuno degli eunuchi calciofili ha mai osato voler levarsi di torno (levarsi di torno, riferimenti scrotali ne abbiamo fatti troppi).

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Insomma, arriva iersera questa partita di calcio attesa da sempre. Il Vicenza ha, dicono i commentatori RAI, «ammazzato il campionato» di C1. Sta 21 punti dinanzi alla seconda (il Brescia, caduto anche quello dal cielo, finito sottoterra come noi), una cavalcata irresistibile, con uno streak di risultati utili consecutivi di 26 partite (20 vittorie, 6 pareggi): dopo anni di sofferenza (con la promozione sfumata l’anno passato ai playoff), finalmente uno squadrone imbattibile.   E la città dovrebbe esserne fiera: si tratta pur sempre della città erede dei tempi del «Lanerossi» – lo sponsor storico, praticamente oggi inesistente, che in realtà già indica un discorso di archeologia industriale, o meglio di deindustrializzazione del territorio –, la città che rischiò di vincere lo scudetto nel 1978 (lo vinse all’ultimo la Juve, e ci sono certe voci), la città dove Paolo Rossi è venerato come un santo (con graffiti stencil che compaiono dappertutto), la città del «Real Vicenza», una squadra che in A ci stava talmente bene che i suoi tifosi si contavano persino a Padova e Bassano (pazzesco), la città che vide la sua squadra vincere la coppa Italia contro il Napoli nel 1997 (io c’ero), per poi arrivare in semifinale in Coppa delle Coppe ed essere eliminata, con una certa difficoltà, dal Chelsea di Vialli (1998).   Insomma tanta roba: la storia di questo posto passa di certo anche per la sua squadra, il suo stadio, il suo tifo. E ieri sera, vista la data storica, al primogenito è stato concesso di vedere il primo tempo della partita in TV, cosa che lo ha mandato a letto alle 9 e qualcosa, un orario che per lui proporzionalmente corrisponde a quello che è per noi adulti un momento molto dopo la mezzanotte.   Per cui stamattina, portando i bambini a scuola, mi sono detto: facciamo questo gioco, vince chi conta più bandiere del Vicenza esposte nelle case. Ho ricordi, sia d’infanzia che di giovinezza adulta, di quando c’era il passaggio ad una serie maggiore, o una grande vittoria: la città in festa, la gente con le bandiere a bordo strada, macchine che strombazzano il clacson, e poi ogni balcone, ogni finestra, ogni cancello con issata la bandiera biancorossa.   La grande vittoria arriva telefonata: i calcoli per cui si passa in B con sei giornate di anticipo sono stati annunciati da tutti i media locali, e non so se in certi bar si è parlato d’altro. Tutti devono aver trovato il tempio per l’addobbo pro-calcistico, pensavo. Del resto, fuori da casa nostra e da quella del nonno il bandierone c’è.   È stato un disastro: il gioco è stato annullato per mancanza totale di sostanze. In pratica, abbiamo visto qualcosa 2 (due) bandiere esposte lungo i 15-20 minuti di percorso.   «Papà, perché nessuno ha la bandiera fuori?» chiede un figlio, che ambisce a vincere il giochino famigliare infrautomobilistico.   «Eh… questo che stiamo passando è un quartiere di immigrati… forse» tenta di rispondere il padre, preso alla sprovvista.   Anche quando si è passato il casermone dove lo Stato ha imbucato gli afroislamici, di bandiere non se ne vedono. Nessuno alla finestra ha esposto il simbolo dell’unica squadra della città. Le due che riusciamo a contare sono bandiere vecchissime, risalenti di certo ai tempi in cui la festa era sentita ed automatica – lo si vede dalla grafica antica e un po’ ingenua con il gatto, animale che è nel cuore dei vicentini e non solo nel cuore.   In pratica solo qualche vecchietto si è ricordato dell’onore della città. L’amarezza mi sale e diventa fastidio, rabbia.   I bambini smontano dall’auto frastornati. Il padre è preso invece da riflessioni abissali sullo stato psisociale della nostra società, sul come la Necrocultura con le sue devastazioni anche qui, sul fatto che un programma di eutanasia delle masse è più che mai attivo e vincente.

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Da non tifoso, dico che una città senza tifo è una città morta. È davvero inutile nasconderselo: il senso di coesione di una città si proietta nella sua squadra di calcio, che sublima la violenza latente della collettività che un tempo sfociava in guerre interregionali. Parlare – in lingua veneta – di Verona e Padova con un supporter della curva mi è sembrato, varie volte nella mia vita, come entrare in una macchina nel tempo: un soldatino dei tempi dei Comuni, ai tempi in cui queste città si scannavano, mi avrebbe detto le stesse parole.   Perché nel discorso del tifoso puro, che ripetiamo è in vernacolo arcaico, la città e la squadra sono un’unica cosa. «A mì, fusse par mì, farìa łe trincee sull’A4, e con Padova e Verona sarìa soło guera» ricordo mi disse un trentennio fa un ultras avvinazzato, e sappiamo che in vino veritas. La minaccia di guerra civile era in realtà solo un retaggio onesto di un’era medievale – i massacri scaligeri di Cangrande della Scala, le «guerre dell’acqua» per il fiume Bacchiglione tra Vicenza e Padova, etc. etc. – che il nostro pelato e tatuato comme il faut canalizzava in maniera inconsapevole quanto perfetta.   Il tifo è l’inconscio, e la libido, è l’energia orgonica pienamente visibile di una città: lasciatemi usare orride terminologie psicanalitiche per far capire il lettore. Se una città vive, se una città ha ancora in sé la forza della vita, deve per forza avere un fanatismo calcistico organizzato attorno alla sua squadra, anche se è finita agli inferi.   E quindi, quello che ho testimoniato, scandalizzando i miei figli, è un’ulteriore prova della fine della nostra società, dello sradicamento delle genti del territorio, dell’era nuova di divisione e compressione – cioè di morte – che stiamo vivendo nell’ora presente.   Nemmeno nel momento più leggero, in cui si può anche solo simulare la felicità immettendola nella sfera collettiva, il cittadino sincero democratico tira fuori qualcosa. Maddeché: chiuso in casa, con il suo Netflix, Facebook, i videogiochi, il cane, lo stipendio fisso – o meglio, la pensione… Nessun orizzonte al di fuori del tinello. Nessuna voglia di estroiettare qualsiasi sentimento. Niente partecipazione, nessun bisogno identitario, niente di niente. Stipsi vitale. Rigor mortis civile.   Le città hanno perso l’orgoglio, perché chi le vive non ama più la città, e nemmeno se stesso. La Cultura della Morte uccide, oltre che la vita, anche la gioja. È il grande processo di demoralizzazione in atto da tanto tempo: una società atomizzata, dove la coesione non è più possibile nemmeno per lo sport e i suoi simboli, è una società sradicata e quindi resa plasmabile dal potere come si desidera.   Ciò significa: l’uomo senza colori e senza gioja lo puoi comandare, lo puoi sfruttare, lo puoi spostare – e, con un po’ di attenzione, lo puoi anche uccidere. Abbiamo visto, su questo sito, come il linguaggio con cui il governo Meloni parla della dismissione dei servizi nelle aree periferiche del Paese è esattamente quello dell’eutanasia.   Ho scritto, qualche mese fa, del fatto che le nostre città sono oramai ridisegnate urbanisticamente dall’immigrazione. Ciò è vero anche ad un livello più intimo: le masse immigrate, assieme agli altri strumenti di sradicamento e cancellazione dei legami tradizionali, hanno prodotto cambiamenti tettonici anche nella psiche degli autoctoni: del resto, se la mia città viene lasciata invadere da afroasiatici qualunque, cosa può avere da tanto particolare? Posso essere fiero di vivere dove case ed appartamenti vengono assaltati ogni giorno? Posso essere orgoglioso dei miei luoghi, se essi sono stati in questi anni solo oggetto di degrado?   Ciascuno ripiega in se stesso. L’anarco-tirannia questo fa: il criminale straniero è lasciato libero ed impunito, il cittadino autoctono, molestato dai banditi e dallo Stato vessatore (fisco, greenpass, etc.), giocoforza si richiude nel suo baccello, si introietta sempre più nel loculo domestico, diviene condominialmente autistico. Così che il potere costituito fra le scatole si toglie questa noia del popolo e delle sue esigenze: l’illusione della democrazia è giunta alla sua fine, lo sappiamo, e stanno facendo tanti sforzi per dircelo in faccia.

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E così, mi ritrovo, e non è la prima volta in questi anni, a dover sperare negli ultras come simbolo della vita e della volontà. Conosco i limiti di quello che sto dicendo, e sto pensando decisamente al disastro satanico che, utilizzando proprio gli ultras, è stato fatto con l’ingegneria sociale dell’Ucraina e della sua guerra.   Tuttavia, non posso non soffrire dinanzi allo scempio di una città che non sa più gioire, e quindi non sa più vivere. Guardo i palazzi incolori e ci vedo Pompei dopo il Vesuvio, Phnom Penh con Pol Pot, una città fantasma del Far West, una rovina assortita che attende solo un crollo ulteriore. Una città in cui hanno buttato una sorta di bomba al neutrone, quella che fa il massimo danno biologico, eliminando in toto la vita, ma tenendo in piedi i palazzi.   Abbiamo permesso alla Necrocultura di insinuarsi anche qui, e disgregarci perfino nel calcio. Sarebbe l’ora di invertire il processo.   Credo sia ancora possibile, ma non per molto tempo ancora.   Chi legge queste parole, chi ha capito quello che sto dicendo, è già sulla buona strada. La battaglia per lo Spirito e per la materia umana di questo Paese. Possiamo farla insieme: la coesione è esattamente quello che ci vogliono togliere del tutto   Roberto Dal Bosco

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Immagine di Pottercomuneo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
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