Geopolitica
L’Ucraina chiede alla Croce Rossa di non aprire uffici a Rostov sul Don in Russia
L’Ucraina ha chiesto al Comitato internazionale della Croce Rossa di non aprire un ufficio previsto a Rostov sul Don, città russa al confine con l’Ucraina orientale, affermando che legittimerebbe i «corridoi umanitari» di Mosca e il rapimento e la deportazione forzata degli ucraini. Lo riporta Reuters
I media russi hanno riferito che il capo della Croce Rossa Peter Maurer ha chiesto alla Russia di facilitare l’apertura di un ufficio della Croce Rossa a Rostov sul Don.
Mykhailo Radutskyj, presidente della commissione per la salute pubblica nel parlamento ucraino, ha fatto appello alla Croce Rossa affinché modifichi i suoi piani.
«Il Comitato chiede al Comitato internazionale della Croce Rossa di non legittimare i “corridoi umanitari” sul territorio della Federazione Russa e di non sostenere il rapimento di ucraini e la sua deportazione forzata», ha affermato Radutskyi in un dichiarazione.
L’agenzia umanitaria ha affermato che la potenziale apertura di un ufficio a Rostov sul Don fa parte degli sforzi per aumentare le sue operazioni nella regione per soddisfare le esigenze umanitarie.
La Russia ha detto la scorsa settimana di aver evacuato diverse centinaia di migliaia di persone dall’Ucraina.
L’Ucraina afferma che la Russia ha deportato illegalmente migliaia di persone dall’inizio della guerra, inclusi circa 15.000 civili dalla città assediata di Mariupol, scrive Reuters.
A Mariupol si erano rincorse fake news clamorose come la strage del teatro, poi smentita dalle stesse autorità ucraine incapaci di far uscire le foto dei corpi dissepolti.
Varie clip circolanti sui social russi accusano le truppe neonaziste asserragliate nella città di aver sparato sui cittadini di Mariupol che tentavano di fuggire. Secondo la versione, essi andavano usati come scudi umani.
Quella dei corridoi umanitari, secondo alcuni analisti, potrebbe corrispondere ad una tattica precisa che i russi hanno già sperimentato in Siria: con l’apertura dei canali dei profughi garantisce una via di fuga a molti che hanno intenzione di disertare. Tra chi fugge, si infila un certo numero di soldati travestiti, fiaccando così le file dell’esercito. Da qui speculazioni sulla freddezza degli ucraini riguardo i corridori umanitari.
Patrick Lancaster, giornalista americano che vive da 8 anni in Ucraina orientale, è stato il primo reporter anglofono ad entrare a Mariupol, da cui dove tuttora sta mandando video incredibili.
Sui canali russi circolano parecchi video e foto di combattenti ucraini estremisti che tentano di fuggire perfino vestiti da donna (del resto, vanno verso l’Europa…).
Al contempo, si sono viste testimonianze dove ad alcuni posti di blocco i soldati russi vanno alla ricerca degli immancabili tatuaggi dei neonazisti che tentano di fuggire camuffati: mancano di rado le svastische, gli aquilotti, le rune, il sole nero SS, la kolovrat («ruota vertente») tipica del paganesino rodnoverico che è in pratica la versione slavica della croce uncinata.
Il compito di «denazificazione» dichiarato da Putin a inizio conflitto è preso seriamente.
Immagine screenshot da YouTube
Geopolitica
Cuba mobilita le milizie mentre crescono i timori di un’invasione USA
Settimane dopo che il leader cubano aveva messo in guardia sul fatto che qualsiasi azione militare statunitense contro l’isola caraibica controllata dai comunisti sarebbe sfociata in un «bagno di sangue» e avrebbe rischiato di destabilizzare l’intera regione, la stampa locale riferito che il regime aveva cominciato a distribuire armi ai cittadini comuni.
Altre fonti, tuttavia, contestano questa versione e suggeriscono che L’Avana stia invece mobilitando le sue milizie territoriali. In ogni caso, il segnale è chiaro: Cuba sta assumendo una postura più difensiva.
Secondo la testata venezuelano Diario Versión il governo dell’Avana ha iniziato a distribuire armi ai cittadini comuni, esortandoli ufficialmente a prepararsi a un’imminente invasione straniera.
Stephen Gibbs, giornalista del Times e del Sunday Times, ha sostenuto che le notizie secondo cui Cuba starebbe armando i civili non corrispondono al vero «per ovvie ragioni», aggiungendo: «Sta mobilitando le sue milizie territoriali e, a quanto pare, alcune armi sono state consegnate ai vigili del fuoco, etc.»
La scorsa settimana gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni al presidente cubano Miguel Díaz-Canel, a sua moglie Lis Cuesta Peraza, al figliastro Manuel Anido Cuesta e ad alcuni membri della famiglia Castro, nell’ambito di una campagna di pressione economica durata sei mesi lanciata dall’amministrazione Trump contro il regime comunista. Ulteriori misure hanno colpito reti di influenza cubana all’estero collegate a ONG di sinistra statunitensi.
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L’intensificarsi di questa pressione coincide con una crescente presenza navale americana nella regione, descritta come la più imponente al di fuori del Medio Oriente: il gruppo d’attacco della portaerei USS Nimitz, insieme a cacciatorpediniere, incrociatori lanciamissili, aerei da ricognizione e droni, opera nelle vicinanze dell’isola.
Il Segretario di Stato Marco Rubio ha recentemente dichiarato che L’Avana è «in grossi guai», avvertendo che uno Stato fallito a Sud della Florida rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
La scorsa settimana il presidente Díaz-Canel aveva ammonito: «Se l’invasione statunitense dovesse concretizzarsi, scatenerebbe un bagno di sangue con conseguenze incalcolabili, oltre all’impatto devastante sulla pace e la stabilità regionale».
Le «incalcolabili conseguenze» citate da Díaz-Canel non sono state meglio specificate. Tuttavia, recenti segnali indicano uno spettro di minacce più ampio, che spazia da possibili attacchi con droni contro il territorio statunitense al rischio che reti di ONG radicalizzate con base negli Stati Uniti, legate all’Istituto cubano di amicizia con i popoli (ICAP), possano essere attivate per provocare disordini nelle strade americane. Questo potrebbe contribuire a spiegare la decisione di Rubio di sanzionare l’organizzazione.
La preparazione di Cuba rispetto ad una possibile invasione USA va avanti da mesi. Tre mesi fa Trump aveva dichiarato che «con Cuba posso fare quello che voglio» e che rapire il presidente cubano «non sarebbe difficile», assicurando che Cuba andrà al collasso «molto presto».
Sul Paese grava un embargo petrolifero americano che sta causando problemi e blackout. Una delegazione USA due mesi fa ha sollecitato Cuba a passare all’economia di mercato. Sull’isola aveva fatto visita anche il capo della CIA John Ratcliffe.
Come riportato da Renovatio 21, la scorsa settimana funzionari militari statunitensi e cubani hanno tenuto un raro incontro faccia a faccia presso la base navale di Guantanamo Bay, che altre notizie sostengono che potrebbe essere attacata dalale forze dell’Avana. La settimana precedente, l’ex presidente cubano Raul Castro è stato incriminato dal dipartimento di Giustizia statunitense per l’abbattimento, avvenuto nel 1996, di due aerei americani operati da esuli cubani anticomunisti al largo delle coste dell’isola.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
Israele attacca la città biblica di Tiro
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Geopolitica
Trump fissa un’altra scadenza per la «vittoria totale» in Iran
Gli Stati Uniti dichiareranno la «vittoria totale» sull’Iran entro due settimane, ha affermato il presidente Donald Trump, sostenendo che Teheran era «disposta a darci tutto».
Trump ha fatto questa osservazione lunedì, poche ore dopo che Iran e Israele avevano concordato di interrompere i combattimenti più intensi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco ad aprile. In precedenza, lo stesso giorno, l’Iran aveva dichiarato la fine degli attacchi contro Israele, ma aveva avvertito che avrebbe risposto con una forza «schiacciante» se le operazioni militari israeliane in Libano fossero continuate.
Domenica le tensioni sono aumentate vertiginosamente dopo che Israele ha colpito Beirut nonostante il cessate il fuoco, provocando la reazione di Teheran con attacchi missilistici contro il Nord di Israele e una nuova ondata di raid aerei israeliani contro l’Iran.
«Siamo stati una squadra molto agguerrita e credo che stiamo vincendo questa battaglia, ma la vittoria definitiva arriverà nelle prossime due settimane, quando dichiareremo la vittoria totale», ha affermato Trump durante un comizio telefonico a sostegno del senatore repubblicano Lindsey Graham.
«Sarà una vittoria totale, accadrà molto presto e i prezzi del petrolio crolleranno», ha aggiunto.
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Secondo Trump, i funzionari iraniani stanno cercando un «ottimo accordo» e sono pronti a dare agli Stati Uniti «tutto», compresa la promessa di non dotarsi di armi nucleari.
L’ultima previsione di Trump è tutt’altro che la prima. Da quando ha annunciato un cessate il fuoco con l’Iran ad aprile e ha dichiarato che le parti erano «a buon punto» verso un accordo, il presidente degli Stati Uniti ha ripetutamente insistito sul fatto che un accordo fosse imminente. Negli ultimi due mesi, secondo le stime della CNN, Trump ha affermato o suggerito almeno 37 volte che una svolta fosse vicina o che Teheran fosse desiderosa di raggiungere un accordo, eppure nessun accordo si è concretizzato.
Secondo alcune fonti, Trump starebbe anche valutando l’invio di forze speciali statunitensi in Iran qualora la diplomazia fallisse. Washington starebbe considerando due opzioni: un nuovo intervento militare o il mantenimento del blocco navale dei porti iraniani, con il presidente statunitense che propenderebbe per quest’ultima, ritenendola più efficace.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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