Civiltà
Pandemie del mondo antico: ma cosa è cambiato?
Chi conosce la storia antica può vedere incredibili assonanze tra le pandemie di millenni fa e quella odierna. I patogeni potrebbero non essere gli stessi, tuttavia le reazioni degli esseri umani sono le medesime.
Le pestilenze furono una presenza precoce nella storia della Civiltà e nelle sue lettere.
Nell’Iliade, Omero scrive che Apollo mandò un’armata mortali di topi ad attaccare le truppe degli Achei che assediavano Troia. Riconosciamo nell’opera del cruento dio del Sole e delle arti quelle dinamiche che oggi chiamiamo spillover, il passaggio del morbo da specie a specie: le prime vittime furono cani e cavalli.
Nel 430 a.C., il secondo anni delle guerre del Peloponneso, Atene fu colpita da una epidemia che sterminò forse 100.000 cittadini. Vi furono, come si dice ora, due ondate, e dilagò anche nel Mediterraneo orientale. Gli Spartani, bizzarramente, non furono toccati., né essa si diffuse dentro l’Ellade: segno probabile che laddove i confini funzionano, il virus non passa.
Nell’Iliade, Omero scrive che Apollo mandò un’armata mortali di topi ad attaccare le truppe degli Achei che assediavano Troia
L’antica Grecia ebbe la sua dose di storia epidemica. Ippocrate scrisse il trattato Sulle Epidemie catalogò diversi eventi, con gran dose di dettagli e suggerimenti per i possibili rimedi.
Lo storico Tucidide fu vittima e sopravissuto di una epidemia, dipinge con parole orripilanti il suo racconto di contagio: una malattia della ferocia misteriosa, dottori che muoiono in massa a causa del contatto con i malati e non hanno idea dell’origine del male e della cura (è cambiato qualcosa nei millenni?).
Tucidide dice che il morbo veniva dall’estero – tema ricorrente nei racconti degli storici antichi, e anche contemporanei. Si diffuse dall’Egitto e dalla Persia arrivando al Pireo, il porto di Atene – non diversamente dal COVID-19 arrivato tramite i nostri aeroporti non presidiati epidemiologicamente, con contorno di antirazzismo all’involtino primavera.
Tucidide dice che il morbo veniva dall’estero Si diffuse dall’Egitto e dalla Persia arrivando al Pireo, il porto di Atene – non diversamente dal COVID-19 arrivato tramite i nostri aeroporti non presidiati epidemiologicamente, con contorno di antirazzismo all’involtino primavera
Secondo lo scrittore greco Atene a quel tempo era «piuttosto libera da altre malattie»: la peste colpì improvvisamente mietendo le sue vittime, iniziando con mal di testa e infiammazione agli occhi, sangue alla bocca e alla gola. Seguivano tosse e raffreddore, voce roca, dolori al petto. Poi ancora: crampi allo stomaco, vomito; la pelle. invece che impallidire, diveniva rubizza, e non vi era febbre. Pustole e ulcere spingevano gli infetti a saltare dentro le fontane per cercare sollievo.
La catastrofe biologica ateniese durò una settimana. I sopravvissuti erano afflitti da una diarrea violentissima, che talvolta uccideva anche chi aveva superato l’epidemia. I rimanenti ebbero problemi alle dita dei piedi e delle mani e sui genitali.
Tucidide aggiunge anche un dettaglio bizzarro: alcuni guarirono fisicamente ma divennero vittime di incredibili amnesie: non erano più in grado di riconoscere gli amici, e, in certuni casi, perfino se stessi.
Cos’era questa malattia? Gli Ateniesi non lo seppero mai, i moderni se ne sono venuti fuori invece con almeno 30 patogeni differenti per spiegare la grande epidemia greca.
Nel XVIII secolo – secolo che diede vita alla tecnologia vaccinale – la diarista gallese Hester THrale suggerì che Atene fu distrutta dal vaiolo. Altri suggerirono che si trattasse della «Morte Nera» europea. Gli scienziati odierni, nella consueta concordia in material epidemiologica, dicono che si è trattato di virus Ebola, o del Marbur, o della Febbre Virale Emorragica (Orthontavirus) della Legionellosi o ancora della Sindrome di Shock Tossico.
Il mistero della peste ateniese fu discusso alla Fifth Annual Medical Conference dell’Università del Maryland nel 199: il tifo divenne la spiegazione più popolare.
A Roma vi fu la cosiddetta peste antonina (165-180 d.C.), afflisse sia la popolazione che l’esercito romano e uccise il 25% della popolazione circa 5 milioni di persone
A Roma vi fu la cosiddetta peste antonina (165-180 d.C.), dal nome dell’imperatore Marco Aurelio Antonio. Essa è anche detta «Peste di Galeno». Essa afflisse sia la popolazione che l’esercito romano.
La peste antonina ammazzò fino a 2.000 persone al giorno, secondo lo storico coevo Cassio Dione. Secondo i calcoli svolti dai moderni, la percentuale di morte della peste antonina fu del 25%, con una cifra finale di decessi che si aggira intorno ai 5 milioni.
Come sempre, si sospettò che la malattia giungesse da Oriente, trasportata in Europa dai soldati romani di ritorno. Storici romani successivi parlarono del contagio dalle Gallie verso il frontiere con il Reno. Come per il caso ateniese, anche qui i virologi scatenano la loro compattezza scientifica: secondo i sapienti, fu una pandemia di vaiolo, o morbillo, o tifo.
La peste antonina ammazzò fino a 2.000 persone al giorno, secondo lo storico coevo Cassio Dione
Secondo gli annali cinesi vi fu, proprio in quegli anni, una tremenda epidemia che ferì il Regno di Mezzo, bloccando di fatto i commerci romani in Asia. Il mistico e sedicente «profeta» – «falso profeta» per Luciano di Samosata – Alessandro di Abonutico (105 – ca 170 d.C.) fece circolare alcune parole che secondo lui funzionavano come incantesimo contro il morbo, se scritte sulle porte delle case.
A Bisanzio un’epidemia esplose nel 542 d.C. sotto il regno di Giustiniano, il quale riuscì a sopravvivere. Il maggior testimone oculare del disastro fu Procopio, segretario del generale Belisario. Alcuni storici moderni dubitano della veracità dei suoi scritti perché troppo calcati sull’esempio di Tucidide.
Procopio disse che che l’epidemia abbracciava l’intero mondo. A Costantinopoli, racconta, durò 4 mesi, e uccise 10.000 abitanti. Sono numeri che, come sempre nella storia antica, vanno presi cum grano salis, perché le statistiche delle morti – specie quelle miltiari – erano spesso esagerate per fini di manipolazione storica. Anche qui, cos’è cambiato rispetto al presente?
Secondo gli annali cinesi vi fu, proprio in quegli anni, una tremenda epidemia che ferì il Regno di Mezzo, bloccando di fatto i commerci romani in Asia
Fonti successive danno resoconti più neri: i morti di quella peste furono dai 25 ai 50 milioni, cioè un quarto della popolazione terrestra a quel tempo. – ma anche questi sono oggidì dati contestati. A differenze della peste ateniese e di quella antonina, si ritiene piuttosto unanimemente che si sia trattato di un caso di Peste Bubbonica, trasportata dalle pulci dei ratti.
Plinio il vecchio riportò varie epidemie nella Roma del primo secolo dopo Cristo, in particolare nell’Historia Naturae (libro XXVI) tratta della la Mentagra, una malattia (chiamata in greco Lichen) che colpiva i volti degli uomini disfigurandoli: le ferite dovevano essere cauterizzate sino all’osso, le cicatrici che restavano in faccia erano mostruose. Il morbo non era mortale ma «la morte era preferibile».
A Bisanzio un’epidemia esplose nel 542 d.C. sotto il regno di Giustiniano
La Mentagra fu importata a Roma da un anonimo servo asiatico (ecco il «Paziente Zero» duemila anni fa). Incredibilmente, questa epidemia risparmiava le donne, gli schiavi e le classi più basse colpendo solo gli aristocratici. Anche questa storia del virus selettivo, e clemente con il gentil sesso e gli immigrati, dovrebbe suonare famigliare. I nobili maschi infettati, dice Plinio, «si infettavano attraverso il fuggevole contatto di un bacio», come la mononucleosi.
Ippocrate, nel suo giuramente, dice «E non darò neppure un farmaco mortale a nessuno per quanto richiesto né proporrò mai un tal consiglio; ed ugualmente neppure darò ad una donna un pessario abortivo». Ora i virologi democratici chiedono la sperimentazione diretta sugli esseri umani, e i vaccini per il COVID-19 stanno venendo realizzati con linee cellulari di feto abortito
Morbo asiatico, incertezza su origini e cure, massacri di determinate porzioni della popolazione, esperti che brancolano nel buio: cos’è cambiato, da Ippocrate ai virologi da salotto?
Poco o nulla. Anzi, la situazione è peggiorata: Ippocrate, nel suo giuramente, dice «E non darò neppure un farmaco mortale a nessuno per quanto richiesto né proporrò mai un tal consiglio; ed ugualmente neppure darò ad una donna un pessario abortivo».
Ora i virologi democratici chiedono la sperimentazione diretta sugli esseri umani, e i vaccini per il COVID-19 stanno venendo realizzati con linee cellulari di feto abortito.
Ecco il progresso della «scienza», ecco il mondo moderno: senza risolvere nulla, nulla più che passi avanti verso il ritorno del sacrificio umano.
Civiltà
Valpurga e oltre: le origini esoteriche del 1° maggio
Gioisca il cittadino della Repubblica fondata sul lavoro: oggi è la sua festa, evviva evviva.
Eccerto: la Carta semisovietica dello Stato italiano prevede il lavoro come idolo supremo, feticcio religioso da mettere sin nel primo articolo. Poi, certo, lo abbiamo visto gettato alle ortiche col green pass, ma questa è un’altra storia.
Colpisce come pochi conoscano che le origini di quella che è la festa più «laica» immaginabile sono incontrovertibilmente pagano-esoteriche, e ciò non è privo di conseguenze.
Innanzitutto: la notte precedente alla festa del Lavoro è la notte di Valpurga. Su Renovatio 21 negli anni scorsi ne abbiamo parlato ad abundantiam, perché, per quella precisa cifra nordico-occultista tornata in voga in Ucraina dopo che si pensava fosse stata sepolta nel ’45 fra le macerie di Berlino, vi erano quei progetti di attacco militare che Kiev (la città del Monte Calvo…) voleva portare contro la Russia.
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Il nome di questa notte deriva da una santa monaca bavarese vissuta 1300 anni fa, Valpurga di Heidenheim (710–777). La ricorrenza, tuttavia, è molto più antica. In questa notte, i popoli dell’Alta Europa hanno per millenni celebrato la primavera con riti propiziatori, e la festa continua ad essere sentita in un’ampia porzione del continente.
Secondo una tradizione germanica che risale al IV secolo, questa è la notte in cui le streghe, nell’ora del loro massimo potere, escono a ballare e cantare alla Luna con i demoni a far loro compagnia nel sabba più grande.
Il popolo, per tener lontano gli spiriti malvagi, accende falò nei campi e prega per l’intercessione di Santa Valpurga, considerata nemica di pesti, malattie e della stregoneria.
Questa è quindi la notte delle streghe, e ancora oggi in Baviera la chiamano infatti Hexennacht, dove hexen è l’arcaico lemma tedesco per lo stregone e la magia nera – l’inglese moderno mantiene la parola hex per indicare una fattura.
Non tutti sanno che la notte delle streghe in tempi moderni è stata spesso teatro di disordini pubblici, scontri con la polizia e atti di vandalismo, specialmente in Germania e in Isvezia, ma anche nell’apparentemente tranquilissima Finlandia.
In diverse città tedesche, in particolare a Berlino (distretto di Kreuzberg) e Amburgo, la Hexennacht precede tradizionalmente le manifestazioni del 1° maggio. Per decenni, questa notte è stata caratterizzata da rivolte urbane, con lanci di pietre, bottiglie e fuochi d’artificio contro le forze dell’ordine; incendi dolosi, con auto e cassonetti della spazzatura dati alle fiamme come forma di protesta o vandalismo gratuito; scontri tra fazioni, con tensioni tra gruppi di estrema sinistra (come i Black Bloc) e la polizia, spesso con numerosi arresti e feriti tra entrambi i fronti.
In Isvezia In Svezia, la festa di Valborg vede raduni di migliaia di giovani in parchi pubblici (come a Uppsala e Lund). Sebbene non sempre di natura politica, la violenza in questi casi è spesso causata dall’abuso di alcolici e – pensiamo noi – dalla disperazione di una società sazia ma senza Dio e ora invasa catastroficamente da immigrati violenti. Per cui, durante Valpurga, ecco che nelle città svedesi si manifestano risse e aggressioni, con frequenti casi di violenza interpersonale durante i grandi assembramenti notturni, più l’immancabile vandalismo diffuso: danni a proprietà pubbliche e private a seguito dei festeggiamenti nei parchi.
In Finlandia, la Notte di Valpurga è conosciuta come Vappu ed è una delle festività più importanti dell’anno, celebrata il 1° maggio e durante la sua vigilia. Sebbene sia considerata oggi una festa gioiosa simile a un carnevale che unisce studenti e lavoratori, la sua storia e le celebrazioni moderne hanno visto episodi di tensione e incidenti. La polizia interviene regolarmente per sedare scontri fisici, specialmente nei parchi dove migliaia di persone si riuniscono per picnic notturni (come il parco Kaivopuisto a Helsinki)
Nel 2008 a Helsinki una manifestazione chiamata «Free Helsinki» è degenerata in scontri violenti con la polizia, con lancio di bottiglie e 27 arresti. A Turku nel 2016 due uomini sono rimasti gravemente feriti in un accoltellamento durante i festeggiamenti in centro città. A Tampere nel 2024 e nel 2025 la polizia è dovuta intervenire per sciogliere scontri tra manifestanti di opposte fazioni durante marce politiche. A Järvenpää nel 2018: un giovane è stato accoltellato (un vero tentato omicidio) durante la serata della vigilia.
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C’è chi indica riferimenti moderni significativi per Valpurga: il 30 aprile 1966 Anton LaVey scelse questa data simbolica per fondare la Chiesa di Satana. E fu proprio la notte del 30 aprile 1945 Adolfo quella che Hitler decise fosse quella del suo suicidio nel bunkerro a Berlino: frange nazi-esoteriche celebrano la notte anche per questo.
La data oscura per qualche ragione è stata scelta anche dalla fazione opposta. I comunisti, quelli del culto pagano del dio-Lavoro, se ne sono appropriati definitivamente, imponendola al mondo dopo Yalta come festa in cui celebrano la loro religione feticista.
Vale la pena, a questo punto, concentrarsi sul simbolo, sempre più desueto ma ancora ben presente, che sta dietro alla religione del lavoro e alle sue feste: la falce e il martello.
Sebbene la falce e il martello siano universalmente noti come simboli politici dell’unione tra contadini e operai, le loro radici affondano in un immaginario simbolico molto più antico, legato al mito, all’alchimia e (ma guarda) alla massoneria.
Prima di diventare il simbolo dei contadini, la falce era l’attributo principale di Saturno (il Crono dei greci), divinità dell’agricoltura ma anche del Tempo che tutto divora. Saturno, figura legata alla malinconia, è il padre il cui potere è tale da poter divorare i propri figli: immagine perfetta del Moloch sovietico, e spiegazione ultima del suo fallimento.
Julius Evola, che in Rivolta contro il mondo moderno vedeva nell’innalzamento dei simboli dei lavoratori della «quarta casta» una riprova del Kali Yuga, l’era della dissoluzione, deprecava la perdita del senso sacro dei simboli ora tenuti a celebrare solo il lavoro materiale. Evola insisteva sull’aspetto «tellurico», cioè legato alle forze infere, della falce, contrario ai valori «solari» della tradizione aristocratica.
In ambito massonico ed ermetico, la falce è spesso associata alla morte (la «Grande Falciatrice») ma anche alla selezione spirituale, intesa come la capacità di separare il «grano dalla pula» per l’elevazione dell’iniziato. Dietro la patina esoterica, vediamo come anche qui sia chiaro come si tratti di un simbolo mortifero.
Il martello ha pure origini sacre legate a divinità come Efesto o, più risaputamente oggidì, al dio nordico Thor, rappresentando il potere creatore che plasma la materia grezza. In Arti del metallo e alchimia Mircea Eliade indica nel martello lo strumento del fabbro, figura mitologica semidivina che “aiuta la natura” a partorire i metalli. Il martello ha un valore magico e cosmogonico (creatore di mondi)
Tuttavia va notato come per la massoneria il martello costituisce uno degli strumenti fondamentali della loggia (il maglietto). Simboleggia la volontà attiva, l’intelligenza che guida la forza e l’autodisciplina necessaria per «sgrossare la pietra grezza», ovvero perfezionare il proprio spirito, dicono gli apologeti della setta verde.
Nel mondo dell’alchimia, il martello rappresenta il lavoro del fabbro interiore, colui che attraverso il «fuoco» delle passioni e il colpo della coscienza trasforma i metalli vili in oro spirituale. Réné Guénon osservava come il martello, che va fatto risalire al fulmine (vajra) della tradizione vedica, sia stato ridotto nell’evo moderno a mero strumento di produzione materiale e industriale.
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Ne Il regno della quantità e i segni dei tempi, il Guénon accenna al fatto che l’uso di questi simboli da parte di movimenti materialisti sia una forma di «contro-tradizione»: si prendono simboli arcaici e potenti, ma li si svuota della loro dimensione verticale (cioè spirituale) per renderli puramente orizzontali (cioè sociali ed economici).
L’incrocio dei due simboli richiama strutture iconografiche antiche dove strumenti contrapposti indicano una totalità fatta di energia oscura, violenta, assassina. Esotericamente, l’unione dei due strumenti può essere letta come la sintesi tra la forza distruttiva e selettiva (falce) e la forza costruttrice e formatrice (martello), necessaria per l’instaurazione di un nuovo ordine cosmico o sociale. In realtà, è chiaro a tutti come entrambi siano strumenti di lavoro che possano essere concepiti come armi, e il rosso della bandiera lo fa capire ancor di più.
Yevgeny Kamzolkin (1885–1957), l’artista che disegnò il simbolo della falce e del martello per i Soviet per la festa del 1° maggio 1918, non era un rivoluzionario di lunga data ma un pittore legato a circoli artistici influenzati dal misticismo e – pure senza essere legato direttamente alla figura del pittore Nikolaj Roerich (1874-1947), dall’occultismo russo. Membro della società artistica Zhar-tsvet (Fiore di fuoco), si dedicava a una pittura intrisa di elementi spirituali con riferimenti all’egittologia.
Non solo l’autore del simbolo era in odore di esoterismo. Anatolij Lunacharskij, celeberrimo commissario del popolo che approvò il simbolo, era vicino a correnti come i «Cercatori di Dio», che cercavano di fondere il marxismo con una sorta di spiritualità laica.
Insomma: Hitler, il suicida di Valpurga, viene accusato di aver infilato un simbolo esoterico (la svastica, simbolo indoeuropeo apotropaico: su-asti, in sanscrito, significa «è bene») ovunque, dai cacciabombardieri ai cioccolatini. I comunisti non hanno fatto diversamente. I democrion stiani, i liberali, etc., glielo hanno lasciato fare.
Ebbene sì: lo Stato moderno, sincero-democratico, ha le radici nel mondo arcano fatto di streghe e dèi cattivi – di demoni. E il lettore si stupisce? Cosa pensiamo che accada quando lo Stato diviene non-cristiano?
Lo dice il Signore stesso, quando ci parla della «casa vuota». «Quando lo spirito immondo è uscito da un uomo, se ne va per luoghi aridi in cerca di riposo, e non trovandolo, dice: – Tornerò nella mia casa, donde sono uscito. – E quando vi giunge, la trova vuota, spazzata e ornata. Allora va a prendere sette altri spiriti peggiori di lui, i quali v’entrano e vi si stabiliscono, al punto che la condizione ultima di quell’uomo diventa peggiore della prima. Così accadrà anche a questa generazione perversa» (Mt 12, 43-45).
Sì: il 1° maggio è la festa del ritorno dei demoni.
Con tutta la sua simbologia occulta, il suo paganesimo civile esibito, con la celebrazione di una data oscura, la festa del Lavoro si dà come la celebrazione esoterica dello Stato moderno, con tutti i suoi diavoli. Gratti la retorica sindacale, e ci trovi il Male.
Cioè, il Lavoro come teatrino per la distruzione dell’uomo, programmato da chi lo odia da sempre, da chi è omicida sin dal principio.
Il culto dei lavoratori vuole in realtà il loro sterminio. Non ci credete? State a guardare come milioni – miliardi – di lavori saranno falciati, forse tra mesi e non anni, dall’Intelligenza Artificiale e dai robot, e intere società saranno martellate dalla povertà e dalla disperazione.
Poteva andare diversamente, per lo Stato moderno, costruito non su Dio, non sulla Vita, ma sul lavoro?
La civiltà che mette lo strumento sopra l’essere umano, genera giocoforza stragi e devastazioni. Essa cessa di essere una civiltà, diviene anzi l’anti-civiltà, l’impero della Necrocultura – il Regno Sociale di Satana.
Roberto Dal Bosco
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Civiltà
Trump: l’Europa si sta autodistruggendo
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The United States cares greatly about the people of Europe and the bonds we share as a civilization. But we want strong allies, not seriously weakened ones. Europe must depart from the culture they’ve created over the last ten years. Otherwise, they will destroy themselves. pic.twitter.com/rNQrd1KojK
— Secretary Marco Rubio (@SecRubio) January 21, 2026
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Civiltà
Orban: Trump comprende il «declino della civiltà» europea
Il primo ministro ungherese Vittorio Orban ha dichiarato che il presidente statunitense Donald Trump comprende perfettamente il declino in atto in Europa.
La nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale americana (NSS), resa pubblica la settimana scorsa, contiene una dura critica all’indirizzo politico e culturale dell’Unione Europea: accusa Bruxelles di eccessiva burocrazia, di politiche migratorie destabilizzanti, di «cancellazione della civiltà» e di repressione dell’opposizione, esortando esplicitamente i «partiti patriottici europei» a difendere le libertà democratiche e a celebrare «senza imbarazzi» l’identità nazionale.
«L’America ha una diagnosi lucidissima del declino europeo. Vede il crollo di civiltà contro il quale noi ungheresi combattiamo da quindici anni», ha scritto Orbán giovedì su X.
In carica dal 2010, Orban sostiene da tempo che l’UE stia affondando sotto il peso della stagnazione economica e della pressione migratoria. Propone il modello ungherese – forte sovranità nazionale, confini rigorosamente controllati e valori sociali conservatori – come antidoto alla crisi strutturale del continente.
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Il premier magiaro ha inoltre attaccato la gestione europea del conflitto ucraino, definendo un errore madornale l’interruzione di ogni canale con Mosca e sottolineando che oggi gli Stati Uniti riconoscono la necessità di ristabilire rapporti strategici con la Russia. Orban ha invitato l’Occidente a privilegiare la via diplomatica con il Cremlino invece di continuare a «bruciare miliardi» nella guerra, una linea che coincide con la svolta negoziale impressa da Trump.
Mosca ha salutato con favore diversi passaggi dell’NSS, considerandoli in larga parte coincidenti con la propria visione strategica, e ha lasciato intendere che il documento potrebbe aprire nuove prospettive di cooperazione tra Russia e Stati Uniti.
Nell’UE la reazione è stata invece di netta condanna. L’Alto rappresentante Kaja Kallas ha parlato di «provocazione deliberata». Il presidente del Consiglio Europeo António Costa ha messo in guardia Washington contro «ingerenze nella vita politica europea». Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito alcune affermazioni «inaccettabili».
I rapporti tra Stati Uniti e Unione Europea sono ai minimi termini da quando Trump è rientrato alla Casa Bianca a gennaio: i contrasti si sono moltiplicati su commercio, spese per la difesa, regolamentazione digitale e strategia verso l’Ucraina.
Come riportato da Renovatio 21, Trump in settimana ha dichiarato che persone «deboli» guidano un’Europa «in decadenza».
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