Connettiti con Renovato 21

Spirito

Mons. Viganò: Bergoglio «antipapa», dimissioni di Benedetto XVI «invalide», segreto di Fatima «manipolato»

Pubblicato

il

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha rilasciato una densa intervista allo YouTuber statunitense dr. Taylor Marshall, in cui ha fatto precisazioni – e rivelazioni – di rilievo.

 

Il primo degli argomenti toccati è il Terzo Segreto di Fatima, con il Marshall che chiede a monsignore se pensa il segreto pubblicato nel 2000 sia quello vero.

 

«Il testo della terza parte del Segreto di Fatima fu consegnato da Suor Lucia al Vescovo di Leiria nel 1944: esso si riferisce alla visione che i tre pastorelli ebbero nel 1917 e che per volontà della Vergine Maria doveva essere rivelato nel 1960. Venne consegnato al Sant’Uffizio nel 1957, regnante Pio XII» risponde monsignor Viganò. Giovanni XXIII lo lesse nel 1959 e dispose di non renderlo pubblico. Altrettanto fece nel 1967 Paolo VI. Giovanni Paolo II lo lesse nel 1978 o forse nel 1981».

Iscriviti al canale Telegram

«Nel 2000 in occasione del Giubileo, ne dispose la pubblicazione lasciando credere che fosse il testo integrale, attribuendo a sé la visione del papa colpito, e più precisamente all’attentato che egli subì in Piazza San Pietro il 13 Maggio 1981. Il sospetto che il testo del Segreto sia stato manipolato è più che fondato» continua l’arcivescovo.

 

«Aldilà delle anomalie e delle incongruenze tecniche – come ad esempio il formato del supporto cartaceo usato da Suor Lucia – mi pare evidente che il contenuto “rivelato” sia stato censurato, in modo da non confermare ciò che è sotto gli occhi di tutti: la demolizione della Chiesa Cattolica dal suo interno e l’apostasia della fede mediante un “cattivo Concilio” e una “cattiva Messa”».

 

«La decisione di non pregiudicare l’esito rivoluzionario del Vaticano II portò Roncalli a non rivelare il Terzo Segreto; allo stesso modo agì Montini, anche perché la rivoluzione del Concilio si era nel frattempo estesa alla riforma liturgica» puntualizza monsignore. «D’altra parte, non stupisce che una Gerarchia che adultera la Sacra Scrittura e il Magistero possa arrivare anche a censurare le parole della Vergine Santissima nell’ambito di apparizioni riconosciute dalla Chiesa». 

 

A Viganò viene quindi domandato riguardo la scomunica latæ sententiæ per il reato di scisma inflittagli dal cardinale Fernandez.

 

«L’11 Giugno sono stato informato con una semplice mail (senza mai ricevere nessuna notifica ufficiale) di un processo a mio carico, per il quale mi sarei dovuto presentare a Roma il 20 successivo per ritirare le accuse nei miei confronti, così da preparare la mia difesa entro il 28, vigilia dei Santi Pietro e Paolo. Non credo che si dia una settimana di tempo nemmeno a chi ha ricevuto una multa per aver parcheggiato in divieto di sosta». 

 

«Le accuse che mi sono mosse sono del tutto inconsistenti: scisma per aver messo in dubbio la legittimità di Bergoglio e aver rifiutato il Vaticano II. Ma il diritto riconosce la non applicabilità della volontà di scisma nel caso in cui l’imputato sia persuaso che colui che siede sul Soglio di Pietro non sia papa e, laddove sia dimostrata l’infondatezza dei suoi sospetti, sia disponibile a sottomettersi alla sua autorità» risponde il prelato lombardo.

 

A questo punto monsignor Viganò definisce la sua visione dell’argentino.

 

«Io considero Jorge Mario Bergoglio un anti-papa o meglio: un contro-papa, un usurpatore, un emissario della lobby anticattolica che da decenni ha infiltrato la Chiesa. L’evidenza della sua alienità al Papato, le sue molteplici eresie e la coerenza della sua azione di governo e di “magistero” in chiave eversiva sono elementi gravissimi che non possono essere liquidati sbrigativamente come delitto di lesa maestà.» 

 

«Aldilà del metodo e del merito della causa penale extragiudiziale, la vacanza della Sede Apostolica e l’usurpazione del Soglio di Pietro da parte di un falso papa rendono tutti gli atti dei Dicasteri romani del tutto privi di validità e di efficacia, per cui anche la scomunica nei miei confronti è nulla» specifica l’arcivescovo. 

 

«Ci troviamo davanti ad un cortocircuito canonico: colui che ricopre la suprema autorità terrena nella Chiesa, nel momento in cui è denunciato per eresia risponde accusando di scisma colui che lo denuncia e lo scomunica. Questo uso strumentale della giustizia – tipico delle dittature – contraddice la mens del Legislatore e giustamente ricade sotto quanto previsto dalla Bolla di Paolo IV: è l’adesione stessa all’eresia ad estromettere l’eretico dalla Chiesa e rendere la sua autorità illegittima, invalida e nulla».

Sostieni Renovatio 21

All’intervistatore che chiede come dovrebbero comportarsi i Cattolici in caso di proibizione della Messa antica, Viganò risponde che «la Messa tridentina è un tesoro inestimabile per la Santa Chiesa. Essa è “canonizzata” dal Suo uso plurisecolare in cui vediamo espressa la voce della Sacra Tradizione. Se la Gerarchia, abusando del proprio potere contro il fine che il Signore le ha dato, impedisce la celebrazione della Messa antica, compie un abuso e questa proibizione è nulla». 

 

«Sacerdoti e vescovi dovrebbero mostrare più coraggio, continuando a celebrare il rito antico e rifiutandosi di celebrare il Novus Ordo. Andrebbero probabilmente incontro a sanzioni da parte del Vaticano, ma dovrebbero chiedersi quali sanzioni li aspettino quando dovranno rispondere al tribunale del Signore per non aver compiuto il proprio dovere, preferendo l’obbedienza servile al potente anziché l’obbedienza a Dio». 

 

Quindi un consiglio diretto ai laici, che «dovrebbero organizzarsi in piccole comunità acquistando le chiese oggi messe in vendita o allestendo cappelle domestiche, e cercando sacerdoti disposti a celebrare per loro la Messa e i Sacramenti secondo il Rito Apostolico e aiutandoli materialmente a svolgere il loro Ministero». 

 

Marshall domanda cosa monsignor Viganò pensi della Fraternità Sacerdotale San Pietro (FSSP), dell’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote (ICRSS), nonché della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX).

 

«Gli istituti ex Ecclesia Dei nascono dalla volontà del Vaticano di indebolire la Fraternità San Pio X dopo le Consacrazioni Episcopali del 1988, che essendosi data una successione apostolica poteva continuare il proprio apostolato anche dopo la morte di Mons. Marcel Lefebvre» risponde il monsignore. «La “concessione” di celebrare la Liturgia tridentina – fino ad allora del tutto esclusa – aveva e ha come condizione l’accettazione del “magistero postconciliare” e della liceità del Novus Ordo».

 

«Tale premessa è del tutto inaccettabile, perché riduce la celebrazione della Messa antica ad una questione cerimoniale, mentre è evidente che il rito tridentino riassume in sé tutta la dottrina e la spiritualità della Fede Cattolica, in antitesi al rito protestantizzato di Paolo VI che quella Fede ecumenicamente tace. Chi celebra la Messa di San Pio V non può accettare il Vaticano II».

 

«Infatti, sin dall’inizio, molti sacerdoti che avevano lasciato la Fraternità di Mons. Lefebvre ed erano confluiti negli istituti Ecclesia Dei continuarono ad avere forti riserve e, per così dire, giocarono sull’equivoco di una tacita accettazione che lo stesso Vaticano non chiedeva di esplicitare», racconta Viganò.

 

«Nel 2007 Benedetto XVI ha riconosciuto legittimità alla Liturgia tradizionale, dichiarando la Messa antica “forma straordinaria” del Rito Romano, a fianco alla “forma ordinaria” del Novus Ordo. Il Motu Proprio Summorum Pontificum rivela l’impostazione hegeliana di Ratzinger, che nella compresenza di due forme del medesimo rito ha cercato di comporre la sintesi tra la tesi della Messa tradizionale e l’antitesi del rito montiniano. Ma anche in quel caso, la base ideologica del Motu Proprio era di fatto moderata dalla pratica, per cui il risultato finale di Summorum Pontificum è stato relativamente positivo, quantomeno nella diffusione della celebrazione della Messa antica che le nuove generazioni non avevano mai conosciuto. Giovani sacerdoti e tanti fedeli si sono avvicinati al Rito Apostolico, scoprendone la bellezza e la coerenza intrinseca con la Fede cattolica».

 

«Dinanzi al successo della Messa di Sempre, il Motu Proprio Traditionis Custodes ha drasticamente limitato la liberalizzazione di Summorum Pontificum, dichiarando abolito il diritto di ogni sacerdote alla celebrazione della Messa tradizionale e riservandolo ai soli istituti ex-Ecclesia Dei. Ecco così creata una “riserva indiana” di chierici più o meno conservatori che dipendono da Bergoglio, ai quali è richiesta la professione di fede conciliare mediante la concelebrazione del nuovo rito almeno una volta l’anno: cosa che praticamente tutti i sacerdoti di questi istituti sono costretti a fare, volenti o nolenti. D’altra parte, non mi pare che i vescovi o cardinali che li sostengono abbiano espresso riserve sul Concilio o sulle deviazioni dottrinali, morali e liturgiche del postconcilio e dello stesso Bergoglio. Difficile aspettarsi dai subalterni una combattività che eminenti Prelati non hanno mai dimostrato».

 

«Questi istituti sono dunque sotto ricatto» dice Viganò. «Se con Summorum Pontificum era plausibile pensare ad un tentativo di pax liturgica che lasciasse i conservatori liberi di scegliersi il rito che preferiscono (in una visione, per così dire, liberale), con Traditionis Custodes sui chierici che celebrano e sui fedeli che assistono alla Messa antica grava lo stigma ecclesiale dell’indietrismo, del rifiuto del Vaticano II, del rigidismo preconciliare. In questo caso la sinodalità e la parresia cedono all’autoritarismo di Bergoglio, che però dice una scomoda verità: quel rito mette in discussione l’ecclesiologia e la teologia del Vaticano II e come tale non rappresenta la chiesa conciliare. L’illusione della pax liturgica si è quindi infranta miseramente dinanzi all’evidenza dell’inconciliabilità di due riti che si “scomunicano” reciprocamente, così come le due chiese – quella Cattolica e quella sinodale – di cui sono espressione cultuale» 

 

«Per quanto riguarda i fedeli, credo sia necessario comprendere la situazione di grande disorientamento e di anarchia presente nella Chiesa» dichiara il prelato. «Molti Cattolici che hanno scoperto la Messa antica non riescono più ad assistere al rito montiniano ed è comprensibile che si “accontentino” – per così dire – delle Messe tridentine celebrate dagli istituti ex-Ecclesia Dei, senza però accettare i compromessi che sono richiesti ai loro sacerdoti».

 

Tuttavia, precisa Viganò, «si tratta di una situazione che presto o tardi dovrà essere chiarita, specialmente se l’accettazione degli errori conciliari e sinodali diventa la condicio sine qua non della fruizione della Messa antica. In quel caso il fedele deve agire coerentemente e cercare dei sacerdoti non compromessi con la chiesa sinodale. Gli orrori di questo “pontificato” stanno comunque erodendo il consenso del Clero nei riguardi di Bergoglio: una fronda tradizionale potrebbe decidere di non seguirlo sulla via fallimentare intrapresa». 

 

Il Monsignore rivela di comprendere «lo strazio che molti provano a non poter assistere alla Messa tridentina. È come essere privati della presenza del Signore e delle Grazie che il Santo Sacrificio spande sulle anime e sulla Chiesa. Ma nel corso della storia molti Cattolici, sia in terre lontane non ancora raggiunte dai Missionari, sia in tempi di persecuzione, si sono trovati a non poter avere la Messa se non saltuariamente».

 

«Senza Messa si può sopravvivere, ma non senza Fede. Se dunque la Fede è indispensabile per la salvezza, è importante che ogni Cattolico alimenti la propria istruzione religiosa riprendendo in mano il Catechismo tridentino e nutrendo l’intelletto e il cuore in modo da resistere al contagio del Novus Ordo e delle sue degenerazioni. Occorre pregare perché il Signore mandi operai per la Sua messe, e aiutare i pochi sacerdoti ancora fedeli». 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Monsignore quindi torna sul ruolo dell’ex cardinale statunitense Teodoro McCarrick nell’accordo sino-vaticano.

 

«Nonostante le accuse sulla scandalosa condotta di McCarrick e fossero già note e vi fossero provvedimenti disciplinari presi da papa Benedetto nei suoi confronti, Bergoglio incaricò l’allora cardinale di tenere i contatti con il governo di Pechino, anche in ragione delle sue entrature alla Casa Bianca e con l’establishment democratico che avevano – e hanno tuttora – rapporti con la dittatura cinese» dichiara Viganò.

 

«La capacità di McCarrick dimonetizzare” la collaborazione della Chiesa nei confronti di alcuni governi ha portato alla firma di un accordo segreto, che secondo alcune indiscrezioni – che non sono in grado di verificare – frutterebbe al Vaticano milioni ogni anno, in cambio del suo silenzio sulla persecuzione dei Cattolici fedeli alla Sede Apostolica e sulla violazione dei diritti umani». 

 

Qui Viganò sembra far riferimento alle rivelazioni del magnate cinese in esilio negli USA Guo Wengui secondo cui il Vaticano sarebbe corrotto con «1,6 miliardi di dollari l’anno per fermare le critiche alla politica religiosa di Pechino». Il Guo, che ha bizzarre operazioni di speculazione in corso sul seme dei non vaccinati, è ritenuto da alcuni triplogiochista per Pechino. Sul suo yacht fu arrestato quattro anni fa l’ex stratega trumpiano Steve Bannon, noto per le posizioni anticinesi.

 

Monsignor quindi risponde ad una domanda sullo stato di salute dell’episcopato statunitense quando era nunzio apostolico a Washington.

 

«L’Episcopato statunitense è il frutto di decenni di mala gestio vaticana: la corruzione e la presenza di una potentissima lobby omosessuale – formata in gran parte di protetti di McCarrick – è totalmente favorevole al nuovo corso bergogliano, in un appiattimento scandaloso sulle posizioni woke della Sinistra radicale che sta distruggendo gli Stati Uniti».

 

«La parte “sana” di Vescovi – che come Nunzio ho cercato in ogni modo di promuovere e di difendere – è minoritaria, conservatrice ma di impostazione conciliare» dice Viganò.

 

Il prelato passa poi ad esprimersi sulla rinuncia di Ratzinger.

 

«La Rinunzia di Benedetto XVI, per i vizi di procedura e per il monstrum canonico che ha prodotto, è certamente invalida, come ha spiegato egregiamente il prof. Enrico Maria Radaelli. L’invenzione del “papato emerito” ha minato ulteriormente il Primato petrino e aperto la strada a quel “papato scomposto” – in una divisione surreale di munus e ministerium senza basi teologiche e canoniche – che si sta oggi evolvendo in una rilettura del ruolo del Pontefice in chiave ecumenica, come vediamo nel Documento di studio Il Vescovo di Roma recentemente pubblicato dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Un’unità che è già una nota della unica vera Chiesa di Cristo, che è la Chiesa Cattolica e che significativamente il Vaticano II presenta come obiettivo da conseguire mediante una interpretazione del dogma che non presenti conflitti con gli errori delle sette acattoliche». 

 

«Il fatto che Ratzinger abbia ritenuto soggettivamente di abdicare al papato non incide sulla nullità della Rinunzia. Nonostante l’aura di ortodossia che circonda il Pontificato di Benedetto XVI specialmente negli ambienti del conservatorismo moderato, la sua ridefinizione dell’istituto petrino e la creazione del Papato emerito costituiscono la massima espressione delle istanze ereticali presenti nella teologia ratzingeriana, e come tali dovranno essere oggetto di una ben precisa condanna, assieme alle altre eresie (ben evidenziate dagli studi dell’esimio Professor Radaelli) che il teologo tedesco non ha mai sconfessato».

 

L’intervistatore chiede cosa dovrebbe fare il prossimo papa, se deve dichiarare Bergoglio antipapa o invalidare il Vaticano II.

 

«Quando Nostro Signore Si incarnò 2024 anni fa in Israele non vi era né re né sacerdozio. Se ci stiamo avvicinando agli ultimi tempi, credo che la vacanza della Sede Apostolica sia destinata a durare. Quando tornerà sulla terra, Nostro Signore riprenderà lo scettro temporale e la corona spirituale, riassumendo in Sé la potestà regale e sacerdotale oggi illegittime» risponde Viganò. 

 

«Ma se la Provvidenza si degnasse di concedere alla Chiesa un vero papa, egli potrebbe essere riconoscibile per la condanna e la dichiarazione di nullità del Concilio e dei disastri che ha prodotto. Un santo papa abolirebbe il Novus Ordo e ripristinerebbe la Liturgia tradizionale, perché avrebbe a cuore prima di tutto la gloria di Dio, l’onore della Chiesa e la salvezza delle anime.» 

Aiuta Renovatio 21

Il Monsignore, riguardo alla questione di papa Leone II, che dichiarò anatema il suo predecessore papa Onorio, e alla possibilità che ciò accada di nuovo, risponde dichiarando che «sarebbe il minimo. La condanna dell’errore è necessaria per ripristinare l’ordine violato, che si fonda in Dio, ossia sulla Verità somma».

 

«Onorio fu scomunicato da papa Leone II non perché eretico, ma perché profana proditione immaculatam fidem subvertere conatus est – con prodizione mondana provò a sovvertire la purezza della Fede – perché non aveva condannato chiaramente l’eresia monotelita, secondo cui in Cristo non vi sarebbero due volontà – una divina e una umana secondo le due nature – ma una sola» spiega l’arcivescovo.

 

«L’azione sovversiva di Bergoglio è ben più grave, così come sono ben più gravi le eresie che il Vaticano II non solo non combatté, ma di cui anzi si fece veicolo pastorale, in un colossale inganno del corpo ecclesiale». 

 

L’ultima domanda posta a monsignor riguarda la possibilità che Bergoglio sia un antipapa, i quindi suoi cardinali sarebbero anti-cardinali e quindi non validi. Ci si chiede, dunque, come avverrebbe un conclave, e se quindi per risolvere la questione bisogna rifarsi alla «tesi di Cassiciacum» di Guérard des Lauriers e alla sua tesi sul «papato materiale»,

 

«Il Collegio Cardinalizio è composto per la maggioranza da personaggi ampiamente compromessi e corrotti. Per di più, l’illegittimità di Bergoglio (anche per le infrazioni a quanto prescritto nella Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis che ne invalidano l’elezione) rende nulli tutti i suoi atti di governo, quindi anche tutte le nomine del Sacro Collegio. Se i cardinali nominati dal predecessore riconoscessero che Bergoglio non è papa e convocassero un Conclave, dovrebbero avere il coraggio non solo di deplorare gli effetti presenti, ma anche le loro cause, che rimontano tutte al Concilio Vaticano II». 

 

«La tesi cosiddetta di Cassiciacum prende il suo nome dal paese che oggi si chiama Cassago Brianza, in Lombardia, dove nel 387 Sant’Agostino si ritirò in preghiera con la madre prima di ricevere il Battesimo. Questa tesi, formulata nel 1978 da padre Guérand des Lauriers o.p., individua nei papi postconciliari – da Montini a Bergoglio – un’accettazione esteriore del Papato inficiata da un ostacolo interno (la volontà di promuovere le nuove istanze del Concilio Vaticano II che contraddicono il Magistero perenne della Chiesa) – un ostacolo che impedisce la comunicazione da parte di Dio del carisma divino che normalmente appartiene al Vicario di Cristo. Venendo meno questa «intenzione oggettiva ed abituale di procurare e di realizzare il bene e il fine della Chiesa» i papi del postconcilio sarebbero dunque papi solo materialmente, in quanto solo canonicamente eletti, e quindi propriamente “non papi”». 

 

La rivoluzione conciliare – di cui Bergoglio è implacabile esecutore – ha come scopo la dissoluzione del Cattolicesimo Romano in una falsa religione senza dogmi di ispirazione massonica, da ottenersi mediante la parlamentarizzazione della Chiesa sul modello delle istituzioni civili. Ciò richiede un ridimensionamento del Papato e l’estinzione della Successione Apostolica, assieme ad un radicale stravolgimento del Sacerdozio ministeriale. Per questo motivo, anche se al momento è opportuno sospendere il giudizio definitivo sui papi del Concilio, è necessario mettere per così dire tra parentesi tutto ciò che essi hanno prodotto, in particolare il Catechismo e l’insegnamento dottrinale, la riforma della Messa e dei Sacramenti, e tra questi il rito di conferimento degli Ordini Sacri».

 

«Quel che posso dire è che, rispetto alle tesi del sedevacantismo o del sedeprivazionismo – che pure hanno elementi condivisibili in linea teorica – non è possibile credere che il Signore abbia permesso che la Sua Chiesa rimanesse eclissata e priva dei mezzi ordinari della Grazia – i Sacramenti – per oltre sessant’anni, con Vescovi e sacerdoti non validamente ordinati e quindi con Messe e Sacramenti invalidi. Il mysterium iniquitatis non può implicare il venir meno dell’assistenza promessa da Cristo alla Chiesa – Ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem sæculi (Mt 28, 19). Ma da parte nostra urge il ripristino dell’integrità del Depositum Fidei (Lex credendi) e della sua espressione orante (Lex orandi) perché’ le porte degli inferi non abbiano a prevalere».

 

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 

Spirito

Mons. Schneider: l’infiltrazione della massoneria è responsabile della crisi nella Chiesa

Pubblicato

il

Da

Il vescovo Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, in Kazakistan, ha parlato in un’intervista pubblicata venerdì dei mali della massoneria e della sua profonda infiltrazione nella Chiesa sin dal Concilio Vaticano II.   Durante un’intervista sul canale YouTube Adrian Milag TV, trasmessa pubblicamente il 22 maggio, il vescovo Schneider, parlando del suo libro Credo: Compendio della fede cattolica, ha affermato di aver incluso un capitolo sulla Massoneria perché è uno dei principali mali moderni che non viene affrontato nel Catechismo ufficiale della Chiesa. Il vescovo ha poi sottolineato che la Massoneria è una forma di gnosticismo e relativismo che si è profondamente infiltrata nella Chiesa sin dal Concilio Vaticano II, soprattutto attraverso l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la riorientazione «antropocentrica» della liturgia.   «Questa è una delle sette più pericolose e delle sette pseudo-religiose segrete, che è una forma di (gnosticismo)», ha detto il vescovo. «Nei livelli più alti (della Massoneria), si avvicina sempre di più al culto di Satana… e il dogma fondamentale della Massoneria è il relativismo, (credono) che “non c’è verità nella religione, tutte le religioni sono uguali e ognuno può scegliere il proprio dio”».  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

«Il secondo dogma è l’antropocentrismo, secondo il quale l’uomo deve essere al centro di tutto, non Dio», ha aggiunto.   Monsignor Schneider ha poi approfondito le ragioni per cui i massoni si sono infiltrati nella Chiesa.   «Il più grande ostacolo all’ideologia della Massoneria è Gesù Cristo, il Dio incarnato», ha affermato Sua Eccellenza. «Questo è in totale contrasto con l’intero edificio spirituale della Massoneria. Pertanto, la vera e piena fede cattolica… è considerata dai massoni il più grande antagonismo».   «Pertanto, fin dall’inizio la Massoneria ha avuto come obiettivo quello di emarginare la fede cattolica e di combatterla», ha aggiunto. «E ora sono passati a un’altra tattica, davvero demoniaca, per combattere direttamente la fede cattolica: hanno iniziato a infiltrarsi nella Chiesa per corromperla con le loro idee di relativismo, naturalismo, antropocentrismo… questa è la radice dell’attuale crisi della Chiesa sin dal Concilio Vaticano II».   Il prelato kazako-tedesco ha sottolineato che, pur non affermando che la massoneria sia direttamente responsabile della crisi nella Chiesa, le somiglianze con l’ideologia massonica sin dal Concilio sono «davvero sorprendenti», soprattutto per quanto riguarda l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e la centralità dell’uomo nella liturgia.   «La crisi che dura da 60 anni, a partire dal Concilio, è il primato del relativismo, attraverso il cosiddetto ecumenismo e il dialogo interreligioso. Gesù Cristo è privato della sua unicità rispetto alle altre religioni», ha affermato.   «Il secondo fenomeno all’interno della Chiesa cattolica dal Concilio è quello di mettere l’uomo al centro della liturgia… e Cristo viene messo in un angolo, di lato, persino nelle chiese. La Santa Eucaristia… il Cristo vivente, il Dio vivente incarnato, viene messo in un angolo e il sacerdote si mette sulla sua sedia, al centro», ha aggiunto. «Questo è così antropocentrico, e il modo di celebrare la Santa Messa rivolti verso il popolo come in un cerchio chiuso… l’altare non è (più) un altare. No, è un tavolo, e al centro c’è il sacerdote (non più) Cristo. Dicono in teoria, sì, ma non in pratica».   «Questa è dunque un’altra caratteristica fondamentale della crisi della Chiesa cattolica, che è anche, lo ripeto, una caratteristica dell’ideologia massonica. Vale a dire che “il primato deve essere dato alla natura della vita terrena, alle realtà terrene”, a scapito della verità eterna, a scapito della grazia della vita spirituale in grazia con Dio, e questa è la nostra crisi. Dobbiamo tornare a Cristo… Lui deve essere il centro» ha continuato il vescovo.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine screenshot da YouTube
Continua a leggere

Spirito

Satana crede in Roma?

Pubblicato

il

Da

Il 15 maggio, il giornalista spagnolo Pedro Gomez Carrizo ha pubblicato su Infovaticana un articolo di opinione particolarmente rilevante, intitolato «Satana crede in Roma».

 

Il testo prende spunto dalla recente nota del Cardinale Victor Manuel Fernandez, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, riguardante le imminenti consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX). Fin dalle prime righe, l’autore pone le basi per la sua riflessione: «La nota del cardinale Fernandez contro la FSSPX solleva una questione ancora più seria di quella dello scisma selettivo: se Satana tentò Cristo chiedendogli di vagliare Pietro, perché si terrebbe lontano dai dicasteri, dai seminari e dagli uffici dove la fede viene preservata – o distorta? Ieri, il cardinale Fernandez ha ripubblicato la sua nota. In essa, ha ribadito «formalmente» che le ordinazioni episcopali della FSSPX costituiscono un atto scismatico e che lo scisma comporta la scomunica».

 

L’autore sottolinea immediatamente quello che considera un netto contrasto tra la gravità delle accuse e la personalità stessa del cardinale Fernandez: «La prima cosa che colpisce è vedere parole così pesanti pronunciate da una penna così leggera. “Scisma”! Questa parola antiquata, con il suono metallico degli ammonimenti romani, sulla bocca di un cardinale così giovane; questo concetto grave, che conserva tutto l’antico peso di realtà ultime e sacre, nella mente di un cardinale frivolo, innamorato della modernità e di tutte le sue novità».

Sostieni Renovatio 21

Perché Roma parla di scisma solo in relazione a Econe?

L’autore pone immediatamente la domanda: «ci si potrebbe chiedere perché Roma pronunci la parola “scisma” con tanta solennità quando guarda a Ecône, e la tenga accuratamente per sé quando è testimone di tutta questa variegata e colorata serie di rotture dottrinali, liturgiche, morali e sacramentali che, per decenni, sono entrate nella Chiesa ufficiale dalla porta principale».

 

Un passaggio del testo riguarda la recente accoglienza in Vaticano di Sarah Mullally, una donna che ricopre la carica di «arcivescovo di Canterbury». Pedro Gomez Carrizo scrive: «l’Arcivescovo di Canterbury è stata accolta in Vaticano con il rispetto dovuto a una dignità ecclesiastica e portata in preghiera comune sotto un tetto apostolico. Nessuna breve nota ha ritenuto opportuno ricordare che Leone XIII dichiarò in Apostolicae curae la nullità delle ordinazioni anglicane, e che a questa nullità si aggiunge ora, in una sorta di sfida teatrale, il fatto che lei sia una donna. Con la massima naturalezza, una figura che la dottrina cattolica non può considerare vescovo in alcun modo viene trattata pubblicamente da Roma come se lo fosse; e la piacevole coreografia della scena comunica al mondo tanto l’approvazione quanto la asciutta nota di Fernandez esprime la disapprovazione».

 

Pedro Gomez Carrizo la spiega così: «È uno scisma “selettivo”: per Pachamama c’era l’inculturazione; per Lutero, una memoria riconciliata; per le benedizioni ambigue, il discernimento pastorale; per le nomine episcopali all’ombra del Partito Comunista Cinese, il realismo diplomatico; per il raffreddamento della mariologia, una sensibilità ecumenica; per le liturgie delle fiere di paese, la creatività comunitaria. Per la Tradizione, invece, il Codice riappare miracolosamente».

 

L’autore prosegue descrivendo quella che considera una profonda contraddizione nella Chiesa odierna: «improvvisamente, dal volto sorridente della Chiesa sinodale – fluida, dialogica, ecumenica, ospitale verso ogni estraneità e comprensione fino all’esaurimento verso ogni deviazione – emerge la severa smorfia di condanna: il Dicastero per la Dottrina della Fede, guidato dall’ineffabile cardinale, riscopre la solennità dell’antico Sant’Uffizio per mettere in guardia dallo scisma coloro che conservano la liturgia romana, la morale cattolica e la dottrina appresa da intere generazioni di fedeli».

 

Pedro Gomez Carrizo non vuole soffermarsi sulla figura del cardinale Fernandez, che rappresenta solo una parte del problema: «lasciamo da parte Víctor Manuel Fernandez, perché il cardinale romanziere, il censore fuorviato delle deviazioni, è solo il germe di una malattia interiore. La sua continua guida del Dicastero per la Dottrina della Fede esprime uno dei più dolorosi capovolgimenti dell’era post-conciliare: un Sant’Uffizio rinnovato, ora dedito alla persecuzione della Tradizione. Chi vigila sui custodi quando perdono il discernimento elementare che permette di distinguere l’amico dal nemico della fede?»

Aiuta Renovatio 21

Quando Roma cominciò a temere la Tradizione più dell’eresia?

Pedro Gomez Carrizo introduce quindi una riflessione più ampia sul Concilio Vaticano II e sull’aggiornamento: «Vargas Llosa mise in bocca a Zavalita questa famosa domanda: “A che punto il Perù si è disgregato?”. Una domanda simile comincia a porsi anche per il cattolico del nostro tempo: a che punto Roma ha iniziato a sentirsi più a disagio con la Tradizione che con l’eresia? La risposta non ha una data precisa, ma ha una parola fondamentale, una parola d’ordine e un segno di riconoscimento di un’epoca: aggiornamento».

 

Egli paragona il Concilio Vaticano II ai grandi concili dogmatici della storia: «il Vaticano II presenta un’anomalia storica raramente affrontata: mentre i grandi concili nacquero per definire la fede contro gli errori che ne minacciavano l’integrità – Nicea contro Ario; Trento contro la rivoluzione protestante; Vaticano I contro l’assalto del razionalismo, del liberalismo e delle nuove forme di protesta moderna – il Vaticano II finì per adattarsi a un mondo già colonizzato dall’eresia. Il modernismo regnava nelle università, nei seminari, nell’esegesi, nella teologia morale e nell’immaginazione pastorale di tanti ecclesiastici che sognavano una Chiesa “riconciliata con il mondo” da allora, ha regnato anche in Vaticano».

 

Pedro Gomez Carrizo ricorda la condanna del Modernismo da parte di San Pio X: «Ora, il Modernismo, nonostante la natura amichevole del termine e le sue connotazioni positive, è proprio ciò che San Pio X identificò come la sintesi di tutte le eresie. In altre parole: qualcosa di molto grave. Così grave che Papa Paolo VI, dopo aver aperto le porte e le finestre del Vaticano al Modernismo, si rese conto che “il fumo di Satana” era entrato nella Santa Chiesa».

Sostieni Renovatio 21

Satana non è una metafora

Il punto cruciale arriva quando Pedro Gomez Carrizo rifiuta qualsiasi interpretazione simbolica del diavolo: «E qui non parliamo di Satana come metafora. Parliamo di Satana come realtà personale, intelligente e attiva, nemico di Dio e delle anime. La fede cattolica perde la sua forza quando riduce il diavolo a un simbolo psicologico o a una reliquia letteraria di tempi creduloni».

 

Egli ricorda diversi episodi scritturali: «Cristo fu tentato da Satana nel deserto; Giuda, seduto alla mensa del Signore, cedette alla sua influenza fino al punto di commettere tradimento; Pietro udì dalle labbra stesse di Cristo quel terribile ‘Vattene via da me, Satana!’ quando cercò di dissuadere il Signore dalla via della croce; e questo stesso Pietro fu avvertito che Satana gli aveva chiesto di vagliarlo come il grano. La Scrittura non colloca l’azione diabolica ai margini pittoreschi della religione, ma al cuore stesso del dramma della salvezza, dove si decide tra fedeltà e tradimento».

 

Pedro Gomez Carrizo anticipa la solita obiezione: «come potrebbe il Nemico infiltrarsi nella Chiesa, la Sposa di Cristo?»

 

Egli replica immediatamente: «Una risposta ponderata inizia distinguendo ciò che Dio ha promesso da ciò che non ha mai promesso. Cristo ha promesso che le porte dell’inferno non avrebbero prevalso contro la Sua Chiesa; questa promessa assicura l’indefettibilità della Sposa, la permanenza della fede, l’efficacia dei sacramenti e la vittoria finale di Cristo sulle potenze avverse. Ma Cristo non ha mai promesso pastori impeccabili, dicasteri immuni, seminari incorruttibili, liturgisti ispirati, teologi docili o cardinali edificanti. L’indefettibile santità della Chiesa è coesistita, fin dai tempi di Giuda, con la terribile possibilità di tradimento all’interno delle sue stesse mura visibili».

 

La conclusione dell’articolo è senza dubbio il passaggio più incisivo: «In realtà, la promessa di Cristo presuppone un assalto: se le porte dell’inferno non prevarranno, sarà perché certamente ci proveranno. L’immagine sarebbe priva di significato se la Chiesa fosse posta sotto una cupola di vetro, preservata da ogni infiltrazione e corruzione interna. San Paolo parlò del mysterium iniquitatis, mise in guardia contro i falsi apostoli e avvertì i sacerdoti di Efeso che dopo la sua partenza sarebbero entrati lupi rapaci e che uomini si sarebbero levati tra di loro per trascinare discepoli dietro di sé. “Tra di voi”, dice l’Apostolo».

 

L’autore prosegue: «la storia della Chiesa conferma questo insegnamento. Ario era un sacerdote; Nestorio era il Patriarca di Costantinopoli; Onorio era il papa; i prelati rinascimentali trasformarono la Curia in una corte mondana; e i moderni capi ecclesiastici hanno distrutto dai loro pulpiti ciò che martiri e confessori avevano difeso con il loro sangue. Nulla di tutto ciò distrugge la Chiesa, ma tutto ciò rivela il vero campo di battaglia. La Sposa rimane santa attraverso il suo Capo, che è Cristo – non il suo vicario – attraverso l’assistenza dello Spirito Santo e attraverso la fedeltà di coloro che, spesso da umili origini, continuano a credere in ciò che la Chiesa ha ricevuto. Le sue membra visibili possono contaminarla agli occhi degli uomini, renderla irriconoscibile per un certo tempo, trasformare le sue strutture in strumenti di confusione e le sue parole più venerabili in alibi per l’apostasia pratica».

 

Segue quindi quest’ultima riflessione, che dà pieno significato al titolo dell’articolo: «sì, l’infiltrazione diabolica nella Chiesa non è solo possibile: è prevedibile per chiunque creda veramente nella Chiesa. Satana non perde tempo dove non c’è nulla di decisivo in gioco. Il suo interesse naturale è rivolto all’altare, al confessionale, al seminario, all’episcopato, alla liturgia, alla dottrina, alla formazione dei bambini, alla nomina dei pastori e persino al linguaggio con cui si nominano peccato e grazia».

 

Pedro Gomez Carrizo conclude con un’immagine particolarmente suggestiva: «se una merceria commette un errore, venderà bottoni scadenti. Se Roma commette un errore, può disorientare le anime. Il Nemico conosce la differenza».

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 

Continua a leggere

Spirito

Consacrazioni episcopali: ciò che don Pagliarani ha detto ai membri della Fraternità San Pio X

Pubblicato

il

Da

La preparazione dei cuori alle consacrazioni episcopali

Comunicato ai fedeli e agli amici della Fraternità Sacerdotale San Pio X

  Cari fedeli e amici, Nel contesto della preparazione alle consacrazioni episcopali previste a Écône il prossimo 1° luglio, desideriamo mettere eccezionalmente a vostra disposizione un editoriale che il Signor Superiore Generale ha indirizzato, lo scorso 7 marzo, ai membri della Fraternità.   Questo testo non torna sulla questione delle consacrazioni in sé, ma si propone di ricordare lo spirito con cui devono essere preparate e vissute: spirito di fede, di carità, di fiducia soprannaturale e di amore per la Chiesa. Perché non basta illuminare la propria intelligenza, se allo stesso tempo non ci si dispone con il cuore.   Pertanto, a poche settimane da questa cerimonia così importante per tutta la Chiesa, ci è sembrato opportuno condividere queste riflessioni con i fedeli e gli amici della Fraternità, affinché tutti possano unirsi più profondamente a questa preparazione nella preghiera, nel sacrificio e nella pace interiore.   Vi si troverà in particolare un invito a mantenere, nelle circostanze attuali, uno sguardo profondamente soprannaturale, uno spirito di dolcezza e di forza, e una carità animata da una vera preoccupazione per il bene delle anime e della Chiesa.   Augurandovi una buona lettura, vi ringraziamo di continuare a portare queste intenzioni nelle vostre preghiere, sotto lo sguardo di Nostra Signora Mediatrice di tutte le grazie.   Don Foucauld le Roux Segretario generale

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

 

Editoriale ai membri della Fraternità

Et nos credidimus caritati. «E noi abbiamo creduto alla carità.» 1 Gv 4,16

  Cari confratelli e membri della Fraternità,   è con grande piacere che, dopo l’annuncio pubblico delle consacrazioni e dopo tutta una serie di spiegazioni, posso finalmente rivolgermi a voi in modo più personale. Desidero condividere con voi alcuni consigli per aiutarci nella nostra preparazione morale e spirituale come membri della Fraternità. È questa preparazione che ci permetterà, a nostra volta, di accompagnare bene i fedeli.  

La necessità e il contesto delle consacrazioni

Non mancano certo gli argomenti apologetici: si tratta di preservare la fede e tutti i mezzi necessari per trasmetterla e farla vivere nelle anime. Se già nel 1988 si poteva parlare di uno stato di necessità, questa necessità è purtroppo ancora più evidente nel 2026. Ciò spiega perché la decisione della Fraternità susciti una comprensione che va ben oltre i suoi confini.   Una constatazione positiva accompagna questa situazione: l’annuncio dello scorso 2 febbraio non ha lasciato nessuno indifferente nella Chiesa. Quasi tutti si sentono coinvolti e avvertono il dovere di esprimere la propria approvazione o disapprovazione. Questo è provvidenziale, perché a volte le parole, le prese di posizione e le dichiarazioni non bastano più. Devono essere accompagnate da atti significativi che la Provvidenza possa usare per scuotere le coscienze e la Chiesa stessa. Credo fermamente che la Provvidenza sia all’opera nel dibattito attuale.  

La prudenza soprannaturale

Quanto a noi, dobbiamo essere in grado di guardare un po’ dall’alto questo dibattito, pur rimanendovi pienamente coinvolti. La decisione di procedere alle consacrazioni episcopali deve essere guidata innanzitutto dalla prudenza soprannaturale. Questa prudenza non riguarda solo coloro che prendono questa decisione, ma anche coloro che la accolgono e la seguono. In altre parole, la posta in gioco è così importante che ogni membro della Fraternità deve poter, al proprio livello, comprendere e assumersi personalmente questa decisione davanti a Dio.

Sostieni Renovatio 21

La carità

Ma la gravità di questa decisione è tale che non può essere guidata dalla sola prudenza soprannaturale. Affinché questa decisione sia ben compresa e spiegata come si deve, cioè dalle cause più alte, sub specie æternitatis – alla luce dell’eternità –, è fondamentale chiedere allo Spirito Santo di concederci la sua saggezza. Ora, non dobbiamo dimenticare che la vera saggezza, quella che deve guidarci in questa scelta eccezionale, è figlia della carità. Solo la virtù della carità può darci una certa connaturalità con Nostro Signore e, di conseguenza, renderci capaci di percepire la realtà un po’ alla maniera di Dio. È solo a questa condizione che possiamo averne una giusta valutazione.   Abbiamo già detto e ripetuto che la ragione che fonda la decisione di procedere alle consacrazioni episcopali è la salvezza delle anime. Non bisogna vederci una semplice formula retorica né una semplice giustificazione di ordine canonico. Questa ragione di carità verso le anime e la Chiesa è quella che, in definitiva, deve veramente preparare le nostre anime e quelle dei fedeli alla cerimonia del 1° luglio.   A volte, quando si parla di carità, alcuni hanno la sensazione che si ceda a una forma di debolezza o, almeno, che si mescoli una certa sdolcinatezza all’autentica professione della fede cattolica. Una tale sensibilità è incompatibile con lo spirito di Mons. Lefebvre, con quello della Fraternità, e ancor più con lo spirito della Redenzione: la forza di Nostro Signore nella sua Passione e sulla croce non è altro che la misura della sua carità.   È con questa stessa carità che, ora più che mai, dobbiamo amare le anime e la Chiesa, anche se i suoi rappresentanti ufficiali dovessero – ancora una volta – dichiararci scomunicati e scismatici: «Vi ho detto queste cose, affinché non vi scandalizziate. Vi scacceranno dalle sinagoghe, e verrà l’ora in cui chiunque vi farà morire crederà di rendere omaggio a Dio. E vi tratteranno così perché non conoscono né il Padre né me. Vi ho detto queste cose affinché, quando sarà giunta l’ora, vi ricordiate che ve le ho dette» (Gv 16,1-4).   La prova definitiva che siamo nella verità sarà la nostra capacità di mantenere questo spirito di carità, qualunque cosa accada e verso tutti senza distinzione.

Aiuta Renovatio 21

In cosa consiste concretamente questa carità?

Si tratta innanzitutto di non cadere mai nell’amarezza: se certamente abbiamo il dovere di fare tutto il possibile per giustificare e spiegare le ragioni profonde delle consacrazioni, ciò deve avvenire con fermezza, ma mai con amarezza, né lasciando trasparire un accenno di zelo amaro. Naturalmente, si può cadere nell’amarezza per eccesso di zelo, ma anche perché avremmo preferito una certa data, un certo candidato, o che le cose andassero diversamente. Qualunque sia la causa materiale dell’amarezza, il rimedio è sempre lo stesso: caritas patiens est – la carità è paziente.   Nei confronti dei nostri interlocutori, chiunque essi siano, che ci capiscano o meno, dobbiamo sempre testimoniare la bontà. Quando non c’è comprensione di fronte a noi, quando non c’è nemmeno la disponibilità ad ascoltare il nostro discorso e a coglierne le ragioni, è molto facile, umanamente parlando, cadere nel rancore. Caritas benigna est – la carità è benevola.   Dobbiamo sempre ricordarci che se la Provvidenza ci ha concesso la misericordia di darci un po’ di luce, di permetterci di conservare la Tradizione della Chiesa e di prendere i mezzi per difenderla, ciò corrisponde a una grazia eccezionale che non abbiamo meritato. Questa consapevolezza deve condizionare interamente il nostro atteggiamento. Se le consacrazioni rappresentano una grazia per tutta la Fraternità – grazia per la quale dobbiamo sin d’ora ringraziare la Provvidenza –, questa gioia profondamente soprannaturale non deve confondersi con un trionfalismo fuori luogo, come se si trattasse di una vittoria umana che attribuiremmo a noi stessi, il che ne diminuirebbe inevitabilmente il valore intrinseco. Caritas non agit perperam, non inflatur – la carità non è avventata, non si gonfia d’orgoglio.   Seguendo l’esempio di monsignor Lefebvre, in tutto ciò che facciamo non dobbiamo cercare il nostro interesse personale né la sopravvivenza di un’opera personale, ma il bene delle anime e della Chiesa. La Fraternità non è altro che un mezzo per rimanere fedeli alla Chiesa. Se oggi adottiamo mezzi eccezionali per preservare la fede, il santo sacrificio della Messa e il sacerdozio, è perché vogliamo che un giorno tutta la Chiesa e ogni anima, senza distinzione, possano liberamente beneficiarne. Tutto questo appartiene alla Chiesa e noi ne siamo solo i custodi. Non chiediamo nulla per noi stessi: la nostra unica ricompensa sarà quella di vedere un giorno tutta la Chiesa riappropriarsi della sua Tradizione. Caritas non quærit quæ sua sunt – la carità non cerca i propri interessi.   Se dobbiamo dispiegare tutti i nostri sforzi per difendere bene i sacramenti – e la Fraternità dispone già, a tal fine, di un intero «arsenale» –, se una santa ira è più che mai necessaria di fronte alle terribili deviazioni che scuotono la Chiesa, non dobbiamo tuttavia manifestare né disprezzo né irritazione nelle nostre spiegazioni nei confronti dei nostri interlocutori, e soprattutto non nei confronti della gerarchia della Chiesa. Bisogna saper rimanere fermi e miti allo stesso tempo. Ma ciò è possibile solo con l’aiuto di Nostro Signore. Caritas non irritatur – la carità non si irrita per nulla.   Se venissimo dichiarati scomunicati e scismatici, ciò non significherebbe che cerchiamo una tale sanzione né che ne gioiamo, poiché sarebbe oggettivamente ingiusta. Una cosa è rallegrarsi di avere una nuova umiliazione da offrire a Dio; un’altra sarebbe rallegrarsi, in uno spirito di sfida, di un male e di un’ingiustizia oggettiva, che provoca scandalo per l’intera Chiesa. Caritas non gaudet super iniquitatem – la carità non si rallegra dell’ingiustizia.   Se invece, nella Chiesa, c’è una parte consistente che accoglie positivamente e sostiene la decisione della Fraternità, se le consacrazioni diventano l’occasione provvidenziale di un rinnovato coraggio ed entusiasmo sia all’interno che all’esterno della Fraternità, non possiamo che rallegrarcene, come Dio stesso può rallegrarsene. Caritas congaudet veritati – la carità si rallegra della verità.   Nessuno meglio di san Paolo ha saputo riassumere in quattro parole il programma dei quattro mesi che ci separano dalle ordinazioni e la forza che deve caratterizzare la nostra carità: omnia suffert, omnia credit, omnia sperat, omnia sustinet – sopporta tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto.   Questo vale per il momento presente e per sempre: caritas numquam excidit – la carità non finirà mai.

Iscriviti al canale Telegram

L’esempio della Santissima Vergine Maria

Ora più che mai, il Cuore Immacolato di Maria deve essere il rifugio della Fraternità e il modello di ciascuno di noi. Nessuno meglio di lei ha avuto il senso delle anime e il senso della Chiesa. È per amore delle anime e per amore della Chiesa che ha accettato di offrire il proprio Figlio sul Calvario. La sua volontà era una cosa sola con quella dell’Eterno e Sommo Sacerdote, proprio nel momento in cui questi si offriva al Padre come vittima di espiazione. Sono questa carità e questo dolore incommensurabili che hanno fatto di Nostra Signora la Corredentrice del genere umano e che le hanno dato una gloria unica nel tempo e nell’eternità.   Eppure, nonostante tutto ciò che quel Cuore Immacolato, trafitto da una spada di dolore, ha potuto soffrire, mai la minima amarezza né il minimo risentimento hanno offuscato, nemmeno per un solo istante, lo splendore della sua carità, anche nei confronti di coloro che avevano messo a morte il suo divino Figlio. Così come non ha esitato un solo istante nel compiere il sacrificio fino in fondo, così la sua carità verso i peccatori non ha mai vacillato. Mistero insondabile di forza, di dolcezza e di amore.   È con questi sentimenti e con questa carità che dobbiamo preparare la cerimonia del 1° luglio e impegnarci a preparare ad essa tutti i fedeli di cui siamo responsabili.   Dio vi benedica!   Menzingen, 7 marzo, nella festa di san Tommaso d’Aquino   Don Davide Pagliarani Superiore generale

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 
Continua a leggere

Più popolari