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Omelia di Mons. Viganò nella festa della Cattedra di San Pietro in Roma

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Renovatio 21 pubblica questa omelia di Monsignor Carlo Maria Viganò.

 

Potete ascoltare qui in audio l’omelia di Monsignore

 

 

 

 

CATHEDRA VERITATIS

Omelia dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa della Cattedra di San Pietro in Roma

 

 

 

 

Sia lodato Gesù Cristo

 

Oggi la Chiesa in Roma celebra la festa della Cattedra di San Pietro, con la quale l’autorità che Nostro Signore conferì al Principe degli Apostoli trova nella Cattedra il suo simbolo e la sua espressione ecclesiale. Troviamo tracce di questa celebrazione sin dal sec. III, ma fu in occasione dell’eresia luterana che Paolo IV, nel 1558, stabilì che la festa della Cattedra qua primum Romae sedit Petrus avesse luogo il 18 Gennaio, in risposta alla negazione della presenza dell’Apostolo nell’Urbe. L’altra festa, per la Cattedra della prima Diocesi fondata da San Pietro, Antiochia, è celebrata dalla Chiesa universale il 22 Febbraio. 

 

Permettetemi di farvi notare questo aspetto importante: come il corpo umano sviluppa gli anticorpi al sorgere della malattia, in modo da poterla sconfiggere quando ne viene contagiato; così il corpo ecclesiale si difende dal contagio dell’errore al suo presentarsi, affermando con maggiore incisività quegli aspetti del dogma minacciati dall’eresia.

 

Per questo, con grande saggezza, la Chiesa ha proclamato delle Verità di Fede in determinati momenti e non prima, poiché quelle Verità erano sino ad allora credute dai fedeli in forma meno esplicita e articolata e non occorreva ancora precisarle.

 

Alla negazione ariana della natura divina di Nostro Signore rispondono i sacri Canoni del Concilio Ecumenico di Nicea e ad essi fanno eco le splendide composizioni della liturgia antica; alla negazione del valore sacrificale della Messa, della Transustanziazione, dei suffragi, delle indulgenze rispondono i sacri Canoni del Tridentino, e con essi i testi sublimi della Liturgia.

 

Alla negazione della fondazione della Diocesi di Roma da parte dell’Apostolo Pietro in chiave antipapale risponde la festa odierna, voluta da Paolo IV proprio per ribadire la verità storica impugnata dai Protestanti e rafforzare la dottrina che ne deriva. 

 

In modo opposto agiscono gli eretici e i loro epigoni neomodernisti che infestano la Chiesa di Cristo da ormai sessant’anni. E dove essi non negano sfrontatamente il Magistero cattolico, ecco che tentano di indebolirlo tacendolo, omettendolo, formulandolo in modo da renderlo equivocabile e quindi accettabile anche da chi lo nega.

 

Così agirono gli eresiarchi del passato; così hanno agito i novatori al Vaticano II; così agiscono oggi coloro che, per non essere accusabili di eresia formale, cercano di cancellare quelle «difese immunitarie» di cui si era dotata la Chiesa, in modo da far cadere in errore i fedeli e contagiarli con la peste dell’eresia.

 

Quasi tutto ciò che, crescendo armoniosamente come un fanciullo che diventa adulto e si rafforza nel corpo e nello spirito, il Corpo Mistico aveva sapientemente sviluppato nel corso dei secoli – ed in particolare durante il secondo millennio dell’era di Cristo – è stato volontariamente oscurato e censurato, con la scusa ingannatrice di ritornare alla primigenia semplicità dell’antichità cristiana, e con lo scopo inconfessabile di adulterare la Fede cattolica per compiacere i nemici della Chiesa.

 

Se prendete il Messale montiniano, non troverete in esso eresie esplicite; ma se lo confrontate con il Messale tradizionale, vi accorgerete che l’aver omesso tante preghiere composte in difesa della Verità rivelata è stato più che sufficiente per rendere la Messa riformata accettabile anche per i Luterani, come hanno essi stessi ammesso dopo la promulgazione di quel rito funesto ed equivoco

 

A conferma di ciò, anche le feste della Cattedra di San Pietro in Roma e in Antiochia sono state unificate, in nome di quella cancel culture che la setta modernista ha adottato in ambito ecclesiastico ben prima che la sinistra woke se ne appropriasse in ambito civile. 

 

Oggi celebriamo le glorie del Papato, di cui è appunto simbolo la Cathedra Apostolica che il genio del Bernini ha artisticamente composto sull’altare dell’abside della Basilica Vaticana, sovrastata dalla vetrata di alabastro con lo Spirito Santo e retta da quattro Dottori della Chiesa: Sant’Agostino e Sant’Ambrogio per la Chiesa latina, Sant’Atanasio e San Giovanni Crisostomo per la Chiesa greca. Nel progetto originale, rimasto intatto attraverso i secoli, la Cattedra si trovava sopra un altare, che la furia devastatrice dei novatori non ha risparmiato, spostandolo tra l’abside e il baldacchino della Confessione. Eppure proprio nell’unità architettonica di altare e cattedra – oggi volutamente cancellata – troviamo il fondamento della dottrina del Primato di Pietro, che è fondato su Cristo, lapis angularis, così come è di pietra l’altare del sacrificio, anch’esso simbolo di Cristo. 

 

Celebriamo il Papato in una fase storica di grave crisi e di apostasia, assurta sino a quel Soglio su cui Pietro sedette per primo. E mentre ci si strazia il cuore nel contemplare le rovine causate dalla devastazione dei novatori in danno di tante anime e della gloria della Maestà divina; mentre imploriamo al Cielo una luce che ci permetta di comprendere come coniugare il Non prævalebunt con lo stillicidio di eresie e scandali diffusi da colui che la Provvidenza ci ha inflitto a capo del corpo ecclesiale come punizione per i peccati compiuti dalla Gerarchia in questi decenni; mentre vediamo serpeggiare la divisione tra quanti si illudevano di avere ancora un Papa segregato nel Monastero… e lo scisma nelle Diocesi dell’Europa del Nord con il loro sciagurato cammino sinodale fortissimamente voluto da Bergoglio, ci cade sotto gli occhi la profezia di Leone XIII di felice memoria, il quale volle inserire nella preghiera dell’Esorcismo contro Satana e gli angeli apostatici quelle tremende parole che all’epoca dovevano suonare quasi scandalose, ma che oggi comprendiamo nel loro senso soprannaturale: 

 

Ecclesiam, Agni immaculati sponsam, faverrimi hostes repleverunt amaritudinibus, inebriarunt absinthio; ad omnia desiderabilia ejus impias miserunt manus. Ubi sedes beatissimi Petri et Cathedra veritatis ad lucem gentium constituta est, ibi thronum posuerunt abominationis et impietatis suæ; ut percusso Pastore, et gregem disperdere valeant. 

 

Nemici terribili hanno riempito la Chiesa, sposa dell’Agnello immacolato, di amarezze, l’hanno avvelenata con l’assenzio; hanno messo le loro empie mani su tutte le cose desiderabili.

 

Là dove la sede del beatissimo Pietro e la Cattedra della verità fu costituita per illuminare le genti, ivi hanno posto il trono della loro abominazione ed empietà, affinché abbattendo il Pastore potessero disperdere anche il gregge. Non sono parole scritte a caso: esse vennero redatte dopo che Leone XIII, alla fine della Messa, ebbe una visione in cui il Signore concedeva a Satana un periodo di tempo di circa cent’anni per mettere alla prova gli uomini di Chiesa.

 

Esse riecheggiano il messaggio della Vergine Santissima a La Salette, cinquant’anni prima: «Roma perderà la fede e diverrà sede dell’Anticristo», e precedono di poco più di un decennio quella terza parte del Segreto di Fatima in cui, con ogni verosimiglianza, la Madonna prediceva l’apostasia della Gerarchia con il Concilio Vaticano II e la riforma liturgica. 

 

Qualsiasi fedele, nel corso dei secoli, ha potuto guardare a Roma come a un faro di verità. Nessun Papa, nemmeno i più controversi della Storia come Alessandro VI, ebbero mai l’ardire di usurpare la propria sacra Autorità Apostolica per demolire la Chiesa, adulterarne il Magistero, corromperne la Morale, banalizzarne la Liturgia.

 

Nelle tempeste più sconvolgenti, la Cattedra di Pietro è rimasta inconcussa e, nonostante le persecuzioni, essa non è mai venuta meno al mandato conferitole da Cristo: Pasci i miei agnelli. Pasci le mie pecorelle (Gv 21, 15-19).

 

Oggi, e da ormai dieci anni, pascere gli agnelli e le pecorelle del gregge del Signore è considerato da colui che occupa il Soglio di Pietro come una «solenne sciocchezza», e il comando che il Signore ha dato agli Apostoli – Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato (Mt 28, 19-20) – è visto come deplorevole «proselitismo», quasi la missione divina della Santa Chiesa fosse paragonabile alla propaganda ereticale delle sette. L’ha detto il 1ᵒ ottobre 2013; il 6 Gennaio 2014; il 24 Settembre 2016; il 3 Maggio 2018; il 30 Settembre 2018; il 6 Giugno 2019; il 20 Dicembre 2019; il 25 Aprile 2020 e ancora lo scorso 11 Gennaio.

 

E qui crolla l’ultimo, vetusto fastigio di quello che fu il Vaticano II, che della missionarietà fece la propria parola d’ordine, senza comprendere che per annunciare Cristo a un mondo paganizzato occorre anzitutto credere nelle Verità soprannaturali che Egli ha insegnato agli Apostoli e che la Chiesa ha il dovere di custodire fedelmente. Annacquare la dottrina cattolica, tacerla, tradirla per compiacere la mentalità del secolo non è opera di Fede, perché questa virtù si fonda su Dio, che è Verità somma; non è opera di Speranza, perché non si può sperare la salvezza o l’aiuto di un Dio di Cui si rifiuta l’autorità rivelante e l’amore salvifico; non è opera di Carità, perché non si può amare Colui del Quale si nega l’essenza. 

 

Qual è il vulnus che ha colpito il corpo ecclesiale, rendendo possibile questa apostasia dei vertici della Gerarchia, al punto da destare scandalo non solo nei Cattolici, ma anche nelle persone del mondo? È l’abuso dell’autorità.

 

È il credere che il potere connesso all’autorità possa essere esercitato per lo scopo opposto a quello che legittima l’autorità stessa.

 

È prendere il posto di Dio, usurpandoGli la suprema potestà per decidere cosa è giusto e cosa non lo è, cosa si può ancora dire alle persone e cosa dev’esser considerato fuori moda o sorpassato, in nome del progresso e dell’evoluzione.

 

È usare il potere delle Sante Chiavi per sciogliere quel che deve essere legato e legare quel che deve essere sciolto. È non comprendere che l’autorità appartiene a Dio e a nessun altro, e che tanto i governanti delle Nazioni quanto i Prelati della Chiesa sono tutti gerarchicamente sottoposti a Cristo Re e Pontefice.

 

È insomma separare la Cattedra dall’altare, l’autorità del Vicario e del Reggente da quella di Colui che la rende sacra, ratificata dall’alto, perché ne possiede la pienezza e ne è l’origine divina.

 

Tra i titoli del Romano Pontefice ricorre, assieme a Christi Vicarius, anche quello di Servus servorum Dei. Se il primo è stato sdegnosamente rifiutato da Bergoglio, la sua scelta di mantenere il secondo suona come una provocazione, come dimostrano le sue parole e le sue opere.

 

Verrà il giorno in cui ai Presuli della Chiesa sarà chiesto di chiarire quali intrighi e quali cospirazioni abbiano potuto condurre sul Soglio chi agisce come servo dei servi di Satana, e per quale motivo essi abbiano assistito pavidamente alle sue intemperanze o si siano resi complici di questo orgoglioso tiranno eretico.

 

Tremino coloro che sanno e che tacciono per falsa prudenza: col loro silenzio essi non proteggono l’onore della Santa Chiesa, né preservano dallo scandalo i semplici. Al contrario, essi sprofondano la Sposa dell’Agnello nell’ignominia e nell’umiliazione, e allontanano i fedeli dall’Arca di salvezza proprio nel momento del diluvio.

 

Preghiamo perché il Signore si degni di concederci un santo Papa e dei santi governanti. ImploriamoLo di porre fine a questo lungo periodo di prova, grazie al quale – come ogni evento permesso da Dio – stiamo comprendendo quanto sia fondamentale instaurare omnia in Christo, ricapitolare tutto in Lui; quanto sia infernale – letteralmente – il mondo che rifiuta la Signoria di Cristo, e quanto ancor più infernale una religione che si spoglia con spregio delle sue vesti regali – vesti tinte del Sangue dell’Agnello sulla Croce – per farsi serva dei potenti, del Nuovo Ordine Mondiale, della setta globalista. Tempora bona veniant. Pax Christi veniat. Regnum Christi veniat.

 

E così sia. 

 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

 

18 Gennaio 2023

Cathedra sancti Petri Apostoli, qua primum Romae sedit

 

 

 

 

 

 

Immagine di Jorge Royan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

 

 

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Geopolitica

Un viaggio del Papa ad alto rischio

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Papa Francesco ha programmato di compiere il suo prossimo viaggio apostolico nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Sud Sudan, dal 31 gennaio al 5 febbraio 2023. Due regioni dove i cristiani sono spesso le prime vittime del jihadismo e della guerra civile.

 

 

Il viaggio africano del successore di Pietro nella RDC e nel Sud Sudan avrebbe dovuto svolgersi nel luglio 2022, ma era stato rinviato a causa dei timori per la salute del Sommo Pontefice.

 

In questi due Paesi regolarmente scossi dalla violenza, l’incolumità del Papa promette di essere una sfida importante per i servizi di protezione e gli organizzatori in loco.

 

La RDC è un Paese che conta circa il 40% di cattolici, il 35% di protestanti e pentecostali, il 9% di musulmani e il 10% di kimbanguisti (setta derivata dal cristianesimo) su cento milioni di abitanti; il Paese non vedeva un Papa mettere piede nella sua terra dalla storica visita di Giovanni Paolo II nel 1985, quando il Paese si chiamava ancora Zaire.

 

Il pontefice argentino troverà lì una situazione critica. Nell’Est del Paese la situazione della sicurezza è molto complessa: vi operano più di cento gruppi paramilitari, jihadisti o mafiosi, spesso entrambi, a volte sovvenzionati dall’estero.

 

Le violenze contro i cristiani sono all’ordine del giorno: il 15 gennaio 2023, un attentato perpetrato in un luogo di culto pentecostale, e attribuito a terroristi delle ADF – Allied Democratic Forces – ha provocato 10 vittime e quasi quaranta feriti.

 

L’ADF – insieme a un altro gruppo terroristico autoproclamato Madina a Tauheed Wau Mujahedeen (MTM) – ha promesso fedeltà al ramo africano dell’organizzazione dello Stato islamico (IS) che porta il nome di ISCAP (Islamic State Central Africa Province).

 

All’indomani dell’attacco, l’ISCAP ha rivendicato la responsabilità del massacro: «I combattenti dello Stato Islamico sono riusciti a piazzare e far esplodere una bomba all’interno di una chiesa cristiana nella città di Kasindi, ulteriore prova del fallimento delle recenti campagne militari delle forze congolesi e dei loro alleati per garantire la sicurezza dei cristiani».

 

Nel Nord-Est del Paese, nella provincia di Ituri, dall’inizio di gennaio 2023 sono morti più di 80 civili in un contesto largamente sfavorevole ai cristiani.

 

Il 3 febbraio Papa Francesco volerà a Juba, capitale del Sud Sudan. Paese a maggioranza cristiana diventato indipendente nel 2011 dopo essersi staccato dal suo fratello maggiore musulmano, il Sud Sudan è sprofondato in una guerra civile tra il 2013 e il 2018 che ha causato quasi 400.000 morti.

 

Vi si oppongono due clan, uno guidato dal presidente Salva Kiir, l’altro dal vicepresidente Riek Machar, accusato di aver fomentato un golpe. Entrambi sono cristiani, uno cattolico e l’altro protestante. Nonostante la firma di un accordo di pace nel 2018, le tensioni continuano e si accumulano ritardi nel calendario per l’accordo di pace.

 

Si tratterà del quarantesimo viaggio all’estero di papa Francesco dalla sua elezione nel 2013. Un viaggio ad alto rischio diplomatico, perché se il pontefice argentino è risolutamente impegnato nel dialogo con l’islam, non può ignorare la sorte di decine di milioni di cristiani perseguitati per la loro fede, nelle regioni che deve attraversare.

 

 

 

 

 

Immagine pubblico dominio CCO via Flickr

 

 

 

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Spirito

La Chiesa in piena guerra civile secondo un vaticanista

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Il vaticanista Marco Politi ha affermato che da diversi anni c’è «una guerra civile sotterranea» nella Chiesa. Parlando alla Radio diocesana di Colonia, Politi ha detto: «Dal momento in cui Papa Francesco ha autorizzato la Comunione de facto ai divorziati risposati dopo i due sinodi sulla famiglia, è iniziata questa guerra civile, e continua».

 

 

Il vaticanista cita in particolare il cardinale australiano George Pell, scomparso a gennaio, che «ha preparato, la scorsa primavera, un memorandum molto critico in vista del prossimo conclave», spiegando «che il pontificato di Francesco è una catastrofe, un disastro, e che lui non si cura della tradizione apostolica».

 

Questo documento anonimo era stato inviato a tutti i cardinali sotto la firma di Demos. Sandro Magister afferma di aver ricevuto questo memorandum dalle mani dello stesso cardinale Pell il 5 marzo 2022, e di averlo pubblicato il successivo 12 marzo. Il vaticanista ha atteso la morte del cardinale australiano per rivelare la sua paternità su questo testo.

 

Lo stesso cardinale Pell ha pubblicato un articolo sulla rivista inglese The Spectator, articolo reso postumo dalla morte dell’autore, in cui parla del «pensiero neomarxista e della mentalità New Age che si sono insinuati nella Chiesa», dice Politi. La sua conclusione è che «si tratta di un segno di questo conflitto».

 

Secondo Politi, oggi nella Chiesa “non c’è un’ampia base riformista”, solo “elementi”.

 

Al contrario, «c’è un’opposizione molto ferma, di almeno il 30%», ha proseguito il vaticanista. «Poi c’è un’ampia fascia intermedia del 30-40% di vescovi e teologi che hanno paura delle innovazioni e di una possibile protestantizzazione della Chiesa. E poi ci sono dal 20 al 25% di veri riformisti».

 

In futuro la «battaglia» tra i diversi partiti della Chiesa continuerà, secondo l’esperto, e questo soprattutto perché «l’opposizione conservatrice vuole esercitare influenza sul prossimo conclave». Essa vuole lanciare il messaggio: «guardate cosa sta succedendo con Francesco. Dobbiamo assolutamente avere un papa molto più prudente».

 

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

 

 

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Omelia di Mons. Viganò nella festa della Conversione di San Paolo Apostolo

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Renovatio 21 pubblica quest’omelia di monsignor Carlo Maria Viganò.

 

 

 

VAS ELECTIONIS EST MIHI ISTE

Omelia dell’Arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa della Conversione di San Paolo Apostolo

 

 

Egregie Doctor Paule, mores instrue,

Et nostra tecum pectora in cœlum trahe;

Velata dum meridiem cernat fides,

Et solis instar sola regnet caritas.

O egregio dottore Paolo, insegna le leggi

e attira i nostri spiriti con te verso il cielo,

fin quando l’oscurata Fede scorga il mezzodì

e la sola Carità regni a somiglianza del sole.

 

 

 

 

 

La Conversione di San Paolo è una conquista di Santo Stefano, e non a caso la divina Liturgia pone questa festa a pochi giorni da quella del Protomartire, che il giudeo Saulo, ligio all’Antica Legge e fedele esecutore della volontà dei Sommi Sacerdoti, vide martirizzato sotto i suoi occhi e forse egli stesso martirizzò, credendo di compiere un’azione conforme ai precetti osservati da ogni Ebreo ortodosso.

 

Commenta l’abate Guéranger: Per completare la corte del nostro grande Re, era giusto che si elevassero ai lati della mangiatoia le due potenti colonne della Chiesa, l’Apostolo dei Giudei e l’Apostolo dei Gentili: Pietro con le chiavi e Paolo con la spada. Così Saulo, da ebreo osservante e persecutore dei Cristiani, diventa Paolo, conquistatore dei pagani al Vangelo. 

 

Oggi la potenza di Cristo abbatte il Suo nemico, e la Sua misericordia lo risolleva facendo di lui un campione della Fede e il compagno del Principe degli Apostoli, assieme al quale egli verserà il proprio sangue nell’Urbe: O Roma felix, quæ duorum Principum es consecrata glorioso sanguine, cantiamo nell’inno Decora lux. Felice Roma, consacrata dal glorioso sangue dei due Principi! Un sangue che è glorioso perché da esso, versato per amore di Cristo, non deriva la morte ma la vita, non la sconfitta ma la vittoria, non l’ignominia del supplizio ma la gloria della palma del Martirio. 

 

Quando i Pastori obbedivano a Dio e non inseguivano gli inganni di questo mondo, dalla festa della Cattedra di San Pietro in Roma a quella della Conversione di San Paolo si teneva l’Ottavario di preghiera per la conversione dei non Cattolici, scismatici, eretici e pagani. La nuova chiesa, sulla falsariga del Vaticano II, ha rinnegato la propria missione e cerca di nascondere ciò che ci separa dalle sette e dagli idolatri, enfatizzando ciò che secondo loro ci unisce.

 

E quel momento di preghiera è diventato la «Settimana per l’unità dei Cristiani», anteponendo gli scopi di un insano ecumenismo alla missione soprannaturale della predicazione della vera Fede.

 

Vi invito dunque a pregare per i chierici e i Prelati persecutori dei buoni Cattolici, e per quanti come Saulo credono di osservare i precetti della legge mentre sono nell’errore.

 

Chiediamo al Signore di mostrarSi loro e di convertirli, come fu convertito l’Apostolo dei gentili.

 

Non vi stupisca questo parallelo: il velo del tempio che si strappò per il lungo nel momento della morte del Salvatore sulla Croce pose fine all’antica Alleanza, facendo della Chiesa di Cristo il nuovo Israele, e dei battezzati il nuovo popolo eletto.

 

Questa nuova ed eterna Alleanza, suggellata nel Sangue dell’Agnello di cui erano figura i sacrifici del Tempio, accolse molti figli della Sinagoga, illuminati dalle profezie messianiche e confermati dai miracoli del Signore: tra costoro vi furono tanti che, come Saulo, obbedirono alla Legge finché non furono toccati dalla Grazia che mostrò loro il compimento delle Scritture in Gesù Cristo.

 

E mentre l’accecamento della perfidia non lasciava scorgere la Luce venuta nel mondo e la respingeva; mentre il Sinedrio cospirava con Pilato nel timore di veder compromesso il proprio potere e nascondeva ai semplici le verità custodite nei rotoli di Isaia e dei santi Profeti; mentre Saulo cercava in tutte le sinagoghe di costringere i cristiani con minacce a bestemmiare (At 26, 11), ossia a rinnegare la divinità di Cristo e la Sua venuta come Messia promesso, si preparava il grande miracolo della conversione: istantanea, immediata, fulminea come tutte le cose che riguardano Dio. 

 

Il cammino di conversione è talvolta arduo e lungo, irto di difficoltà e di cadute; ma la conversione in sé avviene con la forza e la potenza di cui il Signore è capace, quando ci tocca con la luce della Verità e con il fuoco della Carità.

 

Chi sei tu, Signore?, chiede Saulo, disarcionato da cavallo; Io sono Gesù, che tu perseguiti (At 9, 5). Nella luce sfolgorante in cui risuona la voce di Cristo, uno dei più temuti inquisitori del Tempio riconosce il miracolo, ne comprende il divino Artefice, Gli si rivolge chiamandolo «Signore», obbedisce all’ordine di recarsi a Damasco. Egli rimane abbagliato e cieco per tre giorni, e per tre giorni digiuna, in mistica preparazione all’epifania di Cristo. 

 

Con un altro miracolo, Anania viene istruito di recarsi a guarire Saulo di Tarso, e quegli rimane stupito perché il giudeo ha l’autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome (At 9, 14). E il Signore gli risponde: Và, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome (ibid., 15-16). Recatosi dunque da Saulo, Anania gli impone le mani e lo guarisce, facendo cadere dai suoi occhi il velo della cecità, figura dell’oscuramento della vista dell’anima. Ricolmo di Spirito Santo, Saulo fu subito battezzato (ibid., 18) con il nome di Paolo.

 

Anche oggi un Sinedrio di seguaci del Vaticano II manda nelle sinagoghe i suoi ministri a perseguitare i Cattolici tradizionali, perché siano puniti e condotti all’osservanza dei riti riformati. Anche oggi vi sono dei Sauli zelanti e terribili che cercano i fedeli per «costringerli a bestemmiare», a rinnegare l’insegnamento di Cristo e ad obbedire ai Sommi Sacerdoti e agli scribi del popolo. Molti di loro credono di essere giusti e di rispettare la Legge. Ma la potenza di Dio, che rovescia e atterra i superbi, vuole toccare l’anima di costoro come fece con Saulo.

 

È per questi, cari fedeli, che vi invito a pregare: perché il Signore mostri la Sua potenza nel disarcionarli dalle loro granitiche certezze, per accecarli nel loro orgoglio; e usi nei loro riguardi la Sua misericordia per risollevarli, restituire loro la vista spirituale, colmarli dello Spirito Santo e farne dei Suoi apostoli.

 

Preghiamo perché i Prelati e i sacerdoti che oggi obbediscono al Sinedrio romano, che non vuole riconoscere Cristo Re mentre rende omaggio a Cesare, siano illuminati dalla Grazia del Signore. Perché essi tornino nelle sinagoghe come Paolo a proclamare Gesù Figlio di Dio (ibid., 20), a dimostrare che Gesù è il Cristo (ibid., 22), a predicare che il Sacrificio della nuova ed eterna Alleanza si rinnova sull’altare di coloro che fino ad oggi hanno perseguitato.

 

Preghiamo perché anche di quel Monsignore, di quel Vescovo, di quel Cardinale si possa dire: Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti? (ibid., 21).

 

Se sapremo rendere testimonianza della nostra Fede nel Signore e della nostra fedeltà al Santo Sacrificio della Messa, che è il cuore e l’anima palpitante della nostra santissima Religione, potremo fare con queste anime toccate dalla Grazia ciò che fecero i discepoli a Damasco: parlare loro di Cristo, farli stare con noi per crescere e camminare nel timore del Signore (ibid., 31).

 

Forse quel Prelato venuto per costringerci ad accettare i riti riformati vorrà celebrare la Santa Messa tradizionale, scoprendo quanto il proprio Sacerdozio sia confermato e nutrito dalla divina Liturgia, quanto la sua anima di Levita trovi perfetto compimento nel ripetere le parole del Salvatore che Si immola sull’altare, come una volta per tutte Si immolò sulla Croce.

 

Forse quel Vescovo giunto con intenti battaglieri si accorgerà di perseguitare Cristo, e vorrà diventare Suo apostolo e discepolo, dopo esserne stato persecutore per ordine del Sinedrio. 

 

E comprenderà – come abbiamo compreso noi, per grazia di Dio e nonostante la nostra indegnità – quanto dovrà soffrire per il mio nome

 

Questo è il nostro più sincero auspicio, questa la nostra preghiera, questa la ragione della nostra testimonianza.

 

E così sia.

 

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

 

 

25 Gennaio 2023

In Conversione Sancti Pauli Apostoli

 

 

 

 

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