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Narcocartelli messicani usano droni armati contro pattuglia di frontiera USA
I cartelli messicani hanno autorizzato l’uso di droni armati ed esplosivi contro il personale delle forze dell’ordine e della polizia di frontiera degli Stati Uniti.
Dalle note trasmesse agli agenti della dogana e della protezione delle frontiere degli Stati Uniti emerge che i cartelli stanno preparando violenti attacchi contro di loro per aver ostacolato il flusso di migranti e droga attraverso il confine meridionale degli Stati Uniti.
Minacce contro gli agenti della pattuglia di frontiera sono state fatte in diversi post sui social media. I post chiedono l’assassinio degli agenti dell’ICE.
The New Juárez Cartel (NCDJ) carried out a drone strike on Mexican soldiers, killing 3 and injuring a general.
Mexico isn’t “on the brink” of war it’s already lost. The cartels own the battlefield, and the government is just a spectator. The only thing that stops this from… pic.twitter.com/bO2iNMZOMp
— TexanonX™ (@TexanonX) February 4, 2025
The threat from the Cartel to American Safety cannot be more evident, THIS IS A WAR!
Drone footage of cartel warfare is ‘indicative’ of danger still present at border, says Rep. Chip Roy
Roy said that the knowledge that cartels own drones with weapon capabilities ‘open[s] up a… pic.twitter.com/ffat5QRu8A
— Dennis Emmitt (@DennisREmmitt) February 5, 2025
Il deputato del Maryland Glenn Ivey, membro della Commissione per la sicurezza interna della Camera, ha parlato con l’emittente NewsNation e ha affermato che non sorprende che i cartelli si stiano affidando ai droni armati, data la loro onnipresenza nei conflitti.
All’inizio della settimana, il capo della polizia di frontiera Tom Homan ha affermato che le informazioni trapelate sulle operazioni mirate hanno costretto le autorità a prendere ulteriori precauzioni per garantire la sicurezza degli agenti.
«Abbiamo molte città obiettivo, ma non le condividerò con voi perché dobbiamo garantire la sicurezza dei nostri agenti», ha affermato Homan. «In effetti, Chicago, quell’operazione è trapelata, quindi abbiamo dovuto riprogrammarla. Ma abbiamo bisogno di un elemento sorpresa per questioni di sicurezza degli ufficiali. Non vogliamo che il cattivo sappia che stiamo arrivando», ha aggiunto l’Homan.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha affermato che gli attacchi militari contro i cartelli sono «sul tavolo».
Durante un’intervista con Fox venerdì, lo Hegseth è stato incalzato sulle strategie per combattere i cartelli messicani. In un recente incidente da quando Trump è entrato in carica, i membri del cartello hanno sparato contro gli agenti della pattuglia di frontiera.
#Mexico 🇲🇽: A new video posted “MF” Cartel members operating Explosive-laden drone in #Zacatecas.
Cartel members displays a DJI Drone which is armed with an air-dropped Improvised (locally-made) Grenade —which will likely be used against #CJNG members. pic.twitter.com/9pxnm045ct
— War Noir (@war_noir) January 23, 2025
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«Se scopriamo che continuano a sparare al controllo delle frontiere e continuano a introdurre fentanyl nel nostro paese, come segretario della difesa, ti è permesso ora di perseguitarli in Messico o dove si trovano?» ha chiesto il conduttore Brian Kilmeade. Hegseth ha risposto dicendo che non «voleva anticipare il presidente e non lo farò. Alla fine sarà una sua decisione».
«Ma vorrei essere chiaro», ha continuato. «Tutte le opzioni saranno sul tavolo se abbiamo a che fare con quelle che sono designate come organizzazioni terroristiche straniere che prendono di mira specificatamente gli americani al nostro confine».
«Stiamo finalmente proteggendo il nostro confine. Abbiamo protetto il confine di altre persone per molto tempo. L’esercito si sta orientando, spostandosi verso una comprensione della difesa della patria sul nostro confine territoriale sovrano».
Come riportato da Renovatio 21, attacchi contro la Border Patrol statunitense da parte dei cartelli si erano verificati ancora una settimana fa.
Nel suo primo giorno in carica, Trump ha ordinato al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, al Tesoro, alla Giustizia, alla Sicurezza Interna e alla comunità dell’Intelligence di prepararsi a designare i cartelli come «organizzazioni terroristiche straniere». Tali designazioni sono attese al più presto per metà febbraio.
Come riportato da Renovatio 21, secondo voci Trump starebbe pensando di schierare le forze speciali USA in una missione di distruzione dei cartelli.
Come riportato da Renovatio 21, l’uso dei droni per il trasporto della droga è estremamente comune oramai, con oltre 9.000 incursioni di droni dei narcos messicani nello spazio aereo statunitense.
I cartelli della droga costituiscono il quinto più grande datore di lavoro in America Latina.
I cartelli messicani, che vengono da un periodo di sanguinari conflitti interni, sono stati pionieri dell’uso di droni commerciali per sganciare bombe sulle bande rivali.
Come riportato da Renovatio21, un militante che indossava le insegne del famigerato cartello del Golfo del Messico (Cartel Del Golfo, o CDG) è stato filmato nello Stato del Tamaulipas mentre trasportava un Javelin, cioè un lanciamissili anticarro di fabbricazione statunitense, quasi sicuramente proveniente dagli arsenali mandati in Ucraina e poi finiti al mercato nero creatosi con il fiume di armi regalate a Kiev e ora finite in mano a criminalità e terroristi in tutto il mondo.
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Immagine screenshot da YouTube
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Storia geopolitica dell’oppio
Il 26 giugno 2026 le Nazioni Unite hanno presentato il loro rapporto annuale sulla droga: nel 2024 avrebbero fatto uso di stupefacenti circa 331 milioni di persone tra i 15 e i 64 anni. Di queste circa 63 milioni consumano oppioidi, la seconda famiglia di droghe più diffusa al mondo dopo la cannabis. Dietro queste cifre si nasconde una storia lunga più di cinquemila anni in cui un fiore ha accompagnato riti religiosi, cure mediche, imperi commerciali, guerre coloniali e operazioni dei servizi segreti.
Nella bassa Mesopotamia i Sumeri coltivavano il papavero già intorno al 3000 a.C. chiamandolo hul gil, cioè pianta della gioia. Da lì la pianta passa agli Assiri, ai Babilonesi e agli Egizi, poi ai Greci e ai Romani. Omero ne celebra le virtù nell’Odissea mentre i medici dell’antichità la usano per indurre il sonno e calmare il dolore.
Il papiro di Ebers, uno dei più antichi trattati medici egizi, ne raccomanda l’uso perfino per calmare i bambini che piangono. Per millenni però l’oppio resta legato soprattutto alla medicina e alla religione: un consumo ristretto di cui non esiste alcuna misura.
La svolta arriva nel Seicento quando in India e in Persia si comincia a mangiare e bere oppio a scopo ricreativo. In Cina il consumo esplode dopo che il fumo dell’oppio prende il posto del tabacco appena messo al bando: nascono le fumerie che più tardi si diffonderanno in mezzo mondo.
È a questo punto che il papavero diventa un affare di Stato. Nel 1729 l’imperatore Yongzheng (1678-1735) ne vieta il fumo. In quell’anno le importazioni nell’impero sono di circa 200 casse da 63,5 chili ciascuna: poco più di dodici tonnellate. Poi entra in scena la Compagnia britannica delle Indie Orientali e le casse diventano circa 1.000 nel 1767. Nemmeno i divieti ribaditi dall’imperatore Jiaqing (1760-1820) nel 1796 e nel 1800 fermano la crescita: le casse arrivano a 10.000 l’anno tra il 1820 e il 1830 fino alle 40.000 del 1838, secondo i dati dell’Enciclopedia Britannica.
Il meccanismo era semplice: la Compagnia pagava in argento il tè, la seta e le porcellane cinesi per poi riequilibrare i conti esportando a Canton l’oppio coltivato nel Bengala. Nel 1839 il commissario imperiale Lin Zexu (1785-1850) fa sequestrare ai mercanti stranieri oltre mille tonnellate di oppio che distrugge in pubblico. Lord Palmerston (1784-1865) manda la flotta a difendere gli interessi dei trafficanti: è la Prima guerra dell’oppio che William Gladstone (1809-1898) definirà «la guerra più ingiusta di cui avesse mai sentito parlare».
Con il trattato di Nanchino del 1842 la Cina cede Hong Kong ma soprattutto paga un’indennità di cui sei milioni di dollari d’argento servono a risarcire i trafficanti per l’oppio distrutto. Lin Zexu invece viene destituito ed esiliato. Pochi anni dopo i ribelli Taiping inseriranno nel loro programma il divieto di oppio, alcol e prostituzione.
La sconfitta cinese non chiude la partita. Dopo la Seconda guerra dell’oppio le importazioni toccano nel 1858 le 70.000 casse e il commercio viene legalizzato, come annotano i documenti dell’amministrazione coloniale britannica di Hong Kong: circa 4.500 tonnellate. In 130 anni il flusso verso la Cina si è moltiplicato per 350.
Intanto anche l’Europa si scopre consumatrice. Nel 1821 Thomas De Quincey (1785-1859) pubblica le Confessioni di un mangiatore d’oppio in cui racconta il consumo quotidiano di laudano, all’epoca un antidolorifico venduto legalmente in farmacia. La chimica fa il resto. Nel 1804 il farmacista tedesco Friedrich Sertürner (1783-1841) isola la morfina, dieci volte più potente dell’oppio.
Con l’invenzione della siringa la morfina entra negli ospedali da campo: durante la guerra civile americana si stima che circa 400.000 soldati ne siano diventati dipendenti.
Nel 1898 la Bayer mette in commercio l’eroina presentandola come un sostituto della morfina privo di rischi di dipendenza oltre che come rimedio per la tosse. Il successo è immediato: la produzione passa dai 45 chili del primo anno ai 970 del 1913. Più di venti volte tanto in quindici anni. Eppure già nel 1899 un medico ne denunciava la pericolosità in un articolo scientifico.
Il picco storico arriva all’inizio del Novecento. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga nel 1906-07 la produzione mondiale di oppio è stimata in circa 41.600 tonnellate, quasi cinque volte quella illecita di un secolo dopo. In Cina quasi un quarto degli uomini consuma oppio mentre circa il 5% dell’intera popolazione ne è dipendente.
Il primo importatore mondiale è la Cina con 3.300 tonnellate mentre il maggiore importatore europeo è il Regno Unito con 386 tonnellate, in gran parte riesportate. È da qui che nasce il proibizionismo moderno: la Commissione internazionale di Shanghai del 1909 apre la strada alla Convenzione dell’Aia del 1912 cioè al primo trattato internazionale sulle droghe. Il trattato limita oppio, morfina e cocaina all’uso medico: dopo il 1919 entra nei trattati di pace della Grande guerra diventando di fatto globale mentre il consumo non medico passa dalle farmacie al mercato nero.
La produzione legale crolla ma il mercato non scompare: cambia padroni. Lo storico Alfred McCoy lo ha documentato nel libro Politics of Heroin che la CIA cercò di vedere prima della pubblicazione. In Laos il traffico del nord-est era controllato dal generale Vang Pao (1929-2011), il comandante dei mercenari sostenuti dall’agenzia, mentre gli aerei e gli elicotteri della Air America affittati dalla CIA trasportavano regolarmente oppio.
Negli anni Ottanta in Afghanistan la guerra segreta contro i sovietici fa esplodere la produzione al confine con il Pakistan. Dopo l’invasione americana del 2001 la parabola si ripete: la produzione afghana di oppio passa da circa 180 tonnellate nel 2001 a oltre 8.000 nel 2007. Nel 2009 il Paese arriva a produrre il 92% dell’oppio mondiale fino al record di 9.000 tonnellate del 2017. Sotto l’occupazione occidentale la produzione si moltiplica per cinquanta.
Negli stessi anni in cui l’eroina afghana inonda i mercati gli oppioidi tornano dove erano nati nell’Ottocento: in farmacia. Protagonista è la Purdue Pharma, acquistata nel 1952 dai fratelli Arthur (1913-1987), Mortimer (1916-2010) e Raymond Sackler (1920-2017), una famiglia celebre per le donazioni a musei e università. Nel 1996 l’azienda lancia l’OxyContin, un antidolorifico a base di ossicodone presentato come poco rischioso grazie al rilascio lento: bastava però frantumare la compressa per ottenere tutta la dose in un colpo.
Le vendite passano dai 45 milioni di dollari del primo anno ai 3,1 miliardi del 2010. La crisi degli oppioidi che ne è seguita avrebbe causato circa 700.000 vittime in due decenni. L’azienda si è dichiarata colpevole di frode per il marketing del farmaco per poi chiudere con i Sackler un accordo da 7,4 miliardi di dollari. La famiglia non ha mai ammesso di aver commesso illeciti. Nel 2010 la Purdue cambia la formula per renderla difficile da frantumare. Molti consumatori ormai dipendenti passano allora all’eroina di strada più economica e poi al fentanyl prodotto nei laboratori clandestini.
Oggi la mappa del papavero è stata ridisegnata. Dopo il divieto talebano del 2022 la produzione afghana è crollata mentre il Myanmar è passato da 420 tonnellate nel 2021 a oltre 1.000 nel 2025 senza però compensare le oltre 6.000 prodotte dall’Afghanistan nel 2022, come riferiscono i rapporti ONU. Le stesse Nazioni Unite parlano di una svolta nel mercato con la diffusione di oppioidi sintetici come fentanili e nitazeni. Il conto si paga in vite: secondo le stesse Nazioni Unite nel 2023 le morti per overdose sono state 172.000, in gran parte causate da oppioidi.
Se si guarda soltanto al papavero la parabola sembra chiudersi: dalle dodici tonnellate entrate in Cina nel 1729 alle oltre 41.000 prodotte nel mondo nel 1906 fino alle poche migliaia di oggi. È un’illusione. La morfina è dieci volte più forte dell’oppio mentre il fentanyl lo è fino a cento volte più della morfina.
Il mondo coltiva una piccola frazione del papavero di un secolo fa ma consuma una potenza farmacologica che nessun fumatore cinese dell’Ottocento poteva immaginare. Sono cambiati i padroni del commercio: la Compagnia delle Indie, poi i servizi segreti della guerra fredda, infine una famiglia di industriali farmaceutici e i laboratori clandestini dei cartelli. Cartelli che oggi sono vere imprese: in Messico contano circa 175.000 affiliati che ne fanno il quinto datore di lavoro del Paese.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di George Chernilevsky via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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