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Mons. Viganò: «UE progetto sinarchico e satanico»

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Renovatio 21 ripubblica l’intervista rilasciata dall’arcivescovo Carlo Maria Viganò a Radio Roma TV. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

La situazione nella Chiesa Cattolica è più che preoccupante: è una Chiesa piegata alla «moda», che si modella, si plasma, contraddicendo non solo il Vangelo, ma perfino i Comandamenti. Come è potuto accadere? Da dove ha origine tutto questo? Aveva ragione Paolo VI quando, nel 1972, disse che: «Da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio»? Si riferiva al Concilio Vaticano II?

La Chiesa Cattolica, come sappiamo, è indefettibile, perché divinamente assistita dallo Spirito Santo. Ciò non significa però che essa non possa essere travagliata da grandi crisi, ferita nella sua unità da scismi, colpita nella sua dottrina da eresie, sfigurata dalla corruzione morale dei suoi Ministri. La promessa di Nostro Signore – portæ inferi non prævalebunt – deve essere intesa quindi non come una preservazione della Chiesa da queste crisi, ma nel senso che le porte degli inferi non riusciranno nel loro intento, che è appunto quello di distruggerla. Ci andranno però molto vicino.

 

L’apostasia di cui parla l’Apocalisse, insieme ai messaggi della Madonna e alle rivelazioni dei Santi e dei mistici, ci mettono in guardia su questa guerra senza quartiere tra Dio e Satana, una guerra fatta di molte battaglie dagli esiti alterni, ma in cui alla fine il trionfo di Dio è certissimo e definitivo. Quel trionfo è stato sancito sulla Croce dalla Passione e Morte dell’Uomo-Dio, con il fatto storico della Resurrezione.

 

Siccome la Chiesa è Corpo Mistico di Cristo, la passio Ecclesiæ è legata intrinsecamente alla Passio Christi, sicché anch’essa dovrà affrontare il proprio Calvario, essere misticamente crocifissa ed essere creduta vinta dai suoi nemici. I quali sono riusciti a penetrare nella Cittadella, usurpando come ai tempi di Cristo l’autorità legittima per distruggerla dall’interno con nuovi Giuda.

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Paolo VI è noto per le sue inquietanti contraddizioni tra certe sue parole e il suo comportamento, come quando denunciò quel fumo di Satana che egli stesso aveva scientemente fatto entrare nel tempio, avvallando le cosiddette riforme del Vaticano II e dando mano libera a coloro che sino a Pio XII erano giustamente considerati eretici o pervertiti ma che già sotto il suo Pontificato erano all’opera (basti pensare ad Annibale Bugnini o al gesuita cardinale Agostino Bea).

 

L’indulgenza di Roncalli e Montini verso questi personaggi faceva parte di un piano di occupazione della gerarchia: un’azione eversiva in piena regola, dinanzi alla quale Paolo VI non solo rimase inerte, ma che egli stesso favorì, estromettendo parallelamente tanti buoni prelati che egli considerava (giustamente) come nemici del Modernismo di cui egli era convinto fautore.

 

Come ha fatto la Chiesa Cattolica – o meglio: la sua gerarchia – a giungere a sovvertire il Magistero immutabile e ad insegnare apertamente quegli errori dottrinali e morali che sino ad allora erano severamente condannati?

 

Con l’aver favorito quel senso di inferiorità della Chiesa Cattolica – la Domina gentium – rispetto al mondo, abbassandola al livello delle false religioni e delle superstizioni idolatriche; con la corruzione morale dei singoli ecclesiastici; con la perdita della vita interiore e dello stato di Grazia; con l’assuefazione ad una vita in peccato mortale e in continuo sacrilegio.

 

Un sacerdote che vive in contraddizione con ciò che dovrebbe credere e professare diventa una preda perfetta per il Demonio e non riesce più ad insegnare ciò che egli per primo non pratica.

 

Da qui, l’accecamento spirituale e l’incapacità di comprendere la perfezione della Divina Rivelazione.

 

Da qui, l’illusione di poter piacere al mondo annacquando la Fede e la Morale, di poter ottenere ascolto e apprezzamento facendo proprie le sue mode.

 

Così facendo, la Gerarchia ha progressivamente trasformato la Chiesa in un’entità umana, con orizzonti umani, condannandola all’irrilevanza sociale. D’altra parte, perché il Signore dovrebbe benedire e proteggere gli uomini di un’istituzione che Lo hanno messo da parte — letteralmente: basta vedere l’abbandono dei Tabernacoli nelle nostre chiese — e che credono di poter fare a meno di Lui?

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I sodali di McCarrick, i cardinali Farrell, Cupich, McElroy, Wuerl, Gregory, Tobin e tanti altri, sono stati promossi ad alte cariche in Vaticano e nella Chiesa Cattolica statunitense che, guarda caso, va a braccetto con il partito democratico. Quello che sostiene l’aborto, propaganda l’ideologia gender e, più in generale, qualsiasi cosa sia contraria all’insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo. Coincidenze?

Gli eredi di McCarrick costituiscono una cupola eversiva ultra-progressista oggi presente a Roma e nelle Diocesi statunitensi (e non solo). Essi sono espressione della deep church, della corruzione dei suoi membri, dalla complicità nel perseguimento di un medesimo piano eversivo con l’oligarchia globalista del Nuovo Ordine Mondiale. Per risollevare le sorti della Chiesa è dunque imprescindibile denunciare, perseguire e allontanare coloro che ne hanno occupato i vertici per demolirla dall’interno. Il loro comportamento configura un delitto di alto tradimento, e come tale va punito.

 

Quanto hanno pesato, nelle dimissioni di Papa Benedetto XVI e nell’elezione di Bergoglio, la mafia di San Gallo, il Deep State statunitense, e il blocco dei sistemi di pagamento elettronici del Vaticano?

Non saprei dirlo, perché ciò che conosciamo di quel colpo di Stato che ha portato al Soglio di Pietro l’usurpatore Bergoglio è parziale e frammentario. Occorre un’indagine seria e imparziale, che verifichi le responsabilità dei singoli e soprattutto porti alla luce l’esistenza, peraltro incontrovertibile, di un unico copione sotto un’unica regia.

 

Dobbiamo anche considerare che avere un papa che agisse come quinta colonna del nemico fa parte di un progetto, portato alla luce nell’Ottocento, ad opera della Carboneria italiana: è la «rivoluzione in cappa e tiara» delle istruzioni dell’Alta Vendita.

 

Essa è stata ripresa non solo dal deep state statunitense e più in generale dalla lobby globalista internazionale, ma anche dalla dittatura comunista cinese, specialmente dopo la sua entrata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001 con la «conversione liberale» di Xi Jinping (formato al King’s College di Londra e quindi vicino agli ambienti della massoneria angloamericana). Come ho spiegato nella mia recente dichiarazione sull’Accordo segreto sino-vaticano, la Cina comunista è considerata indispensabile alleata del globalismo di Davos.

 

Dopo la sinizzazione delle economie occidentali con la concorrenza sleale di Pechino, era utile avere dalla propria parte il Vaticano, in modo da «cinesizzare» anche il Cattolicesimo. In questo Bergoglio, McCarrick, Parolin, Zuppi, i gesuiti e i potentati della sinistra cattolica – tra cui la Comunità di Sant’Egidio – hanno giocato un ruolo decisivo che Benedetto XVI aveva cercato di contrastare.

 

Ecco perché Benedetto doveva essere costretto alle dimissioni – anche con il blocco del sistema interbancario SWIFT – per far posto a un emissario dell’agenda globalista woke. È evidente che Bergoglio ha perfettamente realizzato ciò che i suoi padroni si aspettavano da lui, ad iniziare dal vergognoso tradimento dei Cattolici cinesi fedeli alla Sede Apostolica.

 

La sua effigie, nella galleria dei Papi, meriterebbe di essere coperta da un drappo nero, come fece il Senato veneziano per il doge Marin Faliero, traditore della Serenissima, decapitato pro crimine proditionis nel 1355 dopo aver cercato di instaurare una dittatura personale al posto della Monarchia elettiva.

 

Nonostante tutto fino a Benedetto XVI il papato ha cercato di fare barriera alla crescente influenza massonica nelle alte sfere vaticane. Con l’avvento di Bergoglio, sono state aperte le porte?

Mi spiace doverLa contraddire: la massoneria è penetrata nelle alte sfere vaticane già prima del Concilio. L’elezione di Angelo Giuseppe Roncalli – che si dice fosse stato iniziato alle Logge sin da quand’era Nunzio in Turchia – ci conferma che il potere delle sette segrete era già presente all’interno della Chiesa, soprattutto durante gli ultimi anni del Pontificato Pio XII.

 

Le udienze ai capi della loggia ebraica del B’nai B’rith, gli ammiccamenti massonici di Paolo VI – «Anche noi, noi più di tutti, siamo cultori dell’uomo», disse nell’Allocuzione del 7 Dicembre 1965 – e più in generale l’adozione dei principi rivoluzionari nei documenti del Concilio, ci mostrano una Chiesa sotto la diretta influenza della massoneria. La cordata va dal cardinal Villot a Casaroli, dal cardinal Silvestrini a Pietro Parolin.

 

Quest’ultimo ha meritato il pubblico elogio del massone Di Bernardo, che ne auspica l’elezione. Mi permetto di far notare che tutti gli esponenti della chiesa conciliare e sinodale godono dell’apprezzamento delle Logge, che li riconoscono come promotori degli ideali massonici: basterebbe questo per comprendere il loro ruolo di quinte colonne del nemico.

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La Chiesa di Bergoglio ha imposto il vaccino come atto d’amore, ma un atto d’amore forzato è una violenza. È stata la prima ad adottare il green pass, licenziando le guardie svizzere non vaccinate, incitando così alla discriminazione. È scritto «Ama il prossimo tuo come te stesso», non in base a quante dosi si è fatto, o ricordo male? Ha fermato le Messe proprio quando le persone avevano più bisogno del conforto spirituale, eliminato l’acqua santa, aperto le porte delle Chiese alle forze dell’ordine. La maggior parte dei sacerdoti non hanno dato benedizioni ed estreme unzioni ai malati Covid, sospesi anche i funerali. Ma non è forse scritto: «Perché io ero malato e mi avete visitato»?

L’azione di Bergoglio nella Chiesa è stata l’indispensabile corollario del golpe sanitario dell’OMS, finanziato da Bill Gates e dalle case farmaceutiche. Lo scopo era l’inoculazione di un siero a tecnologia mRNA che inducesse modifiche a livello genetico, distruggesse il sistema immunitario, provocasse gravi patologie tra cui tumori e sterilità e in molti casi fosse mortale.

 

Oggi la pericolosità dei sieri spacciati per vaccini miracolosi è confermata dalle ammissioni di chi li ha distribuiti e imposti. La loro illiceità morale era data anche dalla presenza di tessuti fetali non solo per produrre l’antigene, ma anche per replicarli. L’autorizzazione al loro uso da parte del Dicastero per la Dottrina della Fede – che all’epoca contestai con un’ampia documentazione – costituisce la prova della complicità della chiesa bergogliana al piano di depopolazione perseguito dall’Agenda2030.

 

Ma se per drammatizzare la pandemia le autorità sanitarie sono giunte a imporre le mascherine e i distanziamenti (del tutto inutili), uccidendo gli anziani e i fragili con farmaci micidiali (come il Propofol o il Rivotril) e la ventilazione forzata, non c’è da stupirsi se questa obbedienza superstiziosa all’antiscienza sia stata propagandata usurpando l’autorità papale per ingannare i fedeli e indurli a danneggiare se stessi e i propri cari.

 

Senza la farsa delle chiese chiuse, della Comunione amministrata coi guanti, dell’amuchina al posto dell’acqua santa, dei funerali proibiti, delle Confessioni sospese e delle Messe online, la narrazione psicopandemica avrebbe avuto scarsissimo successo (…) presto o tardi arriverà anche un giudizio dal tribunale della Storia: lo stesso giudizio che attende i collaborazionisti del regime sanitario in tutte le nazioni occidentali.

 

Benedetto XVI diceva che il primo diritto di un essere umano è quello di poter vivere dignitosamente nella terra dove nasce e che il diritto all’immigrazione viene dopo; Bergoglio ha ribaltato questo concetto, facendo dell’accoglienza indiscriminata una sorta di dogma. Esattamente come per il green e il woke. È un papa globalista che benedice il WEF: dove si trova tutto questo nel Vangelo, nella parola di Dio?

La sostituzione etnica mediante invasione incontrollata di immigrati è stata teorizzata dal Piano Kalergi, che prende il nome dal conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, uno dei «padri fondatori» dell’Unione Europea. L’ecumenismo conciliare doveva dare le basi dottrinali a questa operazione di ingegneria sociale, e così è stato.

 

Per questo Macron ha fatto pressioni sul Collegio Cardinalizio per scongiurare l’elezione del cardinale Sarah, notoriamente contrario alle politiche migratorie globaliste. Per questo Bergoglio ha deturpato Piazza San Pietro con un orrendo monumento all’invasione islamica via mare. Sono tutti esponenti della stessa organizzazione eversiva.

 

Un Romano Pontefice autenticamente cattolico è consapevole che le proprie parole e le proprie azioni devono essere coerenti con l’intero papato cattolico e con Cristo Sommo Pontefice: eodem sensu eademque sententia, nello stesso senso e con le medesime parole; o come scriveva San Vincenzo di Lerino, quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est: occorre che ciò che noi professiamo sia stato ritenuto tale ovunque, sempre e da tutti. Per questo i Papi – i Papi cattolici, intendo – usano il plurale humilitatis, perché per mezzo loro parla l’intera Chiesa docente.

 

Questa visione sacrale dell’autorità del Romano Pontefice garantisce che ogni Papa, per essere tale, deve anzitutto custodire e tramandare fedelmente il Depositum Fidei: non deve togliere e aggiungere nulla a ciò che Nostro Signore, Capo della Chiesa, ha stabilito.

 

Chi modifica, cambia, aggiunge, toglie, rilegge, reinterpreta, tace certezze e insinua dubbi, non parla da Papa, né da Vicario di Cristo, ma agisce a titolo personale e pertanto la sua autorità non è l’autorità di Cristo. Lo ha ammesso Bergoglio stesso, con il suo «Chi sono io per giudicare?». Bergoglio non si considerava né Vicario di Cristo, né Successore del Principe degli Apostoli, né Servo dei servi di Dio: riteneva che il Papato fosse cosa sua, e in questo non era molto diverso da altri suoi immediati predecessori, per i quali le novità e i cambiamenti erano un’abitudine all’insegna del più disinvolto personalismo.

 

Ma con Bergoglio andiamo ben oltre: nulla di ciò che costituisce anche solo le apparenze esteriori del papato romano è stato risparmiato, sicché ogni esplicitazione esteriore del munus petrinum era in realtà una manifestazione di prepotente egocentrismo, una provocazione, una ostentazione di forza. Basta vedere con quale arrogante orgoglio Bergoglio scandalizzava i semplici, ad iniziare dallo stare in piedi coram Sanctissimo per poi gettarsi carponi davanti a governanti africani o carcerati. Impediva con fastidio di farsi baciare l’anello dai fedeli, (…) umiliando il Pontificato e la Chiesa.

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E sempre sotto l’occhio delle telecamere e dei fotografi, pronti a immortalare «l’umiltà di papa Francesco». Nostro Signore lavò i piedi agli Apostoli, non a Caifa, a Erode o a Pilato: a costoro rispondeva per monosillabi, e non mancava di ricordare loro che non avrebbero avuto alcun potere, se non fosse stato dato loro dal Padre Suo.

 

Se comprendiamo che Bergoglio aveva un’idea tutta sua del «papato», totalmente aliena al Papato cattolico, comprendiamo anche che è del tutto ragionevole ipotizzare un vitium consensus nell’accettare l’elevazione al Soglio; un vizio che rende l’accettazione del tutto invalida e nulla, perché Bergoglio era convinto che il Papato fosse qualcosa di cui egli poteva disporre a proprio piacimento per distruggere la Chiesa Cattolica.

 

Come «papa della chiesa sinodale», egli si sentiva autorizzato a predicare il verbo globalista, l’ideologia woke, l’omosessualismo arcobaleno, la frode climatica e pandemica, l’immigrazionismo sfrenato, la morale situazionale e via dicendo. Considerandosi un monarca assoluto, sciolto cioè da ogni vincolo con l’autorità di Cristo, Bergoglio ha svolto il compito assegnatogli dai suoi padroni: dare corpo a una chiesa dell’umanità – auspicata dalla massoneria – totalmente desacralizzata ed orizzontale, globalista, ecumenica e sincretista, greengender fluid e gay friendly.

 

Egli ha usurpato l’autorità e il potere del papato romano, asservendolo ai potenti del Nuovo Ordine Mondiale. In questo senso, egli è stato a tutti gli effetti Vicario dell’Anticristo (1Gv 4, 3). Ora la sua eredità è raccolta da personaggi come Pietro Parolin e Matteo Zuppi, Tagle, Grech, Hollerich, i porporati americani della filiera McCarrick e molti altri, tutti emissari della stessa lobby di potere, tutti graditi al Grand’Oriente, a Tel Aviv e a Pechino.

 

 

Quale Chiesa ci aspetta? Bergoglio ha nominato la maggioranza dei Cardinali elettori e i Cardinali tradizionalisti, pronti a dare battaglia, si contano sul palmo della mano. Il cardinale Camerlengo Kevin Farrell e il Sostituto della Segreteria di Stato Edgard Peña Parra hanno un potere tale da influenzare il Conclave? Dobbiamo confidare nello spirito Santo?

Lei vede nel Collegio cardinalizio dei Cardinali autenticamente fedeli alla Tradizione? Io no: al massimo, sono conservatori, ma tutti di matrice conciliare. Chi accoglie gli errori del Concilio e della riforma liturgica accetta le premesse ideologiche che hanno condotto a Bergoglio, e non può curare il cancro conciliare semplicemente indossando ogni tanto una cappamagna, ma continuando a riconoscere Bergoglio come Papa e il Novus Ordo come forma ordinaria del Rito Romano.

 

Il Conclave è lo specchio della situazione disastrata in cui versa l’intera Gerarchia: 108 Cardinali sono stati creati da un usurpatore che non era Papa. Essi cercheranno di perpetuare l’usurpazione bergogliana con un papa che ne raccolga il testimone e porti a termine l’azione distruttrice di Jorge Bergoglio: ammissione delle donne agli Ordini Sacri, abolizione del Celibato sacerdotale, eliminazione della Messa di sempre, cancellazione della Tradizione cattolica, legittimazione della sodomia, obnubilazione della condanna dell’aborto e dell’eutanasia, liceità della manipolazione genetica, democratizzazione del governo della Chiesa, disumanizzazione delle attività intellettuali con l’accettazione della cosiddetta intelligenza artificiale.

 

Il loro essere eretici, e molti di essi moralmente pervertiti, li rende del tutto estranei all’autorità che usurpano. C’è da sperare che quei pochi Porporati timidamente conservatori si decidano a “dare battaglia”.

 

Lei mi chiede se dobbiamo confidare nello Spirito Santo. Giova ricordare le parole di Nostro Signore: Chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna (Mc 3, 29). Il Catechismo ci insegna che tra i peccati contro lo Spirito Santo vi sono la presunzione di salvarsi senza merito, l’impugnare la verità conosciuta, l’ostinazione nei peccati e l’impenitenza finale.

 

Ora, non si vede come lo Spirito Santo possa agire su personaggi che considerano tutte le religioni equivalenti, che rifiutano il Magistero perenne e immutabile della Chiesa, che legittimano e incoraggiano i peggiori vizi e che ritengono che non vi sia nulla di cui chiedere perdono a Dio se non la mancata accoglienza dei migranti, il rifiuto del vaccino o le emissioni di CO2. Il Signore non viola il nostro libero arbitrio e lo Spirito Santo non può ispirare chi gli resiste. Ciò non toglie che si debba pregare per queste anime, perché si convertano, si pentano e facciano penitenza.

 

Molti osannano Bergoglio, ma non ha forse agito promuovendo i corrotti e togliendo di mezzo chi lo contraddiceva, lo intralciava, chi si ostinava a seguire la parola di Dio? Per Bergoglio sono tutti fratelli, tutti sono degni di accoglienza, tranne coloro che seguono il Vangelo, che si oppongono alle sue eresie, o che mettono in discussione il Concilio Vaticano II e le sue conseguenze per la Chiesa e la fede cattolica?

Chi osanna Bergoglio non può dirsi cattolico, come chi vuole domare un incendio non può incoraggiare e apprezzare di chi lo ha appiccato e alimentato. Ma la rivoluzione non è iniziata con Bergoglio, ma con Giovanni XXIII e con il Concilio. Sono sessant’anni che da tutti i pulpiti viene fatta una propaganda ereticale martellante, con riti irriverenti e protestantizzati, con critiche al passato della Chiesa e con la riabilitazione di eresiarchi e apostati.

 

E sono sessant’anni che le pochissime voci dissenzienti sono perseguitate, ostracizzate e scomunicate per non aver voluto mercanteggiare il Magistero Cattolico con promozioni e potere. Io ho capito questa frode solo in tempi recenti, ma ho avuto la coerenza di trarne le dovute conseguenze e denunciare non solo la corruzione morale, ma anche e soprattutto le deviazioni dottrinali che sempre si accompagnano a quella. Non riuscirei più a celebrare la Messa riformata, dopo aver compreso perché essa è stata voluta contro la Messa tradizionale.

 

Se l’ho fatto io, perché non lo possono e non lo vogliono fare i miei Confratelli?

 

 

Manipolare, mistificare, ingannare, far apparire bene ciò che è male è tipico del demonio. Dalla Pachamama a Fiducia Supplicans, da Fratelli Tutti al Sinodo, da «Gesù quel giorno faceva un po’ lo scemo» a Maria Santissima che era umana e che sotto la croce forse diceva «Bugie! Sono stata ingannata!». È tutto così chiaro, come è possibile che i sacerdoti e i fedeli siano stati ingannati da tutto questo?

Sacerdoti e fedeli sono stati abituati a praticare l’obbedienza senza distinzione, facendone un fine e non un mezzo. L’obbedienza non è un bene in sé: è un bene se si obbedisce a un’autorità legittima per un ordine legittimo; è un male se si obbedisce a un’autorità illegittima o a un ordine illegittimo. Trasformare l’obbedienza in un fine, quand’essa è un mezzo ordinato ad un fine superiore, è un grave errore che, se compiuto consapevolmente, diventa anche un peccato.

 

Nel considerare l’obbedienza, troppo spesso dimentichiamo che non vi è solo l’obbligo da parte del suddito di obbedire al superiore, e solo nelle questioni su cui egli ha autorità e senza mai disobbedire a Dio; ma vi è anche il dovere del superiore di impartire ordini legittimi e finalizzati al bene. Chi abusa della propria autorità pretendendo un’obbedienza acritica dai suoi sudditi per un fine illecito – come costringere i fedeli a compiere peccati contro la Fede o la Morale, o comunque obbligarli a disobbedire alla Chiesa e a Dio – rende odiosa l’autorità che esercita illecitamente e disobbedisce a sua volta a Colui che lo ha costituito in autorità.

 

Purtroppo l’ignoranza del Catechismo e dei rudimenti della Religione Cattolica è stata imposta proprio da chi sapeva bene che un popolo istruito avrebbe saputo disobbedire e ribellarsi ai falsi pastori e alle loro false dottrine. E dopo sessant’anni ne vediamo i risultati: i fedeli cattolici e moltissimi sacerdoti credono che l’obbedienza verso l’autorità ecclesiastica sia doverosa senza alcuna limitazione. Ma così si è legittimata la tirannide, e Bergoglio è stato un tiranno a pieno titolo.

 

La sospensione della scomunica al gesuita Rupnik, la promozione di sodomiti notori, la protezione di pedofili e predatori sessuali è solo una manifestazione dell’assolutismo degno di un satrapo babilonese, così come la persecuzione dei suoi avversari contro il diritto e contro la giustizia.

 

Io ho sempre sostenuto che quello europeo, quello della UE, è un disegno satanico, ho commesso peccato?

Commetterebbe peccato se non considerasse satanico il progetto sinarchico della Unione Europea e dell’élite globalista. Non dimentichiamo che l’ideologia che sta alla base del Nuovo Ordine Mondiale è essenzialmente luciferina e anticristica. O, come ha detto eufemisticamente Ursula von der Leyen, «di ispirazione talmudica».

 

Cosa dobbiamo fare, noi cattolici a cui Dio ha concesso la grazia di comprendere l’inganno del demonio? Restare nella Chiesa Cattolica, continuare a frequentare le Messe e a ricevere i Sacramenti? Oppure allontanarcene per seguire i sacerdoti fedeli alla parola di Dio? Perché là fuori c’è di tutto, perfino chi fa incetta di «fedeli» proclamando di essere in contatto diretto con la Madonna. Il Demonio è sempre in agguato, i fedeli sono spaesati e rischiano di disperdersi, lei che è un buon pastore, come guiderebbe il gregge?

Non dobbiamo commettere l’errore di credere che un Cattolico, per rimanere tale, debba allontanarsi dalla Chiesa: sono gli eversori che la occupano che devono esserne cacciati e non i fedeli, che invece hanno pieno diritto di restarvi. Il pascolo e l’ovile non si cambiano: sono da cambiare i mercenari e i falsi pastori. I fedeli, quali pecore che riconoscono la voce del loro Pastore, devono piuttosto esercitare quel discernimento che è indispensabile nei tempi di crisi: riconoscere i buoni sacerdoti e sostenerli, materialmente e con la preghiera, perché prima o poi tornerà il Padrone della messe e finirà questa situazione assurda.

 

Quel che è certo è che occorre iniziare a non dare alcun aiuto a chi, nella Chiesa, appoggia gli errori della setta che la occupa: né offerte, né donazioni, né otto per mille. E se nella propria parrocchia il parroco è un eretico, non la si deve frequentare né per la Messa né per altro.

 

Va tenuto anche presente che, in una situazione di crisi, è fisiologico che si creino delle nicchie di anarchia non solo nell’istituzione, ma anche sul fronte opposto. Il Demonio non smette mai di seminare zizzania, né di corrompere anche le migliori intenzioni facendo leva sulle meschinità e sulle debolezze umane. Se guardiamo a chi oggi trova visibilità mediatica – non credo occorra fare dei nomi – ci rendiamo conto che il Sistema ha tutto l’interesse di convogliare l’opposizione verso figure di gatekeeper, di fatto vanificando e frustrando ogni resistenza.

 

Ma la resistenza vera – come quella di Sant’Atanasio, di cui abbiamo festeggiato la memoria liturgica la settimana scorsa – esiste eccome, anche se silenziosa o poco nota.

 

È il pusillus grex, il piccolo gregge sparso nel mondo al quale il Signore rivolge le Sue parole di consolazione e di speranza: Non temere: Io ho vinto il mondo (Gv 16, 33).

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«Chi straccia la tunica di Cristo?» Intervista con il Superiore generale della Fraternità San Pio X

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«Chi straccia la tunica di Cristo?» «La rottura non proviene dalla Fraternità San Pio X, ma dalla palese divergenza degli insegnamenti ufficiali rispetto alla Tradizione e al Magistero costante della Chiesa.»   FSSPX.Attualità: Reverendo Superiore generale, l’annuncio di prossime consacrazioni episcopali, lo scorso 2 febbraio, ha suscitato una serie di reazioni particolarmente vivaci. Che cosa ne pensa? Don Davide Pagliarani: Ciò è comprensibile, poiché si tocca una questione estremamente sensibile nella vita della Chiesa. Le ragioni di questa decisione sono oggettivamente gravi: ciò che è in gioco – il bene delle anime – è una questione capitale. Il dibattito suscitato da questo annuncio ha quindi, logicamente, una grande rilevanza: in fondo, nessuno è rimasto indifferente. Questo è oggettivamente positivo e, provvidenzialmente, ritengo che ciò corrisponda a un bisogno molto attuale.   Negli ultimi anni, la sfera conservatrice e tradizionalista – nel senso più ampio del termine – ha talvolta dato l’impressione di ridursi a un ambiente di opinionisti, in cui si esprimono analisi, attese e frustrazioni, spesso legittime, ma che faticano a tradursi in prese di posizione realistiche e coerenti. Tra questi, alcuni attendono ancora una risposta della Santa Sede ai dubia formulati dieci anni fa da quattro cardinali – di cui due oggi sono deceduti – riguardo ad Amoris laetitia, oppure l’eventuale pubblicazione di un nuovo motu proprio sulla Messa tridentina.   In questo contesto, la decisione delle consacrazioni episcopali interpella. Non si tratta di un’ennesima dichiarazione: è un gesto significativo che obbliga a riflettere, a cogliere la reale portata dei problemi attuali e a prendere posizione concretamente. Nulla è oggi più urgente. Senza averlo cercato, la Fraternità Sacerdotale San Pio X si trova ad essere lo strumento di una scossa salutare – scossa di cui, in definitiva, solo la Provvidenza è l’artefice. Provvidenzialmente, le è dato di contribuire a qualcosa di cui la Chiesa ha certamente bisogno oggi più che mai, per il suo bene e per la sua rigenerazione.   Perché ritiene che una tale scossa sia oggi particolarmente necessaria? Quando si parla e si discute senza sosta, spesso in modo frustrante, di problemi estremamente gravi che toccano la fede, gli stessi temi oggetto di dibattito o di dialogo finiscono, col tempo, per essere percepiti come opinabili, nel rispetto sistematico delle idee altrui e delle diverse sensibilità. Poco a poco, tutto si relativizza.   La peste del pluralismo dottrinale, al quale l’uomo moderno è naturalmente incline, finisce per contaminare anche le anime più sane: si scivola gradualmente nell’indifferentismo; un’anestesia lenta e inesorabile fa perdere il senso del reale; ci si installa in una zona di conforto, ci si attacca a equilibri e privilegi che non si vuole assolutamente compromettere; lo zelo e lo spirito di sacrificio si attenuano. In una parola, il pericolo è quello di abituarsi alla crisi e di viverla come fosse una situazione normale. Tutto questo avviene progressivamente, senza che ce ne si renda conto. Coloro che hanno una responsabilità sulle anime hanno il dovere di analizzare in profondità questi meccanismi e di cercare di bloccarli prima che diventino irreversibili.   Ora, ciò che oggi è in gioco non è un’opinione, né una sensibilità, né un’opzione preferenziale, né una particolare sfumatura nell’interpretazione di un testo: sono la fede e la morale che un cattolico deve conoscere, professare e praticare per salvare la propria anima e andare in Paradiso.   In altre parole, di fronte all’Eternità e al pericolo di perdere il Cielo, le chiacchiere, le dissertazioni e il dialogo devono cedere il posto alla realtà.

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Qual è questa realtà di cui parla, e che il gesto della Fraternità può aiutare a cogliere? Questa realtà è che oggi, più che mai, è necessario riaffermare, proclamare e professare i diritti di Cristo Re sulle anime e sulle nazioni: bisogna avere il coraggio di predicare che la Chiesa cattolica è l’unica arca di salvezza per ogni uomo, senza distinzione; bisogna credere nella Redenzione, nei sacramenti, nella distruzione del peccato; bisogna ricordare all’umanità che la Chiesa è stata fondata per strappare le anime all’errore, al mondo, a Satana e all’inferno.   Bisogna smettere di far credere a coloro che vivono abitualmente nel peccato, a coloro che si vantano persino del vizio contro natura, che Dio perdona tutto, sempre e in ogni circostanza, senza vera conversione, senza contrizione, senza penitenza, senza l’esigenza di un cambiamento radicale; bisogna avere la semplicità di riconoscere che la partecipazione di un papa a un rituale in onore della Pachamama, nei giardini vaticani, è una follia e uno scandalo inqualificabile; infine e soprattutto, bisogna smettere di ingannare le anime e l’umanità facendo credere loro che tutte le religioni adorino lo stesso Dio sotto nomi diversi. In una parola: bisogna smettere di chiedere perdono al mondo per aver cercato di convertirlo, di cristianizzarlo, e per aver condannato l’errore per secoli.   In questo contesto tragico, qualcuno deve poter dire: «Basta!». Non soltanto a parole, ma soprattutto con gesti concreti.   «Bisogna smettere di chiedere perdono al mondo per aver cercato di convertirlo, di cristianizzarlo, e per aver condannato l’errore per secoli.»   Se, nell’attuale confusione, la Provvidenza fornisce alla Fraternità San Pio X i mezzi per proclamare chiaramente i diritti eterni di Nostro Signore, sarebbe da parte nostra un peccato gravissimo sottrarci a questo obbligo che la fede e la carità ci impongono. Queste sono le premesse che permettono di comprendere perché la Fraternità San Pio X esiste, e perché oggi procede a delle consacrazioni episcopali.   Senza tali premesse, la decisione della Fraternità, come pure il suo stesso discorso, sarebbero privi di senso. Se non si riconosce che in gioco vi è la fede stessa, allora inevitabilmente l’attualità della Fraternità San Pio X viene percepita unicamente come un problema di disciplina, di ribellione o di disobbedienza. È il fraintendimento in cui cadono, purtroppo, coloro che affermano che la Fraternità San Pio X consacra vescovi soltanto per conservare la propria autonomia.   Ora, non si tratta di questo. Le prossime consacrazioni sono un atto di fedeltà che mira a conservare i mezzi per salvare la propria anima e quella degli altri. La ricerca di un’autonomia egoistica non è la stessa cosa della salvaguardia della libertà indispensabile per professare la fede e trasmetterla alle anime.   Tra le personalità che si sono espresse contro le consacrazioni del 1° luglio figurano cardinali conservatori molto critici nei confronti di papa Francesco, come il cardinal Gerhard Ludwig Müller o il cardinal Robert Sarah. Come spiega il loro atteggiamento? Bisogna anzitutto riconoscere che un conservatore critico nei confronti di papa Francesco potrebbe provare un certo timore di essere assimilato alla Fraternità San Pio X e di essere criminalizzato insieme ad essa. Da ciò può derivare il bisogno di manifestare chiaramente che non ha nulla a che fare con noi.   Tuttavia, al di là di questo aspetto, questi cardinali o vescovi soffrono di un disagio più profondo, tipicamente moderno: quello di non riuscire a conciliare le esigenze della fede con quelle del diritto canonico. La fede esige che si faccia tutto il possibile per professarla, conservarla e trasmetterla; nello stesso tempo, se si interpreta il diritto alla lettera, facendo astrazione dalle circostanze attuali, una consacrazione di vescovi senza l’assenso del papa sembra impossibile. Allora che fare? Questi cardinali, come altri, vivono in una sorta di dicotomia permanente che rischia di annientare le loro buone intenzioni: pongono queste due esigenze l’una accanto all’altra, in modo cartesiano, e si trovano come schiacciati o sommersi dall’apparente contraddizione.   «Il Magistero esiste per insegnare la fede, e non per inventarla; il diritto esiste per custodirla e garantire le condizioni necessarie alla vita cristiana che da essa deve derivare».   La Fraternità San Pio X, invece, ritiene che questi due postulati non debbano essere giustapposti, ma vadano semplicemente messi in ordine, essendo l’uno subordinato all’altro. Infatti, nella Chiesa, la purezza e la professione della fede precedono ogni altra considerazione, poiché tutti gli altri elementi che compongono la vita della Chiesa dipendono dalla fede stessa: il Magistero esiste per insegnare la fede, e non per inventarla; il diritto esiste per custodirla e garantire le condizioni necessarie alla vita cristiana che da essa deve derivare. (1)   Questa priorità deriva dal fatto che Nostro Signore stesso, incarnandosi, manifesta al mondo, prima di tutto, la Verità eterna; e che, in quanto Legislatore, indica nel Vangelo i mezzi per conoscere questa medesima Verità e restarle fedele. Esiste una priorità logica tra il primo e il secondo elemento.   Di conseguenza, la divina Provvidenza non ha stabilito la Chiesa come un insieme parlamentare di ministeri giustapposti e indipendenti gli uni dagli altri. Al contrario, ha stabilito una gerarchia di priorità con il fine specifico e primario di custodire il deposito della fede, di confermare i fedeli nella fede e di organizzare tutto il resto in funzione di questa esigenza prioritaria e fondamentale. Il diritto, in particolare, serve a questo e non a ostacolare o a condannare coloro che vogliono rimanere cattolici, cioè coloro che vogliono vivere della fede.   Perché considera questo atteggiamento tipicamente moderno? L’uomo moderno fatica a organizzare in modo armonioso i diversi elementi della realtà nella quale vive, e del sapere che li analizza. Per usare un linguaggio un poco tecnico, l’uomo moderno tende a classificare in modo nominalista gli elementi della realtà che lo circonda: appone su ciascuno di essi etichette superficiali, senza compiere lo sforzo di andare al fondo dei problemi, e dunque senza poterli cogliere in tutta la loro complessità, nelle loro implicazioni o nella loro interdipendenza.   Nel caso che ci occupa, l’applicazione della legge viene completamente dissociata dalla realtà che la legge stessa è chiamata a proteggere. È precisamente da questa dissociazione tra la legge e la realtà che nascono gli approcci ideologici, tipicamente moderni, tanto in ambito religioso quanto civile. Questo atteggiamento ha due conseguenze distinte e complementari.   In coloro che soffrono di questa dicotomia e si trovano dinanzi a questo dilemma, come può avvenire negli ambienti conservatori, esso conduce al fatalismo e allo scoraggiamento, poiché ci si sente intrappolati, paralizzati, incapaci di agire in modo adeguato e conforme alle esigenze oggettive della Verità e del Bene. Chi vive costantemente in questa contraddizione esistenziale finisce per esserne vittima e per confondere il fatalismo con la fiducia nella divina Provvidenza.   In coloro che detengono l’autorità, invece, questo atteggiamento rischia di condurre a un accecamento irreversibile e alla durezza di cuore, conseguenze inevitabili dell’approccio ideologico: «la legge è la legge», indipendentemente dalle circostanze, dalle esigenze concrete o dalle buone intenzioni.   È per questa ragione che Nostro Signore condanna questo atteggiamento con parole molto forti: «Allora Gesù disse: “Io sono venuto in questo mondo per un giudizio, affinché quelli che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi”. Alcuni farisei, che erano con lui, udirono queste parole e gli dissero: “Siamo forse ciechi anche noi?”. Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane”» (Gv 9, 39-41).   Pensa che l’insegnamento del Vangelo possa, in qualche modo, illuminare la situazione presente? Nostro Signore è l’esempio perfetto dell’obbedienza alla legge di Mosè: con la Santissima Vergine Maria adempie alla lettera tutte le prescrizioni legali fin dai primi giorni della sua esistenza. E ne mantiene l’osservanza rigorosa fi no all’ultimo giorno della sua vita: durante l’Ultima Cena, Gesù segue alla lettera il rituale giudaico del suo tempo. Tuttavia, Nostro Signore compie miracoli anche nel giorno di sabato, provocando la reazione legalista e cieca dei farisei. Gesù, Legislatore più grande di Mosè stesso, è il primo a rispettare la legge e il primo a riconoscere l’esistenza di un bene superiore che può dispensare dall’osservanza della lettera della legge. Le sue parole, come sempre, valgono più di mille trattati:    «Un sabato Gesù entrò in casa di uno dei capi dei farisei per prendere cibo, ed essi lo osservavano. Ed ecco, davanti a lui vi era un idropico. Prendendo la parola, Gesù disse ai dottori della legge e ai farisei: “È lecito o no guarire di sabato?”. Ma essi tacevano. Allora egli lo prese per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: “Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade in un pozzo, non lo tirerà fuori subito, anche in giorno di sabato?”. E non potevano rispondere nulla a questo» (Lc 14, 1-6).   Queste parole divine non necessitano di alcun commento. La Fraternità San Pio X le fa proprie senza riserva. Pure noi dobbiamo fare tutto il possibile per tirare le anime fuori dal pozzo, anche se viviamo un sabato interminabile. Nostro Signore non era né legalista, né nominalista, né cartesiano: era il Buon Pastore.   In questi ultimi mesi, anche al di fuori della Fraternità, si sono levate voci in suo sostegno. In particolare, mons. Athanasius Schneider è intervenuto più volte a proposito delle consacrazioni. Come spiega la sua determinazione? Confesso che questo sostegno alla Fraternità mi ha profondamente toccato. Diversi sacerdoti diocesani ci hanno manifestato la loro riconoscenza e il loro incoraggiamento, e anche diversi vescovi. Tengo a ringraziarli tutti.   Non potendoli nominare qui tutti, vorrei ringraziare in modo particolare mons. Strickland per il suo messaggio pieno di forza, chiarezza e coraggio. E naturalmente mons. Schneider: questo vescovo ha dato prova di grande coraggio e di una libertà di parola che mostrano che ci troviamo dinanzi a un vero uomo di Dio, disinteressato, realmente preoccupato del bene delle anime. Credo che il suo sostegno, e tutto ciò che ha potuto dire in questi ultimi mesi, passerà alla Storia.   ono convinto che ciò non sia importante soltanto per la Fraternità, ma ancor più per tutti i vescovi del mondo. È un segno oggettivo di speranza: la sua parola mostra che la Provvidenza può in ogni tempo suscitare voci autorevoli che dicano la verità con coraggio e fermezza, senza temere eventuali conseguenze personali.    Già prima di lui, mons. Huonder, scomparso due anni fa, ci incoraggiava apertamente a procedere alle consacrazioni. Sia lui che mons. Schneider erano stati incaricati dal Vaticano di intrattenere il dialogo con la Fraternità: a differenza di altri interlocutori, hanno saputo ascoltare e comprendere.

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Spera ancora di vedere il papa prima delle consacrazioni? Certamente, questo corrisponde al mio desiderio più sincero. Sono tuttavia stupito che da parte del Santo Padre, fino a questo momento, non vi sia stata alcuna risposta né reazione personale.   Prima di dichiarare scismatica una società che conta più di mille membri e che costituisce un punto di riferimento per centinaia di migliaia di fedeli nel mondo, potrebbe essere opportuno conoscere personalmente coloro che devono essere giudicati. La sanzione prospettata non tocca soltanto un’istituzione – che, del resto, non esiste agli occhi della Santa Sede –, ma tocca delle persone, e delle persone profondamente legate al papa e alla Chiesa.   Confesso di avere difficoltà a comprendere questo silenzio, proprio mentre ci viene spesso ricordata la necessità di ascoltare il grido dei poveri, quello delle periferie e persino quello della Terra…   «Pure noi dobbiamo fare tutto il possibile per tirare le anime fuori dal pozzo, anche se viviamo un sabato interminabile».   Lei ha potuto incontrare papa Francesco. Quale ricordo conserva di lui? Il programma che P papa Francesco ha imposto alla Chiesa universale è sufficientemente noto ed è stato ampiamente commentato dalla Fraternità San Pio X. Credo che, purtroppo, la parola «disastro» sia la più appropriata per riassumere l’eredità che egli ha lasciato.   Nonostante ciò, papa Francesco ha saputo riconoscere, a suo modo, il bene che la Fraternità San Pio X fa alle anime. Da questa constatazione è nato nei nostri confronti un atteggiamento apparentemente equivoco, una forma di tolleranza che ha sorpreso gli osservatori più superficiali e che talvolta ha profondamente irritato gli ambienti conservatori.   Molte scelte di papa Francesco hanno suscitato una vera tristezza in ampi settori della Chiesa, ma sarebbe ingiusto accusarlo di essere stato una persona rigida e schematica nel giudizio sulle persone che aveva di fronte o nell’applicazione del diritto. Il suo atteggiamento lo ha spesso dimostrato. È senza dubbio un dettaglio, ma quando ho chiesto di incontrarlo in Vaticano, ho ottenuto un’udienza con lui nello spazio di ventiquattr’ore, e si è mostrato particolarmente affabile.   In questi ultimi anni, in nome di una tolleranza eretta a principio, il Vaticano ha mostrato una grande apertura di fronte a certe situazioni complesse. Pensa che la Fraternità San Pio X possa beneficiarne? L’applicazione di ogni legge, buona o cattiva che sia, dipende in definitiva dalla volontà del legislatore. Spetta a lui determinare il modo in cui intende trattare la Fraternità San Pio X.   Detto questo, l’apertura mostrata dal Vaticano non può essere desiderata come tale, poiché giunge fino a giustificare l’assurdo, benedicendo coppie che praticano il vizio contro natura, o impegnandosi solennemente a non convertire gli adepti di altre religioni, per citare soltanto due esempi. Ci troviamo di fronte a una dittatura ideologica e totalitaria della tolleranza.   Ora, la Tradizione della Chiesa, che la Fraternità San Pio X si sforza di incarnare, rappresenta di per sé la condanna di queste derive, intollerabile per coloro che promuovono una tale tolleranza. Se si analizza bene la situazione, le sanzioni, passate o future, che colpiscono la Fraternità San Pio X non si oppongono tanto a un atto di disobbedienza, quanto alla condanna vivente che essa rappresenta nei confronti dell’attuale linea ecclesiale.   Il ruolo che la Provvidenza sembra riservare alla Fraternità San Pio X è quello, singolare, di essere un segno di contraddizione: il che significa, concretamente, una spina nel fianco per i riformatori. E la peculiarità di questa spina è che, più uno cerca di togliersela, più essa penetra in profondità: non è essa a determinare questo effetto terapeutico, ma i duemila anni di Tradizione che essa incarna e rappresenta.   La Fraternità San Pio X può essere sanzionata, la Messa tridentina può essere proibita… ma questi duemila anni non potranno mai essere soppressi. Questa è la vera ragione per cui, malgrado le condanne passate, la Fraternità non ha mai cessato di essere una voce che interpella la Chiesa: per questo non è così semplice essere tolleranti con essa.   Verrà un giorno in cui un papa deciderà di togliersi questa spina dal fianco: potrà allora usarla come uno strumento docile per contribuire – tale è il nostro desiderio più profondo – a restaurare ogni cosa in Nostro Signore Gesù Cristo.

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Si sente dire che le prossime consacrazioni potrebbero creare uno scisma. Tuttavia alcuni, all’interno della Chiesa, ritengono che la Fraternità San Pio X sia già scismatica. Come spiegare questa contraddizione? La contraddizione è reale e mette in luce una giurisprudenza che si potrebbe definire «fluida» da parte del Vaticano. Cerchiamo di fare chiarezza.   Dal punto di vista canonico, dopo essere stata dichiarata scismatica nel 1988, la Fraternità San Pio X non è mai stata liberata da questa censura: nel 2009 papa Benedetto XVI ha revocato le scomuniche che gravavano sui suoi vescovi, ma senza tornare sulla precedente dichiarazione di scisma. Nello stesso tempo, la Fraternità San Pio X non ha modificato le sue posizioni dottrinali e ha conservato esattamente la medesima giustificazione delle consacrazioni episcopali, passate o future. In altri termini, coerentemente con il fatto di considerare nulle le censure che l’hanno colpita, non si è mai ritrattata.   Per queste ragioni, dei canonisti «rigorosi» la considerano tuttora scismatica. In questo senso devono essere comprese esplicite dichiarazioni del cardinal Raymond Burke, già prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, o di mons. Camille Perl, già segretario della Commissione Ecclesia Dei – soppressa nel 2019. In questa stessa prospettiva va compreso anche il modo in cui venivano trattati i sacerdoti che lasciavano la Fraternità San Pio X per entrare nelle strutture ufficiali: si revocava per essi la scomunica per scisma e la sospensione, e si chiedeva loro di confessarsi per essere assolti anche nel foro interno.   «La Tradizione della Chiesa, che la Fraternità San Pio X si sforza di incarnare, rappresenta di per sé la condanna di queste derive, intollerabile per coloro che promuovono una tale tolleranza». Contro questa interpretazione si erge la figura del cardinal Dario castrillón Hoyos (2), molto più flessibile, e soprattutto quella di papa Francesco, che non ha mai trattato la Fraternità San Pio X come scismatica e che ci ha esplicitamente detto che non l’avrebbe mai condannata. In realtà, si potrebbero includere in questo elenco anche il cardinal Fernández e lo stesso papa Leone XIV: infatti, se attualmente essi cercano di evitare uno scisma, significa che non ci considerano già scismatici. Lo stesso vale per i cardinali e i vescovi che attualmente cercano di scoraggiare le consacrazioni per scongiurare uno scisma.   A questo punto, però, sorgono due domande: anzitutto, se attualmente essi cercano di evitare uno scisma, non si comprende quando, come e perché avremmo cessato di essere scismatici ai loro occhi. In secondo luogo: se la Santa Sede stessa, nella pratica, non considera valida la dichiarazione di scisma del 1988, quale valore potrebbe avere una nuova dichiarazione di scisma, pronunciata per ragioni e in circostanze del tutto equivalenti?   Ciò che è certo è che, nel 1988, il Vaticano prevedeva che la Fraternità San Pio X, dopo essere stata dichiarata scismatica, si sarebbe dissolta nel giro di pochi anni. Ora, non soltanto essa non si è dissolta, ma ha continuato a crescere. E soprattutto, malgrado una dichiarazione di scisma manifestamente ingiusta, non ha mai cessato di essere un’opera di Chiesa e di operare per la Chiesa: questo dato oggettivo si impone con tale forza che, malgrado la condanna del 1988, la Santa Sede stessa ha finito per riconoscerlo nella pratica.   Una possibile causa di queste incoerenze canoniche risiede nel concetto «fluido» e modernista di «comunione non piena», secondo il quale un medesimo soggetto può essere considerato al tempo stesso cattolico e non cattolico, membro e non membro della Chiesa. Evidentemente, se qualcuno è «parzialmente» figlio della Chiesa, la legge della Chiesa potrà applicarsi a lui soltanto in modo parziale, secondo valutazioni e criteri arbitrari e mutevoli…   Questo mostra come un errore ecclesiologico conduca inevitabilmente a errori giuridici o, in ogni caso, a giudizi confusi, incoerenti e «fluidi».   Per suffragare l’accusa di scisma, si afferma che una consacrazione episcopale implicherebbe sempre e comunque la trasmissione al nuovo vescovo del potere di giurisdizione, con la conseguenza inevitabile, in assenza del consenso del papa, della creazione di una gerarchia parallela – e quindi di una Chiesa parallela. La Fraternità San Pio X ha già risposto a questa obiezione (3). Trattandosi di un punto estremamente sensibile, desidera aggiungere qualche considerazione? Questo punto è assolutamente centrale. In realtà, l’accusa si fonda su un postulato modernista. Penso che sia interessante cercare di comprendere perché l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II insegni che un nuovo vescovo riceve sempre, in ogni circostanza, insieme con il potere d’ordine, anche quello di giurisdizione.   Ricordiamo brevemente che il potere d’ordine consiste nella capacità di amministrare i sacramenti, mentre la giurisdizione designa il potere di governare, cum Petro et sub Petro, una parte del gregge, abitualmente una diocesi. Nella teologia classica, confermata dal diritto canonico tradizionale e soprattutto dalla pratica costante della Chiesa – possiamo dire: secondo la Tradizione –, il potere di governare è conferito al vescovo direttamente dal papa, indipendentemente dalla consacrazione. Per questo possono esistere vescovi regolarmente consacrati ai quali non è affidata alcuna giurisdizione propria, come i vescovi ausiliari o coloro che sono incaricati di specifiche missioni diplomatiche.   «La Fraternità San Pio X non ha mai cessato di essere un’opera di Chiesa e di operare per la Chiesa: la Santa Sede stessa ha finito per riconoscerlo nella pratica». Al tempo del Concilio, questa visione era considerata troppo tradizionale, troppo medievale, troppo romana: l’intervento diretto ed esclusivo del Vicario di Cristo nell’attribuzione della giurisdizione riduceva i vescovi diocesani a semplici delegati o rappresentanti del papa. Al contrario, l’idea che ogni vescovo riceva immediatamente da Dio, nella sua consacrazione, una giurisdizione universale, permetteva di farne, in qualche modo, un eguale del papa, riducendo il posto del Vicario di Cristo a quello di un semplice presidente del collegio, «primo tra pari». Questa nuova prospettiva era funzionale alla teoria modernista della collegialità (4), fondamento della democratizzazione della Chiesa.   Nello stesso tempo, questa ridefinizione favoriva l’ecumenismo. Infatti, per poter riconoscere una certa «ecclesialità» alle comunità scismatiche orientali (vale a dire a quelle che sono realmente scismatiche) e considerarle come «Chiese sorelle», stabilendo così una base solida per il dialogo ecumenico, era necessario valorizzare la loro successione apostolica al punto da riconoscere loro una reale giurisdizione sui propri fedeli – malgrado la loro completa separazione da Roma e dal papa.   La loro qualità di «Chiesa» deriverebbe dunque dal fatto di avere vescovi non soltanto validamente consacrati, ma anche dotati di una reale autorità sulle anime che deriva dalla consacrazione stessa, indipendentemente da qualsiasi intervento del papa. Questo artificio permetteva di concepire più facilmente, in tali comunità, l’esistenza di una vera gerarchia ecclesiastica, nel senso pieno del termine. Senza questa previa manipolazione ecclesiologica, sarebbe stato impossibile riconoscere loro una vera «ecclesialità».   «Non ci si può limitare a deplorare gli effetti senza risalire alle loro vere cause: bisogna avere il coraggio di andare oltre e di riconoscere che questa crisi trova la sua origine in insegnamenti ufficiali, spesso ambigui, e talvolta chiaramente in rottura con la Tradizione».   A questa stessa prospettiva ecumenica si collega un’altra manipolazione ecclesiologica, il concetto elastico di «comunione non piena», evocato nella risposta precedente: concretamente, tutte le «Chiese» cristiane farebbero parte di una «super-Chiesa» – la Chiesa di Cristo, più vasta della Chiesa cattolica –, e intratterrebbero con essa una comunione più o meno completa, secondo le lacune della loro dottrina.   Anche questo concetto, pure esso modernista, mira a valorizzare una presunta unità incipiente con le altre «Chiese». Ma è ingannevole. Infatti, o si è in comunione con la Chiesa cattolica sotto ogni aspetto, oppure se ne è separati: non esiste una posizione intermedia. Paradossalmente, questa nozione concepita come uno strumento al servizio del dialogo ecumenico, destinato a giustificare un cammino comune tra «Chiese» che si riconoscono come «sorelle», viene usata anche nei confronti della Fraternità San Pio X, che la considera assurda.   Ciò che è particolarmente deplorevole nel rimprovero rivolto alla Fraternità è che questa specifica accusa di scisma o di «comunione non piena», che si fonda su postulati modernisti, collegiali ed ecumenici, venga formulata non soltanto dal Vaticano, ma anche da alcuni responsabili degli ambienti e degli istituti detti «Ecclesia Dei» (5). Paradossalmente, essi attaccano la Fraternità San Pio X citando e difendendo gli errori ecclesiologici del Concilio Vaticano II… Invece di mettere in luce tali errori in modo costruttivo – come teoricamente potrebbero fare –, li usano per lapidare la Fraternità San Pio X. Si tratta tuttavia di pietre di gomma.   A proposito di giurisdizione e di autorità nella Chiesa, come analizza la Fraternità San Pio X la possibilità di nominare religiose o laici a posti di responsabilità? La questione è del tutto pertinente, soprattutto se si considera che attualmente un dicastero romano, quello incaricato degli istituti di vita consacrata, invece di avere rispettivamente un cardinale e un vescovo come prefetto e segretario, è affidato a due suore.   Non voglio fare dell’ironia, perché questo rappresenterebbe una caduta di stile. Mi limito a sottolineare che il Vaticano, a suo modo, prova di essere ancora perfettamente capace di fare la differenza tra il potere d’ordine e l’attribuzione del potere di giurisdizione: infatti, per quanto ne so, suor Simona Brambilla, l’attuale prefetta, non è mai stata ordinata né diaconessa, né sacerdotessa, né vescova; non ha neppure ricevuto la tonsura clericale… Lo stesso vale per la suora segretaria.   Al di fuori della Fraternità San Pio X, molti oggi riconoscono sinceramente che esiste una crisi all’interno della Chiesa, in particolare nell’ambito della fede. Tuttavia, alcuni rimproverano alla Fraternità San Pio X di isolarsi nella propria linea di condotta, senza tenere sufficientemente conto dell’esistenza di altre diagnosi. Questa critica le sembra fondata? Penso che la Fraternità San Pio X, proprio su questo punto preciso, metta il dito nella piaga. Siamo in molti a convenire che nella Chiesa esiste una crisi e che questa crisi tocca la fede: la Fraternità San Pio X ne prende atto e lo conferma.   Ma non ci si può limitare a deplorare gli effetti senza risalire alle loro vere cause: bisogna avere il coraggio di andare oltre e di riconoscere che questa crisi trova la sua origine in insegnamenti ufficiali, spesso ambigui, e talvolta chiaramente in rottura con la Tradizione. Concretamente, bisogna rendersi conto che la crisi attuale ha di specifico il fatto di toccare la gerarchia della Chiesa nell’insegnamento che essa propone.   Ora, in una situazione del genere, non si può non dire come stanno le cose: gli errori devono essere chiaramente riconosciuti e denunciati da coloro che sono in grado di farlo. Non basta fingere di non vederli o sperare che scompaiano col tempo. Testi come Amoris laetitia o Fiducia supplicans, per esempio, hanno provocato proteste piuttosto forti; poi tutto si è calmato, si è passati ad altro, e quasi nessuno ne parla più. Ma le decisioni e gli errori che essi contengono rimangono in vigore: non li si corregge sperando che vengano dimenticati.   La Fraternità San Pio X esiste per ricordarlo, ai fedeli come alla gerarchia. Essa ritiene che questo sia il suo dovere, non in uno spirito di sfida o di disobbedienza, ma come un servizio reso alla Chiesa. In questo senso, non è giusto dire che essa si isola: essa parla davanti a tutta la Chiesa e si rivolge a tutti i cattolici perplessi, senza distinzione.   Per chi affronta queste questioni senza pregiudizio ideologico, una constatazione si impone: la rottura non proviene dalla Fraternità San Pio X, ma dalla palese divergenza degli insegnamenti ufficiali rispetto alla Tradizione e al Magistero costante della Chiesa.

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Come potrebbe l’insegnamento ufficiale della Chiesa contenere degli errori? La questione è estremamente delicata e complessa, e solo la Chiesa potrà un giorno fornire una spiegazione soddisfacente e definitiva di ciò che è accaduto e che accade tuttora. Ciò che è certo è che un errore non può essere insegnato dal Magistero della Chiesa propriamente detto.   Eppure i fatti sono lì: ci troviamo, ahimè, di fronte all’insegnamento di alcuni gravi errori. Ci possiamo trovare davanti a testi di un concilio anomalo e non dogmatico, a semplici esortazioni pastorali, omelie o dichiarazioni di circostanza, a dialoghi con il mondo, a discorsi improvvisati in aereo, a conversazioni con i giornalisti, a elementi non dogmatici presentati come tali… ma non a un Magistero autentico.   «La Fraternità San Pio X rimane in perfetta comunione con tutti i papi della Storia, senza eccezione, in ciò che hanno in comune tra loro: il deposito della fede, fedelmente ricevuto, custodito e trasmesso attraverso i secoli».   Per fare un esempio, un eminente prelato romano mi ha recentemente spiegato che la Dichiarazione di Abu Dhabi non deve essere considerata come appartenente al Magistero, poiché si tratta di un semplice testo di circostanza. Penso che un giorno, con un po’ di elasticità e di buon senso, un papa affermerà qualcosa di equivalente – e pubblicamente – a proposito di tutta una serie di testi problematici che non possono essere considerati magisteriali nel senso tecnico del termine. La Curia romana dispone di un’esperienza e di una finezza impareggiabili per stabilire le necessarie distinzioni: le manca soltanto la volontà di farlo.   Comunque sia, una chiarificazione definitiva spetta alla Chiesa stessa, e non alla Fraternità San Pio X. Il nostro ruolo si limita a rigettare fedelmente tutto ciò che è in rottura con la Tradizione e con il Magistero costante. Così facendo, la Fraternità San Pio X rimane in perfetta comunione con tutti i papi della Storia, senza eccezione, in ciò che hanno in comune tra loro: il depositum fidei, fedelmente ricevuto, custodito e trasmesso attraverso i secoli.   In numerosi ambiti della vita della Chiesa, come in quello liturgico, è evidente che vi sono abusi. Perché la Fraternità San Pio X parla sempre di errori e non di abusi? È evidente che esistono degli abusi, che oltrepassano i limiti delle riforme stesse. La Fraternità San Pio X lo riconosce senza difficoltà.   Ma la retorica costante dell’abuso, particolarmente in voga sotto il pontificato di papa Benedetto XVI, non basta a rendere conto della crisi. Essa crea piuttosto un alibi sistematico che impedisce di andare al fondo dei problemi. La riforma liturgica, per esempio, comporta problemi che attengono certamente ai suoi stessi princìpi, indipendentemente da eventuali abusi.   Le preghiere ecumeniche e interreligiose, per fare un altro esempio, sono espressione di un errore teologico, anche se si cerca di evitare atti espliciti di sincretismo, per evitare ciò che potrebbe apparire come un abuso.   Soprattutto, la retorica dell’abuso liturgico, o dell’abuso nell’interpretazione dei testi, tende a mettere in causa le persone coinvolte – considerate responsabili di tali abusi o incapaci di reprimerli – piuttosto che i princìpi erronei che sono all’origine della catastrofe attuale. Ora, sono precisamente questi princìpi che dovrebbero essere denunciati.   «Non si tratta di una ribellione, ma della risposta a una crudele necessità». Confesso di essere stato io stesso colpito in questi ultimi anni dalla reazione amara e sistematica di un certo ambiente conservatore un po’ miope, che si è scagliato in modo molto personale contro la figura di papa Francesco, piuttosto che contro il Concilio e contro la continuità dottrinale che lo applica fino ai nostri giorni.   Un tale atteggiamento fa sì che a ogni elezione di un nuovo papa si speri, almeno per qualche mese, in un risanamento della crisi – senza mettere in discussione i princìpi rivoluzionari, come se tutto dipendesse dalla volontà personale del nuovo pontefice, più o meno determinato a condannare o reprimere gli abusi. Si tratta di una retorica superficiale che non convince più un osservatore attento e onesto.   Non le sembra esagerato, come la Fraternità San Pio X ha già sottolineato in altre occasioni, ritenere che una vita cristiana autentica sia oggi impossibile in una parrocchia ordinaria? Lo stato di «necessità» che corrisponde a questa affermazione è davvero così evidente? Non si tratta di un concetto «utile», elaborato per giustificare le consacrazioni di cui l’istituzione ha bisogno? La Fraternità San Pio X è pienamente consapevole del carattere tragico e doloroso di questa affermazione. Si tratta di una considerazione estremamente grave, che richiede di essere ben compresa.   Anzitutto, non si tratta di contestare che, malgrado tutti i problemi e le carenze cui sono confrontate le parrocchie ordinarie, buoni sacerdoti e buoni fedeli possano riuscire ugualmente a santificarsi e a salvare la propria anima. Nonostante circostanze radicalmente sfavorevoli, la grazia di Dio può toccare le anime, e noi ne conosciamo. Per molti, del resto, la sofferenza reale della loro situazione diventa una vera fonte di santificazione, che spesso li spinge verso la ricerca della Tradizione.   Detto questo, ciò che la Fraternità San Pio X afferma dev’essere compreso sul piano oggettivo, e non soggettivo. Per valutare nella verità la situazione di queste parrocchie, spetta a ogni anima di buona volontà porsi domande precise davanti a Dio, nella preghiera, cercando una risposta soprannaturale dettata non da impressioni positive o negative, né da un pregiudizio ideologico, ma dalla ragione illuminata dalla fede.   La Messa di Paolo VI può esprimere e nutrire integralmente la fede cattolica? Trasmette in modo sufficiente il senso del sacro, del trascendente, del soprannaturale, del divino? Questo rito permette di cogliere il vero senso del sacerdozio cattolico?   In una parrocchia o in un centro pastorale ordinario, cioè là dove si predica conformemente agli orientamenti dottrinali attuali, si insegna ancora la fede cattolica in tutta la sua integrità? Il catechismo impartito ai fanciulli è ancora cattolico e capace di formarli per tutta la vita?   Le questioni molto delicate e molto attuali della morale coniugale o dell’accesso all’Eucaristia in situazioni irregolari vengono ancora affrontate conformemente alla legge della Chiesa? Il sacramento della penitenza viene ancora amministrato con un senso reale della Redenzione e del peccato, della sua gravità e delle sue conseguenze?   Più in generale, quali frutti hanno prodotto universalmente le riforme nella vita concreta dei fedeli?   A tutte queste domande – e ad altre simili –, la Fraternità San Pio X risponde in modo chiaro e coerente; poi, a partire da questa analisi – poiché la realtà s’impone – giunge a constatare lo «stato di necessità».   L’affermazione della Fraternità San Pio X è dunque il frutto di un sano realismo, non di un a priori ideologico. Il carattere tragico di questa constatazione è semplicemente coestensivo alla tragicità della realtà.

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Non pensa che, malgrado le migliori intenzioni, la Fraternità San Pio X rischi di lacerare nuovamente le famiglie, il mondo della Tradizione e la Chiesa stessa? Forse mai come oggi la Chiesa ha conosciuto la divisione, e nessuno può rallegrarsene.   Tuttavia, questa divisione non è provocata dalla fedeltà alla Tradizione, ma piuttosto dall’allontanamento da essa: la crisi del Magistero, le ambiguità, gli errori, l’inculturazione spingono a interpretare e reinterpretare tutto, aumentano i molteplici modi di giudicare che, alla lunga, provocano divisioni inevitabili.   Per usare un’immagine nota, è proprio tutto questo che straccia la tunica di Cristo. La Fraternità San Pio X, mediante la fedeltà alla Tradizione, cerca semplicemente di contribuire a ricucirla incessantemente.   Quanto alla possibilità per tutti i tradizionalisti di lavorare e di combattere insieme, la Fraternità San Pio X lo desidera con tutto il cuore. Ma ciò non deve realizzarsi mediante una sorta di ecumenismo in miniatura: può avvenire soltanto in una fedeltà piena alla Tradizione integrale, se si vuole che questo combattimento a tutto campo giovi a tutti, compresi a coloro che non sono d’accordo con noi.   «La vera unità, durevole e incrollabile, non ha altro possibile fondamento se non la Tradizione della Chiesa».   Infine, per quanto riguarda le possibili divisioni all’interno di una stessa famiglia, bisogna ricordare coraggiosamente le parole di Nostro Signore, senza scandalizzarsi, senza cadere nell’amarezza, sostenendo coloro che soffrono:   «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto infatti a separare l’uomo da suo padre, la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me» (Mt 10, 34-37).   Una domanda retrospettiva. Il particolare periodo che la Fraternità San Pio X sta attualmente attraversando riaccende nei più anziani i ricordi e le emozioni del 1988. Questa data segna senza alcun dubbio una svolta decisiva nell’opera di mons. Lefebvre. Quale dichiarazione del fondatore della Fraternità San Pio X le viene in mente prima di ogni altra? Nel corso di una conversazione privata, mons. Lefebvre aveva confidato che avrebbe preferito morire piuttosto che trovarsi in opposizione con il Vaticano. Questo mostra con quale spirito egli abbia preparato le consacrazioni del 1988. Allora, come oggi, non si trattava di una ribellione, ma della risposta a una crudele necessità: una decisione necessaria e inevitabile, ma presa a malincuore.   In un’altra occasione, mons. Lefebvre dichiarò, serenamente e in maniera profondamente soprannaturale, che se la Fraternità San Pio X non fosse stata opera di Dio, non sarebbe andata avanti e non gli sarebbe sopravvissuta. Non spetta a noi dare una risposta a questa domanda. Ma la Storia, già, ha cominciato a pronunciarsi.   Secondo lei, quando e come la crisi della Chiesa potrà finire, e con essa questo senso di dissoluzione generale, tanto all’interno quanto all’esterno della Chiesa stessa? Solo la Provvidenza possiede la risposta precisa a questa domanda. Quanto a me, suppongo che, dopo aver cercato invano e disperatamente la pace e l’unità nella collegialità, nel sinodo, nell’ecumenismo, nel dialogo, nell’ascolto, nell’inclusione, nella preoccupazione ecologica condivisa, nella fraternità umana, nella proclamazione incessante dei diritti dell’uomo, etc., le autorità finiranno per rendersi conto – troppo tardi – che la vera unità, durevole e incrollabile, non ha altro possibile fondamento se non la Tradizione della Chiesa.   Quando la crisi avrà manifestato tutte le sue conseguenze, quando l’apostasia sarà ancora più generalizzata e le chiese saranno vuote, queste autorità comprenderanno finalmente che non vi era nulla da inventare: bisognava semplicemente essere fedeli a Cristo Re e proclamare, sull’esempio dei primi martiri, i suoi diritti intangibili di fronte a un mondo neopagano.   Una cosa è certa: siccome è da Roma che si è originato il processo di autodemolizione della Chiesa, è solo da Roma e per Roma che questa terribile crisi potrà risolversi. Tuttavia, i germi della rigenerazione della Chiesa sono già all’opera: fruttificano umilmente nelle anime vivificate dallo spirito di Nostro Signore, e nelle quali si prepara silenziosamente l’avvento di coloro che, un giorno, ristabiliranno nel suo splendore la regalità di Gesù Cristo.   «È solo da Roma e per Roma che questa terribile crisi potrà risolversi».   Indubbiamente, la crisi perdura più di quanto si potesse immaginare. Ciò è dovuto, a mio umile parere, alla difficoltà intrinseca che la Chiesa incontra oggi nel reagire. Un corpo sano riesce abbastanza facilmente a reagire agli agenti patogeni che lo attaccano; ma più un corpo è indebolito, più fatica. Allo stesso modo, la crisi che viviamo è stata determinata dall’attacco di princìpi perniciosi su spiriti già indeboliti – indebolimento che era iniziato ben prima delle riforme.   Tuttavia, come in ogni prova, bisogna vedere la Provvidenza all’opera e armarsi di pazienza. Più la crisi è lunga, più Satana si scatena, più allora il trionfo della Tradizione sarà splendente e, soprattutto, più sarà manifestato al mondo che la Chiesa è indefettibile e divina.   Mai come oggi la promessa di Nostro Signore ci riempie di gioia e di speranza: «le porte degli inferi non prevarranno contro di Essa» (Mt 16, 18).   E ancora una volta, la certezza di questo trionfo è assicurata da Colei che schiaccia tutte le eresie: «Alla fine, il mio Cuore immacolato trionferà.»     Intervista rilasciata a Menzingen il 19 aprile 2026, domenica del Buon Pastore   NOTE 1) Questo ordine fondato sulla trasmissione della fede è una nozione classica del diritto canonico. Citiamo un autore fra altri: «Ut patet fundamentum vitæ supernaturalis Ecclesiæ curæ et potestati concreditæ est fides»; è chiaro che la fede è il fondamento della vita soprannaturale affidata alla cura e all’autorità della Chiesa. Il diritto dovrà dunque determinare in modo organico tutto ciò che riguarda la fede: «quæ respiciunt fidei prædicationem, explicationem, susceptionem, exercitium, professionem externam, defensionem et vindicationem»; tutto ciò che riguarda la predicazione della fede, la sua spiegazione, la sua ricezione, il suo esercizio, la sua professione esterna, la sua difesa e la confutazione degli errori», in Gommarus Michiels OFM Cap., Normæ generales juris canonici, Parigi, 1949, vol. 1, p. 258. 2) Il cardinal Castrillón Hoyos ha affermato più volte, negli anni 2000, che la Fraternità San Pio X «non è in scisma», ma si trova in una «situazione canonica irregolare», da regolarizzare all’interno della Chiesa. 3) Lettera di don Davide Pagliarani al cardinal Víctor Manuel Fernández del 18 febbraio 2026, allegato 2. 4) Questa dottrina considera il collegio episcopale in quanto tale come un secondo soggetto dell’autorità suprema nella Chiesa, accanto al papa: di conseguenza, tende a trasformare la Chiesa in una sorta di concilio permanente, giustificando l’onnipotenza delle conferenze episcopali e la riforma sinodale in corso. 5) Si distinguono in particolare gli studi del Padre Josef Bisig, fondatore della Fraternità San Pietro, e del Padre Louis-Marie de Blignières, fondatore della Fraternità San Vincenzo Ferreri.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine da FSSPX.News
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Spirito

I gesuiti accusati di aver trasformato la Bolivia in una «discarica per pedofili»

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Un istituto indipendente nominato dal Parlamento catalano in Spagna ha avviato all’inizio di questo mese un’indagine sulla provincia catalana della Compagnia di Gesù (Gesuiti) per aver presumibilmente inviato in Bolivia sacerdoti colpevoli di abusi sessuali, dove avrebbero continuato a perpetrare tali abusi. lo riporta LifeSite.

 

L’inchiesta è stata avviata in seguito a una richiesta della Comunità boliviana dei sopravvissuti, che ha accusato i gesuiti catalani di aver inviato in Bolivia numerosi sacerdoti noti per aver commesso abusi, trasformando il Paese sudamericano in una «discarica per pedofili», secondo quanto riportato da Crux Now. L’inchiesta si aggiungerà a un’indagine sulle accuse di abusi denunciate da ex studenti della scuola Casp-Sagrat Cor de Jesús di Barcellona, avviata nel 2023.

 

Edwin Alvarado, portavoce della Comunità dei sopravvissuti boliviani, ha espresso la speranza che le accuse vengano finalmente oggetto di indagine.

 

«Siamo ottimisti perché comprendiamo che l’indagine del difensore civico e del parlamento catalano contribuirà a consolidare la verità storica che stiamo costruendo in Bolivia riguardo agli abusi sessuali nel clero, ponendo le basi per proseguire nel perseguimento di una giustizia completa», ha affermato.

 

Alvarado ha inoltre sottolineato che considerano questa indagine con vergogna. «Perché in Bolivia non siamo stati in grado di istituire una commissione parlamentare per la verità, bicamerale e multipartitica, autonoma, finanziata e indipendente», ha affermato.

 

I sopravvissuti hanno accusato i gesuiti di aver trasferito in Bolivia diversi sacerdoti che avevano abusato di persone in Catalogna, dove avrebbero continuato a commettere gravissimi abusi.

 

In un caso, padre Francesc Peris, i cui presunti abusi risalenti agli anni Sessanta erano stati denunciati dagli studenti della scuola Casp-Sagrat Cor de Jesús, fu trasferito nel 1983 al Colegio Juan XXIII di Cochabamba, in Bolivia, dove avrebbe abusato di ragazze nel loro dormitorio durante la notte. Sebbene Peris prendesse di mira principalmente ragazze giovani, almeno un ragazzo ha denunciato di essere stato abusato da lui alla comunità dei sopravvissuti.

 

Un altro sacerdote, padre Lluís Tó González, aveva lavorato per anni in un’altra scuola gesuita in Catalogna e nel 1992 fu condannato per aver abusato sessualmente di una bambina di otto anni. Dopo aver scontato una breve pena detentiva di due anni, i gesuiti catalani lo mandarono in Bolivia, dove avrebbe continuato ad abusare di giovani ragazze vulnerabili, ma poco dopo fu nuovamente trasferito in Bolivia dalla provincia catalana.

 

Alcune lettere degli anni Novanta scambiate tra i gesuiti in Catalogna e la provincia boliviana, e scoperte dal quotidiano spagnolo El Periódico, dimostrano che l’ordine era a conoscenza delle accuse contro il sacerdote. Nel 2024, i gesuiti catalani hanno rivelato che dal 1948 erano state presentate ben 145 denunce di abusi sessuali contro membri della provincia, di cui 25 contro padre Tó, deceduto nel 2017 senza essere mai stato processato per i presunti abusi.

 

In effetti, diversi gesuiti sono stati accusati di abusi sessuali nel corso dei decenni. Uno dei casi più noti è quello di padre Marko Rupnik, accusato di aver abusato sessualmente, spiritualmente, psicologicamente e fisicamente di suore, nonché di vittime di sesso maschile.

 

Nel 2023, papa Francesco delegò il caso alla Congregazione per la Dottrina della Fede (ora Dicastero). Nell’ottobre del 2025, la DDF annunciò di aver nominato un collegio di cinque giudici per decidere il processo canonico di Rupnik.

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Spirito

Mons Strickland risponde alle osservazioni di papa Leone sulle «benedizioni» omosessuali

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Renovatio 21 traduce e pubblica il messaggio del vescovo Joseph Strickland, già vescovo di Tyler, Texas, riguardo alle recenti parole di papa Prevost sulle «benedizioni» alle coppie omofile.    Chiedo di nuovo: stiamo pensando con la mente di Cristo… o con la mente del mondo?   In risposta alle recenti osservazioni riguardanti le priorità morali e la benedizione di coloro che sono in unioni irregolari, offro questo chiarimento per il bene dei fedeli.   La Chiesa, custode della verità del Vangelo, non può benedire il peccato. È chiamata sempre a benedire le persone – a chiamare ogni anima al pentimento, alla guarigione e alla santità – ma non deve mai agire in modo da suggerire un’approvazione di azioni o relazioni contrarie alla legge di Dio.    

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La recente enfasi sulla distinzione tra benedizioni «formali» e «informali», come si evince dalla Fiducia Supplicans , ha generato molta confusione tra i fedeli. Una benedizione non è un semplice gesto casuale; è un atto sacro che implica il favore di Dio. Se una tale benedizione viene impartita in modo da sembrare che affermi una relazione non conforme al disegno di Dio, si rischia di causare scandalo e di indurre le anime in errore.   Allo stesso modo, l’affermazione secondo cui esisterebbero questioni morali «più grandi e più importanti» della morale sessuale va compresa con grande cautela. La Chiesa non ha mai insegnato che i peccati contro la castità siano di scarsa importanza. Al contrario, la Sacra Scrittura e il costante insegnamento della Chiesa affermano che la morale sessuale tocca profondamente la dignità della persona umana, la sacralità del matrimonio e il giusto ordine dell’amore.   È vero che la giustizia, la libertà religiosa e la dignità di ogni persona umana sono questioni morali di fondamentale importanza. Ma la legge morale non è divisa in categorie contrapposte in cui una verità può essere accantonata a favore di un’altra. Tutta la verità proviene da Dio, e ogni peccato – sia esso contro la giustizia, la carità o la castità – separa l’anima da Lui.   La vera unità nella Chiesa non può essere costruita sull’ambiguità o sull’attenuazione delle verità difficili. Essa si fonda su Gesù Cristo, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). La carità esige che annunciamo la verità con chiarezza, anche quando è difficile, affinché le anime non siano sviate, ma condotte alla conversione e alla vita eterna.
Come successore degli Apostoli, resto impegnato ad annunciare la pienezza della fede cattolica, senza compromessi, senza ambiguità e sempre con carità verso ogni persona, chiamando tutti alla libertà che deriva dal vivere nella verità di Cristo.

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