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Economia

L’ENI ed altre compagnie petrolifere ottengono licenza di esplorazione in Libia

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La Libia ha assegnato nuovi permessi di esplorazione per petrolio e gas a diverse importanti compagnie energetiche internazionali, segnando il primo round di licenze upstream nel Paese nordafricano dopo quasi vent’anni. L’iniziativa rientra negli sforzi per rilanciare il settore energetico, pilastro fondamentale dell’economia libica.

 

La National Oil Corporation (NOC), ente statale, ha reso noto mercoledì di aver concesso i diritti esplorativi su cinque blocchi a società tra cui la statunitense Chevron,, la QatarEnergy e la spagnola Repsol e l’italiana ENI.

 

I blocchi assegnati comprendono aree onshore nei bacini di Sirte e Murzuq, nonché zone offshore nel Mediterraneo, area particolarmente ricca di gas. Eni e QatarEnergy si sono aggiudicate l’Area Offshore 01, mentre un consorzio guidato da Repsol, in partnership con le ungheresi MOL e Turkish Petroleum (TPOC), ha ottenuto i diritti sull’Area Offshore 07. Chevron ha fatto ritorno in Libia ottenendo la licenza onshore S4 nel bacino di Sirte, mentre la nigeriana Aiteo si è assicurata il blocco M1 di Murzuq, come indicato nel comunicato ufficiale della NOC.

 

Durante la cerimonia di assegnazione svoltasi a Tripoli, il presidente della NOC, Masoud Suleman, ha sottolineato che il ritorno di grandi player internazionali rappresenta un passaggio decisivo nell’ambito del piano «Ritorno alla vita» promosso dal Governo di unità nazionale (GNU).

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La Libia possiede le maggiori riserve petrolifere accertate del continente africano, stimate in 48 miliardi di barili, pari al 41% del totale africano secondo i dati dell’Energy Information Administration statunitense aggiornati al 2024. L’ultima gara di appalto risaliva però al 2007, quattro anni prima della rivolta sostenuta dalla NATO che portò alla caduta e alla morte del leader di lungo corso Muammar Gheddafi.

 

Il Paese mira a portare la produzione petrolifera a circa 1,6 milioni di barili al giorno entro la fine del 2026 e a incrementare significativamente le esportazioni di gas entro il 2030: obiettivi che finora sono stati ostacolati da persistenti divisioni politiche e da episodi di violenza armata.

 

La Libia resta profondamente frammentata dopo la caduta di Gheddafi, divisa tra il GNU, riconosciuto dalle Nazioni Unite e con sede a Tripoli, e il rivale Governo di stabilità nazionale con base a Bengasi, nell’est del Paese.

 

La NOC, allineata con l’amministrazione di Tripoli, aveva lanciato il bando per l’esplorazione lo scorso anno, con la partecipazione annunciata di 37 compagnie petrolifere internazionali. Dei 20 blocchi messi a gara, solo cinque sono stati assegnati mercoledì, probabilmente a causa di divergenze sui termini contrattuali e sugli impegni di perforazione richiesti.

 

La storia delle attività ENI in Libia inizia ufficialmente nel 1959, quando la controllata AGIP (poi confluita in ENI) ottiene le prime concessioni esplorative in Cirenaica attraverso la CORI. Già dalla fine degli anni ’30 l’Italia aveva guardato al petrolio libico, ma è dal dopoguerra che parte l’impegno strutturato.

 

Negli anni Sessanta gli italiani scoprono importanti giacimenti (tra cui Bu Attifel), aggiudicandosi concessioni grazie a royalty competitive. Nel 1971, dopo la rivoluzione di Gheddafi, ENI è l’unica grande compagnia straniera a non essere nazionalizzata e a mantenere la presenza, salvando un rapporto strategico per l’Italia.

 

Negli anni Settanta-Ottanta si consolidano produzioni onshore e accordi di cooperazione (es. con forniture crescenti in cambio di infrastrutture nel 1974). Il vero salto avviene tra fine anni Novanta e 2000: nel 1998 si pongono le basi per il Greenstream, il gasdotto sottomarino da 520 km che dal 2004-2005 collega Mellitah (Libia) alla Sicilia, trasportando fino a 8-11 miliardi di m³/anno di gas da Wafa e Bahr Essalam.

 

Nel 2007-2008 arrivano i mega-accordi EPSA: contratti estesi fino al 2042 (olio) e 2047 (gas) con investimenti per circa 28 miliardi di dollari, blindati dal Trattato di Amicizia Berlusconi-Gheddafi (2008), che includeva risarcimenti coloniali.

 

Dopo la guerra 2011 ENI è tra le prime a rientrare (già settembre 2011 riprende produzione), mantenendo il ruolo di principale operatore internazionale di gas. Opera tramite Mellitah Oil & Gas (50% ENI – 50% NOC), produceva circa 240-300 mila boe/giorno in vari anni, resistendo a guerre civili, blocchi (El Feel, Sharara) e instabilità.

 

Nel 2023 ENI ha avviato nuovi progetti di sviluppo gas. Oggi resta il partner energetico più longevo e rilevante in Libia, pilastro della sicurezza energetica italiana nonostante rischi geopolitici.

 

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Immagine di Abdalrahem Omar Zaed via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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Economia

Il Canada minaccia di interrompere l’elettricità agli USA. Il premier dell’Ontario a Trump: «baciami il sedere!»

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Il premier dell’Ontario, Doug Ford, ha minacciato di sospendere le forniture di elettricità e di minerali strategici agli Stati Uniti qualora il presidente Donald Trump prosegua nell’inasprimento della guerra commerciale con il Canada, suscitando una replica accesa da parte di Trump.   Lo scontro è scoppiato poche ore dopo l’annuncio di Trump che i dazi su auto, camion, componenti auto e acciaio canadesi saliranno al 50% dal 1° gennaio 2027. La mossa è arrivata dopo il fallimento dei negoziati della scorsa settimana e dopo un ulteriore dazio del 50% scattato sabato su importazioni canadesi per circa 20 miliardi di dollari.   «Tutto è sul tavolo. Farò tutto il necessario», ha dichiarato Ford all’Associated Press lunedì, precisando che l’Ontario potrebbe alzare i prezzi dell’elettricità o interromperne del tutto l’esportazione.   «Forniamo energia a 1,5 milioni di case e aziende», ha aggiunto, avvertendo che se Trump insisterà nel tentativo di smantellare l’industria manifatturiera canadese, «farebbe meglio ad avere una scorta di batterie».

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Trump ha risposto su Truth Social, definendo «spacconate» le parole di Ford e attaccando personalmente il premier, prima di intimare ai leader canadesi di «mettersi in riga».   «Qualcuno dovrebbe far rigare dritto questi pagliacci, altrimenti le conseguenze per il Canada saranno molto PEGGIORI!», ha scritto Trump, definendo ancora il primo ministro Mark Carney «Governatore Carney», sostenendo che gli Stati Uniti sono «molto più grandi, più ricchi e più forti» e che il Canada «non potrebbe sopravvivere» senza il vicino meridionale.   «Ho un sacco di spazio sul sedere, quindi ha un sacco di spazio per baciarmi il sedere», ha replicato Ford in una conferenza stampa lunedì.   Ford ha sostenuto che Ottawa dovrebbe valutare ritorsioni sempre più dure, comprese restrizioni su petrolio, potassio e minerali strategici. La premier del Quebec, Christine Frechette, la cui provincia è un grande fornitore di energia idroelettrica, ha detto di non seguire al momento la linea di Ford, pur non escludendola in vista di una «nuova fase» della controversia in Canada.   Il Ford, va ricordato, ha sostenuto l’invocazione da parte del governo Trudeau della legge sulle emergenze in risposta alla protesta dei camionisti antivaccinisti che scuoteva il Canada in lockdown, repressa con la violenza della polizia e persino il nuovo fenomeno della debancarizzazione dei manifestanti.   Il Canada resta di gran lunga il primo fornitore estero di elettricità per gli Stati Uniti, anche se a livello nazionale la dipendenza è contenuta. I dati dell’EIA indicano che nel 2025 gli USA hanno importato circa 24,5 terawattora dal Canada ed esportato circa 16 terawattora, con una dipendenza netta pari allo 0,2% del consumo totale americano.   L’esposizione è però molto più marcata negli Stati di confine come New York, Michigan e Minnesota, dove l’energia canadese può risultare cruciale nei picchi di domanda.

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Nel frattempo il boom dell’Intelligenza Artificiale sta mettendo sotto pressione le reti regionali, mentre le big tech accelerano la costruzione di enormi data center iperscalabili ad alto consumo. Nel luglio 2026 lo Stato di Nuova York ha imposto una moratoria di un anno sui permessi ambientali discrezionali per le nuove infrastrutture iperscalabili, in attesa di norme volte, tra l’altro, a tutelare la stabilità della rete e i consumatori.   L’Ontario ha già usato in passato la minaccia del dazio sull’elettricità. Nel marzo 2025 Ford aveva imposto una sovrattassa del 25% sulle esportazioni verso i tre Stati, poi sospesa dopo che Trump aveva minacciato di raddoppiare i dazi su acciaio e alluminio canadesi.   Lunedì anche Carney ha risposto all’ultima minaccia tariffaria di Trump, accusando Washington di voler smantellare l’industria automobilistica canadese imponendo condizioni ritenute inaccettabili da Ottawa. Dopo che il Canada ha abbandonato i colloqui venerdì sera, Carney ha detto che gli Stati Uniti «hanno chiesto troppo e offerto troppo poco» e ha annunciato dazi di ritorsione equivalenti a partire dall’8 settembre.   Come riportato da Renovatio 21, due giorni fa Trump, in seguito al fallimento dei colloqui commerciali tra i due Paesi, ha affermato che il Canada vuole «i vantaggi di essere uno Stato, senza esserlo». «Il Canada vuole i vantaggi di essere uno Stato, senza esserlo!!! Inoltre, per molti anni ha imposto dazi doganali esorbitanti ai nostri bravi agricoltori. Basta!!!» ha scritto nel suo post su Truth social.   Trump in passato aveva ripetutamente affermato che gli Stati Uniti stavano sovvenzionando l’economia canadese per un importo di 200 miliardi di dollari all’anno, ipotizzando che sarebbe stato più fattibile assorbire il Paese come «tanto amato» 51° stato. L’ex premier canadese Giustino Trudeau aveva detto che la minaccia di anschluess da parte di Trump era «reale».   Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa Trump aveva dichiarato di voler espandere il Paese aggiungendo Canada, Groenlandia e Venezuela come nuovi Stati USA, definendo poi le sue dichiarazioni come uno scherzo.   A gennaio nel corso del suo intervento al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, Carney ha sostenuto che l’ordine globale basato su regole è ormai al tramonto e ha invitato le «potenze medie» a unirsi, affermando che «se non sei al tavolo, sei nel menu».   Trump ha replicato durante il proprio discorso a Davos dichiarando che il Canada «vive grazie agli Stati Uniti», un’affermazione prontamente respinta da Carney. In seguito, Trump ha revocato l’invito rivolto a Carney per partecipare al suo proposto «Board of Peace», l’organismo da lui ideato – secondo le sue parole – per affrontare e risolvere i conflitti internazionali.

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Come riportato da Renovatio 21, Trump ha aggiunto che il Canada verrà «divorato» dalla Repubblica Popolare.   Il presidente aveva canzonato il Canada con filmati AI dopo la vittoria olimpica nella finale a Milano della squadra nazionale di Hockey americana contro quella canadese.   Come riportato da Renovatio 21, l’esercito canadese ha sviluppato un modello di risposta in stile mujaheddin afghani a un’ipotetica invasione statunitense.   Ad aprile The Donald aveva ammesso che l’anschluess del Canada era improbabile. Tuttavia, come ognuno sa, sapere cosa farà l’attuale presidente USA risulta talvolta molto difficile.   L’annessione del Canada rimane ad ogni modo conforme alla dottrina geopolitica «emisferica» esposta e perseguita nel primo anno del secondo mandato Trump, la cosiddetta «dottrina Donroe» (cioè Donald più Monroe) che vede, secondo un plurisecolare pensiero geostrategico, l’ampliamento del dominio USA nel continente come il «destino manifesto» di Washington.  

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Economia

Washington lancia un’offensiva economica contro l’Iran

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Il segretario al Tesoro USA Scott Bessent ha reso noto un nuovo pacchetto di sanzioni ai danni dell’Iran e ha avvertito che qualsiasi nazione continui a mantenere rapporti finanziari con Teheran rischia di essere tagliata fuori dal sistema del dollaro, con l’obiettivo dichiarato di trasformare l’Iran in un «paese emarginato economicamente».

 

Le misure colpiscono quasi 60 soggetti – società, persone fisiche e navi – operanti in più giurisdizioni, accusati di trafficare «tecnologie nucleari e missilistiche illecite» con l’Iran, di sostenere le «operazioni informatiche» iraniane e di trasportare petrolio iraniano, come comunicato lunedì dal Dipartimento del Tesoro. Più di un terzo dei destinatari – 21 – ha sede in Cina.

 

Il Tesoro ha inoltre segnalato asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporti marittimi come settori che potrebbero finire sotto sanzioni secondarie.

 

Durante la conferenza stampa di lunedì Bessent ha annunciato l’avvio dell’«Operazione Esclusione Economica», definita «un’offensiva economica contro i legami finanziari dell’Iran in tutto il mondo».

 

Il segretario del Tesoro USA ha precisato che Washington punirà ogni Paese che non interrompa i propri rapporti economici con Teheran: «Qualsiasi entità che agevoli il riciclaggio di denaro per conto dell’Iran verrà esclusa dal sistema del dollaro statunitense», ha detto, aggiungendo che «il conto alla rovescia è appena iniziato».

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Secondo i dati più aggiornati della Banca Mondiale, l’Iran esporta verso 147 Paesi e importa da 114. Interrogato su come gli Stati Uniti pensino di costringere circa tre quarti delle nazioni del mondo a cessare i commerci con l’Iran, Bessent ha riferito che il presidente Donald Trump ha chiamato diversi leader nel fine settimana «con richieste specifiche di cessare le loro interazioni» con Teheran e che a ciascuno è stata assegnata «una scadenza precisa» per adeguarsi.

 

L’Iran ha replicato che «nemmeno una goccia» di petrolio uscirà dal Golfo qualora la regione si allineasse al piano americano.

 

Bessent non ha voluto entrare nei dettagli, spiegando ai giornalisti che «non faremo nomi» e che non avrebbe «stabilito delle tempistiche». Alla domanda se Washington si aspetti che la Cina, principale partner commerciale dell’Iran, rispetti le sanzioni, non ha dato una risposta netta.

 

«Riteniamo che il modo migliore per interagire con i Paesi sia attraverso la diplomazia discreta. E ci confrontiamo apertamente con ogni Paese per comunicargli le nostre aspettative. Noi sappiamo chi sono. Loro sanno chi sono», ha dichiarato, aggiungendo che «nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni statunitensi».

 

A Teheran le minacce sono state liquidate. Il negoziatore di alto livello Mohammad Bagher Ghalibaf ha scritto su X, dopo la conferenza di Bessent: «Gli americani sanno che nessuno si lascia ingannare dalle loro spacconate».

 

«Gli Stati Uniti non sono in una posizione economica tale da poter ulteriormente limitare le proprie relazioni con altri Paesi», ha osservato il Ghalibaffo. «I partner commerciali dell’Iran, sia attraverso i media che tramite i messaggi che ci hanno inviato, hanno chiarito di non tenere minimamente in considerazione queste dichiarazioni».

 

Domenica Mohsen Rezaei, a capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, ha avvertito che «nemmeno una goccia di petrolio lascerà il Golfo Persico e lo Stretto di Ormuzzo» se gli Stati del Golfo aderiranno alla campagna di pressione economica USA. Se Trump «vuole fare qualcosa, reagiremo in modo dirompente», ha aggiunto.

 

Come riportato da Renovatio 21, la scorsa settimana Trump aveva minacciato l’Iran di un «D-Day economico» dopo la scadenza, senza risultati, della finestra di 60 giorni per negoziare escludendo un ritorno al tavolo, tuttavia lunedì il capo delle forze armate pakistane Asim Munir, i cui poteri sono stati appena ampliati, è arrivato a Teheran nel tentativo di riaprire i colloqui.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

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Economia

L’UE sblocca 90 miliardi di euro all’Ucraina per l’acquisto di armi

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La Commissione europea ha dato il via libera all’acquisto di nuove armi per l’Ucraina per un importo di 6,1 miliardi di euro, come annunciato dalla Commissione lunedì. Questa tranche rientra in un prestito di 90 miliardi di euro concesso da Bruxelles a Kiev all’inizio di quest’anno a titolo di aiuti finanziari e militari.   Di fronte alla crescente pressione sul campo di battaglia, Kiev sta intensificando le richieste di un’erogazione più rapida degli aiuti, poiché dipende in misura rilevante dai finanziamenti esteri per colmare un deficit di bilancio sempre più ampio e sostenere il proprio sforzo bellico contro la Russia. Mosca sostiene che gli aiuti militari occidentali all’Ucraina, che gravano sui contribuenti, non fanno altro che prolungare il conflitto.   Ad aprile, l’UE ha approvato un prestito di emergenza di 90 miliardi di euro per l’Ucraina, di cui 30 miliardi destinati al sostegno del bilancio e 60 miliardi agli aiuti militari per il biennio 2026-2027. Il prestito, garantito da un debito comune dell’UE e rimborsabile solo qualora Kiev riceva riparazioni di guerra dalla Russia, è stato approvato dopo il fallimento dei piani per il sequestro dei beni sovrani russi congelati in Occidente. Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno ottenuto l’esenzione dal programma.   Questa nuova tranche si aggiunge ai 16 miliardi di euro già stanziati per gli appalti, di cui 8,35 miliardi sono già stati trasferiti a Kiev. Secondo la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, i 6,1 miliardi di euro stanziati serviranno a finanziare sistemi di difesa aerea e missilistica, missili, munizioni e radar.

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A febbraio, il Consiglio Europeo ha imposto «condizioni rigorose» all’Ucraina per l’ottenimento dei fondi, precisando che Kiev è tenuta ad acquistare armi e attrezzature militari esclusivamente da aziende con sede nell’UE, in Ucraina, nello Spazio economico europeo e nell’Associazione europea di libero scambio. Gli acquisti da paesi terzi sono ammessi in caso di necessità urgente, ad esempio quando un prodotto per la difesa non risulta disponibile nell’UE.   Secondo l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Kaja Kallas, l’Unione Europea ha destinato 195 miliardi di euro all’Ucraina dall’escalation del conflitto con la Russia, avvenuta quattro anni fa. La cifra aggiornata è stata resa nota in un momento di crescente malcontento e divisioni tra gli Stati membri riguardo al protrarsi degli aiuti militari e finanziari di Bruxelles a Kiev.   Gli aiuti finanziari e militari dell’UE all’Ucraina hanno suscitato critiche da parte di funzionari, sia in carica sia in pensione, all’interno e all’esterno del blocco. All’inizio di questo mese, l’ex primo ministro ucraino Nikolay Azarov ha affermato che l’Occidente non recupererà mai i prestiti concessi a Kiev.   L’eurodeputato tedesco Fabio De Masi del partito Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW) ha avvertito che i fondi arricchiranno «oligarchi corrotti».   Come riportato da Renovatio 21, il partito tedesco AfD chiede che l’Ucraina paghi riparazioni di guerra.   Nel frattempo, il premier slovacco Robert Fico ha promesso di opporsi al prestito di armi per Kiev. Notizie recenti sostengono che pure la mafia italiana starebbe comprando armi «scomparse» dall’Ucraina.  

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