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Mons. Viganò: Bergoglio «antipapa», dimissioni di Benedetto XVI «invalide», segreto di Fatima «manipolato»

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha rilasciato una densa intervista allo YouTuber statunitense dr. Taylor Marshall, in cui ha fatto precisazioni – e rivelazioni – di rilievo.

 

Il primo degli argomenti toccati è il Terzo Segreto di Fatima, con il Marshall che chiede a monsignore se pensa il segreto pubblicato nel 2000 sia quello vero.

 

«Il testo della terza parte del Segreto di Fatima fu consegnato da Suor Lucia al Vescovo di Leiria nel 1944: esso si riferisce alla visione che i tre pastorelli ebbero nel 1917 e che per volontà della Vergine Maria doveva essere rivelato nel 1960. Venne consegnato al Sant’Uffizio nel 1957, regnante Pio XII» risponde monsignor Viganò. Giovanni XXIII lo lesse nel 1959 e dispose di non renderlo pubblico. Altrettanto fece nel 1967 Paolo VI. Giovanni Paolo II lo lesse nel 1978 o forse nel 1981».

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«Nel 2000 in occasione del Giubileo, ne dispose la pubblicazione lasciando credere che fosse il testo integrale, attribuendo a sé la visione del papa colpito, e più precisamente all’attentato che egli subì in Piazza San Pietro il 13 Maggio 1981. Il sospetto che il testo del Segreto sia stato manipolato è più che fondato» continua l’arcivescovo.

 

«Aldilà delle anomalie e delle incongruenze tecniche – come ad esempio il formato del supporto cartaceo usato da Suor Lucia – mi pare evidente che il contenuto “rivelato” sia stato censurato, in modo da non confermare ciò che è sotto gli occhi di tutti: la demolizione della Chiesa Cattolica dal suo interno e l’apostasia della fede mediante un “cattivo Concilio” e una “cattiva Messa”».

 

«La decisione di non pregiudicare l’esito rivoluzionario del Vaticano II portò Roncalli a non rivelare il Terzo Segreto; allo stesso modo agì Montini, anche perché la rivoluzione del Concilio si era nel frattempo estesa alla riforma liturgica» puntualizza monsignore. «D’altra parte, non stupisce che una Gerarchia che adultera la Sacra Scrittura e il Magistero possa arrivare anche a censurare le parole della Vergine Santissima nell’ambito di apparizioni riconosciute dalla Chiesa». 

 

A Viganò viene quindi domandato riguardo la scomunica latæ sententiæ per il reato di scisma inflittagli dal cardinale Fernandez.

 

«L’11 Giugno sono stato informato con una semplice mail (senza mai ricevere nessuna notifica ufficiale) di un processo a mio carico, per il quale mi sarei dovuto presentare a Roma il 20 successivo per ritirare le accuse nei miei confronti, così da preparare la mia difesa entro il 28, vigilia dei Santi Pietro e Paolo. Non credo che si dia una settimana di tempo nemmeno a chi ha ricevuto una multa per aver parcheggiato in divieto di sosta». 

 

«Le accuse che mi sono mosse sono del tutto inconsistenti: scisma per aver messo in dubbio la legittimità di Bergoglio e aver rifiutato il Vaticano II. Ma il diritto riconosce la non applicabilità della volontà di scisma nel caso in cui l’imputato sia persuaso che colui che siede sul Soglio di Pietro non sia papa e, laddove sia dimostrata l’infondatezza dei suoi sospetti, sia disponibile a sottomettersi alla sua autorità» risponde il prelato lombardo.

 

A questo punto monsignor Viganò definisce la sua visione dell’argentino.

 

«Io considero Jorge Mario Bergoglio un anti-papa o meglio: un contro-papa, un usurpatore, un emissario della lobby anticattolica che da decenni ha infiltrato la Chiesa. L’evidenza della sua alienità al Papato, le sue molteplici eresie e la coerenza della sua azione di governo e di “magistero” in chiave eversiva sono elementi gravissimi che non possono essere liquidati sbrigativamente come delitto di lesa maestà.» 

 

«Aldilà del metodo e del merito della causa penale extragiudiziale, la vacanza della Sede Apostolica e l’usurpazione del Soglio di Pietro da parte di un falso papa rendono tutti gli atti dei Dicasteri romani del tutto privi di validità e di efficacia, per cui anche la scomunica nei miei confronti è nulla» specifica l’arcivescovo. 

 

«Ci troviamo davanti ad un cortocircuito canonico: colui che ricopre la suprema autorità terrena nella Chiesa, nel momento in cui è denunciato per eresia risponde accusando di scisma colui che lo denuncia e lo scomunica. Questo uso strumentale della giustizia – tipico delle dittature – contraddice la mens del Legislatore e giustamente ricade sotto quanto previsto dalla Bolla di Paolo IV: è l’adesione stessa all’eresia ad estromettere l’eretico dalla Chiesa e rendere la sua autorità illegittima, invalida e nulla».

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All’intervistatore che chiede come dovrebbero comportarsi i Cattolici in caso di proibizione della Messa antica, Viganò risponde che «la Messa tridentina è un tesoro inestimabile per la Santa Chiesa. Essa è “canonizzata” dal Suo uso plurisecolare in cui vediamo espressa la voce della Sacra Tradizione. Se la Gerarchia, abusando del proprio potere contro il fine che il Signore le ha dato, impedisce la celebrazione della Messa antica, compie un abuso e questa proibizione è nulla». 

 

«Sacerdoti e vescovi dovrebbero mostrare più coraggio, continuando a celebrare il rito antico e rifiutandosi di celebrare il Novus Ordo. Andrebbero probabilmente incontro a sanzioni da parte del Vaticano, ma dovrebbero chiedersi quali sanzioni li aspettino quando dovranno rispondere al tribunale del Signore per non aver compiuto il proprio dovere, preferendo l’obbedienza servile al potente anziché l’obbedienza a Dio». 

 

Quindi un consiglio diretto ai laici, che «dovrebbero organizzarsi in piccole comunità acquistando le chiese oggi messe in vendita o allestendo cappelle domestiche, e cercando sacerdoti disposti a celebrare per loro la Messa e i Sacramenti secondo il Rito Apostolico e aiutandoli materialmente a svolgere il loro Ministero». 

 

Marshall domanda cosa monsignor Viganò pensi della Fraternità Sacerdotale San Pietro (FSSP), dell’Istituto Cristo Re Sommo Sacerdote (ICRSS), nonché della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX).

 

«Gli istituti ex Ecclesia Dei nascono dalla volontà del Vaticano di indebolire la Fraternità San Pio X dopo le Consacrazioni Episcopali del 1988, che essendosi data una successione apostolica poteva continuare il proprio apostolato anche dopo la morte di Mons. Marcel Lefebvre» risponde il monsignore. «La “concessione” di celebrare la Liturgia tridentina – fino ad allora del tutto esclusa – aveva e ha come condizione l’accettazione del “magistero postconciliare” e della liceità del Novus Ordo».

 

«Tale premessa è del tutto inaccettabile, perché riduce la celebrazione della Messa antica ad una questione cerimoniale, mentre è evidente che il rito tridentino riassume in sé tutta la dottrina e la spiritualità della Fede Cattolica, in antitesi al rito protestantizzato di Paolo VI che quella Fede ecumenicamente tace. Chi celebra la Messa di San Pio V non può accettare il Vaticano II».

 

«Infatti, sin dall’inizio, molti sacerdoti che avevano lasciato la Fraternità di Mons. Lefebvre ed erano confluiti negli istituti Ecclesia Dei continuarono ad avere forti riserve e, per così dire, giocarono sull’equivoco di una tacita accettazione che lo stesso Vaticano non chiedeva di esplicitare», racconta Viganò.

 

«Nel 2007 Benedetto XVI ha riconosciuto legittimità alla Liturgia tradizionale, dichiarando la Messa antica “forma straordinaria” del Rito Romano, a fianco alla “forma ordinaria” del Novus Ordo. Il Motu Proprio Summorum Pontificum rivela l’impostazione hegeliana di Ratzinger, che nella compresenza di due forme del medesimo rito ha cercato di comporre la sintesi tra la tesi della Messa tradizionale e l’antitesi del rito montiniano. Ma anche in quel caso, la base ideologica del Motu Proprio era di fatto moderata dalla pratica, per cui il risultato finale di Summorum Pontificum è stato relativamente positivo, quantomeno nella diffusione della celebrazione della Messa antica che le nuove generazioni non avevano mai conosciuto. Giovani sacerdoti e tanti fedeli si sono avvicinati al Rito Apostolico, scoprendone la bellezza e la coerenza intrinseca con la Fede cattolica».

 

«Dinanzi al successo della Messa di Sempre, il Motu Proprio Traditionis Custodes ha drasticamente limitato la liberalizzazione di Summorum Pontificum, dichiarando abolito il diritto di ogni sacerdote alla celebrazione della Messa tradizionale e riservandolo ai soli istituti ex-Ecclesia Dei. Ecco così creata una “riserva indiana” di chierici più o meno conservatori che dipendono da Bergoglio, ai quali è richiesta la professione di fede conciliare mediante la concelebrazione del nuovo rito almeno una volta l’anno: cosa che praticamente tutti i sacerdoti di questi istituti sono costretti a fare, volenti o nolenti. D’altra parte, non mi pare che i vescovi o cardinali che li sostengono abbiano espresso riserve sul Concilio o sulle deviazioni dottrinali, morali e liturgiche del postconcilio e dello stesso Bergoglio. Difficile aspettarsi dai subalterni una combattività che eminenti Prelati non hanno mai dimostrato».

 

«Questi istituti sono dunque sotto ricatto» dice Viganò. «Se con Summorum Pontificum era plausibile pensare ad un tentativo di pax liturgica che lasciasse i conservatori liberi di scegliersi il rito che preferiscono (in una visione, per così dire, liberale), con Traditionis Custodes sui chierici che celebrano e sui fedeli che assistono alla Messa antica grava lo stigma ecclesiale dell’indietrismo, del rifiuto del Vaticano II, del rigidismo preconciliare. In questo caso la sinodalità e la parresia cedono all’autoritarismo di Bergoglio, che però dice una scomoda verità: quel rito mette in discussione l’ecclesiologia e la teologia del Vaticano II e come tale non rappresenta la chiesa conciliare. L’illusione della pax liturgica si è quindi infranta miseramente dinanzi all’evidenza dell’inconciliabilità di due riti che si “scomunicano” reciprocamente, così come le due chiese – quella Cattolica e quella sinodale – di cui sono espressione cultuale» 

 

«Per quanto riguarda i fedeli, credo sia necessario comprendere la situazione di grande disorientamento e di anarchia presente nella Chiesa» dichiara il prelato. «Molti Cattolici che hanno scoperto la Messa antica non riescono più ad assistere al rito montiniano ed è comprensibile che si “accontentino” – per così dire – delle Messe tridentine celebrate dagli istituti ex-Ecclesia Dei, senza però accettare i compromessi che sono richiesti ai loro sacerdoti».

 

Tuttavia, precisa Viganò, «si tratta di una situazione che presto o tardi dovrà essere chiarita, specialmente se l’accettazione degli errori conciliari e sinodali diventa la condicio sine qua non della fruizione della Messa antica. In quel caso il fedele deve agire coerentemente e cercare dei sacerdoti non compromessi con la chiesa sinodale. Gli orrori di questo “pontificato” stanno comunque erodendo il consenso del Clero nei riguardi di Bergoglio: una fronda tradizionale potrebbe decidere di non seguirlo sulla via fallimentare intrapresa». 

 

Il Monsignore rivela di comprendere «lo strazio che molti provano a non poter assistere alla Messa tridentina. È come essere privati della presenza del Signore e delle Grazie che il Santo Sacrificio spande sulle anime e sulla Chiesa. Ma nel corso della storia molti Cattolici, sia in terre lontane non ancora raggiunte dai Missionari, sia in tempi di persecuzione, si sono trovati a non poter avere la Messa se non saltuariamente».

 

«Senza Messa si può sopravvivere, ma non senza Fede. Se dunque la Fede è indispensabile per la salvezza, è importante che ogni Cattolico alimenti la propria istruzione religiosa riprendendo in mano il Catechismo tridentino e nutrendo l’intelletto e il cuore in modo da resistere al contagio del Novus Ordo e delle sue degenerazioni. Occorre pregare perché il Signore mandi operai per la Sua messe, e aiutare i pochi sacerdoti ancora fedeli». 

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Monsignore quindi torna sul ruolo dell’ex cardinale statunitense Teodoro McCarrick nell’accordo sino-vaticano.

 

«Nonostante le accuse sulla scandalosa condotta di McCarrick e fossero già note e vi fossero provvedimenti disciplinari presi da papa Benedetto nei suoi confronti, Bergoglio incaricò l’allora cardinale di tenere i contatti con il governo di Pechino, anche in ragione delle sue entrature alla Casa Bianca e con l’establishment democratico che avevano – e hanno tuttora – rapporti con la dittatura cinese» dichiara Viganò.

 

«La capacità di McCarrick dimonetizzare” la collaborazione della Chiesa nei confronti di alcuni governi ha portato alla firma di un accordo segreto, che secondo alcune indiscrezioni – che non sono in grado di verificare – frutterebbe al Vaticano milioni ogni anno, in cambio del suo silenzio sulla persecuzione dei Cattolici fedeli alla Sede Apostolica e sulla violazione dei diritti umani». 

 

Qui Viganò sembra far riferimento alle rivelazioni del magnate cinese in esilio negli USA Guo Wengui secondo cui il Vaticano sarebbe corrotto con «1,6 miliardi di dollari l’anno per fermare le critiche alla politica religiosa di Pechino». Il Guo, che ha bizzarre operazioni di speculazione in corso sul seme dei non vaccinati, è ritenuto da alcuni triplogiochista per Pechino. Sul suo yacht fu arrestato quattro anni fa l’ex stratega trumpiano Steve Bannon, noto per le posizioni anticinesi.

 

Monsignor quindi risponde ad una domanda sullo stato di salute dell’episcopato statunitense quando era nunzio apostolico a Washington.

 

«L’Episcopato statunitense è il frutto di decenni di mala gestio vaticana: la corruzione e la presenza di una potentissima lobby omosessuale – formata in gran parte di protetti di McCarrick – è totalmente favorevole al nuovo corso bergogliano, in un appiattimento scandaloso sulle posizioni woke della Sinistra radicale che sta distruggendo gli Stati Uniti».

 

«La parte “sana” di Vescovi – che come Nunzio ho cercato in ogni modo di promuovere e di difendere – è minoritaria, conservatrice ma di impostazione conciliare» dice Viganò.

 

Il prelato passa poi ad esprimersi sulla rinuncia di Ratzinger.

 

«La Rinunzia di Benedetto XVI, per i vizi di procedura e per il monstrum canonico che ha prodotto, è certamente invalida, come ha spiegato egregiamente il prof. Enrico Maria Radaelli. L’invenzione del “papato emerito” ha minato ulteriormente il Primato petrino e aperto la strada a quel “papato scomposto” – in una divisione surreale di munus e ministerium senza basi teologiche e canoniche – che si sta oggi evolvendo in una rilettura del ruolo del Pontefice in chiave ecumenica, come vediamo nel Documento di studio Il Vescovo di Roma recentemente pubblicato dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. Un’unità che è già una nota della unica vera Chiesa di Cristo, che è la Chiesa Cattolica e che significativamente il Vaticano II presenta come obiettivo da conseguire mediante una interpretazione del dogma che non presenti conflitti con gli errori delle sette acattoliche». 

 

«Il fatto che Ratzinger abbia ritenuto soggettivamente di abdicare al papato non incide sulla nullità della Rinunzia. Nonostante l’aura di ortodossia che circonda il Pontificato di Benedetto XVI specialmente negli ambienti del conservatorismo moderato, la sua ridefinizione dell’istituto petrino e la creazione del Papato emerito costituiscono la massima espressione delle istanze ereticali presenti nella teologia ratzingeriana, e come tali dovranno essere oggetto di una ben precisa condanna, assieme alle altre eresie (ben evidenziate dagli studi dell’esimio Professor Radaelli) che il teologo tedesco non ha mai sconfessato».

 

L’intervistatore chiede cosa dovrebbe fare il prossimo papa, se deve dichiarare Bergoglio antipapa o invalidare il Vaticano II.

 

«Quando Nostro Signore Si incarnò 2024 anni fa in Israele non vi era né re né sacerdozio. Se ci stiamo avvicinando agli ultimi tempi, credo che la vacanza della Sede Apostolica sia destinata a durare. Quando tornerà sulla terra, Nostro Signore riprenderà lo scettro temporale e la corona spirituale, riassumendo in Sé la potestà regale e sacerdotale oggi illegittime» risponde Viganò. 

 

«Ma se la Provvidenza si degnasse di concedere alla Chiesa un vero papa, egli potrebbe essere riconoscibile per la condanna e la dichiarazione di nullità del Concilio e dei disastri che ha prodotto. Un santo papa abolirebbe il Novus Ordo e ripristinerebbe la Liturgia tradizionale, perché avrebbe a cuore prima di tutto la gloria di Dio, l’onore della Chiesa e la salvezza delle anime.» 

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Il Monsignore, riguardo alla questione di papa Leone II, che dichiarò anatema il suo predecessore papa Onorio, e alla possibilità che ciò accada di nuovo, risponde dichiarando che «sarebbe il minimo. La condanna dell’errore è necessaria per ripristinare l’ordine violato, che si fonda in Dio, ossia sulla Verità somma».

 

«Onorio fu scomunicato da papa Leone II non perché eretico, ma perché profana proditione immaculatam fidem subvertere conatus est – con prodizione mondana provò a sovvertire la purezza della Fede – perché non aveva condannato chiaramente l’eresia monotelita, secondo cui in Cristo non vi sarebbero due volontà – una divina e una umana secondo le due nature – ma una sola» spiega l’arcivescovo.

 

«L’azione sovversiva di Bergoglio è ben più grave, così come sono ben più gravi le eresie che il Vaticano II non solo non combatté, ma di cui anzi si fece veicolo pastorale, in un colossale inganno del corpo ecclesiale». 

 

L’ultima domanda posta a monsignor riguarda la possibilità che Bergoglio sia un antipapa, i quindi suoi cardinali sarebbero anti-cardinali e quindi non validi. Ci si chiede, dunque, come avverrebbe un conclave, e se quindi per risolvere la questione bisogna rifarsi alla «tesi di Cassiciacum» di Guérard des Lauriers e alla sua tesi sul «papato materiale»,

 

«Il Collegio Cardinalizio è composto per la maggioranza da personaggi ampiamente compromessi e corrotti. Per di più, l’illegittimità di Bergoglio (anche per le infrazioni a quanto prescritto nella Costituzione Apostolica Universi Dominici Gregis che ne invalidano l’elezione) rende nulli tutti i suoi atti di governo, quindi anche tutte le nomine del Sacro Collegio. Se i cardinali nominati dal predecessore riconoscessero che Bergoglio non è papa e convocassero un Conclave, dovrebbero avere il coraggio non solo di deplorare gli effetti presenti, ma anche le loro cause, che rimontano tutte al Concilio Vaticano II». 

 

«La tesi cosiddetta di Cassiciacum prende il suo nome dal paese che oggi si chiama Cassago Brianza, in Lombardia, dove nel 387 Sant’Agostino si ritirò in preghiera con la madre prima di ricevere il Battesimo. Questa tesi, formulata nel 1978 da padre Guérand des Lauriers o.p., individua nei papi postconciliari – da Montini a Bergoglio – un’accettazione esteriore del Papato inficiata da un ostacolo interno (la volontà di promuovere le nuove istanze del Concilio Vaticano II che contraddicono il Magistero perenne della Chiesa) – un ostacolo che impedisce la comunicazione da parte di Dio del carisma divino che normalmente appartiene al Vicario di Cristo. Venendo meno questa «intenzione oggettiva ed abituale di procurare e di realizzare il bene e il fine della Chiesa» i papi del postconcilio sarebbero dunque papi solo materialmente, in quanto solo canonicamente eletti, e quindi propriamente “non papi”». 

 

La rivoluzione conciliare – di cui Bergoglio è implacabile esecutore – ha come scopo la dissoluzione del Cattolicesimo Romano in una falsa religione senza dogmi di ispirazione massonica, da ottenersi mediante la parlamentarizzazione della Chiesa sul modello delle istituzioni civili. Ciò richiede un ridimensionamento del Papato e l’estinzione della Successione Apostolica, assieme ad un radicale stravolgimento del Sacerdozio ministeriale. Per questo motivo, anche se al momento è opportuno sospendere il giudizio definitivo sui papi del Concilio, è necessario mettere per così dire tra parentesi tutto ciò che essi hanno prodotto, in particolare il Catechismo e l’insegnamento dottrinale, la riforma della Messa e dei Sacramenti, e tra questi il rito di conferimento degli Ordini Sacri».

 

«Quel che posso dire è che, rispetto alle tesi del sedevacantismo o del sedeprivazionismo – che pure hanno elementi condivisibili in linea teorica – non è possibile credere che il Signore abbia permesso che la Sua Chiesa rimanesse eclissata e priva dei mezzi ordinari della Grazia – i Sacramenti – per oltre sessant’anni, con Vescovi e sacerdoti non validamente ordinati e quindi con Messe e Sacramenti invalidi. Il mysterium iniquitatis non può implicare il venir meno dell’assistenza promessa da Cristo alla Chiesa – Ecce ego vobiscum sum usque ad consummationem sæculi (Mt 28, 19). Ma da parte nostra urge il ripristino dell’integrità del Depositum Fidei (Lex credendi) e della sua espressione orante (Lex orandi) perché’ le porte degli inferi non abbiano a prevalere».

 

 

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Spirito

«Assunzione, rigenerazione, garanzia della nostra stessa risurrezione»: Omelia di mons. Viganò nella festa dell’Assunta

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella festa dell’Assunzione della Vergine Maria

 

TU HONORIFICENTIA POPULI NOSTRI

Omelia nell’Assunzione della Beatissima Vergine Maria

   

Signum magnum apparuit in cælo:

mulier amicta sole, et luna sub pedibus ejus.

Un segno grande apparve nel cielo:

una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi.

Ap 12, 1

In questo giorno santo in cui la Chiesa — quella di sempre, non quella schiava del mondo, che ha creduto di poter riscrivere anche la lode dovuta alla Madre di Dio — innalza il suo canto dinanzi al mistero dell’Assunzione, permettetemi di condurvi non a una pia commozione passeggera, ma a quella roccia di dottrina sicura su cui i Padri, i Dottori e i Sommi Pontefici hanno edificato, per secoli, la nostra certezza.
 
Non fu un sentimento pio, non fu un’immaginazione consolatoria a generare questa festa che l’Oriente conosceva già come Dormizione fin dal V secolo, e che Roma stessa solennizzò per mano dei Pontefici Sergio I e Leone IV. Fu la logica stessa della Fede, quella logica che San Giovanni Damasceno seppe esprimere con vigore ineguagliato:
 
«Era necessario che colei, che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità, conservasse anche senza corruzione il suo corpo dopo la morte». (1)
 
Oportebat: era necessario, era conveniente. Non capriccio della pietà, ma necessità della ragione illuminata dalla Fede, la medesima che oggi taluni, gonfi di scienza e vuoti di sapienza, vorrebbero degradare a mito o a simbolo.

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A questa voce si uniscono, concordi attraverso i secoli, San Germano di Costantinopoli e l’antica tradizione attribuita a San Modesto di Gerusalemme; e poi, nel pieno della Scolastica, Sant’Alberto Magno nel suo Mariale, e l’Angelico Dottore stesso, San Tommaso, che nel commento alle Sentenze non esita ad applicare alla Θεοτόκος quello stesso principio di convenienza teologica che i Modernisti, innamorati del dubbio più che della certezza, hanno voluto bandire dalla teologia come se fosse un’onta e non, invece, un dono della grazia alla ragione.
 
San Bonaventura, San Bernardino da Siena, San Roberto Bellarmino, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: una catena ininterrotta di santità e di dottrina, che nessun Concilio pastorale, nessuna riforma liturgica, nessuna «nuova» teologia potrà mai spezzare, perché non è opera di uomini, ma custodia dello Spirito Santo sopra la sua Chiesa.
 
Quando, il 1 Novembre 1950, il Venerabile Pio XII pronunciò la definizione dogmatica con la Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus, egli non inventò una dottrina nuova: raccolse, come in un’urna preziosa, ciò che la Tradizione aveva custodito da sempre, e lo consegnò solennemente, con l’autorità che Nostro Signore ha posto nel Successore di Pietro, alla Fede irrevocabile di tutti i secoli a venire. Fu, quello, uno degli ultimi grandi atti di un Magistero che ancora sapeva insegnare senza tremare, definire senza negoziare, custodire senza disperdere — prima che la tempesta, che già covava nelle stanze romane, si abbattesse sulla vigna del Signore.
 
La Santa Chiesa, secondo la liturgia promulgata da Pio XII, pone oggi sulle labbra dei suoi ministri le parole che l’antico Israele rivolse a Giuditta, figura anticipatrice della Vergine vincitrice, dopo che ella ebbe schiacciato la testa del nemico del popolo di Dio.
 
«Il Signore ti ha benedetta con la sua potenza, perché per mezzo tuo ha ridotto al nulla i nostri nemici. Benedetta sei tu, o figlia, dal Signore Dio altissimo, più di tutte le donne sulla terra. Benedetto il Signore che ha creato il cielo e la terra, che ti ha guidata a colpire la testa del capo dei nostri nemici; perché oggi ha reso il tuo nome così glorioso, che la tua lode non si allontanerà dalla bocca degli uomini… Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la letizia d’Israele, tu l’onore del nostro popolo». (2)
 
Non sfugge la profondità di questa scelta da parte della Chiesa: Giuditta che recide il capo di Oloferne è figura di Colei che, Immacolata fin dal primo istante, schiaccia sotto il suo piede la testa dell’antico serpente; e come a Giuditta fu detto che il suo nome non sarebbe mai più uscito dalla bocca degli uomini, così il nome di Maria è benedetto in ogni generazione, ed è gloria di Gerusalemme, letizia d’Israele, onore del popolo cristiano.

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Chi oggi vorrebbe espungere queste tipologie dalla pubblica preghiera della Chiesa, giudicandole troppo «guerriere» o troppo «medievali» per un culto reso timido e accomodante, tradisce il senso stesso della battaglia soprannaturale in cui la Santa Chiesa è tuttora impegnata.
 
Il Padre Garrigou-Lagrange, fra gli ultimi grandi maestri della Scuola romana prima che i modernisti si impadronissero delle cattedre, insegnò che l’Assunzione non è privilegio isolato, ma frutto necessario dell’Immacolata Concezione e della Maternità divina: Colei che fu preservata dal peccato doveva esserlo anche dalla corruzione che del peccato è retaggio. Vi è in questo una coerenza che sfida ogni relativismo teologico: Dio non fa nulla a metà, e la grazia concessa a Maria al principio della sua esistenza doveva necessariamente fiorire e compiersi, al termine del suo pellegrinaggio terreno, nella gloria piena del corpo risorto.
 
Il grande domenicano confessava che il teologo attraversa, dinanzi alle più alte verità mariane, tre stagioni dell’anima: dapprima l’adesione della pietà filiale, poi il turbamento dinanzi alle obiezioni che il mondo solleva, infine — se Dio concede il tempo e la grazia di approfondire — il ritorno alla medesima certezza iniziale, non più per solo sentimento, ma per scienza: perché le cose di Dio, e in particolare le grazie concesse a Maria Santissima, sono sempre più ricche di quanto la pigrizia dell’intelletto osi supporre.
 
Non fu forse questo il cammino che tanti fedeli, e tanti pastori, avrebbero dovuto percorrere in questi decenni di smarrimento, invece di abbandonarsi, dinanzi alla prima obiezione del mondo, a un silenzio colpevole sulle verità più alte della Fede?
 
Il medesimo Padre Garrigou-Lagrange insegnò ancora che la mediazione universale di Maria e la sua Regalità sui cuori non sono ornamenti retorici, ma conseguenze rigorose della sua Maternità divina: se Ella è Madre del Capo, è Madre anche delle membra; se coopera alla nostra rigenerazione nell’ordine della grazia, tanto più la sua Assunzione gloriosa è primizia e garanzia di quella medesima rigenerazione estesa, un giorno, ai corpi di tutti i redenti.
 
Cari fedeli, in un’epoca che ha smarrito il senso del corpo — che lo idolatra e insieme lo profana, che lo manipola e lo dissolve in ideologie estranee al disegno del Creatore — la festa odierna ci ricorda che il corpo dell’uomo non è un accidente da cui l’anima anelerebbe liberarsi, ma parte costitutiva di quella persona che Cristo è venuto a redimere integralmente, mediante la propria Incarnazione.

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Maria assunta in cielo, anima e corpo, è la primizia e la garanzia della nostra stessa risurrezione: pegno che nessuna filosofia moderna, nessuna teologia evanescente, nessuna nota di impresentabili porporati potrà mai cancellare dal Credo che professiamo.
 
A Lei, dunque, Regina assunta in cielo, affidiamo oggi la Chiesa che tanto soffre; a Lei chiediamo che, come schiacciò fin dal principio la testa del serpente antico, così voglia schiacciare anche l’apostasia che oggi insidia il gregge di suo Figlio.
 
Che Ella, Arca della Nuova Alleanza assunta nel santuario del Cielo, ottenga a questa povera Chiesa pellegrinante la grazia di ritornare, senza più tentennamenti, alla pienezza della Fede e del culto che i Padri ci hanno trasmesso.
 
E così sia.
 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 15 Agosto MMXXVI
In Assumptione Beatæ Mariæ Virginis

    NOTE
1) Oportebat eam, quae in partu illaesam servaverat virginitatem, suum corpus sine ulla corruptione etiam post mortem conservare. S. Joannes Damascenus, Encomium in Dormitionem Dei Genitricis semperque Virginis Mariæ, hom. II, 14 (citato in Pio XII, Munificentissimus Deus, 1950). 2) Benedixit te Dominus in virtute sua, quia per te ad nihilum redegit inimicos nostros. Benedicta es tu, filia, a Domino Deo excelso, prae omnibus mulieribus super terram. Benedictus Dominus qui creavit cælum et terram, qui te direxit in vulnera capitis principis inimicorum nostrorum; quia hodie nomen tuum ita magnificavit, ut non recedat laus tua de ore hominum… Tu gloria Jerusalem, tu lætitia Israël, tu honorificentia populi nostri. Idt 13, 22-25; 15, 10 — Epistola della Messa dell’Assunzione

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Immagine: Guercino (1591-1666), Assunzione della Vergine (1650), Detroit Museum of Arts, Detroit. Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported; immagine tagliata  
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La Reja: 12 seminaristi FSSPX hanno preso la tonaca

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Nella festa dell’Assunzione, il 15 agosto 2026, dodici seminaristi del Seminario Internazionale di Nostra Signora Corredentrice di La Reja, in Argentina, hanno ricevuto la tonaca da padre de Lassus, direttore del seminario. Provenienti da dieci paesi diversi, hanno così compiuto un passo significativo nel loro percorso di formazione al sacerdozio.

 

Oggi, 15 agosto, festa dell’Assunzione della Vergine Maria, il seminario La Reja è stato pervaso dalla gioia. In primo luogo per la festa che stavamo celebrando, ma anche, in stretta connessione con il mistero dell’Assunzione, in occasione dell’investitura di dodici seminaristi dell’anno di spiritualità, provenienti da diverse parti del mondo.

 

Un cileno, un peruviano, un colombiano, due messicani, tre brasiliani, un filippino, un argentino, un ecuadoriano e un cubano hanno ricevuto l’abito ecclesiastico dalle mani del reverendo padre de Lassus, direttore del seminario.

 

Questa cerimonia, che segna in modo chiaro, significativo e profondo ogni seminarista durante gli anni di formazione, manifesta e chiede a Dio la grazia di abbandonare il mondo e donarsi interamente al Signore. Come la talare ricopre tutto il corpo, così l’intera persona deve essere avvolta da Cristo per rivestirsi della vita di grazia, simboleggiata dalla cotta bianca che il seminarista indosserà sopra l’abito clericale nero.

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Questi seminaristi hanno ricevuto oggi un dono molto speciale, ma anche una grande responsabilità. Ovunque andranno, saranno d’ora in poi ambasciatori di Colui che hanno scelto. Non si tratta di un’investitura volta a mettere in risalto meriti personali o onori individuali: tutto è ordinato al Signore, alla Sua gloria e al Suo regno in mezzo al popolo. Questi seminaristi ricevono la missione di manifestare pubblicamente la loro offerta alla divina Volontà, come rivelata nella Rivelazione e nella Tradizione trasmesse dagli Apostoli.

 

Sono stati indetti tre giorni di ritiro spirituale per preparare le loro anime a ricevere questo dono; è stato un vero e proprio tempo di grazia. Santa Messa, adorazione eucaristica, preghiera liturgica e personale, silenzio, meditazione e riflessione su questa fase della loro vita da seminaristi hanno scandito questi giorni. Durante questo periodo, ciascuno ha anche beneficiato della guida e del sostegno dei professori. Infine, come grazia speciale, l’ultima conferenza è stata tenuta dal priore del priorato di Buenos Aires, padre Luiz Camargo.

 

Oggi, Nostro Signore, che si è degnato di rivestirsi della nostra umanità, ha benedetto, per mano del direttore del seminario, le tonache con cui questi seminaristi sono stati rivestiti: affinché si rivestano di povertà, innocenza e rinuncia, e muoiano a tutto ciò che si oppone al regno di Nostro Signore; affinché, con la santità della loro vita, gli uomini siano spinti a cercare le cose del Cielo e, con le loro azioni, glorifichino la grandezza, la giustizia e la bontà di Dio.

 

Nessun cattolico ben formato può negare i tempi bui che stiamo vivendo. Perciò affidiamo alle vostre preghiere la perseveranza di ciascuno dei seminaristi della nostra casa di formazione sacerdotale, e in particolare di coloro che oggi hanno compiuto questo importante primo passo. Possano rimanere sempre fedeli e trovare la loro gloria nella Croce del nostro Redentore.

 

«Mihi autem absit gloria in cruce Domini nostri Iesu Christi, per quem mihi mundus crucifixus est et ego mundo».

 

«Quanto a me, quanto a me, non sia mai che io mi vanti se non nella croce del nostro Signore Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo è stato crocifisso per me e io per il mondo» (Galati 6,14).

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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 Immagine fa FSSPX.News

 

 

 

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Mons. Viganò contro il rito della Pachamama in Perù prima dell’arrivo del papa

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha reagito alla notizia di un rito di idolatria della Pachamama svoltosi in Perù alla presenza di alti funzionari vaticani prima dell’arrivo di Leone XIV.   «A Cusco, nei giorni scorsi, in preparazione al prossimo viaggio di Leone in Perù, alti prelati della chiesa sinodale hanno preso parte — non come spettatori distratti, ma come partecipanti attivi — a un rito pagano di invocazione all’idolo infernale della Pachamama».   «È lo stesso culto idolatrico con il quale Bergoglio ha violato il Primo Comandamento e profanato i giardini vaticani e la Basilica di San Pietro, e che Robert Prevost aveva già praticato come giovane agostiniano. Il seme fu gettato ad Assisi, il 27 ottobre 1986; il raccolto lo vediamo oggi, quando un officiale del Dicastero per la Dottrina della Fede e un vescovo ausiliare offrono, con visibile devozione, foglie di coca a un immondo idolo andino, al quale vengono ancor oggi offerti sacrifici umani» scrive l’arcivescovo.  

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«A chi ancora si domanda se vi siano ”segni di cattolicità” residui in questa struttura che porta il nome di Chiesa Cattolica ma ne ha tradito la sostanza, chiedo: come giudicherebbero i Martiri della Fede questa apostasia del clero e dei vertici della chiesa conciliare-sinodale?» tuona monsignore.   Come divenuto noto pochi mesi fa, nel 1995, quando era ancora un sacerdote agostiniano, l’allora padre Robert Prevost partecipò a un simposio teologico ufficiale a San Paolo, in Brasile, il cui programma includeva un rituale dedicato a Pachamama, la «Madre Terra». Vi sono foto del futuro papa inginocchiato durante il rito idolatrico della Pachamama.  
Nell’omelia della passata festa del Corpus Domini, Viganò aveva lamentato: «Non è chi non veda quanto grottesco e rivelatore appaia il comportamento di Pastori indegni, per i quali ogni scusa è valida se consente di negare gli onori divini al Santissimo Sacramento. Ci si prostra davanti alla Pachamama, ma guai a piegare il ginocchio — veneremur cernui — al Pane degli Angeli».   Due anni fa il prelato aveva commentato la notizia dell’inizio della «fase sperimentale» della messa in «rito amazzonico» decisa dai vertici del Sacro Palazzo dichiarando che «il “rito amazzonico” partorito dalla mente di Bergoglio rappresenta un ulteriore passo verso il culto della “madre terra” inaugurato con l’idolo della Pachamama» ha scritto il prelato.
  Il 4 ottobre 2019, durante una cerimonia tenutasi nei Giardini Vaticani prima dell’apertura del Sinodo amazzonico, Bergoglio ha benedetto l’effigie della dea pagana andino-amazzonica detta «Pachamama», un idolo pagano di divinità femminile presente nelle tremende religioni precolombiane.

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In seguito un fedele austriaco gettò nel Tevere le statue della Pachamama tenute nella chiesa della Traspontina in via della Conciliazione. Seguì il ritrovamento pressoché immediato (incredibile) da parte delle forze dell’ordine italiane, la reinstallazione degli idoli pagani nell’edificio sacro ai bordi del Vaticano e l’ancora più incredibile richiesta di perdono da parte del papa per le effigi della dea buttate nel Tevere.   Come riportato da Renovatio 21, curiosamente al World Economic Forum di Davos 2024 si è avuto un momento inquietante quando sul palco è stata chiamata a «benedire» i potenti globali lì riunitisi uno sciamano-donna dell’Amazzonia.   Nel frattempo, parallelamente al rito amazzonico che si sta sviluppando in sordina, il Vaticano sta riflettendo su un altro rito inculturato, legato al paganesimo: si tratta del rito Maya, Maya proposto dai vescovi cattolici del Messico è ora all’esame del Dicastero per il Culto Divino.   Ci troviamo ancora una volta dinanzi a quello che Renovatio 21 a più riprese ha definito catto-paganesimo papaleadulterazione idolatrica se non demoniaca del rito spinta dallo stesso vertice del papato.  

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