Pensiero
Omaggio vero alle donne ucraine
Imparai la piramide globale della donna viaggiando per le Russie.
Un conoscente russo aveva dei problemi a casa con la moglie, e me ne parlava davanti a svariati drink nei locali nel centro di Mosca. La signora sospettava che lui avesse un’amante. Era vero. La cosa ovviamente peggiorò. Quando saltò fuori che il marito si era visto con un’ucraina, la moglie russa impazzì: rabbia, gelosia, un rancore infinito che si traduceva in scenate isteriche, lanci di oggetti, e quella parola comune a molte lingue slave, omofona di quella italiana che indica una strada non rettilinea.
Mi spiegarono che era normale: le ucraine sono ritenute dalle russe bellissime, e pericolose. Le ucraine rubano i mariti alle russe: era un dogma inscalfibile.
A Mosca, qualsiasi serata in un locale o una discoteca della città rendevano questo pensiero impossibile: la quantità di bellezze inarrivabili, di tutte le possibili provenienze – siberiana, tartara, baschira, caucasica, di Kaliningrad, di Ekaterinburg, Murmansk, Krasnojarsk, Ivanov, Yakutsk, Saratov, Vladivostok, Tol’jatti – rendeva difficile ci fossero donne più incredibili di quelle che si vedono in Russia.
La piramide era quindi: le italiane detestano le russe perché rubano loro i mariti, le russe odiano le ucraine perché rubano loro i mariti. Questo metteva le ucraine in cima alla catena alimentare mondiale. Mi chiedevo tuttavia se vi fosse un gradino superiore, un vertice finale del triangolo.
Dovetti scoprirlo in un viaggio attraverso tutta l’Ucraina in auto. Quando nel percorso dicevamo che eravamo diretti ad Odessa, ci dicevano che le donne più belle del Paese erano le donne di Odessa. Ci spiegarono che le donne ucraine vedono male le donne di Odessa perché avvenenti al punto, guarda guarda, da rubare i mariti alle ucraine di altre aree.
Quindi, ricapitolando, la piramide del ladrocinio maritale, cioè della bellezza femminile percepita, è: italiane-russe-ucraine-odessiane. Stando a questo schema, le donne più belle del pianeta devono trovarsi per forza ad Odessa.
Era vero. Bastò mezza giornata alla spiaggia di Arkadja, dove a pochi metri dalla costa erano ancora visibili i muri sommersi per impedire le invasioni via mare, per capire quanto ciò fosse la verità.
Tale convincimento fu rafforzato da una serata alla discoteca Ibiza (che nome frusto e ignorantissimo, pensa uno prima di entrare, e dimenticarsene) sempre in Arkadja a Odessa.
Fu perfino scioccante. Era così: era un Walhalla parossistico, il trionfo definitivo della biologia femminile.
Era il più immane concentrato di femmine stupende mai visto prima. Qualcosa di inconcepibile, e, al contempo, di naturale. Erano ovunque: al bar, nel terrazzo, in pista, sul palco, sotto il palco, fuori a fumare, in bagno a truccarsi. Erano davanti a te. Erano dietro di te. Era qualcosa di onnipervadente. L’intera atmosfera di quella sera era come retta da quell’intensità fuori scala di perfezione ginoide.
Fu lì che incontrai Keisuke, un minuto ragazzo giapponese che si occupava di import-export in Turchia. Mi avvicinai a lui perché avevo voglia di scambiare due parole nel mio povero giapponese, e perché mi colpiva la sua figura: unico orientale in mezzo alla bolgia, aveva il bicchiere in mano, ma non beveva. Aveva come la testa bloccata, e un sorriso, indecifrabile e felice, plastificato sul volto. Alla terza battute della nostra conversazione nel frastuono techno, sempre senza muovere un muscolo, mi disse due parole in russo: «krasivye zhenshiny»… Belle donne. Era un’espressione generica ma era l’unica cosa che, in fondo, gli andava di dire, tipo preso da una Sindrome di Stendhal, però seria. Capii subito che Keisuke era lo specchio della situazione. Notai, ad un certo punto, un dettaglio sconvolgente: dagli occhi immobili del nipponico, scendevano lacrime.
Non c’era niente da fare. Corrado, il mio insuperabile compagno di viaggio, ebbe una reazione non troppo dissimile. Anche lui, aveva una strana postura fissa, un sorriso che pareva di marmo, il bicchiere tenuto rigidamente a mezza altezza. Esperto di cocktail, riguardo ai quali scrive a volte sui giornali, aveva preso un comune Gin Lemon. Gli chiesi com’era. Diede una sorsata. Rispose: «è la cosa più schifosa che io abbia mai bevuto in vita mia. Ma non me ne frega niente». Erano parole definitive e solenni, incontrovertibili. In quel momento, per qualche motivo, gli venne in mente che l’idea di far vacanza in Ucraina era venuta a me. Mi mise la mano sulla spalla, stringendola. Disse, sempre mantenendo fisso lo sguardo altrove, «Grazie Roberto». Fu uno dei momenti in cui più ho sentito l’autentica gratitudine di qualcuno, e la cosa ancora adesso mi fa parecchio sorridere.
(Caro lettore, di tutto ciò vi erano prove fotografiche. Erano su Facebook. Tutto quindi è andato perduto, quando lo Zuckerbergo ha chiuso la pagina di Renovatio 21 e tutti gli account collegati, cancellando – puf – 5 lustri di immagini, ricordi, riflessioni, contatti…)
La morale: le ucraine sono le più belle. Punto. Le odessiane forse di più, ma non vuol dire niente: per le strade della Transcarpazia, o nei paradisi terrestri della campagna infinita dell’Ucraina centrale abbiamo visto donne di beltà disarmante, indescrivile. Pura. Irresistibile. Talvolta, perfino innocente.
Ora, una quantità di ucraine non-badanti si stan per riversare in Italia per la tragedia della guerra. I bruti già si lasciano andare a volgarità orrende. I bruti non possono aver contezza della bellezza profonda, né delle difficoltà che una donna ucraina, nata in un Paese in costante caduta libera in abissi economici, politici e ora bellici, ha dovuto esperire.
I più non sanno che la donna ucraina che arriva in Italia porta con sé il dolore della separazione dal suo uomo, o addirittura da suo figlio, se 18enne. I giornali e le TV non ve lo dicono, Renovatio 21 ve lo ha ripetuto varie volte: gli uomini per legge non possono passare il confine, pena l’arruolamento immediato. I maschi dai 18 ai 60 anni sono obbligati a rimanere nel Paese, dove saranno usati come carne da cannone, o meglio, come sacrifici umani da offrire ai social al fine di ricattare moralmente i Paesi NATO a combattere Putin al posto di Kiev – cioè, olocausti propiziatori alla Terza Guerra Mondiale.
Bellezza e dolore. Occhi intensi e cuori infranti. Le donne ucraine profughe in Italia rappresentano un’immigrazione finalmente vera, e giusta: a differenza dei milioni di africani che ora sollazzano nel nostro Paese a spese nostre, esse davvero scappano dalla guerra.
Le ucraine non si meritano le femministe italiane e le loro stronzate. Non si meritano il ricatto mRNA a cui saranno sottoposte. Non si meritano l’Italia del 2022
Per cui, ecco che oggi, 8 marzo, mi trovo a pensare: non si meritano le femministe italiane e le loro stronzate. Non si meritano il ricatto mRNA a cui saranno sottoposte. Non si meritano l’Italia del 2022.
No, non meritano di essere obbligata al siero sperimentale, come pare proprio che sarà: finite nell’imbutone del triage migratorio-assistenziale, saranno, diciamo così, fortemente consigliate a vaccinarsi… Perché, la signora può pensare, se mi rifiuto magari mi mettono in un posto peggiore per me e per i miei figli?
Qui scatta la questione dell’8 marzo. Il corpo è mio, dicono le femministe: ma vogliono che le ucraine si vaccinino. Se solo il 30% delle ucraine si è vaccinato, vuol dire che non avevano intenzione di farlo – lo stesso è stato in Russia, in Africa, in tanti Paesi sui quali i politicamente corretti non avrebbero in teoria voglia di scherzare. Eppure, non saranno lasciate stare, finiranno anche loro a fare i conti con l’apartheid biotica italiana degli anni Venti.
Lo meritano? No. Nessun profugo merita di scappare da una guerra militare per trovarsi in una guerra biologica, fatta di leggi del taglione e sacrifici che possono segnare per sempre.
Ma torniamo alle femministe.
Stamane, in un programma di news della TV statale pagata del contribuente ho visto che si era pensato di dedicare la trasmissione dell’8 marzo alle donne ucraine. Hanno chiamato a parlarne una scrittrice con ricci capelli sfiniti dal balsamo: la guardavo e mi chiedevo cosa potesse saperne delle donne ucraine. Diceva: il coraggio delle ucraine che stanno «sotto le bombe» – ma non ci risulta che siano stati bombardati massivamente centri abitati, come invece capita con le guerre, pardon, gli «interventi umanitari», «le esportazioni della democrazia», degli americani, ora invocati sottovoce a bombardare i russi – e le russe. Tuttavia, non siamo insensibili dinanzi al senso di catastrofe che infondono le visioni di distruzione e le fughe in metropolitana: fuggire da un Paese in guerra è quello che una donna, che ne rappresenta il futuro, deve fare.
Poi la scrittrice si lanciava in un’originale tirata sui «diritti delle donne», e parlava di non precisate «battaglie per ottenerle». Insomma, la neolingua orwelliana femminista per dire «aborto», credo. L’aborto, quella pratica così femminista da uccidere numeri spropositati di donne, in alcuni Paesi (India, Pakistan, Cina) pure selettivamente, senza che questo mandi in cortocircuito le attiviste dell’utero-è-mio.
Non diciamo niente di nuovo. Sappiamo bene che la donna un obbiettivo primigenio della Necrocultura: come abbiamo scritto, lo è, stando ai documenti, da due secoli e più. In realtà lo è dall’inizio dei tempi. Il Serpente antico di fatto si concentrò sulla donna. Il Serpente moderno continua sullo stesso solco.
La Cultura della Morte vuole distruggere la donna, fulcro della Civiltà umana. Vuole sterilizzarla, offenderla, degradarla, eliminarla.
Alle femministe questo può pure andare bene.
Solo però lasciate in pace le ucraine. Perché non sono femmine. Sono donne vere.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Maldini, povera Italia
Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.
Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.
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Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.
Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.
Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.
Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).
Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.
È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.
Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.
«Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.
«Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».
«Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».
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Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».
«Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».
Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».
C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.
Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.
Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».
«È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».
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Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.
L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».
«Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».
Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.
Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.
Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.
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Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.
Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.
Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.
Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.
Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.
Francesco Rondolini
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Geopolitica
Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21
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Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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