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L’ortodossia e il vaccino COVID: note per il lettore occidentale

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Come noto ai più, uno dei maggiori problemi della società contemporanea riguarda l’informazione «mainstream», più correttamente definibile propaganda, contro la quale molti che non accettano la narrazione ufficiale hanno già trovato validi mezzi d’informazione corretta e alternativa.

 

Tuttavia, per ovvie ragioni, i canali d’informazione alternativi raramente riescono a coprire le notizie provenienti da mondi culturalmente lontani da quello in cui si vive, e il rischio è che su questi a prevalere sia proprio la narrazione che il mainstream ha interesse a imporci.

 

Un caso che può dirsi emblematico è quello della posizione della Chiesa Ortodossa rispetto alla vaccinazione anti-COVID.

 

Renovatio 21 ha ospitato diversi interventi e traduzioni allo scopo di illustrare le posizioni critiche di gerarchi e monaci ortodossi nei confronti di questi farmaci genici e moralmente illeciti.

 

Il lettore occidentale, tuttavia, digiuno della situazione politico-ecclesiastica del mondo ortodosso, potrebbe stupirsi alquanto leggendo notizie come questa battuta dal New York Times in cui sembra che la gerarchia ortodossa greca appoggi la vaccinazione.

 

È necessario un po’ di contesto, che dovrà essere per forza dato in via riassuntiva dato lo spazio limitato di queste noterelle.

 

L’Ortodossia, a differenza del Cattolicesimo che ha una struttura gerarchica definita e monocratica, non è monolitica; al suo interno convivono posizioni diverse su diverse materie ma, soprattutto, nessun individuo ha l’autorità di esprimersi ufficialmente a nome di tutta l’Ortodossia.

 

L’unico organo ufficiale, in assenza del Concilio Ecumenico, è il Sinodo di una Chiesa locale, il quale tuttavia vale unicamente per la propria chiesa locale e non ha carattere d’infallibilità, ma è sottoposto al giudizio delle consuetudini ecclesiastiche; i metri di giudizio non sono dunque le decisioni dell’autorità, ma la tradizione della Chiesa e soprattutto l’autorevolezza spirituale dei monaci, particolarmente quelli del Monte Athos, che non a caso è definito «Fortezza dell’Ortodossia».

 

All’interno delle varie giurisdizioni ortodosse (9 Patriarcati, 7 Chiese nazionali autocefale più numerosissime Chiese autonome) ci sono, purtroppo, pure infiltrazioni di tipo secolare e massonico, con cui il potere anticristico cerca di controllare e volgere pure l’Ortodossia ai suoi piani mondialisti, come già ha fatto con il Cattolicesimo.

 

La struttura medesima dell’Ortodossia, tuttavia, costituisce un freno notevole a tali tentativi, poiché non esiste un’autorità centrale che possa imporre la rivoluzione.

 

E così, anche se Bartolomeo di Costantinopoli, che parecchi osservatori definiscono colluso con i servizi segreti americani (a titolo di esempio vedi questo articolo della parrocchia ortodossa di Torino del Patriarcato di Mosca), ed erede di un trono patriarcale su cui lungo tutto il XX secolo si sono succeduti personaggi alquanto dubbi (vedasi qui la scheda sul portale della Gran Loggia di Grecia di Atenagora, il patriarca del famoso abbraccio con Paolo VI), cerca di imporre la propria autorità su tutti per facilitare il compito dei mondialisti, l’Ortodossia dimostra di saper resistere a questi tentativi e mantenere la propria struttura

 

Ça va sans dire, Bartolomeo è forte sostenitore della vaccinazione, ma – al di là del gran chiasso mediatico che fa, soprattutto per i suoi idilliaci rapporti con i modernisti attualmente occupanti la sede romana – il suo gregge in Turchia è ridotto a poche migliaia di fedeli, con più vescovi che chiese.

 

Il patriarca Bartolomeo di Costantinopoli è forte sostenitore della vaccinazione, ma – al di là del gran chiasso mediatico che fa, soprattutto per i suoi idilliaci rapporti con i modernisti attualmente occupanti la sede romana – il suo gregge in Turchia è ridotto a poche migliaia di fedeli, con più vescovi che chiese

Diversa è per esempio la situazione della Chiesa di Grecia; ivi la struttura della Repubblica Ellenica, stato confessionale alla maniera guglielmina, in cui i chierici sono ufficiali dello Stato e ricevono lo stipendio dallo Stato, rende le gerarchie estremamente soggette alla volontà del potere politico.

 

Così, quando qualche mese fa il ministro della sanità Vasilis Kikilias si è recato a una seduta del Santo Sinodo di Grecia e ha esercitato fortissime pressioni perché i gerarchi sostenessero la vaccinazione anti-COVID, moltissimi vescovi statalisti hanno accolto questo vergognoso invito, e taluni pure pronunciato frasi raccapriccevoli, come Crisostomo di Messenia, che ha affermato che è un peccatore chiunque non si vaccini.

 

C’è da dire che il Sinodo non ha adottato questa posizione, affermando invece che è fondamentale preservare la libera scelta della vaccinazione, e ha ripreso il vescovo messeno per queste temerarie dichiarazioni, il quale pure ha visto una focosa protesta da parte di numerosi fedeli assiepatisi sotto il suo episcopio.

 

 

Tuttavia, la Chiesa di Grecia non ha certo sposato in blocco tali posizioni: il basso clero, formato non da carrieristi come la maggior parte dei vescovi, ma di uomini di fede, si è opposto in massa alla vaccinazione (vedasi qui, per esempio, un prete di un villaggio della Penisola Calcidica che spiega che è inutile venire in chiesa se si porta la mascherina è accettato di farsi il vaccino o il tampone), tanto che alcuni vescovi come Nettario di Corfù, di Passo e delle Isole Joniche pare abbiano ricevuto pressioni dal governo per mettere a tacere i preti autori di prediche contro il vaccino, evidentemente fenomeni non isolati.

 

Tra gli oppositori della vaccinazione, così come delle blasfeme misure anti-COVID, vi sono però pure alcuni vescovi, tra cui spicca decisamente Serafino di Cerigo, che è pure indagato dalla procura greca per aver dichiarato che il vaccino va rifiutato in quanto fatto col prodotto degli aborti, nonché sottoposto a vergognosa indagine canonica insieme al confratello Cosimo di Etolia e Acarnania per aver criticato le misure anti-COVID imposte dallo stato per le celebrazioni pasquali .

 

È interessante notare che, confrontando le carriere dei vescovi vaccinisti con quelli critici, si vede come i primi siano sovente carrieristi creati diaconi, preti e archimandriti con lo scopo esplicito di ambire a un episcopato, mentre i secondi abbiano all’attivo numerosi anni di vita spirituale in monastero.

 

È interessante notare che, confrontando le carriere dei vescovi vaccinisti con quelli critici, si vede come i primi siano sovente carrieristi creati diaconi, preti e archimandriti con lo scopo esplicito di ambire a un episcopato, mentre i secondi abbiano all’attivo numerosi anni di vita spirituale in monastero.

Il clero della Chiesa di Grecia rischia realmente di giungere a una fortissima spaccatura, soprattutto considerando la debolezza dell’attuale Arcivescovo di Atene Geronimo, anziano e molto dipendente dal potere statale.

 

Già da qualche anno, quando Bartolomeo di Costantinopoli ha riconosciuto un riconoscimento illegittimo e contro i diritti della Chiesa canonica a una compagine scismatica e priva di ordini sacri reali in Ucraina (sostenuta dal governo filo-americano ucraino in funzione antirussa), mentre la maggior parte delle chiese locali si sono opposte o hanno ignorato la decisione, il Sinodo Greco ha dato il proprio appoggio per solidarietà etnica; il basso clero e ben sette vescovi, tuttavia, fedeli alle tradizioni, hanno contestato la decisione, e la spaccatura è tale che molti preti si rifiutano di concelebrare con i propri vescovi per questo motivo.

 

È probabile che se non ci fossero stati i lockdown nel 2020 la spaccatura sarebbe arrivata per quella ingravescente questione, ma ora a questa pare aggiungersi l’ancor più forte spaccatura del vaccino, perciò sarà interessante seguire la vicenda.

 

Vanno notate altre due questioni: la prima è che circa un decimo della popolazione greca aderisce a un sinodo «resistente», i cosiddetti «Vecchi Calendaristi», che hanno cioè rifiutato l’adozione del calendario gregoriano occidentale nel 1924, e che in questi mesi hanno pronunciato parole molto severe contro la vaccinazione; la seconda è che, nell’Ortodossia, il popolo fedele (il pliroma) è l’autentico custode e difensore della tradizione ecclesiastica, che deve all’occorrenza correggere e scacciare gl’indegni pastori al grido di «Anaxios!» («indegno!»).

 

In tal senso, è interessante il recente episodio avvenuto in occasione del Vespro di Sant’Irene di Cappadocia nella chiesa a lei dedicata ad Efkarpia (piccolo paese alla periferia settentrionale di Tessalonica), quando il vescovo Barnaba di Neapoli e Stavropoli durante la predica ha iniziato a invitare gli anziani a vaccinarsi, e i fedeli presenti hanno iniziato a rumoreggiare e attaccare il metropolita gridando: «Parlaci della Santa! Se avessimo voluto sentir parlare di vaccino, avremmo guardato Sky!»

 

 

Va ribadita la posizione del Monte Athos, l’unica vera autorità morale e spirituale dell’intera ortodossia, i cui monaci e abati più volte si sono espressi contro questi sieri e i loro pericoli morali e sanitari

Restando nel mondo ellenofono, è interessante far cenno pure alla Chiesa autocefala di Cipro, dove il vescovo Neofita di Morfou sta intraprendendo una strenua resistenza contro la vaccinazione e contro le misure anti-COVID, venendo pure indagato: è di pochi giorni fa la scandalosa notizia che gli è stato impedito di difendersi in tribunale, poiché si rifiutava di indossare una maschera per entrare.

 

Tralasciando le altre chiese locali, che sono più piccole e circoscritte (ma non per questo mancano di personaggi coraggiosi che hanno parlato contro il vaccino, come Teodosio di Costanza nella Chiesa Romena o Macario di Nairobi nella Chiesa d’Alessandria), andiamo all’altra grande giurisdizione a vocazione internazionale, il Patriarcato di Mosca.

 

Ha fatto il giro del mondo una dichiarazione del vescovo Ilarione di Volokolamsk, che avrebbe definito «peccato mortale» il non vaccinarsi; tale dichiarazione, rilanciata a gran forza dai media occidentali, è stata attribuita al «rappresentante del Patriarcato di Mosca».

 

Ora, anzitutto va precisato che Ilarione è il segretario del dipartimento per le relazioni estere del Patriarcato (de facto, il ministro degli esteri), e perciò su questioni che non riguardano la politica estera rappresenta solo la propria opinione; secondariamente, Ilarione è noto in Russia per essere su posizioni al filo del modernismo, e molto legato ai poteri amministrativi moscoviti, che recentemente hanno intrapreso una strana giravolta in favore della vaccinazione, pur avendo la maggioranza della popolazione russa contraria a questi sieri.

 

D’altro canto, non si può tralasciare che a parlare contro la vaccinazione, spiegando come questi farmaci genici alterino l’immagine di Dio in noi, sia stato di recente l’abate del monastero delle Solovki (reso universalmente noto, quando fu gulag sovietico, dalle opere di Solzhenitsyn), il vescovo Porfirio, che è segretario personale del Patriarca.

 

Una posizione simile è stata assunta, mediante una lettera, dal vescovo Giorgio di Camberra, della «Chiesa Russa fuori dalla Russia» (giurisdizione autonoma nata per l’emigrazione russa in periodo sovietico, ora sotto l’omoforio moscovita). Il Patriarca, uomo molto diplomatico, non si è invece mai espresso al riguardo in nessuno dei due sensi, e probabilmente mai lo farà.

 

È significativo infine segnalare la presa di posizione del Sinodo di Moldavia, anch’essa una chiesa autonoma sotto la giurisdizione del Patriarcato di Mosca, il quale ha dichiarato come la vaccinazione sia un complotto anticristiano e un prodromo al chip sottocutaneo.

 

L’Ortodossia, dunque, nonostante le infiltrazioni del potere e i tentativi di assoggettarla, resiste e non si piega ai piani dei Neotaxiti  – parola con cui in greco vengono indicati i sostenitore del Nuovo Ordine Mondiale.

Infine, va ribadita la posizione del Monte Athos, l’unica vera autorità morale e spirituale dell’intera ortodossia, i cui monaci e abati più volte si sono espressi contro questi sieri e i loro pericoli morali e sanitari.

 

Renovatio 21 ha tradotto la lettera dell’abate di Esfigmenou Metodio e un video dell’abate di Karakallou Filoteo, ma molte altre sono le dichiarazioni rese, per esempio dall’abate di Aghiou Pavlou Partenio, dal gheron Gabriele di Koutloumousiou, dal gheron Paolo dei Vouleftiria (MD in Biologia Molecolare e Biomedicina) e soprattutto dallo ieromonaco Eutimio di Kapsala, autore di una recente lettera che sconsiglia fortemente a tutti i cristiani di ricorrere ai preparati genici prodotti con gli aborti, che è considerato il successore di San Paisio Aghiorita e la personalità spirituale vivente maggiore di tutta l’Ortodossia.

 

L’Ortodossia, dunque, nonostante le infiltrazioni del potere e i tentativi di assoggettarla, resiste e non si piega ai piani dei Neotaxiti  – parola con cui in greco vengono indicati i sostenitore del Nuovo Ordine Mondiale.

 

 

Nicolò Ghigi

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Quando il papa è nemico del papato: uscito il libro di mons. Viganò

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È uscito in questi giorni il libro dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò Lo scisma capitale. Quando il Papa è il primo nemico del Papato.

 

«Ho raccolto in queste pagine — che oggi vedono la luce col titolo Lo Scisma Capitale. Quando il Papa è il primo nemico del Papato» — quanto la coscienza di Pastore non mi consente di tacere» scrive Sua Eccellenza nel testo di presentazione del lancio del volume, dopo aver citato il Vangelo: «State saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso.
2 Tess 2, 15».

 

Il testo «espone una distinzione evidente alla retta ragione illuminata dalla Fede: il Papato come istituzione divina, roccia su cui Nostro Signore ha edificato la Sua Chiesa; il Papa come uomo fragile e mortale, che di quella roccia può farsi custode fedele o, per insondabile permissione divina, ostacolo e persino avversario» scrive monsignore.

 

«Non scrivo per seminare divisione tra i fedeli, ma per raccoglierli attorno all’unico Pastore che è Cristo, e attorno a quel Papato che oggi più che mai ha bisogno di essere difeso persino contro il papa».

 

Il già nunzio apostolico negli Stati Uniti ha inoltre pubblicato un video di un’ora spiegando le ragioni della sua opera.

 

 

Il libro è già da ora disponibile su Amazon in formato cartaceo e pure elettronico.

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Difesa della «diligenza del buon padre di famiglia» di don Pagliarani

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In un articolo pubblicato sul sito spagnolo InfoVaticana il 31 agosto 2026, intitolato “Pagliarani e la diligenza del buon padre di famiglia”, il giornalista spagnolo Carlos Balén risponde alle principali accuse mosse, anche negli ambienti cattolici conservatori, contro le consacrazioni episcopali del 1° luglio a Ecône.   Carlos Balén osserva che alcune di queste critiche «si sentono in questi giorni nelle sacrestie e nei gruppi WhatsApp, e provengono da cattolici che frequentano la Messa quotidianamente, amano la liturgia e non perdonano al pontificato alcuna ambiguità, spesso alimentata da sacerdoti di buona fede che hanno esagerato sui social media».   Il giornalista raggruppa queste critiche attorno a quattro accuse: le consacrazioni avrebbero dimostrato un’eccessiva superbia; sarebbero state una sorta di prova generale per mettere alla prova il nuovo pontificato; padre Davide Pagliarani si sarebbe autoproclamato custode della Chiesa; e infine, la Fraternità Sacerdotale San Pio X considererebbe implicitamente eretici tutti i cattolici che non condividono la sua posizione.   Queste quattro accuse, tuttavia, derivano tutte dalla stessa errata interpretazione: considerare le consacrazioni del 1° luglio come un «messaggio» indirizzato a Roma. «Non era un messaggio. Era una necessità logistica», afferma.

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Una necessità prevedibile

Carlos Balén inizia ricordando la situazione dei vescovi consacrati dall’arcivescovo Marcel Lefebvre nel 1988. Dopo l’esclusione del vescovo Richard Williamson nel 2012, e poi la morte del vescovo Bernard Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024, la Fraternità si ritrovò con soli due vescovi consacrati nel 1988: il vescovo Bernard Fellay e il vescovo Alfonso de Galarreta, rispettivamente di 68 e 69 anni.   La Fraternità Sacerdotale San Pio X svolge il suo apostolato in 63 paesi, serve quasi 800 luoghi di culto e si occupa ogni anno della formazione e dell’ordinazione di nuovi sacerdoti. Le ordinazioni sacerdotali e le cresime richiedono la presenza dei vescovi.   Senza nuovi vescovi, osserva l’autore, tutta quest’opera apostolica e sacramentale sarebbe presto dipesa dalla «benevolenza discrezionale» delle autorità romane, sebbene la crisi nella Chiesa che giustifica questo apostolato rimanga irrisolta. Per giungere a questa conclusione, scrive, «non serve l’ecclesiologia. Bastano due certificati di nascita e un calendario».   L’autore ricorre quindi a un’analogia familiare: «un padre con figli adulti e due nonni in casa non organizza la successione quando seppellisce il secondo nonno, ma quando seppellisce il primo». La morte del vescovo Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024 avrebbe dunque segnato il momento in cui padre Pagliarani non avrebbe più potuto rimandare questa preparazione.   In questa prospettiva si inseriscono le misure adottate dal Superiore Generale: la richiesta di udienza indirizzata a Leone XIV nell’agosto del 2025, la seconda lettera in cui si sottolinea la necessità di nuovi vescovi, l’annuncio pubblico del 2 febbraio e il rifiuto, il 19 febbraio, di un rinvio le cui condizioni sembravano pregiudicare l’esito. Tutto ciò, scrive Carlos Balén, riflette «il comportamento di un uomo che fa testamento», quello di un superiore che deve pianificare il futuro della famiglia religiosa affidatagli, e non quello di uno stratega che cerca di sondare Roma.

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Un cosiddetto test di prova a un prezzo esorbitante

L’autore risponde poi a coloro che vedono le consacrazioni come un tentativo di mettere alla prova le disposizioni del nuovo papa. Un vero e proprio «pallone sonda», sottolinea, è un’operazione economica e reversibile: si lancia un’idea, si osservano le reazioni e, se necessario, si annulla il piano.   Le consacrazioni del 1° luglio furono esattamente l’opposto. Questo cosiddetto «tentativo di prova» «costò alla Fraternità tutto ciò che aveva da perdere: la scomunica tardiva dei suoi soli sei vescovi, dichiarata da Roma nel giro di quarantotto ore; la rovina di un capitale di disgelo che aveva portato alle facoltà di amministrare validamente le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017; l’ostilità prematura di un pontificato che non ha ancora due anni e per il quale sarebbe bastato attendere pazientemente».   Chiunque voglia semplicemente valutare la situazione, osserva Carlos Balén, può concedere un’intervista, lasciare trapelare una voce o pubblicare un articolo sotto un cauto pseudonimo: «non consacra quattro vescovi davanti alle telecamere, nella casa madre, nella festa del Preziosissimo Sangue, riproducendo esattamente il gesto che, nel 1988, gli costò vent’anni di isolamento».   Se questa decisione fosse stata basata su calcoli politici, concluse, sarebbe stato «il peggiore degli scenari possibili». Serve una spiegazione più semplice: «l’altra spiegazione è più umiliante per gli analisti: non c’è stato alcun calcolo. C’era una tabella attuariale. La data non è stata fissata dal conclave del 2025. È stata fissata da due annunci di morte».

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Vescovi ausiliari senza giurisdizione

All’accusa che padre Pagliarani si fosse autoproclamato custode della Chiesa, l’autore risponde invitando i lettori a rileggere le dichiarazioni ufficiali della Fraternità.   I quattro prelati furono consacrati vescovi ausiliari, senza giurisdizione territoriale. La Fraternità si rammaricò pubblicamente di dover procedere senza un mandato papale e che il suo Superiore Generale non avesse potuto spiegare personalmente e filialemente le ragioni della decisione al Santo Padre.   Secondo Carlos Balén, «chiunque si creda custode della Chiesa rivendica giurisdizione, istituisce gerarchie parallele o dichiara vacante la Sede. Per mezzo secolo, la Compagnia ha fatto esattamente il contrario: nomina Leone nel canone di ogni Messa, non rivendica per sé né territori né sudditi e fonda la validità del suo ministero sulla giurisdizione supplementare, una dottrina che presuppone l’urgenza e la natura provvisoria della situazione, ovvero la negazione stessa dell’autosufficienza».   Il giornalista contrappone qui la posizione della Fraternità al sedevacantismo, di cui Écône, ci ricorda, è stato uno dei più coerenti oppositori per cinquant’anni. «Pagliarani non rivendica le chiavi della Chiesa; chiede qualcosa di molto più modesto e di ben più compromissorio: il diritto di un superiore di garantire che i suoi figli abbiano qualcuno che li ordini e li crestui quando lui non ci sarà più».

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Possiamo ragionevolmente aspettarci tutto da Roma?

Carlos Balén esamina quindi l’obiezione secondo cui la Fraternità avrebbe dovuto fare affidamento interamente sui vescovi che Roma avrebbe potuto metterle a disposizione.   Una garanzia, risponde, non viene mai data da un’astrazione chiamata «Roma», ma da individui concreti le cui azioni instaurano o impediscono un rapporto di fiducia. Un superiore a cui è affidato il futuro di un’organizzazione deve quindi valutare le garanzie reali che gli vengono offerte.   L’autore cita il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e firmatario dell’avvertimento del 13 maggio che descrive le consacrazioni annunciate come un atto scismatico. Ci ricorda che Fernández è «l’autore, nel 1995, di Guariscimi attraverso la tua bocca: L’arte del bacio. Non si tratta di un insulto: è una nota bibliografica. Il custode dell’ortodossia che ordina a Menzingen di obbedire pena la scomunica è lo stesso teologo la cui opera pubblicata include un trattato sul bacio».   L’autore menziona anche diverse azioni di Papa Leone XIV, in particolare la benedizione di un blocco di ghiaccio della Groenlandia a Castel Gandolfo e alcune fotografie che lo ritraggono, nel 1995, inginocchiato durante quello che gli atti di un simposio agostiniano tenutosi a San Paolo descrivono come una «celebrazione del rito della Pachamama». L’autore osserva che non è ancora emersa alcuna spiegazione pubblica da parte del pontefice per chiarire questo episodio. A ciò si aggiungono le nomine episcopali salutate dai media progressisti come un segno di apertura alle rivendicazioni della comunità LGBT.   Per Carlos Balén, non si tratta di accusare il Papa di eresia, ma di esaminare se gli orientamenti concreti delle autorità romane offrano sufficiente stabilità per affidare interamente nelle loro mani il futuro sacramentale della Fraternità.

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Doppi standard

L’articolo mette quindi in luce l’asimmetria tra il modo in cui Roma tratta la disobbedienza dottrinale progressiva e il modo in cui sanziona gli atti canonicamente irregolari derivanti dalla Tradizione.   Nell’arcidiocesi di Monaco, sono state promosse direttive che consentivano determinate benedizioni, in contraddizione con i criteri precedentemente stabiliti da Roma. Nonostante la protesta pubblica di ventisei sacerdoti, il cardinale Reinhard Marx è stato ricevuto in udienza pochi giorni dopo, senza preavviso formale, decreto o ultimatum. Nel frattempo, i prelati che hanno appoggiato le risoluzioni del Cammino sinodale tedesco, in particolare quelli favorevoli a tali benedizioni, continuano a essere promossi all’episcopato, come l’arcivescovo di Eichstätt.   A Écône, tuttavia, il decreto di scomunica fu emesso quarantotto ore dopo le consacrazioni. Il giornalista riassume questa differenza di trattamento come segue: «una disobbedienza dottrinale concreta si amministra con anni di pazienza; una disobbedienza canonica di stampo tradizionalista, in poche ore».   L’abate Pagliarani, in qualità di Superiore Generale, dovette quindi riconoscere questa asimmetria: «La domanda di Pagliarani non era mai se Leone fosse un eretico, ma se questa Roma, la Roma di questa asimmetria, offrisse la stabilità che avrebbe reso ragionevole il rischio di attendere la morte di Galarreta. La sua risposta fu no».   È sempre possibile discutere teoricamente la sua valutazione, afferma Carlos Balén, ma anche un potenziale errore nella valutazione del rischio non deve essere confuso con la superbia. Il giudizio è proprio la responsabilità di chi è investito del potere di governare.

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Il difficile compito di giudicare

L’accusa di superbia ritorna, tuttavia, in un’altra forma: con quale diritto il Superiore Generale avrebbe potuto giudicare che fosse giunto il momento di agire?   Alcune generazioni, spiega l’autore, vivono una situazione in cui ortodossia, obbedienza e santità puntano chiaramente nella stessa direzione; «devono solo lasciarsi guidare per raggiungere il porto. Sono felici, e non c’è ironia in questo». Altre attraversano periodi in cui le indicazioni diventano contraddittorie e in cui è necessario discernere, scegliere e assumersi il possibile rischio di sbagliare.   Queste generazioni non sono migliori di quelle precedenti; «è semplicemente stato il loro destino». In tali circostanze, criticare un superiore per aver esercitato il proprio giudizio è, per usare le parole di Carlos Balén, come «criticare la sentinella per il fatto che c’è una guerra».   L’atteggiamento di padre Pagliarani, inoltre, non mostra i soliti tratti di superbia. Egli cerca i riflettori, gli applausi e l’autogiustificazione. Il Superiore Generale, dal canto suo, «chiese un’udienza nell’agosto del 2025 e ricevette solo silenzio; chiese di spiegare le sue ragioni e ricevette un decreto. Nella sua omelia, si proclamò vittorioso sul nulla: respinse come falso il dilemma che costringerebbe a scegliere tra la fede e la Chiesa, riconobbe che Roma e la Compagnia «parlano due lingue diverse» e dichiarò che Dio ora chiede loro di accettare di essere trattati come ribelli».   «L’uomo orgoglioso si assolve da solo. Quest’uomo ha accettato la punizione in anticipo», riassume il giornalista.

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La Fraternità considera eretici anche gli altri cattolici?

Rimane l’ultima accusa: la Fraternità considererebbe implicitamente eretici tutti coloro che non condividono la sua analisi.   La dichiarazione letta prima delle consacrazioni afferma che le autorità ecclesiastiche sono «animate da uno spirito contrario a quello della Fede». Basandosi sulla sua traduzione spagnola, che usa il termine imbuidas («impregnato»), Carlos Balén sottolinea che questa espressione non significa essere formalmente eretici. L’espressione «descrive un’atmosfera che si respira in misura variabile, e non una pervasività da condannare; chiunque estenda il soggetto al più umile parroco e indurisca il predicato fino al punto di un’eresia formale sta leggendo un testo che non esiste».   Pur riconoscendo che «la causa tradizionalista ha i suoi teppisti», i cui eccessi danneggiano Menzingen, l’autore osserva anche che molti cattolici che accusano la Società di esagerazione professano a loro volta un attaccamento alla liturgia tradizionale e una critica alle eterodossie contemporanee. Condividono quindi la sua diagnosi, ma ne rifiutano le conseguenze pratiche.   Questa divergenza può essere legittima e seria, poiché «riguarda la prudenza, il canone 1387 e la comunione visibile», ma non può essere risolta attribuendo sommariamente ad altri un peccato di superbia, afferma Carlos Balén.

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Il precedente del 1988

Carlos Balén sottolinea che «esiste finalmente un precedente che le quattro accuse ignorano e che è il più imbarazzante: il giudizio di Roma sul 1988 non è stato coerente. Giovanni Paolo II parlò di un atto scismatico e di scomunica nella Ecclesia Dei ; Benedetto XVI revocò queste scomuniche nel 2009; Francesco concesse a questi stessi sacerdoti la facoltà di ascoltare le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017».   Così, in pochi decenni, «la classificazione dello stesso atto è passata da una rottura completa a un’anomalia tollerata e integrata a livello sacramentale, senza che la Fraternità si sia mossa di un millimetro dalla sua posizione».   L’autore chiarisce che questo non è di per sé un argomento sufficiente a dimostrare la legalità delle consacrazioni; un atto non diventa lecito semplicemente perché le sue sanzioni vengono successivamente revocate. Tuttavia, questo precedente dovrebbe servire da monito per coloro che oggi pretendono di offrire un giudizio definitivo su Écône: “«l’ultima sentenza definitiva riguardante Écône è durata vent’anni».

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La paternità di un superiore

Al termine della sua analisi, Carlos Balén riduce la decisione del 1° luglio a una semplice realtà: «un padre contò i suoi vescovi, contò i suoi figli, guardò chi gli aveva aperto le porte a Roma e decise che questi ultimi non potevano rimanere orfani a discrezione di terzi».   Pur lasciando alla storia il compito di valutare tutte le conseguenze di questa decisione, il giornalista ricorda che alle condanne pronunciate contro le consacrazioni del 1988 sono seguite, nel corso dei decenni, la revoca delle scomuniche e la concessione delle facoltà ai sacerdoti della Fraternità.   Carlos Balén non intende risolvere da solo l’intero dibattito canonico ed ecclesiologico. Il suo obiettivo è confutare le accuse di intenzionalità mosse contro padre Pagliarani: «nel frattempo, contestate l’interpretazione della legge di Pagliarani, contestate la sua ecclesiologia, contestate la sua prudenza. Ma non la sua paternità. Quella è evidente», conclude.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine da FSSPX.News  
   
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La Marcia di San Pio X, inno della FSSPX

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In occasione della festa del suo santo patrono, FSSPX.Actualités vi invita ad ascoltare la Marcia di San Pio X. Creata per le consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026, riprende il ritornello storico dell’inno della Fraternità, al quale sono stati aggiunti nuovi versi.

 

La Società di San Pio X celebra oggi la festa del suo santo patrono, scelto dall’arcivescovo Marcel Lefebvre come modello e protettore della sua opera sacerdotale.

 

Papa dell’Eucaristia e del catechismo, impavido difensore della fede contro il modernismo, San Pio X dedicò il suo pontificato alla restaurazione di tutte le cose in Cristo, secondo il motto da lui scelto: Instaurare omnia in Christo .

 

I nuovi versi di questa marcia sono stati cantati per la prima volta a Écône, durante le consacrazioni episcopali del 1° luglio. Fino ad ora, la Marcia di San Pio X poteva essere ascoltata nella diretta televisiva di quel giorno storico. Ora viene pubblicata separatamente, con il testo riportato di seguito.

 

San Pio X, prega per la Chiesa e per la Fraternità che porta il tuo nome.

 

 

Testo: H. le Roux e Abbé F. le Roux
Musica: Abbé M.-A. Mulino

 

[Segue Traduzione dal francese, ndt]

 

Parole

1. O San Pio X, ardente Pastore,
che ispiri i nostri cuori ferventi,
riuniti sotto le tue insegne,
marciamo sotto il tuo sguardo.

 

Ritornello
Cantando:
«Sancte Pie Decime, gloriose patrone,
ora, ora pro nobis».
(San Pio X, glorioso patrono, prega, prega per noi)

 

2. Tu restauri la liturgia
e le restituisci la sua armonia:
le nostre voci si elevano solenni,
all’unisono verso l’Eterno.

 

Ritornello

 

3. Santo e lungimirante Pontefice,
Tu hai riformato i seminari:
Tuo figlio, il nostro fondatore,
seguirà le Tue orme con fervore.

 

Ritornello

 

4. Sacro baluardo della vera Fede,
l’Errore impallidisce alla tua voce:
alla luce del tuo pulpito,
le nostre anime vivono di luce.

 

Ritornello

 

5. Sovrano capo, di fronte ai perfidi,
con te la Chiesa, intrepida,
imitando la tua povertà,
trionfando sull’iniquità.

 

Ritornello

 

6. Ai bambini offri l’Ostia:
L’Agnello per mezzo tuo ci purifica,
Il pane dei forti fortifica l’anima,
La nostra fede riaccende la sua fiamma.

 

Ritornello

 

7. Per ristabilire ogni cosa in Gesù Cristo,
per sperare ogni cosa nel Suo Amore:
affidiamo questa umile preghiera
al nostro Dio, alla nostra Madre.

 

Ritornello

 

8. Conservate la vostra Fratellanza,
guidatela verso l’Eternità:
siate provvidenziali per noi,
e ci uniremo a voi in Cielo.

 

Ritornello

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

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