Geopolitica
Nove milioni di abitanti per Neom, la città del futuro dei sauditi
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Mohammed bin Salman ha presentato la fisionomia della metropoli che i sauditi stanno costruendo dal nulla sul Mar Rosso. Una linea di edifici a specchio lunga 170 chilometri e larga 200 metri, per eliminare auto ed emissioni. Intanto il principe torna per la prima volta in Europa dopo l’omicidio Khashoggi.
Nove milioni di abitanti su una superficie di appena 34 chilometri quadrati. Tutti in una città senza auto, strade ed emissioni, costruita come un’immensa linea di edifici alti 500 metri lunga 170 chilometri e larga appena 200 metri che si estenderà dalle montagne dell’Arabia Saudita fino alle rive del Mar Rosso. Un luogo costruito ex novo nel deserto dove tutto dovrà essere ecosostenibile e raggiungibile a piedi in 5 minuti, ma anche con la possibilità di spostarsi da un estremo all’altro in 20 minuti su un treno ad alta velocità.
Nel quadro economico incerto di oggi il principe saudita Mohammed bin Salman è tornato in queste ore a rilanciare in grande stile il progetto di Neom, l’avveniristica città in costruzione nel nord dell’Arabia Saudita su cui si gioca molto della «Vision 2030», il suo programma di ammodernamento del Paese in aperta concorrenza con le metropoli del Golfo nell’attrarre investimenti.
Non a caso – accanto al consueto corredo di immagini futuristiche e promesse di svolte sostenibili – il dato più interessante nella nuova presentazione di Mohammed bin Salman è l’annuncio che questo progetto da 500 milioni di dollari, che nella sua fase iniziale finora era stato finanziato solo dal Fondo sovrano saudita, si prepara ad andare in borsa. La quotazione sul listino è prevista nel 2024 e l’ambizione dichiarata è quella di utilizzarlo come volano per far entrare quella saudita tra le prime tre piazze finanziarie mondiali.
La prima fase della costruzione di Neom dovrebbe essere terminata nel 2026. Secondo il principe saudita dovrebbe avere tra 1,5 e i 2 milioni di abitanti nel 2030, per arrivare nel 2045 a 9 milioni («più di Abu Dhabi» ha tenuto a precisare).
Intanto – dopo la recente visita in Arabia Saudita del presidente degli Stati Uniti Joe Biden – in queste ore Mohammed bin Salman sta compiendo il suo primo viaggio in Europa dopo le accuse sul suo coinvolgimento nell’uccisione nel 2018 a Istanbul del giornalista dissidente saudita Jamal Khashoggi.
Oggi ha incontrato ad Atene il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis con cui ha firmato accordi sui temi della difesa, degli investimenti sauditi nel Paese e sulla cooperazione scientifica.
Dopo la prima tappa in Grecia e poi atteso a Parigi dove incontrerà il presidente francese Emmanuel Macron. Sul tavolo c’è sempre la richiesta dell’aumento della produzione di petrolio per compensare il blocco all’export russo legato alla guerra in Ucraina.
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Immagine da AsiaNews
Geopolitica
Cuba mobilita le milizie mentre crescono i timori di un’invasione USA
Settimane dopo che il leader cubano aveva messo in guardia sul fatto che qualsiasi azione militare statunitense contro l’isola caraibica controllata dai comunisti sarebbe sfociata in un «bagno di sangue» e avrebbe rischiato di destabilizzare l’intera regione, la stampa locale riferito che il regime aveva cominciato a distribuire armi ai cittadini comuni.
Altre fonti, tuttavia, contestano questa versione e suggeriscono che L’Avana stia invece mobilitando le sue milizie territoriali. In ogni caso, il segnale è chiaro: Cuba sta assumendo una postura più difensiva.
Secondo la testata venezuelano Diario Versión il governo dell’Avana ha iniziato a distribuire armi ai cittadini comuni, esortandoli ufficialmente a prepararsi a un’imminente invasione straniera.
Stephen Gibbs, giornalista del Times e del Sunday Times, ha sostenuto che le notizie secondo cui Cuba starebbe armando i civili non corrispondono al vero «per ovvie ragioni», aggiungendo: «Sta mobilitando le sue milizie territoriali e, a quanto pare, alcune armi sono state consegnate ai vigili del fuoco, etc.»
La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni al presidente cubano Miguel Díaz-Canel, a sua moglie Lis Cuesta Peraza, al figliastro Manuel Anido Cuesta e ad alcuni membri della famiglia Castro, nell’ambito di una campagna di pressione economica durata sei mesi lanciata dall’amministrazione Trump contro il regime comunista. Ulteriori misure hanno colpito reti di influenza cubana all’estero collegate a ONG di sinistra statunitensi.
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L’intensificarsi di questa pressione coincide con una crescente presenza navale americana nella regione, descritta come la più imponente al di fuori del Medio Oriente: il gruppo d’attacco della portaerei USS Nimitz, insieme a cacciatorpediniere, incrociatori lanciamissili, aerei da ricognizione e droni, opera nelle vicinanze dell’isola.
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha recentemente dichiarato che L’Avana è «in grossi guai», avvertendo che uno Stato fallito a Sud della Florida rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
La scorsa settimana il presidente Díaz-Canel aveva ammonito: «Se l’invasione statunitense dovesse concretizzarsi, scatenerebbe un bagno di sangue con conseguenze incalcolabili, oltre all’impatto devastante sulla pace e la stabilità regionale».
Le «incalcolabili conseguenze» citate da Díaz-Canel non sono state meglio specificate. Tuttavia, recenti segnali indicano uno spettro di minacce più ampio, che spazia da possibili attacchi con droni contro il territorio statunitense al rischio che reti di ONG radicalizzate con base negli Stati Uniti, legate all’Istituto cubano di amicizia con i popoli (ICAP), possano essere attivate per provocare disordini nelle strade americane. Questo potrebbe contribuire a spiegare la decisione di Rubio di sanzionare l’organizzazione.
La preparazione di Cuba rispetto ad una possibile invasione USA va avanti da mesi. Tre mesi fa Trump aveva dichiarato che «con Cuba posso fare quello che voglio» e che rapire il presidente cubano «non sarebbe difficile», assicurando che Cuba andrà al collasso «molto presto».
Sul Paese grava un embargo petrolifero americano che sta causando problemi e blackout. Una delegazione USA due mesi fa ha sollecitato Cuba a passare all’economia di mercato. Sull’isola aveva fatto visita anche il capo della CIA John Ratcliffe.
Come riportato da Renovatio 21, la scorsa settimana funzionari militari statunitensi e cubani hanno tenuto un raro incontro faccia a faccia presso la base navale di Guantanamo Bay, che altre notizie sostengono che potrebbe essere attacata dalale forze dell’Avana. La settimana precedente, l’ex presidente cubano Raul Castro è stato incriminato dal dipartimento di Giustizia statunitense per l’abbattimento, avvenuto nel 1996, di due aerei americani operati da esuli cubani anticomunisti al largo delle coste dell’isola.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
Israele attacca la città biblica di Tiro
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Geopolitica
Trump fissa un’altra scadenza per la «vittoria totale» in Iran
Gli Stati Uniti dichiareranno la «vittoria totale» sull’Iran entro due settimane, ha affermato il presidente Donald Trump, sostenendo che Teheran era «disposta a darci tutto».
Trump ha fatto questa osservazione lunedì, poche ore dopo che Iran e Israele avevano concordato di interrompere i combattimenti più intensi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco ad aprile. In precedenza, lo stesso giorno, l’Iran aveva dichiarato la fine degli attacchi contro Israele, ma aveva avvertito che avrebbe risposto con una forza «schiacciante» se le operazioni militari israeliane in Libano fossero continuate.
Domenica le tensioni sono aumentate vertiginosamente dopo che Israele ha colpito Beirut nonostante il cessate il fuoco, provocando la reazione di Teheran con attacchi missilistici contro il Nord di Israele e una nuova ondata di raid aerei israeliani contro l’Iran.
«Siamo stati una squadra molto agguerrita e credo che stiamo vincendo questa battaglia, ma la vittoria definitiva arriverà nelle prossime due settimane, quando dichiareremo la vittoria totale», ha affermato Trump durante un comizio telefonico a sostegno del senatore repubblicano Lindsey Graham.
«Sarà una vittoria totale, accadrà molto presto e i prezzi del petrolio crolleranno», ha aggiunto.
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Secondo Trump, i funzionari iraniani stanno cercando un «ottimo accordo» e sono pronti a dare agli Stati Uniti «tutto», compresa la promessa di non dotarsi di armi nucleari.
L’ultima previsione di Trump è tutt’altro che la prima. Da quando ha annunciato un cessate il fuoco con l’Iran ad aprile e ha dichiarato che le parti erano «a buon punto» verso un accordo, il presidente degli Stati Uniti ha ripetutamente insistito sul fatto che un accordo fosse imminente. Negli ultimi due mesi, secondo le stime della CNN, Trump ha affermato o suggerito almeno 37 volte che una svolta fosse vicina o che Teheran fosse desiderosa di raggiungere un accordo, eppure nessun accordo si è concretizzato.
Secondo alcune fonti, Trump starebbe anche valutando l’invio di forze speciali statunitensi in Iran qualora la diplomazia fallisse. Washington starebbe considerando due opzioni: un nuovo intervento militare o il mantenimento del blocco navale dei porti iraniani, con il presidente statunitense che propenderebbe per quest’ultima, ritenendola più efficace.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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