Spirito
Mons. Viganò: la vera Obbedienza è legata alla Giustizia
Renovatio 21 pubblica questo testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò

Obœdientes obœdientibus
Qualche breve appunto su due articoli del Prof. Daniele Trabucco
L’obbedienza servile è quella che segue la legge per paura,
senza la grazia interiore, e quindi “non giova a nulla
se non è accompagnata dall’amore;
anzi, senza di esso, rende colpevole chi la pratica,
perché manca del fine ultimo che è Dio.
Sant’Agostino
Il commento del prof. Daniele Trabucco alla vicenda di don Leonardo Maria Pompei, pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana lo scorso 6 Settembre (1), ha suscitato alcune obiezioni, tra le quali una in particolare ha provocato un ulteriore intervento dello stesso Trabucco su Chiesa e Postconcilio (2). Premetto che nutro la massima stima per il prof. Trabucco, del quale ho sempre apprezzato il pensiero autenticamente cattolico e il rigore intellettuale. Credo tuttavia che questi suoi due ultimi articoli travisino gravemente il concetto di obbedienza all’autorità, fuorviando i lettori.
La tesi del primo intervento di Trabucco è che la santità – di ieri come di oggi – si esplicita anche nella fedeltà e nell’obbedienza umile all’Autorità legittima, perché nell’obbedire a ordini ingiusti l’anima si esercita nell’abnegazione di sé e così sublima l’obbedienza in virtù eroica.
L’obiezione dei lettori evidenzia il differente contesto storico ed ecclesiale in cui l’obbedienza eroica di Santi come Padre Pio o don Bosco a vere e proprie vessazioni dei Superiori legittimi li fece crescere nella santità. E che i casi odierni, come quello di don Leonardo Maria Pompei, non sono paragonabili con i primi.
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Così Trabucco riassume l’obiezione dei suoi lettori:
«Oggi la Chiesa è immersa in una crisi senza precedenti, il neomodernismo è penetrato nel cuore stesso della vita ecclesiale etc., per cui non sarebbe legittimo paragonare con la situazione presente di don Pompei, l’atteggiamento di figure come San Pio da Pietrelcina, Don Dolindo Ruotolo, San Giovanni Bosco e tanti altri santi, che obbedirono pur soffrendo. Allora – si dice – il contesto era diverso: non vi era questa dissoluzione dottrinale, non questa confusione universale, non questa apostasia silenziosa».
La risposta all’obiezione, che costituisce il secondo intervento di Trabucco, parte dall’assunto che non sia possibile «contestualizzare» la fedeltà e l’obbedienza dei Santi del passato. Scrive Trabucco:
La santità, infatti, non è mai un prodotto delle condizioni storiche, non è l’esito di un equilibrio contingente, ma è radicata nell’immutabilità della grazia e nella perenne costituzione divina della Chiesa.
Mi permetterei di dissentire sul fatto che la santità non dipenderebbe dalle condizioni storiche. Affermo al contrario che la Provvidenza suscita per ogni tempo i Santi, i cui carismi sono più utili in quel determinato contesto. San Giovanni Bosco non è diventato santo facendo l’eremita ma l’educatore, nell’Italia sabauda, anticlericale e massonica, che voleva estromettere la Chiesa dalla società.
Vi è però un equivoco che occorre chiarire: non è la santità che ha bisogno di essere «contestualizzata», ma la modalità in cui si esplicita la virtù della vera Obbedienza (e di tutte le virtù in genere) in due contesti che sono diversi e addirittura antitetici. Perché il ragionamento del prof. Trabucco sia valido, tanto padre Pio quanto don Pompei dovrebbero essersi trovati ad obbedire a dei Superiori legittimi, ossia che esercitano la propria Autorità conformemente alla Legge di Dio, alla Verità rivelata, al Magistero immutabile della Chiesa.
Finché l’Autorità rimane nell’alveo che le ha assegnato Nostro Signore, essa è legittima e coerente con la suprema Autorità di Cristo Capo del Corpo Mistico. Ma così non è: e non perché padre Pio e don Leonardo Maria abbiano agito difformemente, ma perché l’obbedienza richiesta a padre Pio da un Superiore autoritario è di ordine disciplinare, mentre quella richiesta a don Leonardo Maria da un Superiore dottrinalmente deviato è di ordine dottrinale.
L’Autorità è stata voluta dal Signore per governare la Chiesa secondo le finalità che le sono proprie, e non per demolirla e disperderne le membra. La virtù dell’Obbedienza è legata alla Giustizia: essa deve esercitarsi secondo una ben precisa gerarchia, che inizia in Dio supremo Legislatore e somma Autorità, per poi articolarsi nell’obbedienza ai Suoi vicari temporali e spirituali, i quali a loro volta sono tenuti ad obbedire ai propri Superiori, e certamente anzitutto a Cristo Re e Pontefice.
San Tommaso d’Aquino ci spiega che la virtù dell’obbedienza scaturisce dalla Carità e dalla volontà di conformarsi all’ordine divino: essa è la virtù morale che rende la volontà pronta ad eseguire i precetti dei Superiori (II-II, quæstio 104, 2 ad 3); l’obbedienza a Dio è assoluta, mentre l’obbedienza alle autorità umane è subordinata e condizionata alla sottomissione dell’autorità umana (e dell’ordine impartito) all’autorità di Dio (II-II, quæstio 104, 4).
Il fondamento dell’obbedienza è infatti l’autorità del Superiore, ricevuta direttamente o indirettamente da Dio: è dunque a Dio che si obbedisce, nella persona del legittimo Superiore, dal momento che ogni potestà viene da Lui (Rom 13, 2).
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Nell’ordine perfetto che ruota intorno al Verbo Incarnato, l’obbedienza al Padre è il motore stesso della Redenzione operata dal Figlio. Questa obbedienza si riverbera spontaneamente all’interno del corpo sociale ed ecclesiale, nel riconoscersi tutti – governanti e governati – sottoposti alla Signoria universale di Cristo, e quindi necessariamente a Lui obbedienti. In quest’ordine, la disobbedienza è uno dei più gravi peccati, perché scardina l’ordine cristocentrico del cosmo; e non è un caso se i veri disobbedienti finiscono col negare anzitutto la Signoria di Cristo, per poter orgogliosamente affermare la propria. Satana è il ribelle, il disobbediente per antonomasia, e colui che ci spinge con mille inganni a disobbedire a Dio.
Il prof. Trabucco ritiene, prendendo ad esempio il processo di Norimberga contro i crimini di guerra del Nazismo, che i subalterni non possano essere puniti per aver eseguito ordini ricevuti dai superiori militari. Al di là del fatto che tanto i Superiori quanto i sottoposti hanno la responsabilità morale delle proprie azioni – i primi per gli ordini impartiti, i secondi per l’obbedienza a quegli ordini –, mi pare che anche i giudici di Norimberga abbiano ritenuto colpevoli e condannato gli ufficiali nazisti, non accogliendo la loro difesa di «aver solo obbedito agli ordini».
La disobbedienza dei Superiori a Cristo, del Quale usurpano l’autorità, rompe la coerenza della catena gerarchica, perché costringe i sudditi a disobbedire ai Superiori per non offendere Dio.
L’obbedienza che si delinea invece nelle parole del prof. Trabucco sembra prescindere da questa necessaria coerenza dell’Autorità all’obbedienza che a sua volta esige, giungendo al paradosso di indicare come moralmente preferibile disobbedire a Dio per obbedienza servile a dei Superiori disobbedienti, all’obbedienza virtuosa a Dio disobbedendo ai Suoi indegni Vicari.
E a chi obbietta che non sta al suddito giudicare il Superiore, rispondo che questo vale anche per del Superiore nei riguardi di Dio, dal quale egli si affranca per poter comandare senza alcun limite.
Non possiamo dimenticare che la decisione di resistere ai falsi pastori è per un sacerdote molto più sofferta e problematica che per un laico, anche solo per una questione di dipendenza economica dal Superiore. Ma proprio perché per un parroco è quasi una violenza dover disobbedire al proprio vescovo o al papa, il vescovo e il Papa dovrebbero considerare la propria responsabilità morale nell’abusare della propria autorità per far compiere ai sudditi azioni contrarie alla volontà di Dio, che essi non compirebbero se non fossero minacciati da sanzioni canoniche.
La gerarchia conciliare e sinodale ha deliberatamente infranto la coerenza nell’Obbedienza di duemila anni di vita della Chiesa Cattolica Romana. Essa si è sottratta all’Autorità di Dio e della Chiesa nel momento in cui, adulterando la Fede, si è sinodalizzata (ossia democratizzata), facendo risiedere nel «popolo di Dio» la sovranità strappata a Cristo. La sinodalità è disobbedienza quintessenziata, così come è sotto l’insegna della ribellione e dello scisma la «rilettura in chiave sinodale ed ecumenica» del Papato, che Cristo ha voluto monarchico.
È dunque questa Gerarchia ad essere disobbediente a Cristo, pur continuando a rivendicarne l’autorità per farsi obbedire dal Clero e dai fedeli. La santa disobbedienza dei sudditi non scardina l’ordine voluto da Dio, ma coraggiosamente lo ripristina, mostrando i traditori e gli usurpatori per quello che sono. Inoltre, dinanzi ad un piano eversivo della Gerarchia che da oltre sessant’anni è la causa principale della crisi nella Chiesa Cattolica, la prudenza e il legittimo sospetto di malafede verso Superiori che continuano a promuovere il Vaticano II e le sue riforme è non solo lodevole, ma doveroso.
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Il fedele e il chierico che fingono di avere a che fare con Vescovi normali, quando è evidente che sono quinte colonne del nemico, costituisce una cooperazione al male che essi compiono o lasciano compiere.
Padre Pio o don Bosco avevano dei Superiori che si riconoscevano a propria volta sudditi di Dio, e ne temevano il Giudizio grazie alla formazione morale e spirituale ricevuta. Se avessero avuto come Superiori certi personaggi che oggi infestano le Diocesi e la Curia Romana, avrebbero compreso che prestare loro obbedienza non avrebbe costituito una meritoria immolazione della volontà, ma una vile complicità nel demolire la Chiesa e nel disobbedire a Dio.
Come si sarebbero comportati padre Pio e don Bosco, o don Dolindo Ruotolo e le migliaia di santi sacerdoti che nei secoli hanno ingoiato dai loro Superiori tanti amari bocconi, nel Clero secolare e in quello Regolare, meritando il Paradiso e spesso la stessa conversione dei loro mitrati aguzzini? Cosa avrebbero risposto al Vescovo di don Pompei? Come avrebbero giudicato gli errori del Vaticano II e gli orrori del Novus Ordo?
E ancora: dinanzi alla evidenza che i Superiori della chiesa conciliare-sinodale vogliono distruggere la Chiesa Cattolica, il Papato, la Messa e il Sacerdozio, come avrebbero giudicato – da Confessori della Fede – il comportamento di chi per non subire ritorsioni illegittime tace dinanzi alla propagazione dell’eresia e dell’immoralità? Dubito che don Bosco avrebbe accettato di celebrare il rito montiniano, o ammesso alla Comunione i concubini, benedetto coppie di sodomiti, incoraggiato la transizione di genere, profanato la Santissima Eucaristia distribuendola sulla mano.
Ciò significa forse che oggi don Bosco e padre Pio non potrebbero essere Santi perché’ non hanno obbedito ai Superiori? No: significa che oggi si sarebbero santificati come Confessori della Fede esercitando l’Obbedienza secondo la sua gerarchia interna. Significa che avrebbero obbedito a Dio piuttosto che a uomini che Gli disobbediscono. Tutto qui.
Risponde però Trabucco:
«Proprio lì sta il punto: l’obbedienza che hanno incarnato non è riducibile a un fatto storico, dal momento che appartiene alla sostanza della santità, perché riconosce nell’istituzione visibile il sacramento dell’azione invisibile di Dio. (…)»
È vero: l’Obbedienza appartiene alla sostanza della santità. Ma se la santità è la meta di ogni uomo e in particolare di ogni battezzato, come potrebbe l’obbedienza essere di ostacolo alla santità, dal momento che essa riconosce il primato a Dio e subordinatamente a coloro che Lo rappresentano? O dovremmo forse credere che, per il semplice fatto che affermano di essere nostri Superiori, essi possano rendere legittimi degli ordini che la ragione ci indica come irricevibili? O legittimare la propria autorità, quando papi, cardinali, vescovi e chierici aderiscono tutti, indistintamente, ad un altro Vangelo (Gal 1, 6-7), un’altra religione, un altro credo, un altro papato, un altro sacerdozio, un’altra messa, sostenendo di appartenere a un’altra chiesa, che chiamano conciliare e sinodale.
Non è posta in discussione l’autorità del vescovo dai modi burberi o dalle decisioni opinabili: qui è messa in discussione l’obbedienza ad un’autorità usurpata, di cui si sono impadroniti degli eversori eretici e corrotti, per poter con più efficacia demolire la Chiesa dall’interno.
La nostra disobbedienza di oggi è l’unica forma moralmente doverosa di resistenza allo scandalo inaudito di una Gerarche pretende di poter adulterare l’insegnamento di Nostro Signore, e allo stesso tempo ne rivendica l’Autorità. Deus non irridetur, non ci si prende gioco di Dio (Gal 6, 7). Obbedire a questi Pastori significa rendersi loro complici, ed essere in comunione con loro esclude l’essere in comunione con la Chiesa Cattolica Apostolica Romana: sono loro stessi ad affermare di essere la «nuova chiesa» rispetto a quella «preconciliare».
Se conserviamo la visione trascendente dell’Obbedienza, ricordando che l’Incarnazione è stata possibile per l’obbedienza del Figlio al Padre, l’obbedienza di Maria Santissima al Signore e l’obbedienza di San Giuseppe all’Angelo, sapremo discernere con retta coscienza. Credo anzi che gli Ultimi Tempi ci daranno esempi eroici di santa Obbedienza a Dio e alla Chiesa, mentre i suoi vertici si distingueranno – come ai tempi della Passione – per il tradimento della Legge e dei Profeti e per la complicità con il potere politico.
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Mi permetto di aggiungere un’ultima riflessione. Quando la Sacra Scrittura parla dei falsi pastori, falsi maestri o falsi profeti (3), usa questa espressione di proposito, per evidenziare l’inganno di chi si presenta per ciò che non è. Nel Nuovo Testamento questo monito è ancora più esplicito (4) come ad esempio nella seconda Epistola di San Pietro:
«Fra voi vi saranno falsi maestri, i quali introdurranno eresie di perdizione e, rinnegando il Signore che li ha riscattati, attireranno su di sé una rapida rovina. (…) Per cupidigia vi sfrutteranno con parole false (2Pt 2, 1-3)».
Se dunque siamo stati avvertiti che sorgeranno falsi cristi e falsi profeti (Mt 24, 24), come possiamo pretendere che ad essi sia dovuta obbedienza, quando è proprio la Sacra Scrittura a metterci in guardia contro di loro, indicandoli come impostori e mentitori? Se obbedire a questi falsi maestri fosse sempre doveroso e non comportasse alcuna conseguenza, perché mai saremmo stati avvertiti dagli Evangelisti, da San Paolo, da San Pietro, da San Giuda Taddeo di non prestare loro ascolto, di fatto compiendo un atto di disobbedienza?
È proprio per questo che la vera Obbedienza è lo strumento principale mediante il quale quell’assistenza divina promessa alla Chiesa Cattolica si esplicita anche nel disobbedire virtuosamente ai falsi pastori e ai mercenari; perché essa, come giustamente ricorda il prof. Trabucco, non dipende dalle circostanze politiche o ecclesiali, quanto dalla verità perenne che la Chiesa custodisce, anche nelle ore più oscure. Non perché chi è fedele presuma di essere migliore (cosa che invece sembra essere una convinzione dei Modernisti).
Ma perché proprio perché la Chiesa non appartiene a noi ma a Cristo Signore, siamo tutti tenuti a impedire che i suoi nemici possano agire indisturbati e impuniti, pregiudicando la salvezza eterna di tante anime. Ed è questo che il Signore si aspetta da noi: non un comodo quietismo travestito da umiltà o da fatalismo.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
17 Settembre MMXXV
In impressione Stigmatum S.cti Francisci
NOTE
1 ) Cfr. https://lanuovabq.it/it/don-pompei-lobbedienza-che-manca-e-lesempio-dei-santi
2) Cfr. https://chiesaepostconcilio.blogspot.com/2025/09/santi-per-tutti-i-tempi-non-per-una.html
3) Cfr. ad esempio Ger 23, 1-4; Ger 50, 6; Ez 34, 1-10; Is 56, 11; Zc 11, 15-17
4) Cfr. Mt 7, 15; Mt 24, 11 e 24; Gv 10, 12-13; At 20, 29-30; 2Pt 2, 1-3; 1Gv 4, 1; Gd 1, 12-13
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Spirito
Consacrazione dei vescovi, la FSSPX a colloquio a Roma con monsignor Fernandez
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Pensiero
Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele
Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.
Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.
Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.
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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.
Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?
E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.
Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!
Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)
Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»
Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.
E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.
Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.
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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?
Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.
E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.
A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».
Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.
«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».
Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.
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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.
Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.
Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.
Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.
Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.
E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.
Roberto Dal Bosco
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Immagine da FSSPX.News
Spirito
Mons. Eleganti contro le consacrazioni FSSPX
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