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Bioetica

mRNA autoreplicante, normalizzazione della società e «influencer del dissenso» amici del giaguaro

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Renovatio 21 pubblica il comunicato del Comitato Internazionale per l’Etica della Biomedicina (CIEB).

 

Parere (n. 28) sull’mRNA autoreplicante, la normalizzazione della società e gli amici del giaguaro

 

L’assenza di qualsivoglia dibattito in merito ai rischi dei cosiddetti vaccini a mRNA autoreplicante – associata al silenzio che circonda la diffusione dell’intelligenza artificiale o la revisione del Regolamento sanitario internazionale dell’OMS – ripropone ancora una volta il processo di normalizzazione della società condotto da forze solo apparentemente in conflitto tra loro.

 

Ovviamente non stupisce che questo processo sia condotto dagli stakeholder del capitalismo ultra-finanziario e digitale, ossia dai soggetti che hanno pianificato e gestito l’emergenzialismo avviato con la truffa pandemica e proseguito prima con il cambiamento climatico, poi con la guerra in Ucraina e oggi con il riarmo dell’Europa: soggetti che – controllando a un tempo i circuiti scientifici, accademici, produttivi, culturali, comunicativi e decisionali – hanno buon gioco nel manipolare i dati (scientifici, medici, economici, strategici, ecc.), nel propagandare il terrore e nell’azzerare i diritti fondamentali in vista del soggiogamento dell’umanità che coronerà l’instaurazione del totalitarismo biopolitico globale.

 

Esempio paradigmatico in tal senso è offerto dalle notizie di stampa secondo cui l’autore di un recente omicidio commesso in provincia di Torino «Era un No Vax convinto e dopo il COVID è peggiorato». (1)

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Potrebbe stupire, invece, che alla normalizzazione della società lavorino parallelamente i soggetti che si autodefiniscono anti-sistema e che, più o meno periodicamente, si affacciano sul palcoscenico mediatico – in origine costituito dai soli social media, oggi anche dai media mainstream – per rivelare tardive verità e segreti di Pulcinella affogandoli in un mare magnum di informazioni controverse, spesso contraddittorie e comunque lontane dalla percezione del grande pubblico.

 

Gli esempi in tal senso crescono al crescere degli influencer del dissenso, ma qui basti ricordare ancora una volta che l’attuale coro di critiche all’obbligo vaccinale si è levato solo dopo il termine della pandemia, e non prima, e che ancora oggi nessuno, o quasi, invoca la giusta punizione per i responsabili dei biocrimini contro l’umanità commessi durante il Covid, compiacendosi di partecipare ai lavori di sterili commissioni d’inchiesta.

 

I soggetti in parola, inizialmente ridicolizzati alla stregua di «no-questo» e «no-quello», sono gli stessi che, dopo aver coagulato attorno a loro, con approccio manicheo, una certa massa di comparse del dissenso, cominciano a sollevare larvate obiezioni e sottili distinguo fino a risultare indistinguibili dai soggetti contro cui si schieravano fino a poco tempo prima: cosa che – questa sì non stupisce davvero – risulta perfettamente in linea con l’esperienza politica italiana, dove tutti i movimenti di rottura, nessuno escluso, hanno cambiato ideologia e casacca appena fatto il loro ingresso nei circhi mediatici, nei salotti romani e nei corridoi ministeriali.

 

Evidentemente, gli influencer del dissenso si prestano, più o meno consapevolmente, a dare il buon esempio: se l’autonomia (alimentare, sanitaria, culturale) deve essere piegata, se lo spirito critico deve essere frantumato, se la società deve essere normalizzata, può risultare assai utile ottenere dai protagonisti dell’anti-sistema una convinta adesione alla narrazione del sistema stesso.

 

A questa inversione di tendenza possono concorrere in vario grado pavidità, ignoranza o collusione e, per orientarsi in materia, può essere utile ricordare non solo i maiali di orwelliana memoria, ma anche le parole di Leo Longanesi: «Cercava la rivoluzione, trovò l’agiatezza».

 

In ogni caso è certo che, tanto gli stakeholder della finanza transnazionale, quanto gli influencer del dissenso, concorrono a secondare l’accettazione acritica di modelli socio-culturali esiziali per il primato dell’essere umano sulla scienza e sulla società, quale codificato dall’art. 2 della Convenzione di Oviedo sulla biomedicina: lo dimostra il fatto che la diffusione dei vaccini a mRNA, per quanti rischi possa suscitare, è sempre e comunque giustificata in nome degli irrinunciabili sviluppi della tecno-scienza; che i biocrimini contro l’umanità perpetrati durante la truffa pandemica sono – ancora oggi – presentati come ineludibile contraccolpo dell’instaurazione di un sistema sanitario più sicuro ed efficace; che l’eutanasia di Stato – quando sarà introdotta, perché non c’è dubbio che sarà introdotta – sarà offerta al pubblico come nuovo e più efficiente criterio di valutazione del rapporto costi-benefici sul piano sanitario e assistenziale; e che la mercificazione dell’essere umano che da tutto ciò deriva è sempre e comunque legittimata quale fatale conseguenza di una innovazione da perseguirsi «whatever it takes».

 

Un’inversione di tendenza è non solo necessaria e improcrastinabile, ma anche e ovviamente possibile: proprio ciò che i soggetti sopra ricordati tendono a negare, gli stakeholder per ragioni di pura sopravvivenza, gli influencer per le ragioni sopra ricordate. Lo dimostra il fatto che le soluzioni ci sono e sono sotto gli occhi di tutti, ma sono sottaciute o sbrigativamente liquidate nel quadro di concionerie ricamate sopra la testa di cittadini sempre più disorientati e, quindi, sottomessi alle «verità» graziosamente rivelate da istituzioni e media ormai organici – e non più solo funzionali – alle gerarchie e alle logiche del totalitarismo biopolitico globale. 

 

Le soluzioni evocate sono le più temute da quanti agitano, pretestuosamente, lo spettro della recessione economica e dell’ostracismo politico, e consistono nell’uscire dall’Unione Europea, nell’uscire dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, nell’uscire dall’Organizzazione mondiale della sanità, nell’uscire dalla NATO: nell’uscire, insomma, dai consessi internazionali che hanno dimostrato nei fatti di essere veri e propri cultori della manipolazione delle evidenze, della propaganda del terrore, dell’azzeramento dei diritti fondamentali.

 

Si tratta di soluzioni, è appena il caso di ricordare, del tutto lecite e praticabili, perché il diritto di recesso degli Stati dalle Organizzazioni internazionali è un principio generale di diritto internazionale: negarlo – qualunque sia lo spettro agitato a tal fine – costituisce semplicemente l’ennesima dimostrazione di pavidità, di ignoranza, di collusione. 

 

Se la sovranità appartiene al popolo, come afferma l’art. 1 della Costituzione italiana, è giunto il momento che la politica ricordi finalmente la fonte di legittimazione della propria autorità, invece che continuare a invertire la causa con l’effetto, e che cominci a dimostrare nei fatti quel sovranismo funzionale ai reali diritti e interessi dei cittadini su cui ha costruito la propria fortuna.

 

CIEB

6 giugno 2025

 

Il testo ufficiale del presente Parere è pubblicato su: www.ecsel.org/cieb

 

NOTE

1) Cfr. https://www.lastampa.it/torino/2025/05/31/news/femminicidio_grugliasco_piersanti_no_vax_raccolta_fondi-15171654/

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Bioetica

Spagna, Medici obiettori di coscienza nel mirino di una «lista nera»

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Il 9 marzo 2026, l’Alta Corte di Madrid ha ordinato al Governo della Comunità di Madrid di avviare «immediatamente» la procedura amministrativa per la creazione e l’approvazione di un registro dei professionisti sanitari che si dichiarano obiettori di coscienza alla pratica dell’aborto.   La decisione della Corte completa una vera e propria persecuzione nei confronti dei medici che si rifiutano di praticare aborti per motivi di coscienza.  

Contesto della decisione

Nel 2010, una legge ha autorizzato l’aborto fino alla 14a settimana di gravidanza e fino alla 22a settimana in caso di malformazioni o rischi per la salute della donna. L’aborto rimane possibile anche dopo la 22a settimana in caso di gravi e incurabili patologie fetali.   Dal 2022, la legge punisce l’ostruzione, l’intimidazione o le molestie nei confronti di donne o operatori sanitari nei pressi delle cliniche con una pena detentiva da 3 a 12 mesi o con il divieto di accesso alle strutture sanitarie per un periodo da 6 mesi a 3 anni.   Nel 2023, una nuova riforma ha imposto, tra le altre cose, la creazione in ogni comunità autonoma spagnola di un registro dei medici obiettori di coscienza, apparentemente per migliorare l’organizzazione e la continuità dei servizi. Questa riforma ha anche consentito alle minorenni di abortire senza il consenso dei genitori a partire dai 16 anni e ha eliminato il periodo di attesa obbligatorio.   Alcune comunità autonome spagnole si sono rifiutate di conformarsi alla creazione di questo registro, in particolare l’Aragona, le Isole Baleari e Madrid. La presidente della Comunità di Madrid, Isabel Diaz Ayuso (PP), ha ripetutamente definito il registro una «lista nera» che stigmatizzerebbe gli obiettori di coscienza, aprendo la porta alla discriminazione nelle future assunzioni.

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Nell’ottobre del 2025, il ministero della Salute chiese ai dissidenti di conformarsi; le prime due risposero favorevolmente. L’Ordine dei Medici di Madrid replicò, invece: «Ciò che il governo sta cercando di fare è limitare il diritto all’obiezione di coscienza, e questo viene fatto con queste liste nere di obiettori di coscienza», secondo il suo presidente, il dottor Manuel Martinez-Selles.   Nel novembre del 2025, Isabel Diaz Ayuso persistette nel suo rifiuto: «che senso ha volere una lista nera di medici? Se non si intende usarla, perché è così importante?». Chiese «di difendere la libertà ideologica, religiosa e di culto, garantita dalla nostra Costituzione». «La cosa più importante è che lo Stato non interferisca con il nostro modo di pensare», aggiunse.  

Il ministero della Salute portò il caso in tribunale.

Il 15 gennaio, il Ministero della Salute ha presentato ricorso all’Alta Corte di Giustizia di Madrid, la quale, lunedì 9 marzo, ha accolto le misure provvisorie richieste dal Ministero della Salute e ha ordinato alla Comunità di avviare «immediatamente» l’iter amministrativo per la creazione e l’approvazione del registro, come previsto dalla legislazione nazionale in materia di aborto.   La Corte ha tuttavia precisato che la misura provvisoria non implica l’immediata creazione del registro, bensì l’obbligo di avviare le procedure necessarie per la sua attuazione, in conformità con la normativa vigente.   Va notato che in alcune regioni, come La Rioja e Castiglia e León, quasi tutti i medici si rifiutano di praticare aborti per motivi di coscienza. Nel 2023, cinque delle nove province di Castiglia e León non avevano registrato alcun aborto da oltre un decennio.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Luis García via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Spain
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Bioetica

Una madre e i medici sudcoreani condannati dopo che un neonato nato vivo è stato messo nel congelatore per morire

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Una donna sudcoreana sulla ventina, identificata con il cognome Kwon, è stata condannata insieme a due medici per l’omicidio del suo neonato. Lo riporta LifeSite.

 

Come prevedibile, la stampa mainstream sta presentando la vicenda, che era emersa lo scorso anno, come prova della necessità dell’aborto tardivo legale.

 

«La donna voleva interrompere la gravidanza a 36 settimane, ma i pubblici ministeri hanno affermato che il bambino è nato vivo e poi è stato ucciso», ha riferito la BBC. Naturalmente, «interrompere la gravidanza» avrebbe comportato anche l’uccisione dello stesso bambino, dopo che avrebbe potuto sopravvivere fuori dall’utero.

 

Il bambino era nato vivo tramite parto cesareo e i medici lo hanno messo in un congelatore. Il bambino è così morto assiderato. La Kwon, che insistette di non sapere «che la procedura sarebbe stata eseguita in quel modo» (come disse la BBC), è stata condannata a tre anni di carcere con sospensione condizionale; il chirurgo che aveva operato e il direttore dell’ospedale sono stati condannati a quattro e sei anni di carcere.

 

Il caso ha attirato enorme attenzione pubblica in Corea del Sud. Kwon aveva caricato un vlog su YouTube nel 2024 in cui descriveva la sua esperienza di quello che lei chiamava aborto a 36 settimane; il video aveva suscitato indignazione pubblica, accuse di infanticidio e richieste di un’indagine ufficiale. Il ministero della Salute e del Welfare richiese un’indagine di polizia, che ha scoperto che il bambino era nato vivo e successivamente ucciso.

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Quando si è scoperto che il bambino era nato vivo, la polizia ha cambiato l’indagine da «aborto non regolamentato» a omicidio – il che, come il caso evidenzia in modo agghiacciante, è una distinzione senza alcuna differenza. Tuttavia, la stampa mainstream sottolinea che queste condanne segnano «la prima volta che vengono mosse accuse di omicidio contro donne che chiedevano un’interruzione di gravidanza in fase avanzata e contro i medici coinvolti nella procedura».

 

L’indagine della polizia ha rivelato che l’ospedale aveva falsificato i propri registri, registrando la morte del bambino, morto nel congelatore, come un feto morto. L’ospedale gestiva un’attività di aborto e, secondo i pubblici ministeri, «avrebbe ricevuto un totale di 1,4 miliardi di won (816.260 dollari) per praticare aborti su oltre 500 pazienti», la maggior parte delle quali, come Kwon, era stata presentata all’ospedale da intermediari.

 

Al processo, sia il direttore dell’ospedale che il chirurgo curante hanno confessato di aver ucciso il bambino della Kwon, ed entrambi sono stati immediatamente arrestati. La Kwon ha affermato di non aver saputo di essere incinta fino al settimo mese e di aver cercato di abortire perché aveva bevuto alcolici, fumato e non aveva un reddito stabile.

 

Ma il giudice ha stabilito che la Kwon era stata informata dal personale medico che il suo bambino era sano e aveva sentito il battito cardiaco tramite un’ecografia; è stato anche confermato che la Kwon era consapevole che il suo bambino sarebbe nato vivo tramite taglio cesareo. Il giudice, tuttavia, le ha inflitto una pena più mite a causa della mancanza di supporto per Kwon nella «fase avanzata della gravidanza» e della confusione che circonda il regime abortivo della Corea del Sud.

 

La Corte Costituzionale della Corea del Sud ha annullato il divieto di aborto nel Paese nel 2019 e ha raccomandato ai legislatori di approvare emendamenti che consentano l’aborto fino a 22 settimane (la prima settimana di vita di un bambino fuori dall’utero è di 21 settimane). Il Parlamento ha avuto tempo fino alla fine del 2020 per modificare le leggi sull’aborto. Il governo dio Seul ha proposto un disegno di legge che legalizza l’aborto su richiesta fino a 14 settimane, con il feticidio consentito fino a 24 settimane in caso di stupro o specifiche condizioni di salute.

 

«Tuttavia, quel disegno di legge è rimasto bloccato in Parlamento, a causa dell’opposizione dei legislatori conservatori per motivi religiosi», ha riferito la BBC. «Quando la rimozione del divieto è entrata in vigore nel 2021, il Paese non aveva alcuna legislazione in vigore per regolamentare l’aborto». Pertanto, l’aborto è ora praticato in un vuoto giuridico.

 

L’aborto è depenalizzato e non regolamentato: il Paese estremo orientale, dove spopolano sette protestanti di ogni genere, è ora un Far West del feticidio.

 

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Bioetica

Il Lussemburgo vuole sancire l’aborto nella sua Costituzione

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Seguendo l’esempio della Francia, il Granducato del Lussemburgo si prepara a sancire il «diritto» all’aborto nella sua legge fondamentale. Spinto da una coalizione guidata dal Partito Cristiano Sociale, il Paese sta sprofondando in una deriva ideologica che volta le spalle alla tutela della vita e all’eredità cristiana del Vecchio Continente.   «C’è qualcosa di marcio nello stato di Danimarca», fece dire Shakespeare a Marcello. Ma sembra che l’elenco sia ben lungi dall’essere limitato al paese di Amleto: sotto l’impulso del déi Lénk (partito di sinistra) e sostenuto da un’ampia maggioranza parlamentare, il Granducato di Lussemburgo ha compiuto, il 3 marzo 2026, un primo passo decisivo verso l’inserimento della libertà di aborto nella sua Costituzione.   Questa votazione, che ha avuto luogo alla Camera dei Deputati, segna un nuovo passo avanti nella secolarizzazione radicale che sta dilagando in Europa, dopo la Francia del 2024.

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Un tradimento delle radici cattoliche

Per chi sostiene una cultura della vita, lo shock rimane profondo. Il CSV, storico partito cristiano-sociale, ha votato a stragrande maggioranza (circa 16 membri su 21), nonostante la sua eredità cattolica. Accettando questa iscrizione per consolidare la sua coalizione con il Partito Democratico (DP) e altri, sembra allontanarsi dai suoi valori fondanti.   Come può un partito che si dichiara cristiano contribuire a stabilire come principio costituzionale ciò che per molti resta un crimine, una tragedia umana e un attentato alla vita innocente?   Consacrando questa libertà nella legge fondamentale, lo Stato non si limita più a depenalizzare l’aborto a determinate condizioni (come dal 1978, con recenti allentamenti): lo protegge in modo permanente da qualsiasi arretramento politico, presentandolo come una conquista irreversibile.

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Una grande rottura antropologica

Guidata in particolare dalla ministra per le Pari Opportunità, Yuriko Backes (DP), questa riforma mira a posizionare il Lussemburgo come un «pioniere» dei diritti sociali. Tuttavia, inverte la gerarchia: l’autonomia individuale prevale sul diritto naturale alla vita, spezzando il legame intergenerazionale che obbliga i più forti a proteggere i più deboli.   Segno di un generale calo di interesse, il dibattito è stato relativamente calmo, nonostante alcuni accesi scambi di opinioni. Le obiezioni morali rimangono discrete o timide. Eppure, la costituzionalizzazione dell’aborto cambia radicalmente la situazione.   Per non parlare della negazione della legge naturale che questa pratica implica, essa minimizza anche il trauma psicologico per molte donne e la mancanza critica di alternative reali – massicce politiche pro-maternità – che potrebbero offrire una vera alternativa all’aborto.   Una cosa è certa: mentre l’Europa si trova ad affrontare un inverno demografico senza precedenti , la scelta del Lussemburgo suona come un’ammissione di resa. Di fronte a questo diktat ideologico, cattolici e attivisti pro-life hanno il dovere di testimoniare che ogni vita umana è un dono del Creatore, dal concepimento alla morte naturale, un dono che nessuna maggioranza parlamentare può legittimamente abolire.

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