Spirito
Omelia di Mons. Viganò nella festa della Cattedra di San Pietro in Roma
Renovatio 21 pubblica questa omelia di Monsignor Carlo Maria Viganò.
Potete ascoltare qui in audio l’omelia di Monsignore.
CATHEDRA VERITATIS
Omelia dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa della Cattedra di San Pietro in Roma
Sia lodato Gesù Cristo
Oggi la Chiesa in Roma celebra la festa della Cattedra di San Pietro, con la quale l’autorità che Nostro Signore conferì al Principe degli Apostoli trova nella Cattedra il suo simbolo e la sua espressione ecclesiale. Troviamo tracce di questa celebrazione sin dal sec. III, ma fu in occasione dell’eresia luterana che Paolo IV, nel 1558, stabilì che la festa della Cattedra qua primum Romae sedit Petrus avesse luogo il 18 Gennaio, in risposta alla negazione della presenza dell’Apostolo nell’Urbe. L’altra festa, per la Cattedra della prima Diocesi fondata da San Pietro, Antiochia, è celebrata dalla Chiesa universale il 22 Febbraio.
Permettetemi di farvi notare questo aspetto importante: come il corpo umano sviluppa gli anticorpi al sorgere della malattia, in modo da poterla sconfiggere quando ne viene contagiato; così il corpo ecclesiale si difende dal contagio dell’errore al suo presentarsi, affermando con maggiore incisività quegli aspetti del dogma minacciati dall’eresia.
Per questo, con grande saggezza, la Chiesa ha proclamato delle Verità di Fede in determinati momenti e non prima, poiché quelle Verità erano sino ad allora credute dai fedeli in forma meno esplicita e articolata e non occorreva ancora precisarle.
Alla negazione ariana della natura divina di Nostro Signore rispondono i sacri Canoni del Concilio Ecumenico di Nicea e ad essi fanno eco le splendide composizioni della liturgia antica; alla negazione del valore sacrificale della Messa, della Transustanziazione, dei suffragi, delle indulgenze rispondono i sacri Canoni del Tridentino, e con essi i testi sublimi della Liturgia.
Alla negazione della fondazione della Diocesi di Roma da parte dell’Apostolo Pietro in chiave antipapale risponde la festa odierna, voluta da Paolo IV proprio per ribadire la verità storica impugnata dai Protestanti e rafforzare la dottrina che ne deriva.
In modo opposto agiscono gli eretici e i loro epigoni neomodernisti che infestano la Chiesa di Cristo da ormai sessant’anni. E dove essi non negano sfrontatamente il Magistero cattolico, ecco che tentano di indebolirlo tacendolo, omettendolo, formulandolo in modo da renderlo equivocabile e quindi accettabile anche da chi lo nega.
Così agirono gli eresiarchi del passato; così hanno agito i novatori al Vaticano II; così agiscono oggi coloro che, per non essere accusabili di eresia formale, cercano di cancellare quelle «difese immunitarie» di cui si era dotata la Chiesa, in modo da far cadere in errore i fedeli e contagiarli con la peste dell’eresia.
Quasi tutto ciò che, crescendo armoniosamente come un fanciullo che diventa adulto e si rafforza nel corpo e nello spirito, il Corpo Mistico aveva sapientemente sviluppato nel corso dei secoli – ed in particolare durante il secondo millennio dell’era di Cristo – è stato volontariamente oscurato e censurato, con la scusa ingannatrice di ritornare alla primigenia semplicità dell’antichità cristiana, e con lo scopo inconfessabile di adulterare la Fede cattolica per compiacere i nemici della Chiesa.
Se prendete il Messale montiniano, non troverete in esso eresie esplicite; ma se lo confrontate con il Messale tradizionale, vi accorgerete che l’aver omesso tante preghiere composte in difesa della Verità rivelata è stato più che sufficiente per rendere la Messa riformata accettabile anche per i Luterani, come hanno essi stessi ammesso dopo la promulgazione di quel rito funesto ed equivoco
A conferma di ciò, anche le feste della Cattedra di San Pietro in Roma e in Antiochia sono state unificate, in nome di quella cancel culture che la setta modernista ha adottato in ambito ecclesiastico ben prima che la sinistra woke se ne appropriasse in ambito civile.
Oggi celebriamo le glorie del Papato, di cui è appunto simbolo la Cathedra Apostolica che il genio del Bernini ha artisticamente composto sull’altare dell’abside della Basilica Vaticana, sovrastata dalla vetrata di alabastro con lo Spirito Santo e retta da quattro Dottori della Chiesa: Sant’Agostino e Sant’Ambrogio per la Chiesa latina, Sant’Atanasio e San Giovanni Crisostomo per la Chiesa greca. Nel progetto originale, rimasto intatto attraverso i secoli, la Cattedra si trovava sopra un altare, che la furia devastatrice dei novatori non ha risparmiato, spostandolo tra l’abside e il baldacchino della Confessione. Eppure proprio nell’unità architettonica di altare e cattedra – oggi volutamente cancellata – troviamo il fondamento della dottrina del Primato di Pietro, che è fondato su Cristo, lapis angularis, così come è di pietra l’altare del sacrificio, anch’esso simbolo di Cristo.
Celebriamo il Papato in una fase storica di grave crisi e di apostasia, assurta sino a quel Soglio su cui Pietro sedette per primo. E mentre ci si strazia il cuore nel contemplare le rovine causate dalla devastazione dei novatori in danno di tante anime e della gloria della Maestà divina; mentre imploriamo al Cielo una luce che ci permetta di comprendere come coniugare il Non prævalebunt con lo stillicidio di eresie e scandali diffusi da colui che la Provvidenza ci ha inflitto a capo del corpo ecclesiale come punizione per i peccati compiuti dalla Gerarchia in questi decenni; mentre vediamo serpeggiare la divisione tra quanti si illudevano di avere ancora un Papa segregato nel Monastero… e lo scisma nelle Diocesi dell’Europa del Nord con il loro sciagurato cammino sinodale fortissimamente voluto da Bergoglio, ci cade sotto gli occhi la profezia di Leone XIII di felice memoria, il quale volle inserire nella preghiera dell’Esorcismo contro Satana e gli angeli apostatici quelle tremende parole che all’epoca dovevano suonare quasi scandalose, ma che oggi comprendiamo nel loro senso soprannaturale:
Ecclesiam, Agni immaculati sponsam, faverrimi hostes repleverunt amaritudinibus, inebriarunt absinthio; ad omnia desiderabilia ejus impias miserunt manus. Ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suæ; ut percusso Pastore, et gregem disperdere valeant.
Nemici terribili hanno riempito la Chiesa, sposa dell’Agnello immacolato, di amarezze, l’hanno avvelenata con l’assenzio; hanno messo le loro empie mani su tutte le cose desiderabili.
Là dove la sede del beatissimo Pietro e la Cattedra della verità fu costituita per illuminare le genti, ivi hanno posto il trono della loro abominazione ed empietà, affinché abbattendo il Pastore potessero disperdere anche il gregge. Non sono parole scritte a caso: esse vennero redatte dopo che Leone XIII, alla fine della Messa, ebbe una visione in cui il Signore concedeva a Satana un periodo di tempo di circa cent’anni per mettere alla prova gli uomini di Chiesa.
Esse riecheggiano il messaggio della Vergine Santissima a La Salette, cinquant’anni prima: «Roma perderà la fede e diverrà sede dell’Anticristo», e precedono di poco più di un decennio quella terza parte del Segreto di Fatima in cui, con ogni verosimiglianza, la Madonna prediceva l’apostasia della Gerarchia con il Concilio Vaticano II e la riforma liturgica.
Qualsiasi fedele, nel corso dei secoli, ha potuto guardare a Roma come a un faro di verità. Nessun Papa, nemmeno i più controversi della Storia come Alessandro VI, ebbero mai l’ardire di usurpare la propria sacra Autorità Apostolica per demolire la Chiesa, adulterarne il Magistero, corromperne la Morale, banalizzarne la Liturgia.
Nelle tempeste più sconvolgenti, la Cattedra di Pietro è rimasta inconcussa e, nonostante le persecuzioni, essa non è mai venuta meno al mandato conferitole da Cristo: Pasci i miei agnelli. Pasci le mie pecorelle (Gv 21, 15-19).
Oggi, e da ormai dieci anni, pascere gli agnelli e le pecorelle del gregge del Signore è considerato da colui che occupa il Soglio di Pietro come una «solenne sciocchezza», e il comando che il Signore ha dato agli Apostoli – Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato (Mt 28, 19-20) – è visto come deplorevole «proselitismo», quasi la missione divina della Santa Chiesa fosse paragonabile alla propaganda ereticale delle sette. L’ha detto il 1ᵒ ottobre 2013; il 6 Gennaio 2014; il 24 Settembre 2016; il 3 Maggio 2018; il 30 Settembre 2018; il 6 Giugno 2019; il 20 Dicembre 2019; il 25 Aprile 2020 e ancora lo scorso 11 Gennaio.
E qui crolla l’ultimo, vetusto fastigio di quello che fu il Vaticano II, che della missionarietà fece la propria parola d’ordine, senza comprendere che per annunciare Cristo a un mondo paganizzato occorre anzitutto credere nelle Verità soprannaturali che Egli ha insegnato agli Apostoli e che la Chiesa ha il dovere di custodire fedelmente. Annacquare la dottrina cattolica, tacerla, tradirla per compiacere la mentalità del secolo non è opera di Fede, perché questa virtù si fonda su Dio, che è Verità somma; non è opera di Speranza, perché non si può sperare la salvezza o l’aiuto di un Dio di Cui si rifiuta l’autorità rivelante e l’amore salvifico; non è opera di Carità, perché non si può amare Colui del Quale si nega l’essenza.
Qual è il vulnus che ha colpito il corpo ecclesiale, rendendo possibile questa apostasia dei vertici della Gerarchia, al punto da destare scandalo non solo nei Cattolici, ma anche nelle persone del mondo? È l’abuso dell’autorità.
È il credere che il potere connesso all’autorità possa essere esercitato per lo scopo opposto a quello che legittima l’autorità stessa.
È prendere il posto di Dio, usurpandoGli la suprema potestà per decidere cosa è giusto e cosa non lo è, cosa si può ancora dire alle persone e cosa dev’esser considerato fuori moda o sorpassato, in nome del progresso e dell’evoluzione.
È usare il potere delle Sante Chiavi per sciogliere quel che deve essere legato e legare quel che deve essere sciolto. È non comprendere che l’autorità appartiene a Dio e a nessun altro, e che tanto i governanti delle Nazioni quanto i Prelati della Chiesa sono tutti gerarchicamente sottoposti a Cristo Re e Pontefice.
È insomma separare la Cattedra dall’altare, l’autorità del Vicario e del Reggente da quella di Colui che la rende sacra, ratificata dall’alto, perché ne possiede la pienezza e ne è l’origine divina.
Tra i titoli del Romano Pontefice ricorre, assieme a Christi Vicarius, anche quello di Servus servorum Dei. Se il primo è stato sdegnosamente rifiutato da Bergoglio, la sua scelta di mantenere il secondo suona come una provocazione, come dimostrano le sue parole e le sue opere.
Verrà il giorno in cui ai Presuli della Chiesa sarà chiesto di chiarire quali intrighi e quali cospirazioni abbiano potuto condurre sul Soglio chi agisce come servo dei servi di Satana, e per quale motivo essi abbiano assistito pavidamente alle sue intemperanze o si siano resi complici di questo orgoglioso tiranno eretico.
Tremino coloro che sanno e che tacciono per falsa prudenza: col loro silenzio essi non proteggono l’onore della Santa Chiesa, né preservano dallo scandalo i semplici. Al contrario, essi sprofondano la Sposa dell’Agnello nell’ignominia e nell’umiliazione, e allontanano i fedeli dall’Arca di salvezza proprio nel momento del diluvio.
Preghiamo perché il Signore si degni di concederci un santo Papa e dei santi governanti. ImploriamoLo di porre fine a questo lungo periodo di prova, grazie al quale – come ogni evento permesso da Dio – stiamo comprendendo quanto sia fondamentale instaurare omnia in Christo, ricapitolare tutto in Lui; quanto sia infernale – letteralmente – il mondo che rifiuta la Signoria di Cristo, e quanto ancor più infernale una religione che si spoglia con spregio delle sue vesti regali – vesti tinte del Sangue dell’Agnello sulla Croce – per farsi serva dei potenti, del Nuovo Ordine Mondiale, della setta globalista. Tempora bona veniant. Pax Christi veniat. Regnum Christi veniat.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
18 Gennaio 2023
Cathedra sancti Petri Apostoli, qua primum Romae sedit
Immagine di Jorge Royan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)
Spirito
«Parodia gnostica della fede»: mons. Viganò condanna la chiesa «panenteista»
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha condannato quanto scritto in un nuovo documento vaticano che sembra elogiare il panenteismo, un’eresia che, come nelle religioni orientali, offusca la distinzione essenziale tra Creatore e creazione.
Il documento dall’ovvia matrice ecologica che infetta gli ultimi due papati si chiama «“Prendersi cura della nostra Casa comune”: Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario». Uscito ad agosto, su Renovatio 21 ne avevamo scritto per i suoi accenti ecofascisti, arrivando persino a parlare di «antropocentrismo predatorio».
Il testo, al punto 52, critica la «comprensione immanentistica del cosmo» per poi esaltare l’alternativa escogitata dal Vaticano conciliare: «altri orientamenti filosofici e una parte della teologia contemporanea propendono piuttosto per il panenteismo» scrive il documento redatto dalla Commissione Teologica Internazionale.
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«Secondo questa prospettiva, il mondo esiste in Dio, mentre Dio, nello stesso tempo, lo trascende. A differenza del teismo classico, che spesso enfatizza la distinzione tra Dio e la creazione, e del panteismo, che identifica Dio con il mondo, il panenteismo coniuga l’immanenza e la trascendenza divine. Questa prospettiva offre un quadro interpretativo per comprendere come Dio possa essere intimamente presente in ogni aspetto della realtà senza determinarlo in modo coercitivo».
«Dio, nella sua misericordia gratuita, apre uno spazio a una creazione che è genuinamente distinta da Lui, al tempo stesso che continua a esserne il fondamento che la sostiene» cerca di spiegare il documento del Sacro Palazzo.
È da qui che parte monsignor Viganò nel suo commento di condanna.
«La legittimazione del panenteismo da parte della Santa Sede non rappresenta un innocuo aggiornamento pastorale, bensì il culmine coerente di quella deriva modernista secolare che mira a dissolvere la Redenzione nel panteismo gnostico e la Grazia nell’autosufficienza pelagiana» ha scritto Sua Eccellenza su X.
«Se il cosmo viene dichiarato intrinsecamente divino e l’umanità si redime attraverso il divenire di un’evoluzione collettiva, la Croce perde la sua tragica necessità e la Chiesa si riduce a cortigiana della storia, un’inutile agenzia di servizi sociali al servizio degli interessi del mondo».
«Contro questa sottile parodia gnostica della fede, che deifica la materia solo per celare la ferita del peccato originale e sminuire la Maestà divina, i cattolici sono chiamati oggi più che mai al dovere della resistenza» aggiunge il già nunzio apostolico negli USA.
«È necessario istruirsi e riaffermare con fermezza l’assoluta trascendenza del Creatore, la drammatica realtà della Caduta e la perfetta adeguatezza del Sacrificio di Cristo. In questo modo ogni fedele può contribuire a superare la grave crisi dell’autorità petrina che la Chiesa sta vivendo oggi, con l’incrollabile certezza che, nonostante i temporanei tradimenti delle sue gerarchie, le porte dell’inferno non prevarranno»
«La legittimazione del panenteismo da parte della Santa Sede non rappresenta un innocuo aggiornamento pastorale, bensì il culmine coerente di quella deriva modernista secolare che mira a dissolvere la Redenzione nel panteismo gnostico e la Grazia nell’autosufficienza pelagiana.… pic.twitter.com/y4FgKHxNz2
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) September 8, 2026
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Il panenteismo è una posizione teologica secondo cui Dio compenetra ogni parte dell’universo e ne estende la propria esistenza nel tempo e nello spazio, ma allo stesso tempo trascende l’universo stesso, non identificandosi completamente con esso. È una via di mezzo tra il teismo classico, per cui Dio è separato e distinto dal mondo, pur avendolo creato e governandolo, e iil panteismo, per cui Dio è l’universo stesso, senza alcuna trascendenza (cioè, divinità e cosmo coincidono).
Nel panenteismo (letteralmente «tutto-in-Dio»), il mondo esiste «in» Dio, come una sorta di sua manifestazione o dimensione, ma Dio è “di più” e non si esaurisce nel mondo. È una visione associata soprattutto alla cosiddetta process theology – un movimento teologico nato nell’alveo luterano che vede Dio non come un essere statico e immutabile, ma come un’entità dinamica che partecipa al divenire del mondo e ne viene influenzata – e a correnti della teologia protestante liberale, oltre che ad alcune tradizioni indù e buddiste e a filosofi come lo Hegel.
Molti teologi e filosofi considerano il pensiero del teologo Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) come tendente al panenteismo, anche se lui stesso non si definì mai esplicitamente tale e la sua opera ha ricevuto interpretazioni diverse. La sua visione cosmica descrive un universo in evoluzione verso il «Punto Omega», identificato con Cristo cosmico, verso cui converge tutta la creazione.
Per il Teilhardo, Dio non è solo il creatore trascendente all’inizio del processo, ma è anche la meta immanente che attrae e compenetra l’evoluzione dall’interno. Parla di una «cristogenesi» in cui la materia stessa è intrisa di una dimensione spirituale («dentro» delle cose), e l’intero cosmo è in qualche modo “divinizzato” attraverso il processo evolutivo. Il concetto di «milieu divin» (il titolo di una sua opera celebre, tradotto in Italia come L’Ambiente divino, 1927) suggerisce che Dio permea l’intera realtà, dando l’idea di un’immanenza molto forte, più di quanto la teologia cattolica classica sia disposta ad accettare.
Il Sant’Uffizio emise un monitum (avvertimento, non una condanna formale di eresia) nel 1962, segnalando ambiguità dottrinali e imprecisioni nelle sue opere, invitando alla cautela nell’uso dei suoi scritti nei seminari e nelle scuole cattoliche. Non fu mai dichiarato eretico, e negli anni successivi diversi papi conciliari – Paolo VI, Giovanni Paolo II e soprattutto Francesco, che lo ha citato positivamente nell’enciclica Laudato si’ – ne hanno riconosciuto il valore spirituale e intellettuale, pur senza sciogliere del tutto le ambiguità teologiche legate al suo linguaggio su Dio, materia ed evoluzione.
Il Teilhard è citato, in nota, anche nel documento della Commissione teologica. «In questa prospettiva va accolto il contributo di P. Teilhard de Chardin» scrive la nota 184, che si riferisce al concetto espresso al punto 107 di «Illuminazione Eucaristica»: «Questa funzione dell’essere umano tra le altre creature e il compimento del disegno di Dio trova la sua ispirazione più profonda nella celebrazione dell’Eucarestia: l’essere umano offre in Cristo la creazione a Dio e, in cambio, implora la benedizione di Dio in Cristo per tutte le cose. Cristo è in questo modo l’asse della maturazione del mondo».
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Va notato che non esiste una condanna formale e specifica del panenteismo come tale, cioè non è mai stato nominato ed espressamente anatemizzato con questo termine in un documento magisteriale ufficiale (concilio, enciclica dogmatica).
Posizioni panenteiste, quando implicano una compromissione della trascendenza divina o una confusione tra la sostanza di Dio e quella del mondo, sono generalmente considerate incompatibili con la dottrina cattolica classica, che insiste sulla distinzione ontologica tra Creatore e creatura (Dio crea ex nihilo, non «emana» se stesso nel mondo). In passato teologi cattolici hanno guardato con cautela o criticato alcune forme di teologia processuale proprio per le loro implicazioni panenteiste.ù
Non è sempre chiaro al lettore la linea di divisione tra il panenteismo e il panteismo, e anzi si può pensare che il primo sia una solo una transizione verso il secondo, come la droga leggera come accesso per la droga pesante: è la Finestra di Overton per la decristianizzazione, la decattolicizzazione del cattolicesimo.
Il panteismo è stato condannato esplicitamente, ad esempio dal Concilio Vaticano I (1870), che ribadisce la distinzione sostanziale tra Dio creatore e il creato.
Il fondatore di Renovatio 21 ha trattato il tema del panteismo e dei suoi aspetti oscuri più di una decade fa nel libro Contro il Buddismo (2012) nel capitolo «Aspetti e maschere del nulla buddista», magari con linguaggio sinestetico che ora riformulerebbe.
Riguardo alla religione orientale e al tema di Creatore e creazione, l’autore scriveva: «In pratica, la domanda fondamentale che tanto tormenta l’umano pensiero – «da dove vengo?» – viene accuratamente lasciata senza risposta. Le conclusioni che ne tira uno, è che quindi l’universo sia tutto un grande sistema dove tra creatore e
creatura, tra madre e figlio, tra questo e quello, non c’è questa grande differenza. Il termine tecnico è “emanazionismo”: tutto è “emanazione” di qualcosa, un prodotto aleatorio non interamente distinguibile dal suo originatore. Un po’ come l’odore, che, appunto, emanano certe cose – l’odore altro non è che uno sciamo di atomi che
lasciano la materia per vagolare nell’aria».
«Il buddismo se ne infischia del creatore, e, quel che è davvero pericoloso, nulla gli importa nemmeno della creatura, che alla fine non è che un vago e microscopico accidente cosmico. E come tale vale poco, anzi vale come tutto il resto dell’universo, cioè nulla. “I destini degli esseri sono simili ad un sogno […]
comprendiamo, fratelli miei, che tutto è vuoto, come lo spazio”».
«Possiamo capire quali sono le conseguenze di tutto questo. Innanzitutto, la spersonalizzazione. Nel cosmo di Budda, noi non siamo persone, e forse nemmeno individui, ma inspiegabili combinazioni transitorie di questo Uno impersonale: espressioni momentanee e transeunte dell’Essere, che in realtà è un divenire, o neanche quello perché tutto è Illusione, il peto del nulla dentro un’automobile lanciata verso il niente…» scriveva il Dal Bosco.
«Per la sensibilità europea, e non solo per quella, le cose stanno diversamente. La persona, con la sua responsabilità e dignità, è forse il fondamento primo della civiltà. I popoli del primo mondo attorno alla persona ci hanno costruito tutto: la famiglia, la democrazia, il pensiero, il diritto. La persone è il cardo attraverso cui scorre la vita sociale dell’occidente. Che si crederebbe ricco, saggio e libero, se si rifiutasse di credere alla persona».
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«Comprendiamo bene come invece la sua cancellazione sia diretto effetto dell’emanazionismo. L’emanazionismo, che come un ubriaco in fase terminale fatica a discriminare tra soggetto e oggetto, non può accordare autonomia ad un essere umano: egli altro non è che la risultante di un milioni di concause diverse, l’anello di congiunzione passeggero e insignificante delle infinite catene che girano attorno all’inarrestabile ruota dell’universo».
«Di più: nell’emanazionismo (che beninteso non è prerogativa del buddismo, ma al quale quest’ultimo aggiunge il suo efferato afflato nichilista) manca quella cosa senza la quale qualsiasi famiglia non va avanti: l’amore. L’amore del padre per il figlio, e del figlio per il padre. Il creazionismo vede le parti legate da un rapporto preciso: la creatura esiste perché è stata voluta dal creatore. E il creatore è spesso oggetto della gratitudine della creatura…»
Il risultato del panteismo è quindi la fine del Dio padre, e dell’uomo come suo figlio, come Imago Dei. Per il pensiero panteista, « davvero Dio è morto, l’uomo è morto, tutto è morto. Come nelle ossessioni dei malati depressi, tutta la realtà è considerata come un inutile miraggio mortifero».
La Chiesa conciliare, depressa e suicida, ci sta con evidenza portando lì: vuole dissolvere Dio nell’universo come nell’acido, vuole uccidere Dio, sacrificarlo una volta per tutte, senza significato, senza resurrezione, senza perdono.
Messa così, è difficile non vedere chi possa esservi dietro anche questa mutazione teologica. La chiesa diverrà ancella del Regno sociale di Satana? Sembrerebbe, ma, alla fine, mai sarà davvero così: portae inferi non praevalebunt adversus eam.
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Spirito
Cardinale Burke: L’immoralità sessuale odierna assomiglia a Sodoma e Gomorra
Cardinal Burke Warns Today Resembles Sodom and Gomorrah
“God looked upon man and the way he was living, and he was doing everything but what God wanted. The Scriptures say that it made God sorry that he had made man. Because man has free will, he can go away from God. And at… pic.twitter.com/z6vzg7he33 — Shawn Ryan (@ShawnRyan762) September 8, 2026
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;FEDE SCIENZA E COSCIENZA video integrale del Convegno di Renovatio 21 su vaccini e cellule di feto abortito. Relatori: S.E.R. Cardinale Raymond Leo Burke ; Dr.ssa Theresa Deisher, ricercatrice e scienziata, Direttrice del Sound of Choice Pharmaceutical Institute; Dr.ssa Debi… pic.twitter.com/JajXVXJYXa
— Renovatio 21 (@21_renovatio) January 6, 2025
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Spirito
Il peccato non diventa mai un bene
Pubblicata il 24 giugno 2026, la Professione di Fede Cattolica della Fraternità Sacerdotale San Pio X viene qui presentata in diverse parti. Questa dodicesima parte ci ricorda che il bene e il male sono determinati dalla legge di Dio e non cambiano in base alle circostanze, alle intenzioni o ai mutamenti sociali. La vera misericordia non può quindi mai giustificare il peccato: essa chiama alla conversione e conduce le anime ai rimedi della grazia.
XI. Ordine morale e legge di Dio
88. Io affermo che esiste un ordine morale fondato sulla sapienza eterna di Dio. Le azioni umane sono buone o cattive a seconda della loro conformità o opposizione alla legge divina, che è santa e immutabile. Opinioni individuali, consenso sociale, intenzioni soggettive e circostanze storiche non possono alterare il valore inviolabile di questi principi della morale cristiana.
89. Dall’immensa bontà con cui Dio ha elevato l’uomo all’ordine soprannaturale, consegue che l’uomo ha un solo fine ultimo, soprannaturale, al quale rimane ordinato secondo il piano di Dio, anche dopo il peccato. Questo fine soprannaturale assume, eleva e perfeziona il fine dell’ordine naturale dell’uomo.
90. La legge naturale, iscritta da Dio nella natura umana, rimane conoscibile attraverso la retta ragione e vincola tutti gli uomini. La legge positiva rivelata, di ordine soprannaturale, la conferma, la eleva e la chiarisce, trascendendola. Pertanto, non vi è alcuna opposizione tra la legge del Vangelo e la legge naturale; anzi, la stessa grazia dà all’umanità la forza di essere soprannaturalmente fedele ai propri precetti, e di godere così di quella libertà dei figli di Dio grazie alla quale, liberati dal potere del peccato, possiamo tendere al nostro fine ultimo.
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91. Rifiuto pertanto la moralità situazionale, secondo la quale circostanze concrete potrebbero rendere buone azioni intrinsecamente malvagie. In particolare, sostengo che nessuna circostanza possa mai legittimare il ricorso alla contraccezione, all’aborto o all’eutanasia. Rifiuto qualsiasi dottrina che affermi che una condotta oggettivamente contraria ai comandamenti di Dio possa costituire, per alcuni, la generosa risposta attualmente richiesta da Dio. Dio non comanda mai il peccato o ciò che è impossibile; non benedice mai il disordine morale e non giustifica mai ciò che contraddice la sua stessa legge; ma a coloro che fanno del loro meglio, non nega mai la sua grazia per osservare i suoi comandamenti.
92. Affermo che le unioni adulterine, le unioni contro natura e tutte le situazioni pubbliche contrarie alla legge divina non possono essere presentate come beni imperfetti, doni di Dio, passi positivi o realtà degne di benedizione in quanto tali. Una simile presentazione ingannevole mina gravemente i principi della morale cristiana e danneggia la sacra istituzione del matrimonio e il benessere delle famiglie.
93. Respinggo pertanto, in quanto contraria alla costante fede e disciplina della Chiesa, la pretesa di ammettere ai sacramenti, e in particolare alla ricezione della Santissima Eucaristia, coloro che persistono pubblicamente in tali stati senza rinunciare al loro disordine. La vera misericordia chiama il peccatore alla conversione; non ratifica il peccato con il pretesto della cura pastorale o del discernimento delle situazioni particolari.
94. Rifiuto altresì la moderna separazione tra dottrina e cura pastorale. Una cura pastorale che contraddice la dottrina non è cura pastorale; svia le anime. La carità non consiste nel nascondere la verità per evitare la sofferenza, ma nel dire la verità con gentilezza per condurre alla salvezza. La medicina della Chiesa può guarire solo nominando il male, invitando al pentimento e offrendo i rimedi della grazia.
95.Infine, affermo che Dio non è solo l’autore e il fine dell’ordine morale, ma anche il suo custode, il suo giudice e l’arbitro supremo del bene e del male. Dimenticare il giudizio divino genera una misericordia falsa, sentimentale e impotente che non salva nessuno perché non converte nessuno.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Pudelek (Marcin Szala) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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