Eutanasia
L’eutanasia è un tema delle elezioni britanniche
Anche se nel Regno Unito è meno avanzato che in Francia, il dibattito sull’eutanasia si fa sempre più intenso con il passare dei mesi, man mano che si avvicina il voto del 4 luglio 2024, al termine del quale il Re potrebbe nominare un nuovo ministro Carlo III.
La morte assistita – non si parla più di suicidio assistito in Inghilterra – è punibile con «una pena fino a quattordici anni di reclusione», nota Care. Ma le più recenti direttive, emanate nel 2010 dall’autorità giudiziaria, incoraggiano l’indulgenza quando l’atto è compiuto per «misericordia».
Come in Francia, la morte in guanti bianchi ha i suoi «influencer», sufficientemente presenti sui media britannici per cercare di commuovere l’opinione pubblica: così nota Le Monde, «Lady Esther Rantzen, 83 anni, nota figura della BBC, soffre di cancro in stadio avanzato, chiede la legalizzazione dell’eutanasia e annuncia che finirà la sua vita in un istituto specializzato in Svizzera».
D’altro canto, «la campionessa paralimpica Lady Tanni Grey-Thompson, membro della Camera dei Lord», denuncia un falso «diritto alla morte» che nasconderebbe un «dovere di morire», «esercitato consapevolmente o meno nei confronti delle persone con disabilità o gravemente malato, ha fretta di porvi fine per non costituire più un presunto peso per la società», constata Le Monde. Chiede maggiori risorse per le cure palliative.
Ma lo stato d’opinione sta cambiando nelle isole britanniche: «secondo un sondaggio IPSOS del 2023, due terzi degli intervistati nel Regno Unito erano favorevoli alla morte assistita per gli adulti incurabili che ne facevano richiesta», cita lo stesso giornale. In questo contesto, i due principali partiti – i Conservatori (Tory) e il Partito Laburista (Labour) – camminano sulle uova.
Il primo ministro uscente Rishi Sunak, messo male nei sondaggi, dichiara ora di «non opporsi» a una modifica della legge sull’eutanasia, assicurando che, se fosse rieletto, organizzerà un voto sulla depenalizzazione del suicidio assistito al fine di regolamentare la pratica, rileva Care.
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Il suo principale avversario, il laburista Keir Starmer, cerca di smussare la sua immagine per renderla meno divisiva per i conservatori: anche se non nasconde il desiderio di legalizzare l’eutanasia, il leader laburista «ha promesso che lascerà liberi i suoi deputati votare», secondo Le Monde.
Nel 2015, ricorda lo stesso quotidiano, «Keir Starmer votò a favore della morte assistita quando in Parlamento fu votato un primo disegno di legge proposto dalla baronessa Molly Meacher, membro della Camera dei Lord». Ma il testo venne in gran parte respinto.
Ma un terzo uomo si è lanciato nella corsa per il 10 di Downing Street: il brexiter Nigel Farage, oggi leader del partito Reform UK, sta dando una scossa alla campagna elettorale in vista delle elezioni legislative del 4 luglio. «I conservatori hanno causato un tale caos!» accusa.
Mentre alcuni sondaggi lo collocano al secondo posto, dietro al candidato laburista. Nigel Farage, anche se discreto sulle questioni del diritto alla vita, è ben lungi dal fare della liberalizzazione dell’eutanasia il suo cavallo di battaglia.
Da parte loro, i vescovi cattolici del Regno Unito invitano gli elettori a tenere conto di questa questione quando eserciteranno il loro diritto di voto il 4 luglio 2024: «Tra le tante questioni politiche, quella dell’eutanasia è centrale: almeno un leader di partito ha indicato che prenderà in considerazione la possibilità di rivolgersi al Parlamento per modificare la legge», ha detto mons. Mark Davies, vescovo di Shrewsbury, prendendo di mira in particolare il leader laburista, riportato da Crux.
«Chiedo ai cattolici di mobilitarsi. Non lasciarti convincere dagli argomenti emotivi nei media. Prendete posizione contro questa sinistra proposta», ha dichiarato da parte sua mons. Philip Egan, vescovo di Portsmouth, sempre a Crux, il quale ricorda che «la morte non dovrebbe essere vista come un sollievo dal dolore, ma come un passaggio alla nuova vita gloriosa in cielo con Dio nostro Padre e Creatore». Se almeno uno muore in stato di grazia.
Articolo previamente apparso su FSSPX.news.
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Immagine di Katie Chan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Eutanasia
Medici canadesi spingono l’eutanasia sui neonati
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Eutanasia
Ecco il trapianto di volto da donatore sottoposto a eutanasia
L’Ospedale Universitario Vall d’Hebron di Barcellona ha annunciato quello che viene presentato come un risultato storico: il primo trapianto di faccia al mondo proveniente da un donatore sottoposto a eutanasia. La notizia è stata accolta con entusiasmo dagli ambienti medici e rilanciata come una nuova vittoria della chirurgia ricostruttiva, un traguardo che confermerebbe l’eccellenza del centro catalano nel campo dei trapianti complessi.
Il paziente ricevente, colpito da una grave necrosi del volto a seguito di un’infezione, aveva perso funzioni fondamentali come la respirazione, l’alimentazione e la parola. L’intervento ha consentito una parziale ricostruzione facciale e l’avvio di un percorso di recupero funzionale, migliorando sensibilmente la sua qualità di vita.
Ciò che merita attenzione, tuttavia, non è la complessità dell’operazione, ma il contesto antropologico e morale che l’ha resa possibile. La donatrice non è morta a seguito di una patologia improvvisa o di un evento naturale, ma in virtù di una procedura deliberata di eutanasia. La sua morte è stata programmata e medicalmente assistita, permettendo al team chirurgico di pianificare con precisione il prelievo dei tessuti facciali.
Del resto, la pratica eutanasica e quella trapiantologica sono strettamente correlate: in esse la persona cessa di essere tale nel momento in cui perde determinate funzioni. L’introduzione del rivoluzionario criterio della morte cerebrale, sulla base di cui la persona viene fatta coincidere con le sue funzioni cerebrali, non è servita solamente a rendere possibile l’espianto di organi vitali, ma anche il distacco dei supporti vitali nei pazienti considerati senza speranza; e ciò per stessa ammissione della famigerata Commissione di Harvard, che venne istituita proprio allo scopo di trovare una soluzione operativa a tali problemi.
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In altri termini, si è trattato di un cambiamento epocale destinato a influenzare in maniera radicale il modo in cui si sarebbe gestita, da lì in avanti, la questione del fine vita, e non solo. Infatti, tutte le pratiche contro la vita (dall’espianto di organi all’aborto, dalla manipolazione embrionale all’eutanasia) hanno come minimo comune denominatore proprio la riduzione dell’essere umano ad aggregato biologico, privo di valore intrinseco se non manifesta determinate prestazioni funzionali.
Il corpo, in questa visione, non è più la dimensione costitutiva dell’identità personale, ma una struttura modulare che può essere oggetto di intervento tecnico. Il trapianto facciale, per sua natura, non è un’operazione salvavita in senso stretto, ma è teso al recupero di funzioni e identità relazionali. Proprio per questo assume un valore simbolico particolarmente forte: il volto, emblema del riconoscimento personale e dell’identità, viene trasferito da un corpo eliminato a un altro corpo da riparare.
E quando il corpo è ridotto a un insieme di parti sostituibili e la morte pianificata per massimizzare l’efficienza del prelievo, il passaggio dalla medicina ippocratica a una medicina tecnocratica è consequenziale. Il linguaggio istituzionale parla di protocolli etici rigorosi, di consenso informato, di generosità del donatore, ma ciò che rimane sullo sfondo è l’integrazione sistemica tra eutanasia e trapiantologia. Una convergenza che non è accidentale appunto, ma che si fonda su una medesima antropologia, nella quale la vita vale finché serve e il corpo acquista valore quando diventa utile ad altri.
I reparti di rianimazione e le unità trapiantologiche degli ospedali, rappresentano i luoghi «sacri» della nuova religione funzionalista, dove la persona, con la sua dignità ontologica, cede il passo all’organismo. In questo scenario, le pressioni sociali affinché le persone si decidano a farsi da parte quando la loro vita perde di significato sono sempre più forti. L’alternativa alla mancanza di senso viene individuata nella possibilità di rendersi utili alla collettività cedendo parti del proprio corpo a qualcuno che ne ha bisogno.
A tal proposito, è particolarmente significativo un cortometraggio intitolato Briciole al cielo che costituisce il manifesto della campagna a favore della donazione di organi. Un film, «per far capire cosa si prova a stare dalla parte di chi aspetta. Perché sono troppi quei sette milioni di italiani che non vogliono concedere una speranza di vita a chi ha bisogno di un trapianto». Il cortometraggio è girato in chiave poetica ma il messaggio è chiarissimo: far sentire moralmente responsabili coloro che non accettano di mettere il loro corpo a disposizione del sistema.
In definitiva, ciò che viene celebrato come progresso medico è in realtà il sintomo avanzato di una mutazione antropologica già in atto.
Quando la morte viene programmata per ottimizzare un prelievo e il volto stesso può essere trasferito come una componente funzionale, siamo di fronte a una medicina che non considera l’eutanasia una tragica eccezione ma come un ingranaggio perfettamente integrato nel sistema dei trapianti; e il trapianto, a sua volta, non è più un atto straordinario di cura, ma una modalità ordinaria di riciclo biologico.
Alfredo De Matteo
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Eutanasia
Canadese paralizzato sceglie l’eutanasia a causa della solitudine
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