Storia
Morto Phil Zimbardo, lo psicologo dietro l’agghiacciante «esperimento di Stanford» (che così bene spiegava il biennio COVID)
Philip Zimbardo, il celebre psicologo il cui controverso esperimento carcerario di Stanford ha esplorato il modo in cui le situazioni sociali influenzano il comportamento individuale, è morto all’età di 91 anni. Lo riporta il giornale statunitense Epoch Times.
La Stanford University, dove Zimbardo era professore emerito di psicologia, ha annunciato la sua morte il 18 ottobre. Un necrologio sul suo sito web personale ha dichiarato che è morto serenamente nella sua casa di San Francisco il 14 ottobre, circondato dalla moglie e dai figli.
Nel corso di una carriera durata più di cinque decenni, lo Zimbardo ha condotto ricerche su un’ampia gamma di argomenti, tra cui il motivo per cui le persone sono timide, il motivo per cui scelgono di restare a guardare di fronte a un torto e il modo in cui i leader di una setta esercitano il controllo mentale sui seguaci.
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Tuttavia, il suo esperimento carcerario di Stanford del 1971 fu quello che gli attirò maggiore attenzione e che gli causò un esame più attento e duraturo.
Per 15 dollari al giorno, 19 studenti universitari maschi sono stati reclutati per interpretare ruoli di guardie o prigionieri in una prigione finta allestita nel seminterrato dell’edificio del dipartimento di psicologia di Stanford. Zimbardo, che fungeva da «sovrintendente della prigione», e il suo team osservavano le interazioni, con istruzioni minime fornite ai partecipanti.
Inizialmente, ci si aspettava che i partecipanti interagissero pacificamente. Tuttavia, con grande sorpresa di Zimbardo e del suo team, le «guardie» iniziarono rapidamente ad agire in modo tirannico e ad abusare del loro potere. «Le nostre guardie divennero sadiche e i nostri prigionieri divennero depressi e mostrarono segni di stress estremo», ha ricordato Zimbardo.
A entrambe le parti erano state fornite uniformi e ai prigionieri è stato assegnato un numero. Tra le varie regole assegnate, alle guardie era stato ordinato di rivolgersi ai prigionieri solo in base al loro numero, non al loro nome.
Nel corso di poco tempo, le guardie divennero sempre più sadiche, infliggendo punizioni ai prigionieri disobbedienti e premiando i «buoni prigionieri», una tattica pensata per cercare di dividerli.
Tra i prigionieri molti semplicemente subivano gli abusi, e sono iniziate le lotte interne tra «combinaguai» e «bravi prigionieri».
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L’esperimento, che avrebbe dovuto durare due settimane intere, fu interrotto dopo sei giorni e, nei decenni successivi, ha suscitato forti critiche.
I critici hanno messo in dubbio molti aspetti delle storie di Zimbardo, notando che solo un terzo delle «guardie» mostrava un comportamento sadico e che alcuni «prigionieri» potrebbero aver simulato i loro crolli mentali per ottenere un rilascio anticipato perché Zimbardo non era riuscito a chiarire che erano liberi di andarsene in qualsiasi momento.
Il doppio ruolo di Zimbardo come «sovrintendente della prigione» e ricercatore capo, schierato con le guardie, ha anche alimentato ulteriori preoccupazioni etiche.
Lo Zimbardo ha difeso il suo lavoro, che è stato spesso citato dagli studiosi che cercano di comprendere la psicologia dietro atrocità come i campi di concentramento, il genocidio ruandese e gli abusi sui prigionieri nella prigione irachena di Abu Ghraib da parte dei soldati americani.
Nel 2018, il professore aveva sottolineato che l’esperimento dovrebbe essere visto come un «racconto ammonitore» su «cosa potrebbe accadere a chiunque di noi se sottovalutiamo la misura in cui il potere dei ruoli sociali e delle pressioni esterne può influenzare le nostre azioni».
Pur riconoscendo che le persone comuni hanno il potenziale per commettere del male che altrimenti sarebbe impensabile, lo Zimbardo ha comunque proposto l’opposto: che tutti hanno la capacità di fare del bene impensabile, definendo questo tratto la «banalità dell’eroismo», un concetto che suggerisce che siamo tutti potenziali eroi, semplicemente in attesa del momento nella vita in cui siamo chiamati a compiere un atto eroico.
«La decisione di agire eroicamente è una scelta che molti di noi saranno chiamati a fare a un certo punto nel tempo», aveva scritto lo Zimbardo nel 2006. «Concependo l’eroismo come un attributo universale della natura umana, non come una caratteristica rara dei pochi “eroici eletti”, l’eroismo diventa qualcosa che sembra rientrare nella gamma di possibilità per ogni persona, forse ispirando più di noi a rispondere a quella chiamata».
Nel 2010, Zimbardo ha fondato l’Heroic Imagination Project, un’organizzazione senza scopo di lucro che si propone di preparare le persone comuni a un momento in cui possono aiutare gli altri in momenti di bisogno.
«Se perdiamo la capacità di immaginarci come eroi e di comprendere il significato del vero eroismo, la nostra società ne sarà più povera», ha scritto. «Ma se riusciamo a riconnetterci con questi antichi ideali e a renderli di nuovo freschi, possiamo creare una connessione con l’eroe in noi stessi».
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Nato il 23 marzo 1933 a New York City, Zimbardo era cresciuto in povertà nel quartiere del Bronx. Al liceo, ha sviluppato un’amicizia che è durata tutta la vita con il compagno di classe Stanley Milgram, che è poi diventato psicologo e ha condotto i famosi esperimenti di obbedienza di Milgram, un’ispirazione diretta dell’esperimento del 1971.
Lo Zimbardo entrò a far parte della facoltà di Stanford nel 1968 dopo aver insegnato alla New York University e alla Columbia University. Andò in pensione nel 2003.
Il professore lascia la moglie da 52 anni, Christina Maslach Zimbardo, una sua ex laureata che lo convinse a chiudere l’esperimento di Stanford in anticipo dopo averne visto in prima persona gli effetti inquietanti. Lascia anche il figlio Adam, avuto dal suo primo matrimonio con la defunta Rose Zimbardo, e le figlie Zara e Tanya.
Come già scritto da Renovatio 21, lo studio dello Zimbardo ha profonde implicazioni per la lettura dell’ora presente.
L’esperimento di Stanford aveva rivelato modelli di comportamento interessanti nei suoi soggetti: le guardie carcerarie erano diventate autoritarie sino al sadismo. I prigionieri erano divenuti timorosi ed obbedienti. Tutto questo nonostante nessuna legge reale venisse violata, non vi fosse nessuna vera autorità legale e, soprattutto, nessun reale obbligo di rimanere a far parte dell’esperimento.
In pratica, Zimbardo apprese che quando fornisci il potere alle persone e disumanizzi coloro che sono sotto di loro, otterrai un’autorità sadica. Se metti le persone in prigione, si comporteranno come se fossero in prigione.
In breve, le persone agiscono nel modo in cui vengono trattate.
Il biennio COVID ci ha dato l’occasione di vederlo con i nostri occhi: se inizi a trattare le persone in un certo modo, la maggioranza lo asseconderà e incolperà la minoranza che si rifiuta di collaborare. Nel frattempo, alle forze di polizia di tutto il mondo erano stati improvvisamente concessi nuovi poteri, che hanno prontamente abusato perché i trasgressori (per mascherina, vaccino, greenpass) erano stati disumanizzati dalla campagna martellante della politica e dei media.
Non è difficile pensare che quelle reazioni sono state progettate seguendo le conclusioni dell’esperimento stanfordiano zimbardiano.
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Immagine di Philip Zimbardo via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata ed ingrandita
Storia
La dinastia Pahlavi e l’effetto domino americano
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Storia
Gli USA e le origini della catastrofe venezuelana
Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, le squadre vennero rimescolate quel giusto per rimettere in bolla la partita e dare quel tocco di spettacolo nel quale gli americani sono da sempre maestri imbattibili. Con la suddivisione dei migliori prospetti scientifici nazisti tra primo e secondo mondo, il declino europeo come potenza economica, lo sguardo si diresse allora anche verso il resto del pianeta da parte di entrambi i contendenti.
Venne chiamata storiograficamente Guerra Fredda, perché giocata sulla presa economica delle risorse e, indirettamente, delle nazioni del mondo terzo. Nei fatti concreti la non aggressione militare tra universo Democratico e Comunista, concesse spazio di manovra illimitato ai due poli, rendendo la loro una associazione con lo scopo di spartirsi il mondo. Il potere di acquisto americano, debitamente utilizzato per rimpinzare Wall Street e tutta la sua casta di professionisti, fruttò agli americani una leva immensa sulla ricchezza di partenza, di per sé già smisurata.
Nel 1947, precisamente il 12 marzo, Harry Truman (1884-1972), in carica come presidente degli Stati Uniti d’America già da quasi due anni in seguito alla scomparsa di Franklin Delano Roosevelt (1882-1945), presentò un discorso al Congresso che rimarrà nella storia come la Dottrina Truman. In questo discorso, si possono trovare le basi di quella che verrà in seguito codificata come Guerra Fredda e i pilastri su cui si sarebbe poggiata la politica estera americana degli anni che seguiranno. Il discorso venne pronunciato con lo scopo di ottenere fondi per poter operare nel mondo intero assumendo di fatto un ruolo di nume tutelare della razza umana col dito sul grilletto escatologico in potenza massima.
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Lo sforzo di volontà che produsse questo salto quantico nell’evoluzione del destino manifesto del nuovo mondo segnò un epoca e definì le nuove regole del gioco per diversi decenni a venire. Fondendosi e strutturandosi assieme alle precedenti versioni dalla dottrina Monroe al corollario Roosevelt, minaccia e al tempo stesso dichiarazione programmatica, assieme al nubifragio dorato di denaro in arrivo a Washington portò i coloni a stelle strisce a partire per una nuova opera di bonifica del Selvaggio Ovest.
Truman aveva appena ricevuto notizia dal governo britannico che non avrebbero più avuto modo di aiutare economicamente Grecia e Turchia, in un momento in cui si percepiva la pressione politica interna da parte del mondo comunista. Un modo elegante per cedere il testimone ai vincitori materiali della guerra. Il presidente portò la questione al congresso per ottenere immediatamente il via libera legale dall’America ad operare per la difesa dell’ideologia di casa. Esemplare divenne la terminologia usata da Truman per descrivere la differenza tra i contendenti in gioco in termini di primo e secondo mondo. Tutto il resto venne messo dentro al terzo insieme, territori dell’Ovest liberi di essere portati ad industria al primo coraggioso che li avrebbe soggiogati.
La corsa alla conquista di questi territori «incontaminati» divenne storiograficamente nota come Guerra Fredda e la nascita di questo periodo storico, formalmente concluso con la fine del Secondo Mondo, viene fatta derivare esattamente a questo discorso. Non a caso, dopo due anni di pausa dalla chiusura dell’OSS, il 18 settembre dello stesso anno del discorso di Truman al Congresso venne data alla luce la nuova agenzia dei servizi segreti americani, la Central Intelligence Agency. Le flotte erano pronte, le banche erano cariche di dollari, la rotta tracciata.
Truman nel discorso porta quattro punti considerati da lui cardine per lo sviluppo della sua Dottrina per i futuri anni a venire. Il quarto punto, quello su cui si soffermò maggiormente, suona così:
«In quarto luogo, dobbiamo intraprendere un nuovo e audace programma per mettere a disposizione i benefici dei nostri progressi scientifici e industriali per il miglioramento e la crescita delle aree sottosviluppate».
«Più della metà della popolazione mondiale vive in condizioni prossime alla miseria. Il loro cibo è inadeguato. Sono vittime di malattie. La loro vita economica è primitiva e stagnante. La loro povertà è un handicap e una minaccia sia per loro che per le aree più prospere».
«Per la prima volta nella storia, l’umanità possiede le conoscenze e le competenze per alleviare le sofferenze di queste persone».
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«Gli Stati Uniti sono preminenti tra le nazioni nello sviluppo di tecniche industriali e scientifiche. Le risorse materiali che possiamo permetterci di utilizzare per assistere altri popoli sono limitate. Ma le nostre imponderabili risorse di conoscenza tecnica sono in costante crescita e inesauribili».
«Credo che dovremmo mettere a disposizione dei popoli amanti della pace i benefici del nostro bagaglio di conoscenze tecniche per aiutarli a realizzare le loro aspirazioni a una vita migliore. E, in collaborazione con altre nazioni, dovremmo promuovere investimenti di capitale nelle aree che necessitano di sviluppo».
«Invitiamo altri paesi a mettere in comune le loro risorse tecnologiche in questa impresa. Il loro contributo sarà accolto calorosamente. Questa dovrebbe essere un’impresa cooperativa in cui tutte le nazioni lavorano insieme attraverso le Nazioni Unite e le sue agenzie specializzate, ove possibile. Deve essere uno sforzo mondiale per il raggiungimento della pace, dell’abbondanza e della libertà».
«Con la cooperazione di imprese, capitali privati, agricoltura e manodopera in questo paese, questo programma può aumentare notevolmente l’attività industriale in altre nazioni e può elevare sostanzialmente i loro standard di vita».
«Questi nuovi sviluppi economici devono essere concepiti e gestiti a beneficio dei popoli delle aree in cui sono insediati. Le garanzie per gli investitori devono essere bilanciate da garanzie nell’interesse delle persone le cui risorse e il cui lavoro sono destinati a questi sviluppi».
«Il vecchio imperialismo – lo sfruttamento per il profitto estero – non ha posto nei nostri piani. Ciò che immaginiamo è un programma di sviluppo basato sui concetti di equità democratica».
Truman aveva assolutamente ragione, il vecchio imperialismo era ormai sorpassato da una nuova formula più moderna che si sarebbe potuta vedere applicata di lì in avanti.
Ma negli stessi anni comincia a farsi strada un’idea diversa. Nel 1950 viene istituita la CEPAL (Comision Económica para America Latina), organismo dell’ONU con sede a Santiago del Cile, presieduta fino al 1963 da Raúl Prebisch (1901-1986), economista argentino ideatore del concetto di scambio ineguale assieme a Hans Singer (1910-206). Secondo la loro teoria, i Paesi che esportano prodotti industriali si avvantaggiano nel tempo rispetto ai paesi che esportano materie prime, dunque si verifica uno scambio ineguale tra centri e periferie.
Questa formula economica vedrà applicarsi negli interventi di aiuto finanziario dal centro verso tutti quei paesi in periferia produttori di materie prime e che si convertiranno in concessioni verso imprese straniere in cambio di prestiti che finiranno solitamente nei gorghi della corruzione locale. Seguite poi dalle tremende misure del Fondo Monetario Internazionale nel momento in cui dovranno affrontare le crisi del debito, tagli alla spesa pubblica, vastissimo programma di privatizzazioni, nuovi prestiti per pagare gli interessi di quelli già contratti e naturalmente apertura dei mercati.
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A pochi giorni dalla sottrazione di Maduro e sua moglie dalla loro dimora venezuelana, è bene ricordare da quale sostrato politico e culturale nasca un’operazione che sfida ogni legge fisica, morale e legale. Un tempo conosciuto come il Paese latinoamericano con la più alta qualità divita grazie alle, da sempre, ingenti risorse di petrolio oggi il Venezuela è la nazione più povera dell’America del Sud con un reddito pro capite di 3800 dollari.
Le radici superficiali di questo disastro si possono ritrovare inizialmente nelle cause che portarono al Viernes Negro del 18 febbraio 1983 quando il Bolivar sprofondò in seguito a diverse a cause tra cui il blocco degli scambi con il dollaro, l’uscita dal gold standard, il crollo del prezzo del petrolio, la nazionalizzazione del petrolio. L’esportazione di petrolio passò da 19 miliardi di dollari nel 1981 a 13 l’anno successivo, un crollo di un terzo del totale, in questa condizione si verificò una fuga di capitale per otto miliardi di dollari e l’inizio della crisi del debito latino americano.
L’enorme quantità di debito estero verso cui la maggioranza dei Paesi ispanofoni e lusofoni d’America si erano indirizzati non divenne più sostenibile. Gli anni Ottanta per l’America del sud rimarranno conosciuti come la decada perdida.
Per trovare un’uscita da questa situazione, il neo eletto presidente del Venzuela Carlo Andres Perez (1922-2010), lanciò una serie di riforme strutturali con l’aiuto dei tecnici del FMI, Fondo Monetario Internazionale. Queste operazioni macroeconomiche risultarono essere altamente impopolari, tanto che portarono a una enorme ondata di proteste durata più di un anno che passò alla storia con il nome di Caracazo.
Il pacchetto includeva decisioni sulla politica del tasso di cambio, sul debito estero, sul commercio estero, sul sistema finanziario, sulla politica fiscale, sui servizi pubblici e sulla politica sociale. In soli tre anni l’FMI aveva organizzato un programma di debito con entità americane private per arrivare alla cifra di 4500 milioni di dollari.
Con la guerra del Golfo e l’aumento del costo del petrolio si verificò un momentaneo sollievo per l’economia venezuelana ma la tendenza dei prezzi dell’oro nero durante gli anni ‘90 rimase comunque negativa portando l’economia Venezuelana a non riprendersi più. L’elezione di Hugo Chavez (1954-2013) portò la nazione, una volta nello scacchiere americano, a fare il passaggio dall’altro lato dello specchio polarizzandosi definitivamente con la sua politica anti-statunitense.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Storia
Da quanto tempo l’industria controlla la regolamentazione dei vaccini?
Tra le tante incredibili rivelazioni degli ultimi cinque anni c’è l’entità del potere delle aziende farmaceutiche. Attraverso la pubblicità, sono state in grado di plasmare i contenuti dei media. Questo a sua volta ha influenzato le aziende di contenuti digitali, che dal 2020 in poi hanno risposto rimuovendo i post che mettevano in dubbio la sicurezza e l’efficacia dei vaccini contro il COVID.
Hanno conquistato università e riviste mediche con donazioni e altre forme di controllo finanziario. Infine, sono molto più decisivi nel guidare l’agenda dei governi di quanto avessimo mai immaginato. Per esempio, nel 2023 abbiamo scoperto che l’NIH[l’istituto di sanità pubblica americano, ndt] ha condiviso migliaia di brevetti con l’industria farmaceutica, per un valore di mercato che si avvicina a 1-2 miliardi di dollari. Tutto ciò è stato reso possibile dal Bayh-Dole Act del 1980, promosso come una forma di privatizzazione ma che ha finito solo per consolidare le peggiori corruzioni corporative. Il controllo sui governi è stato consolidato con il National Childhood Vaccine Injury Act del 1986, che ha garantito uno scudo di responsabilità ai produttori di prodotti inclusi nella lista dei prodotti per l’infanzia. Ai danneggiati non è semplicemente consentito di ricorrere in tribunale. Nessun altro settore gode di un indennizzo così ampio ai sensi della legge. Oggi, l’industria farmaceutica compete probabilmente con l’industria delle munizioni militari per il suo potere. Nessun’altra industria nella storia dell’umanità è riuscita a bloccare le economie di 194 Paesi per costringere la maggior parte della popolazione mondiale ad attendere la vaccinazione. Un tale potere fa sembrare la Compagnia delle Indie Orientali, contro cui si ribellarono i fondatori americani, un supermercato all’angolo, al confronto.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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