Pensiero
Le mille e una guerra
Renovatio 21 pubblica questo intervento di Elisabetta Frezza al convegno Sapiens³ di sabato 21 gennaio 2023.
Nell’ultimo capitolo del suo romanzo La casa in collina, che indaga le pieghe psicologiche e sociali del secondo conflitto mondiale e della resistenza, Cesare Pavese (siamo nel 1949) scrive:
«Non è che non veda come la guerra non è un gioco, quella guerra che è giunta fin qui, che prende alla gola anche il nostro passato». Continua: «Guardare certi morti è umiliante». «Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi». «Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi».
E conclude: «Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione».
Nel gioco di specchi che contraddistingue il nostro presente, dove la menzogna tenta di invadere ogni spazio pubblico e privato per adulterarne i connotati, la guerra si rifrange in mille volti diversi.
Sul terreno, i tanti caduti delle tante guerre, vicine e lontane. Ognuno dei quali, appunto, chiede ragione a chi resta.
C’è la guerra agita e la guerra subìta.
C’è la guerra telecomandata e la guerra vissuta; ovvero: la guerra a distanza e quella in presenza.
C’è la guerra dei potenti e quella delle persone.
C’è la guerra cruenta e la guerra incruenta, ma non meno devastante.
C’è la guerra antica, col suo codice d’onore, e c’è la guerra moderna che non conosce né codici né onore. Nella prima la vita umana, persino quella del nemico, vale. La seconda è una guerra nichilista e disintegrante, senza alcun rispetto per la vita (semplicemente perché l’uomo non è più considerato uomo, ma una cifra, una macchina, e quindi entità sacrificabile).
C’è la guerra dei corpi e la guerra dello spirito. Ovvero: la guerra fisica, geopolitica, e la guerra biologica e spirituale.
Oggi insomma ci sono tanti fronti di guerra aperti, molti invisibili ai più. Ognuno di noi – spettatori non integrati nella finzione che pretende di sostituirsi a una realtà irriducibile – vive l’ora presente assestato su una propria personale linea del fronte, che è diversa da quella della guerra e delle guerre che si combattono altrove con le armi. Ma è pur sempre una linea che non va lasciata indifesa.
Vorrei partire da lontano, perché – a dispetto della frenesia di rottamazione del passato che affligge la società del cosiddetto progresso – ciò che dicono gli antichi spesso ci aiuta a vedere quali sono, ripulite dagli orpelli, le costanti della natura umana e delle sue manifestazioni nella storia.
Nel 98 d.C. – a due anni dalla morte di Domiziano, ultimo imperatore della dinastia flavia, e dopo il breve principato di Nerva, quando sul trono di Roma sedeva Traiano – Cornelio Tacito, il grande storiografo latino, porta a compimento quella che verosimilmente è la sua opera prima, il De Agricola, dedicata al suocero, il valoroso generale Giulio Agricola, vissuto appunto sotto Domiziano e protagonista, con la vittoria sui Caledoni in rivolta, della campagna di conquista della Britannia.
Perché è importante contestualizzare questa monografia di Tacito nella temperie della successione tra Domiziano e Nerva e poi – in continuità con Nerva – Traiano, suo figlio adottivo? Perché in questo snodo a Roma cambia il paradigma di gestione del potere, che da dispotico si fa più illuminato.
Non per nulla Tacito esordisce dicendo: «Nunc demum redit animus», cioè letteralmente «ora finalmente torna il respiro», ovvero «finalmente si torna a respirare»: nel nuovo clima politico, ci dice, è recuperata la libertà di scrivere e di parlare – ai giorni nostri, si direbbe: di manifestare il pensiero – perché Nerva prima, Traiano poi, riescono finalmente a far coesistere le due «res olim dissociabiles», le due cose (due entità) che prima erano tra loro incompatibili: il principato e la libertà.
Tacito può dunque permettersi di trattare della dialettica tra principato (impero) e libertà nelle sue diverse estrinsecazioni.
Nel De Agricola, infatti, la biografia umana e politica del protagonista, che viene proposto quale modello per la nuova classe dirigente romana, si intreccia con un’ampia digressione in cui ci si sofferma sulle caratteristiche etniche e antropologiche dei Britanni e sulla loro romanizzazione; digressione in cui l’autore tocca il tema del rapporto di Roma con le popolazioni cosiddette barbariche e, quanto al presunto progresso portato dai Romani ai costumi di queste popolazioni, commenta lapidario: «per gli sprovveduti, tutto questo significava civiltà (humanitas), mentre in realtà era parte integrante della servitù».
Tacito insomma ci lascia delle riflessioni di penetrante attualità sui lineamenti dell’imperialismo romano (e universale) e lo può fare perché, appunto, in quel momento «finalmente si respira». E dell’imperialismo, egli mette in luce – si può dire: immortala – la vera essenza nel vibrante discorso di Calgaco al suo popolo.
Calgaco era il capo dei Calèdoni della Britannia – «distinto per valore e nobiltà tra i molti capi» – e, nell’imminenza dello scontro finale con i Romani, «di fronte a una marea di uomini accalcati che chiedevano guerra» dice loro: «Noi, al limite estremo del mondo e della libertà, siamo stati fino a oggi protetti dall’isolamento e dall’oscurità del nome…dopo di noi non ci sono più popoli, bensì solo scogli e onde e il flagello peggiore, i Romani, alla cui prepotenza non fanno difesa la sottomissione e l’umiltà».
E, sempre per bocca di Calgaco, i Romani sono descritti così: «Raptores orbis…», cioè: «Predoni del mondo, adesso che la loro sete di devastazione ha reso esausta la terra, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare. Loro bramano possedere con uguale smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero. Dove fanno il deserto, lo chiamano pace».
La fisionomia dell’impero come delineata da Tacito, nel primo secolo dopo Cristo, non può non colpire anche il lettore contemporaneo, per lo meno quello che non sia già risucchiato nel buco nero della fiction totalizzante costruita dalla propaganda. I medesimi tratti rappresentati da Tacito, con tanto vigore espressivo, non possono non riconoscersi in capo a un altro ingombrante protagonista della storia recente, che da decenni cerca di dominare il mondo intero con la stessa bulimia acquisitiva, la stessa pulsione espansionistica ossessiva e paranoide, la stessa furia annientatrice. Ma, in costanza di questi tratti antichi propri dell’impero, il nuovo protagonista va oltre, perché si spinge fino a promuovere il demenziale rovesciamento di ogni legge naturale per imporre urbi et orbi nuove, innaturali, coordinate assiologiche.
Roma, anche tra innegabili soprusi, lasciò al mondo il monumento insuperabile della sua cultura giuridica, lasciò opere mirabili di ingegneria, urbanistica, arte; e fu pur sempre capace di tesaurizzare, e sapientemente valorizzare, molte delle ricchezze morali e materiali dei popoli assoggettati. Invece le élite occidentali perseguono oggi, senza remora alcuna, la standardizzazione forzata, l’appiattimento e l’imbarbarimento coatto, secondo un modello neocoloniale omogeneizzante e globalizzante. In un furibondo cupio dissolvi. Dietro il loro apparente complesso di superiorità si malcela un evidente complesso di inferiorità, in primo luogo culturale.
La chiave per esercitare un dominio incontrastato, senza peraltro nulla offrire ai dominati, sta nell’autocertificarsi e presentarsi come «campioni dei diritti dell’umanità» legittimati come tali sulla carta a esercitare erga omnes una supremazia anzitutto morale, funzionale alla conquista della egemonia politica, attraverso il marchio della democrazia di cui si sono fatti depositari esclusivi.
La propensione a sottrarsi a qualsivoglia giudizio morale ha assunto una potenza simbolica definitiva con l’impunità acquisita, e universalmente avallata, a fronte del bombardamento atomico contro una popolazione inerme. Hiroshima e Nagasaki sono una enormità della storia che rimane ancor oggi insoluta e nella sostanza rimossa.
Davanti a un crimine gratuito di tanta magnitudine, si assiste infatti da un lato all’autoassoluzione del colpevole (che non ha mai manifestato pentimento, in tempi in cui le scuse vanno molto di moda), dall’altro alla rassegnazione delle stesse vittime che, in tanti anni di celebratissime giornate della memoria, mai si sono rappresentate la necessità di rompere il tabù e magari istituire una sede, tipo un tribunale internazionale che va anch’esso di moda, dove affrontarne l’analisi.
Il fatto è che lo stigma democratico, sacro e santificante, è ormai un involucro a contenuto variabile che viene esibito in vetrina come una sorta di reliquia. Capace di coprire ogni aberrazione e anche di generare forme parossistiche di servilismo.
Se ci voltiamo indietro, possiamo accorgerci come questa democrazia da esportazione – nel caso, esportabile anche a mezzo bombe umanitarie – ci abbia regalato nel tempo tante cose spacciate come vittorie del progresso: ci ha regalato l’annientamento della famiglia, l’aborto libero e gratuito, le pratiche eutanasiche inaugurate con Terri Schiavo, la droga a volontà, il genderismo e le tentazioni pedofile, il diluvio di deviazioni pedagogiche in danno delle giovani generazioni; ci ha regalato l’ecologismo neomalthusiano, per il quale è l’uomo il cancro del pianeta; ci ha regalato la fabbrica tecnologica della vita e le manipolazioni eugenetiche. Ci ha regalato i deliri transumanisti.
Ci ha regalato insomma tutto ciò che è servito a cambiare il volto di un una civiltà nel giro di una o due generazioni, spostando il concetto di libertà – inscindibilmente connesso a un canone di verità – sull’immagine della autodeterminazione illimitata, che è poi la hybris antica, creando l’esigenza idolatrica di un mondo appeso solo a se stesso e privato di ogni riferimento superiore, dove quindi comanda e vince il più forte.
La libertà, così come l’uguaglianza, le pari opportunità, la solidarietà, l’inclusione, la sostenibilità, la promozione culturale, la scienza, i diritti e il diritto, in una parola la falsa morale di importazione è servita per sostituire alla realtà le parole, confondendo la percezione degli eventi nel gioco delle cause e degli effetti. E facendo evaporare, proprio nel fumo delle parole magiche, tutt’un orizzonte di senso e di verità.
Vengono chiamati «valori occidentali» e, in difesa di questi valori, tutti noi siamo arruolati, anzi precettati, a giocare nel grande videogioco a premi, dove si vincono brandelli di finta libertà.
Lo strumentario bellico è oggi iperpotenziato dal dominio della rete e delle sue principali piattaforme, che costituiscono – in un contesto di cosiddetta guerra cognitiva, un’altra guerra parallela di sottofondo – l’armamentario decisivo per imporre, a tutti, questi pseudo-valori per definizione globali, sostitutivi dei valori comunitari che erano ancorati alla realtà e sedimentati nel tempo e nella storia.
L’uomo a una sola dimensione, quello che vegeta inebetito sotto perenne ipnosi mediatica, lettore scrupoloso del copione che gli è stato messo in mano, è strutturalmente incapace di cogliere la complessità del reale, perché posto in balia dei soli meccanismi emotivi, e abituato a felicemente appaltare in conto terzi la gestione del proprio cervello, previamente disattivato. In tal modo, egli aderisce cadavericamente al repertorio di dogmi artificiali, prodotti in vitro insieme a tutta una nuova teologia di riferimento consultabile in apposite agende con tanto di data di scadenza in copertina (la prossima scade nel 2030, ed è quella che viene martellata in testa agli scolari, a partire dai tre anni di età, sotto l’etichetta seducente di nuova educazione civica).
C’è dunque da riflettere sulla intestazione di questi cosiddetti «valori occidentali» inscritti nelle varie edizioni dell’agenda globalista e neoliberista. L’assimilazione di Europa e Nuovo Mondo in un unico orizzonte di valori è in sostanza una finzione, strumentale a sancire la subalternità dell’Europa ai monopolisti della democrazia, che si sono autoinvestiti del mandato di colonizzare il resto del mondo.
Non esiste in natura un’ecumene euroatlantica. Non esiste in rerum natura.
La verità, anzi, è che i valori profondi e antichi della civiltà e della cultura europea, più che due volte millenaria, vengono non solo calpestati ma persino perseguitati nella nuova Europa cosiddetta «occidentale». Lo dimostra la cancellazione della cultura classica, della storia, delle nostre radici culturali, filosofiche, artistiche e religiose, di tutta una identità individuale e collettiva: un patrimonio sterminato di bellezza e di senso inghiottito dall’icona dell’Occidente faustiano che ha venduto l’anima alla propria allucinazione di onnipotenza.
Lo si vede dall’odio dissennato rovesciato addosso alla cultura, alla storia e alla spiritualità degli altri popoli per inseguire l’abolizione più o meno subdola, sempre violenta, di ogni diversità, e la neutralizzazione della ricchezza che si nutre di tale diversità: alla quale si sa opporre soltanto l’arroganza, la menzogna e la truffa mediaticamente costruita, dietro il paravento della missione civilizzatrice. Rivolta a beneficio di tutto il mondo e ora in particolare dell’Europa, che la subisce prona, in disposizione suicidaria, perché già colonizzata sia culturalmente sia moralmente.
I conquistatori infatti si sono presi avanti e hanno provveduto per tempo e nel tempo a organizzare fenomeni culturali e movimenti ideologici, ad apparecchiare le forme e le simmetrie del potere, le tecniche di ingegneria sociale e la teologia politica che, influendo sulla conoscenza e sulle visioni del mondo, alla fine sono stati capaci di dare ai fatti la colorazione programmata. E di connetterli tutti dentro un’unica mappa, disegnata nel dettaglio a tavolino, in cui tutto si tiene.
Simone Weil, studiosa che ha passato l’esistenza a vivisezionare il corpo dello Stato totalitario in ogni sua forma, non esclusa quella cosiddetta democratica, e ad analizzare il rapporto tra questo Stato e i suoi sudditi, nel saggio Riflessioni sulle origini dello hitlerismo, dice che la forza – che insieme alla propaganda regge le sorti dell’impero – «ha bisogno di ostentare pretesti plausibili»: anche se questi pretesti sono grossolani, intrisi di contraddizione e menzogna, non importa: «bastano – dice – per fornire una scusa alle adulazioni dei vili, al silenzio e alla sottomissione degli sventurati, all’inerzia degli spettatori, e per consentire al vincitore di dimenticare che commette dei crimini».
Infatti «l’arte di salvare le apparenze diminuisce negli altri lo slancio che l’indignazione potrebbe dare, e permette a se stessi di non venire indeboliti dall’esitazione». In tal modo, coloro che esercitano il potere possono godere di quella «soddisfazione collettiva di se stessi, opaca, impermeabile, impenetrabile, che consente di conservare in mezzo ai crimini una coscienza perfettamente tranquilla. Una coscienza tanto impenetrabile alla verità implica uno svilimento del cuore e della mente che ostacola il pensiero».
Viene qui alla memoria un film di grande lucidità storica e metastorica, della tarda produzione felliniana. Si intitola Prova d’orchestra. Il direttore di un’orchestra composta di musicisti anarchici e strampalati (emblema di una società frammentata e sindacalizzata), che provano nello spazio fatiscente di un vecchio oratorio, viene intervistato da una troupe televisiva. Racconta della prima volta in cui è salito su un podio e di ciò che ha provato nel momento in cui ha alzata la bacchetta: «la musica dell’orchestra nasceva dalla mia mano»; e spiega come la percezione di questo fenomeno – come da un semplicissimo movimento della mano si generi magicamente la musica – porti con sé una eccitante, inebriante sensazione di onnipotenza.
Il direttore del film di Fellini riesce a figurare con grande efficacia, dalla sua prospettiva, quella sindrome contagiosa che in questi ultimi anni ha colpito i molti che, in vari ordini di grandezza, o di bassezza, abbiano scoperto di poter cavalcare la propria rendita di posizione ai danni dei propri simili ritenuti gerarchicamente subordinati, e inermi.
E più questi ultimi hanno obbedito, ovvero suonato ciò che bacchetta comandava, più l’ego degli agitatori di bacchetta – nel nostro caso illegittimi, e usurpatori di un palco di cartapesta – si è gonfiato, e ha moltiplicato la loro tracotanza, il loro cinismo, fino ad arrivare al sadismo e alla disumanità. Tanti miserabili direttori d’orchestra si sono scoperti demiurghi per caso e hanno potuto sfogare frustrazioni represse: è accaduto nella scuola, nella sanità, nella pubblica amministrazione.
La bacchetta assomiglia all’anello di Sauron, che dà potere ma genera dipendenza, e corrompe l’animo di chi lo porta.
Ci dice dunque Simone Weil di «coscienze impenetrabili alla verità» e del conseguente «svilimento del cuore e della mente che ostacola il pensiero».
Di fatto, alle fondamenta di tutta la messinscena di cui siamo comparse involontarie (e per quanto ci riguarda anche incolpevoli), sta la menzogna, che è il motivo centrale attorno al quale ruota tutta quella modernità della quale oggi vengono alla luce, in controluce, le tante facce e le mille contraddizioni, ricapitolate finalmente in un unico film.
Masse confuse e impaurite sono state trasformate dalla regìa in un alleato ottuso e stordito, e dunque massimamente affidabile, attraverso un’arma decisiva: la fabbricazione e l’utilizzo spregiudicato del consenso, costruito per lo più attraverso la comunicazione, diventata scienza potentissima grazie ai potentissimi mezzi tecnici di cui si è dotata.
E a ben vedere è proprio questo, della reazione alla menzogna che ormai pervade ogni cosa, il denominatore comune delle tante e diverse linee del fronte che a ognuno di noi è chiesto oggi di presidiare.
«Non in mio nome», concludeva Aleksandr Solzenicyn il suo straordinario appello Vivere senza menzogna, datato 12 febbraio 1974, giorno del suo arresto e vigilia della sua espulsione dalla patria.
C’è un mondo intorno a noi che è materialmente edificato sulla menzogna. La questione della menzogna è proprio una questione materiale. Si può dire che noi oggi siamo vittime dell’imperialismo della menzogna, nel senso letterale che devono invadere la nostra vita con la menzogna, e devono farlo possibilmente senza trovare resistenza: ostacolando il pensiero attraverso lo svilimento del cuore e della ragione (diceva Simone Weil).
È esattamente questo l’obiettivo della propaganda, ed è questo anche l’obiettivo della formazione scolastica, che – intervenendo in radice prima ancora della propaganda – punta sempre più a disarmare le giovani generazioni estirpando loro, sul nascere, ogni velleità di pensiero e ogni possibile autonomia di giudizio e di azione.
L’addestramento pandemico – hanno allestito in quattro e quattr’otto un immenso laboratorio in cui sono stati fatti esperimenti disumani – è servito a fiaccare, inselvaggire, disintegrare i più giovani: ha spianato la strada alla transumanza nell’universo onirico, confortevole e pacificato, del metaverso.
Ciò che preme togliere d’intorno, il più in fretta possibile, approfittando del momento favorevole (approfittando soprattutto della sofferenza e del disagio così spaventosamente e dolosamente diffusi tra le cavie dell’esperimento) è la realtà, e insieme ad essa gli strumenti logici, cognitivi, intellettivi, morali, che ne forniscano le chiavi di interpretazione. Affinché, scollati dalla realtà e affogati nella bolla asettica degli algoritmi, i più giovani interiorizzino le posture del potere fino a non essere più strutturalmente in grado di distinguere tra realtà e finzione, tra ciò che è bene e ciò che è male.
Mentre dunque l’italiota teledipendente che batte bandiera gialloblù, col suo mono-occhio è intrattenuto dalle immagini pacchianamente false di una guerra combattuta per procura, e raccontata a rovescio – immagini di morte mischiate come niente fosse ai lustrini di Sanremo, un una oscena sovrapposizione di spettacoli – c’è un fronte sconfinato che è lasciato completamente indifeso. È quello che si affaccia sul nostro futuro.
Ed è quello che il nemico sta sfondando senza trovare resistenza alcuna, per demolire ogni identità a partire dai più piccini, per cancellare dall’orizzonte la realtà delle cose, per uccidere la memoria – nostro ponte tra passato, presente e futuro.
Noi oggi possiamo anche fare la nostra parte e combattere fino allo stremo delle energie. E lo faremo, anche perché non abbiamo altra scelta. Ma se non lasciamo qualcuno capace di raccogliere l’eredità dell’essere uomo, il nostro sarà un lavoro inutile.
Forse aveva davvero ragione Darja Platonova, che era giovane ma quella eredità aveva individuata e raccolta, quando diceva che in atto è una guerra tra il niente e la civiltà. Anche la sua, di morte, chiede ragione a chi resta.
E a quanti, in una forma di ridicolo automatismo compulsivo, associano alla Russia il paradigma della tirannide e della efferatezza, vorrei consigliare la lettura integrale dei discorsi del suo presidente (a partire dal discorso di Valdai dell’ottobre scorso) e ne assegnerei per casa parafrasi e commento, e magari anche un confronto con i discorsi di qualche suo omologo occidentale. Giusto per capire dove stanno di casa l’estremismo e la prepotenza.
Ricordiamo per esempio, quale pietra di paragone scelta a caso ex multis, le parole del democraticissimo senatore americano Graham: «Mi piace il percorso che stiamo percorrendo. Con armi e denaro americani, l’Ucraina combatterà la Russia fino all’ultimo ucraino». Ecco, distillato in un rigo, il pornografico disprezzo per la vita (altrui) sbattuto in faccia al mondo da sciacalli attratti dall’odore della morte (altrui).
A campione, invece, leggo qualche breve passaggio del discorso di Valdai di Vladimir Putin.
«La stessa ideologia liberale è cambiata, è irriconoscibile…ha raggiunto il punto assurdo in cui qualsiasi opinione alternativa viene dichiarata propaganda sovversiva e minaccia alla democrazia. Credere nella propria infallibilità è molto pericoloso; è solo a un passo dal desiderio dell’infallibile di distruggere coloro che non ama, o come si suol dire oggi, di cancellarli. Un tempo i nazisti sono arrivati a bruciare libri, e ora i “guardiani del liberalismo e del progresso” occidentali sono arrivati a bandire Dostoevskij e Ciajkovskij. La cosiddetta cultura della cancellazione sta sradicando tutto ciò che è vivo e creativo, e soffoca il libero pensiero in tutti i campi: economico, politico o culturale. La storia certamente metterà tutto al suo posto e saprà chi cancellare…Nessuno ricorderà i loro nomi tra qualche anno. Ma Dostoevskij vivrà, così come Čajkovskij, Pushkin, e non importa quanti avrebbero gradito il contrario».
Ecco. Nel nome ossimorico della cosiddetta «cultura della cancellazione», non solo si abbattono monumenti, si eliminano pezzi di letteratura e fette di storia, ma si gettano esistenze, lavori e carriere nella spirale del silenzio. La promuovono i padroni del discorso globale; la praticano con tracotanza beota branchi di gregari con la bocca piena di filastrocche – tolleranza, uguaglianza, inclusione e diritti.
I due piani, quello reale e quello virtuale, non sono affatto separati. Discendono dalla stessa matrice di nichilismo assassino, e si compenetrano l’uno nell’altro. Chi non ha remore a distruggere i libri, la storia e le idee, non avrà remore a compiere stragi e sacrifici sull’altare del nulla. Se c’è un universo dove si uccidono corpi, c’è un metaverso dove si cancellano idee: da una parte la pulizia etnica, dall’altra la disinfestazione delle idee non conformi, e delle anime vive.
Pensano, costoro, di poter cancellare la realtà delle cose, di adulterarla a proprio capriccio (bambini in provetta, droghe sintetiche, cambi di sesso, terapie geniche di massa), di resettarla a mezzo imbrogli spettacolari e incantesimi diabolici, allestiti per violentare la natura, la sua logica intrinseca e il suo ordine sacro.
Ma dice ancora Putin:
«I valori tradizionali non sono un rigido insieme di postulati a cui tutti devono attenersi, certo che no. La differenza dai cosiddetti valori neoliberisti, è che i valori tradizionali sono unici in ogni caso particolare, perché derivano dalle tradizioni di una particolare società, dalla sua cultura e dal suo sfondo storico. Per questo non possono essere imposti a nessuno. Devono semplicemente essere rispettati e tutto ciò che ogni Nazione ha scelto per sé nel corso dei secoli deve essere gestito con cura. Lo sviluppo dovrebbe basarsi su un dialogo tra le civiltà e i valori spirituali e morali. In effetti, capire di cosa trattano gli esseri umani e la loro natura varia tra le civiltà, ma questa differenza è spesso superficiale se tutti, alla fine, riconoscono la dignità ultima e l’essenza spirituale delle persone».
La dignità ultima e l’essenza spirituale delle persone: è esattamente questo il cuore della civiltà. Se si attenta a quel nucleo sacro e intoccabile non si può far altro che precipitare nel «nulla» di cui ha fatto in tempo a parlare Darja Platonova prima di essere uccisa. Quel nulla – di cui l’Europa è ora epicentro – dove la guerra si manifesta nel suo volto più feroce e disintegrante, dimentica dell’onore e della pietas, giocata tutta e solo sull’imbroglio e sul compiacimento della devastazione (al punto da contemplare il tradimento preordinato degli accordi internazionali, sottoscritti con riserva mentale: come è avvenuto a Minsk).
E allora, nel tempo minaccioso e oscuro in cui l’antiumanità (o transumanità) sta sferrando il suo attacco definitivo all’umanità e a ciò che la sostanzia, ovvero la facoltà di credere, di pensare, di vivere; in cui la menzogna sembra diventata il vero unico fattore globalizzante – almeno in questa parte di mondo in disfacimento che ama chiamarsi Occidente –, non resta che rischiarare la mente obnubilata da infinite bugie. Per liberarsi dai falsi profeti, dai falsi benefattori (detti anche filantropi), dai falsi sacerdoti, dai falsi miti, dalle false speranze.
Toccherà affrontare i lupi, e anche le jene. Ma ne va della stessa sopravvivenza morale e materiale della nostra comunità umana, aggredita in profondità dalle metastasi delle idee e dall’ansia diabolica di sopprimere la realtà. Alla barbarie di ritorno, molto più violenta di quella di andata, deve in qualche modo sopravvivere la civiltà: ci sarà bisogno di nuovi monaci che, in mezzo alle macerie, mettano insieme i frammenti.
Per questo bisogna combattere la propria personale guerra incruenta, entro i binari segnati dalla coscienza antica dei limiti insuperabili, oltre i quali tutto è perduto. Credo sia questo il senso della guerra che ognuno di noi, per onorare anzitutto la propria coscienza, si trova a combattere ogni giorno nel personale campo di battaglia.
E torno, in conclusione, laddove ho cominciato. Torno da Tacito, che dà voce a Calgaco, valoroso resistente alla prepotenza di chi minacciava l’integrità e la libertà del suo popolo. Riprendo le sue parole millenarie perché, con quella brevitas divenuta proverbiale, arriva dritto all’osso, cioè alla struttura essenziale di quella guerra archetipica che oggi appare sfigurata e inafferrabile perché ridondante, rifratta e alterata nel gioco di specchi di cui si diceva.
Calgaco termina così il discorso alla sua gente prima del combattimento finale contro i dominatori Romani, con queste parole:
«D’altra parte – dice – il valore e la fierezza dei sudditi spiace ai padroni… Grazia non possiamo sperarla; e allora mostrate finalmente coraggio, se tenete alla salvezza e avete cara la gloria… E ora, nell’andare in battaglia, abbiate alla mente due cose: i vostri avi e i vostri posteri».
L’esortazione di Calgaco vale ancora, vale anche per noi, in un tempo in cui, se è pur vero che la sproporzione tra le parti in campo rischia di far apparire inutile lo sforzo, sovrumano, di essere schierati in partibus infidelium, poiché «grazia non possiamo sperarla»; è ancor più vero che siamo chiamati a non risparmiarci, e a sperare contro ogni speranza avendo alla mente due cose: da una parte i nostri padri, dall’altra i nostri figli.
I primi per trovare l’esempio, i secondi per trovare la forza e il coraggio.
Elisabetta Frezza
Pensiero
Lo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo
Pareva un caso sonnacchioso da fine estate.
Una bimba di quattro anni, tale Anna Rosa, Rosa Maria o giù di lì, viene portata all’ospedale di Palermo perché ha la febbre alta, mal di gola e vomito. Al pronto soccorso ci sarà qualche specializzando o un medico consumato dal caldo. La guardano un po’ e la dimettono subito con diagnosi di «tonsillite essudativa febbrile».
Che significa, in parole povere, che ha le placche; anche in agosto, succede; ormai non ci si capisce più niente, sapete quanti ne abbiamo? Prenda l’antibiotico e la tachipirina, e nel caso tornate.
Però la febbre non passa, e quando la riportano in ospedale, due giorni dopo, qualcuno si accorge che non è una tonsillite, ma una difterite. Malattia poco frequente e però curabile, se si prende in tempo. La curano, infatti, ma potrebbe non essere stata presa in tempo, o qualcosa va storto, perché la bimba muore.
Oh be’, sarà un errore medico, uno delle centinaia di migliaia in cui ogni anno incorrono i medici in Italia. Una morte che riempie un trafiletto di colore ed entra dritta dritta nelle statistiche, come quello di Trento, quell’altro di Albenga, quelli di Bari, e così via. Spiace, s’intende.
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Ma ecco che salta fuori che la bambina non era vaccinata, perché i genitori si sono opposti.
La belva apre l’occhio. In un lampo si volta e mette a fuoco la preda.
Partono all’assalto i cosiddetti professionisti dell’informazione. Alla faccia di ogni privacy: sparano il nome e cognome della bambina; il nome e cognome della mamma; il nome e cognome del papà. Chi sono e da dove vengono.
Non c’è ancora nessuna conferma, si attendono gli esami, l’autopsia è ancora di là da farsi. Beh, inezie. Il verdetto è già pronto e strillato nei titoli: BAMBINA NON VACCINATA MORTA DI DIFTERITE – I GENITORI SONO NOVAX.
È il lacerante colpo di timpano che dà il via all’osceno sabba intorno al corpicino di Anna Rosa. Ai giornali, ai TG e ai sedicenti esperti non sembra vero di stirare la gobba e rinverdire i fasti del COVID, e fanno a gara per puntare l’indice più a fondo nelle anime straziate di due genitori ai quali è morta una figlia.
Da subito ci si preoccupa di chiarire che i medici non c’entrano niente. L’hanno detto subito, in ospedale: noi abbiamo fatto di tutto. Come non crederci? Lo dice anche il luminare televisivo. Anche se poi si scopre che non solo hanno confuso la difterite con la tonsillite, perdendo tre giorni, ma che a quanto pare hanno recuperato, il 17 agosto, vaccinandola. D’accordo, una volta si diceva che non si vaccina a malattia in corso per via dell’effetto ADE che intensifica l’infezione, ma che sarà mai? I medici e gli infermieri sono i buoni. Sono sempre i buoni, figuriamoci. Ballano perfino Jerusalema.
I cattivi invece sono i genitori «novax». La morte è colpa loro. Capite, mamma e papà? Lo spiegano i virologi con il muso bianco di cerone: la colpa è solo vostra. Della vostra scelta di non vaccinare Anna Rosa, della vostra riluttanza, ignoranza e diffidenza antiscientifica.
Non importa se nella sola Europa l’obbligo vaccinale anti-difterite è sconosciuto in Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Islanda, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito. Che è come dire 260 milioni di abitanti nelle quali non si scorge alcuna ecatombe.
Non importa nemmeno se in Italia il tasso di mortalità all’introduzione del vaccino, nel 1939, era stabilmente basso da vent’anni; non importa se negli anni successivi è perfino aumentato ed è andato a diminuire solo dal 1946, con la fine della guerra e il miglioramento delle condizioni di vita. Se non ci si vaccina, ci si ammala e si muore: parole famose, degne del marmo. La piccola è morta per causa vostra, cari genitori. Altre ragioni non ce ne sono. Siete colpevoli.
È tutto un po’ folle e campato in aria, ma l’azione va a segno. La mamma di Anna Rosa ne è ferita e sfoga il suo dolore su Facebook, respingendo tutto. Denuncia l’errore medico, osserva che la difterite è ancora un sospetto, e ricorda che in casa ha una bara bianca e che solo Dio può giudicare. Sciocchezze. La povera donna ha il torto di rifarsi a quelli che in tempi di maggior decenza si chiamavano rispetto, prudenza, tatto, umanità, timor di Dio. Nulla le viene perdonato, anche perché il suo messaggio, giustamente, non si cura affatto del decoro: è senza punteggiatura, ha una sintassi sconnessa e indulge ad abbreviazioni come «ke» per «che», e «xke» in luogo di «perché».
La madre della bambina morta viene dunque derisa a sangue dalla schiera degli esseri superiori che scrivono pulito. Un’ignorante, dicono sguaiatamente, ed è il meno; un’analfabeta, non fa meraviglia che creda in Dio.
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Del resto, è del quartiere Zen di Palermo, o no? Ci pensa un articolo illuminato a rivelare che qui, come in certe tribù del Borneo, ci sia una «radicata credenza popolare» secondo cui i vaccini siano legati all’autismo, per cui la gente rifiuta l’esavalente. Si informa, peraltro, che allo Zen i ragazzini circolano su moto truccate, girano come ridere coltelli e armi, a capodanno sparano e il parroco è minacciato. Non c’entra nulla, è chiaro, ma tant’è. Siamo tra i selvaggi.
Si alzano sospiri, si scuotono teste: a gente così andrebbero tolti i figli.
Detto, fatto. Si muovono i pezzi da novanta. La Procura competente iscrive mamma e papà, a lettere di pece, nel registro degli indagati per omicidio colposo. Omicidio della loro figlia di quattro anni.
Il Tribunale per i minorenni, per non essere da meno, fa partire degli accertamenti per valutare la loro responsabilità genitoriale. Già, perché hanno altri tre bambini: e glieli porteranno via.
Non solo: avvia un’operazione, definita «urgentisssima», in grande stile. «A partire dal primo giorno di scuola i Carabinieri entreranno nelle materne e nelle elementari di Palermo nord per scovare i bambini non vaccinati». Proprio così, scovare.
La storia continua e non terminerà a breve, ma già da questo si capisce che a Palermo si è riproposto il terno che sei anni fa è uscito su tutte le ruote e ha sbancato l’Italia tutta.
A questo punto, per comprendere bene conviene rivolgersi alla smorfia napoletana, la più titolata, rodata e attendibile.
Innanzitutto si deve considerare la propaganda, affidata ai giornalisti impapocchiati, ai luridi programmi televisivi, ai virologi drogati. Loro, il compito di dare l’accelerata improvvisa, di montare il caso dicendo tutto anche se non si sa niente. Prestigiatori dell’apparenza, stringono un qualunque effetto alla causa che viene loro additata, a scorno di ogni logica, senza timore alcuno. Strillano all’unisono, berciano, battono la grancassa, la buttano in caciara, fanno gran mostra di civici sdegni e invocano il pugno duro.
La smorfia discretamente suggerisce il 4, «’o Puorco».
Tra i significati del numero ci sono anche la Casacca, che si gira e si volta con la convenienza; il Carnefice, colui che fa il lavoro sporco di sgozzare e imbrattarsi; la Bara Vuota, emblema del nulla spacciato per tragedia, come a Bergamo; e, naturalmente, i Pupazzi e il Servo.
Com’è ovvio, la propaganda nulla fa se non ci sono orecchie per ascoltare e bocche per ripetere e amplificare.
E qui entra in gioco l’innumere e garrulo esercito dei vigliacchi, dei mezzi sapienti la cui cultura affonda le radici nei libri di Piero Angela o di Biglino, degli sputacchioni di schermi, degli spiritosissimi, degli statisti da bar, dei rospi ricoperti di veleno. I loro versi assordano come lo starnazzo delle oche alla vista del pastone, ignare dei fornelli che si scaldano alle loro spalle.
Sono i fiancheggiatori, gli utili idioti, la falange quadrata in cui una testa vale l’altra e tutte insieme non valgono uno zero. L’esponente tipico si distingue per la cattiveria: perché l’italiano, checché se ne dica, è cattivo. Basta farsi un giro sui social, dove la melma ribolle più acre, per rendersi conto della pochezza e della mancanza di umanità con cui il bastardume italico tratta le tre cose su cui non è lecito scherzare mai: l’innocenza dei bambini, la misericordia di Dio e il dolore dei genitori.
La smorfia napoletana, a colpo sicuro, indica il 71, «l’Ommo ‘e Merda». Il numero si riferisce peraltro anche al Corvo, egida di queste ripugnanti creature; all’Allegria, loro livido connotato; al Gelo, perché tanto e di natura infernale ce ne vuole in cuore, per fare quel che fanno e come lo fanno; all’Inquisizione, nel duplice senso di tribunale – ma plebeo, da pescivendole e tricoteuses – e di delazione e caccia all’uomo; al Carcinoma, poiché infine questo sono, e della specie più malodorante, rispetto al corpo del disgraziato nostro Paese.
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L’ultimo estratto della terna è il 90, «’a Paura». L’abbinamento alla vicenda sembra banale tanto è semplice, ma a ben vedere c’è di più. La smorfia, che le verità maggiori le indica per accenni, tra i significati riporta il Quirinale: e non è dubbio che con ciò voglia intendere lo Stato italiano nella sua essenza.
Già, perché lo Stato fa paura.
Fa paura in quanto dallo Stato c’è soprattutto da aspettarsi il Male. I suoi bracci operativi, esplica la smorfia, sono il Magistrato che gli conferisce la patente di legittimità e il Generale che lo esegue con la forza. La tenaglia – lo si vede tutti i giorni – si inceppa quando c’è da far rispettare il Bene, il Giusto, la tutela degli inermi, la protezione dell’uomo comune, della famiglia, dell’ordine naturale. In questi casi, quando non fa difetto il magistrato non risponde il generale; e così si forma la convinzione comune che lo Stato sia un ente floscio, imbelle, malfatto e deforme, buono solo a farsi buggerare e ridere dietro.
È un inganno. Laddove lo Stato vuol far valere le cose che gli stanno più a cuore si strappa la maschera di buon minchione, e si svela nella sua vera natura di Moloch.
C’è da far seccare una radice? Da esigere un sacrificio della vita, della libertà, della dignità? Occorre opprimere qualcuno? La tenaglia funziona a meraviglia. Preceduta dalla propaganda di regime e invocata dalla turba dei vili, lo Stato irrompe con la pesantezza di un elefante indiano in piena corsa, stritolando tutto ciò che trova. Il magistrato, seduto nel castelletto sulla groppa, muove il suo bastoncello, imperturbabile, velato da mille cortine di seta; il generale, alle redini, spinge l’animale a tutta forza contro l’obiettivo.
La famiglia di Anna Rosa ha ben motivo di temere. Lo Stato l’ha presa di mira ed è capacissimo, con il pretesto della morte della bambina, di smembrarla e di alzare le teste dei suoi membri sulle picche per spargere il panico.
Lo Stato infatti non solo fa paura in quanto è da temere, ma fa paura in quanto genera terrore. La paura è il modo con cui il Moloch si alimenta e alimenta i suoi soggetti. L’ideale è quello di una popolazione intimorita e inerme, che si può comandare alzando appena un sopracciglio o con una mezza parola. Un po’ come facevano certi padri antichi, i quali però amavano la prole e ne ricevevano il rispetto, dove lo Stato senza pupille esige solo l’obbedienza e la sottomissione più vieta.
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Colpirne uno per educarne cento: i recalcitranti, e anche soltanto i dubbiosi, devono essere ammaestrati dall’accaduto. Devono avere paura di fare la fine di Anna Rosa, di essere colpiti dalla difterite, di non essere curati, di morire, di essere disprezzati e segnati a dito, di perdere la capacità genitoriale, di doversi svenare in spese legali, di passare anni a combattere oltre i propri mezzi, nella solitudine e nel dolore.
Devono avere paura e chinare la testa davanti a questo mostro di morte che è lo Stato, indicibilmente inumano, ingiusto e violento, che vuol essere onorato come un dio, la cui cifra è proprio la paura e il cui numero è il 90.
Ad esso la smorfia napoletana, dalla quale non si sfugge, alla lettera S offre il significato di Satana.
Massimo Zanetti
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Immagine screenshot da Twitter
Pensiero
Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
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Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema.
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker
Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.
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