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Leone saluta la folla mentre in Piazza San Pietro risuona l’inno omosessualista degli ABBA. E se piace anche a Putin?

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È accaduto un paio di domeniche fa. Papa Leone XIV è entrato in San Pietro, tra ali di folla, con in sottofondo un inno della sottocultura omotransessualista, Dancing Queen del gruppo svedese ABBA.

 

L’incongrua circostanza è stata notata da più parti.

 

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Dancing Queen degli ABBA è ampiamente considerata uno dei più grandi e iconici inni della comunità LGBT a livello mondiale.I motivi del successo nella cultura gay. Nonostante il testo parli semplicemente di una ragazza di 17 anni che si diverte a ballare il sabato sera, il brano ha assunto un profondo significato simbolico per diverse ragioni.

 

Il termine «Queen» (regina) ha una forte risonanza nella cultura e nel gergo della comunità omosessuale, da cui l’appellativo drag queen. La canzone celebra la gioia pura, la libertà di esprimersi e l’evasione dalla realtà attraverso il ballo, un tema centrale per una comunità omotransessualista storicamente costretta a nascondersi e che ha trovato nelle discoteche e bar gay come spazi sicuri in cui dare sfogo alla propria inclinazione disordinata..

 

 

Gli stessi membri degli ABBA hanno sempre accolto con calore e orgoglio questo status. Nel 2002, ad esempio, Anni-Frid Lyngstad (la cantante bionda del gruppo) si è esibita in una memorabile versione del brano insieme alla star svedese della comunità gay Lars-Åke Wilhelmsson (noto come Babsan) durante il Gay Pride di Stoccolma.

 

Gli ABBA sono considerati una delle più grandi icone della cultura gay globale e un punto di riferimento indiscusso per la comunità LGBT. Come avviene per Mina, Madonna, ed altre figure della cultura popolare, il loro status di icona gay non è legato a un coming out dei membri del gruppo, ma all’adozione spontanea e viscerale della loro musica e della loro estetica da parte del mondo queer fin dagli anni Settanta.

 

Lo stile visivo degli ABBA, fatto di costumi stravaganti, glitter e melodie pop orchestrali, si sposa perfettamente con l’estetica «camp» e pop amata dal mondo omotransessualista. I loro costumi iconici fatti di tutine in spandex, stivali con le zeppe, glitter, paillettes e mantelli riflettevano perfettamente il gusto teatrale ed esagerato tipico della cultura delle drag queen e delle storiche serate delle discoteche gay.

 

Tracce come Gimme! Gimme! Gimme! o Voulez-Vous sono diventate colonne sonore fisse dei locali gay, celebrando il desiderio, la libertà sessuale e l’evasione senza barriere. L’osessione tutta gay per gli ABBA è ben rappresentata in una scena del film australiano Priscilla la regina del deserto (1994), interpretato da tre celeberrimi attori degli antipodi – Terence Stamp, Hugo Weaving, Guy Pearce – nel ruolo di tre omosessuali travestiti a zonzo per l’outback australiano. In una scena, uno di tre racconta di aver raccolto un pezzo delle feci della cantante degli ABBA nel bagno di una sala concerti, e di averlo conservato in una boccetta che tiene a ‘mo di talismano.

 

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Non è chiaro chi è a capo della playlist vaticana, e quindi non è possibile sapere se si tratta di un atto di volgarità (ma perché mai la Chiesa, con il suo patrimonio musicale millenario e sublime, deve appoggiarsi sulla musica rock pure passata?), un atto di ingenuità («mettiamo questa, mi piace»), o un atto di sabotaggio e rivendicazione degli omosessuali infiltrati in grande copia in Vaticano.

 

Considerando le nomine recenti, col cardinale Fernandez, quello delle benedizioni omo della Fiducia Supplicans, che spadroneggia minacciando di scomunica i tradizionisti, diciamo che l’ultima ipotesi farebbe propendere proprio per un aumento di potere dentro le mura leonine di un Opus Gay con tutti i suoi vizi e vezzi.

 

Va detto che è stato teorizzato controintuitivamente un legame tra gli ABBA e il presidente russo Vladimir Putin. il quale nutrirebbe una grande passione personale di Putin per la musica della band svedese, unita a un celebre e bizzarro fatto di cronaca emerso nel 2009. Secondo quanto riportato, il 22 gennaio 2009 il Cremlino ingaggiò in segreto i Björn Again, una delle più famose tribute band ufficiali degli ABBA, per un concerto privato.

 

La band sarebbe stata pagata circa 20.000 sterline e portata in una località isolata sul lago Valdai (circa 300 km a nord di Mosca), circondata da imponenti misure di sicurezza e cecchini. Gli spettatori erano in tutto appena otto persone Secondo il fondatore della band Rod Stephen, Putin si scatenò ballando, applaudendo e gridando «Bravo!» sulle note di hit come Mamma Mia, Super Trouper e (eccoci qua) Dancing Queen.

 

Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, smentì ufficialmente la presenza del Presidente all’evento per proteggere la sua immagine pubblica di leader «duro», pur ammettendo che a Putin piacesse la musica degli ABBA. Il cortocircuito nella mente omosessuale, che feticizza gli ABBA e demonizza Putin nemico dell’omotransessualismo organizzato, è inevitabile.

 

Va ricordato inoltre che un altro pezzo chiaramente legato all’omosessualismo, YMCA dei Village People, è divenuto l’irresistibile colonna sonora della campagna elettorale di Donald Trump 2024, con il candidato presidente ad inventarsi anche un’iconico balletto sulle note della canzone.

 

Secondo alcuni osservatori, i Village People (i quali sembrano aver abbracciato il nuovo successo politico della canzone) rappresenterebbero i gay in una maniera psicologicamente profonda: i personaggi che portano sul palco – i poliziotto, l’indiano, il marinaio – rappresentano archetipi di figure maschie e paterne che, secondo la teoria riparativa, mancano nella psiche dell’omosessuale, il quale ne rimane angosciosamente attratto e scegli di rapportarvisi attraverso la famelica sessualità sodomitica.

 

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L’Iran farà causa agli Stati Uniti e a Israele per gli attacchi ai siti culturali

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Teheran porterà in tribunale Stati Uniti e Israele per gli attacchi contro siti culturali iraniani, ha dichiarato il viceministro degli Esteri della Repubblica islamica, Kazem Gharibabadi.   Attualmente regge un fragile cessate il fuoco, stabilito tra le parti all’inizio di aprile dopo un mese di intense ostilità iniziate da americani e israeliani. Tuttavia, non si sono registrati progressi nei colloqui di pace indiretti, con Washington e Teheran che respingono reciprocamente le rispettive richieste, considerandole inaccettabili.   In un post pubblicato domenica su X, Gharibabadi ha scritto che almeno 149 monumenti storici e musei in 20 province iraniane, tra cui cinque siti patrimonio dell’UNESCO, sono stati danneggiati dai bombardamenti statunitensi e israeliani.  

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Le autorità di Teheran «registreranno, documenteranno e perseguiranno questo attacco al suo patrimonio culturale nel quadro della responsabilità internazionale; perché non permetteranno a nessuna potenza di sacrificare la storia della grande nazione iraniana ai suoi obiettivi militari e politici odierni», ha scritto.   I siti culturali devono essere protetti durante i conflitti in conformità con la Convenzione dell’Aia del 1954 e con i principi fondamentali del diritto umanitario, ha aggiunto il diplomatico.   «Il patrimonio culturale dell’Iran non è semplicemente un bene nazionale del popolo iraniano; fa parte della memoria collettiva dell’umanità», ha affermato Gharibabadi.   La civiltà persiana, con centro nell’odierno Iran, è una delle culture più antiche e influenti al mondo, risalente all’Impero achemenide fondato nel 550 a.C.   Gli attacchi contro monumenti storici da parte di Washington e dello Stato degli ebrei costituiscono «una chiara manifestazione del comportamento illegale del regime americano e del regime sionista», ha insistito il viceministro.   Il ministero della Cultura iraniano aveva precedentemente stimato che la riparazione dei siti storici danneggiati durante il conflitto sarebbe costata circa 70 trilioni di rial.

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Le guerre americane in Corea, Vietnam, Iraq, Siria, Afghanistan e altrove hanno causato danni o la distruzione di numerosi siti del patrimonio culturale sin dagli anni Cinquanta, ma Washington non è mai stata ritenuta responsabile. Per i governi stranieri è sempre più difficile citare in giudizio gli Stati Uniti nei tribunali nazionali o internazionali a causa della dottrina dell’immunità sovrana e del rifiuto di Washington di riconoscere la giurisdizione obbligatoria degli organi giuridici internazionali.   Agli inizi di aprile, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva avvertito che l’intera civiltà iraniana «morirà» se non accetterà le richieste americane, scatenando immediate reazioni negative a livello internazionale. Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si è detto «profondamente turbato» dalla dichiarazione, mentre Papa Leone XIV l’ha definita «veramente inaccettabile».   Domenica Trump ha ribadito la sua minaccia, affermando che «non rimarrà nulla» del Paese se non verranno fatte rapide concessioni. Il ministero della Difesa iraniano ha replicato dichiarandosi «pienamente preparato» a respingere un possibile nuovo attacco americano e israeliano.  

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Immagine: vista interna dell’iwan all’ingresso principale del santuario di Fatima bint Musa a Qom, in Iran. Il mausoleo risale all’inizio del XVII secolo, durante il regno dello Shah Abbas il Grande. Qom è una meta di pellegrinaggio molto frequentata ed è considerata dallo sciismo il secondo luogo più sacro dopo Mashhad. Immagine di Diego Delso via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 
 
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Deputati olandesi chiedono il divieto d’ingresso per Kanye West

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Un’ampia maggioranza del parlamento olandese ha approvato una mozione che invita il governo a vietare l’ingresso nel Paese al rapper americano Kanye West in occasione dei suoi concerti previsti per l’inizio di giugno, come riferito martedì dall’emittente locale NOS. La decisione giunge mentre un numero crescente di Paesi europei prende le distanze dal controverso artista a causa dei suoi precedenti commenti ritenuti antisemiti.

 

Il vincitore di 24 Grammy Award ha alle spalle una lunga storia di controversie antisemite. L’anno scorso ha elogiato pubblicamente il nazismo e Adolfo Hitler e ha messo in vendita magliette con la svastica, con indosso una delle quali è stato visto in istrada. Sebbene West, ora noto come Ye, si sia scusato per le sue azioni all’inizio di quest’anno, il suo comportamento ha provocato diffuse critiche e ha portato ad accertamenti governativi per valutare l’ipotesi di impedirgli di esibirsi a livello internazionale.

 

West si esibirà il 6 e l’8 giugno nella città olandese di Arnhem.

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Ad aprile, il sindaco di Arnhem, Ahmed Marcouch, aveva affermato che non esisteva alcuna base legale per impedirgli di entrare o di tenere concerti nei Paesi Bassi, mentre il ministro della Giustizia David van Weel aveva dichiarato che l’esecutivo stava esaminando possibili fondamenti giuridici, pur riconoscendo che sarebbe stato complicato.

 

«Nei Paesi Bassi, abbiamo una soglia piuttosto elevata prima di poter negare l’ingresso a qualcuno. Deve sussistere una minaccia di grave turbamento dell’ordine pubblico o della sicurezza», aveva dichiarato all’epoca van Weel, aggiungendo che non era chiaro se tale criterio fosse applicabile al caso di West.

 

L’ultima mozione del Parlamento olandese si inserisce in una serie di provvedimenti analoghi adottati in altre parti d’Europa. Il mese scorso le autorità britanniche hanno negato l’ingresso al cantante, determinando la cancellazione della sua partecipazione al Wireless Festival. Poco dopo è stato rinviato anche il concerto previsto per l’11 giugno a Marsiglia. In Polonia, il concerto del 19 giugno allo Stadio della Slesia di Chorzow è stato annullato dagli organizzatori della struttura. Anche l’FC Basilea, che gestisce gli eventi allo St. Jakob-Park, ha preso una decisione simile.

 

Le uniche tappe rimanenti del tour europeo annunciato da West sono Turchia, Italia, Spagna e Portogallo.

 

Nel corso della sua carriera, West ha più volte parlato delle proprie difficoltà con la salute mentale e ha rivelato di aver ricevuto una diagnosi di disturbo bipolare nel 2016. A febbraio, tuttavia, ha sostenuto di aver ricevuto una diagnosi errata e di aver sospeso l’assunzione di farmaci dopo aver scoperto di avere in realtà «un caso di autismo».

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa le sanzioni USA impedirono il concerto dello West a Mosca.

 

Nel luglio 2020, prima dell’arrivo delle iniezioni mRNA, lo West si scagliò contro i vaccini definendoli «il marchio del diavolo».

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Immagine di Jason Persse via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

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Notre-Dame: il caso delle vetrate contemporanee finisce in tribunale

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A meno di un anno dalla fine del suo mandato come presidente francese, Emmanuel Macron sta portando avanti con tenacia il suo piano di sostituire le vetrate di Viollet-le-Duc con vetrate moderne. L’autorizzazione per i lavori di rimozione e sostituzione delle vetrate è stata appena affissa sulla cattedrale di Notre-Dame a Parigi.   Per impugnare in tribunale il permesso di lavoro, era necessario affiggere questo avviso (la data di inizio dei lavori non è specificata, il che è normale). L’associazione Siti e Monumenti presenterà ricorso nei prossimi giorni, poiché il termine legale è di due mesi dalla data di affissione.   È opportuno ricordare che la causa iniziale è stata persa in primo grado dinanzi al Tribunale Amministrativo di Parigi, sentenza attualmente oggetto di appello. La controversia riguardava la legittimità dell’ente pubblico – il cui ruolo, come definito dalla legge, è quello di «preservare» e «restaurare» Notre-Dame – ad essere il committente del progetto per questa operazione.   La sostituzione delle vetrate tutelate di Viollet-le-Duc non rientra chiaramente né nell’ambito della conservazione né in quello del restauro. La decisione del tribunale amministrativo, che ha respinto la richiesta, è incomprensibile. È stato presentato ricorso alla Corte d’Appello Amministrativa di Parigi.   Ora si può aprire un secondo fronte. L’autorizzazione a sostituire le vetrate, tutelate come monumenti storici, che non sono state danneggiate dall’incendio né restaurate (o pulite) successivamente, è assolutamente contraria al codice di tutela dei beni culturali.  

Critiche per la modifica degli elementi protetti

I critici del progetto sottolineano che le vetrate sono tutelate come monumento storico e che la loro rimozione violerebbe lo spirito della legislazione francese in materia di beni culturali. La sostituzione di elementi storici conservati in buono stato non può essere giustificata come «restauro». Sottolineano inoltre che la Commissione nazionale francese per il patrimonio e l’architettura ha espresso un parere negativo sul progetto nel luglio 2024, nonostante l’intervento sia proseguito come previsto.

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Oltre 335.000 firme contro il ritiro

Anche l’opposizione sociale è stata significativa. La petizione «Salviamo le vetrate di Viollet-le-Duc a Notre-Dame de Paris», promossa da La Tribune de l’Art e sostenuta da Sites & Monuments, ha già raccolto oltre 335.000 firme, diventando di gran lunga la petizione per la tutela del patrimonio più firmata al mondo. Ciò influenzerà senza dubbio la decisione del tribunale amministrativo.   L’associazione insiste sul fatto che, anche se i ricorsi legali dovessero fallire e i tetti di vetro venissero rimossi, continuerà a chiedere l’annullamento dell’intervento e il ripristino dello stato progettato da Viollet-le-Duc.   La decisione finale spetta ora ai tribunali amministrativi, che dovranno stabilire se la rimozione delle vetrate rientri nel quadro giuridico di tutela del patrimonio storico francese.   Articolo previamente apparso su FSSPX. News  

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Immagine di Jean de l’Auxois via Wikimedia pubblicate su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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