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Le mille e una guerra

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Renovatio 21 pubblica questo intervento di Elisabetta Frezza al convegno Sapiens³ di sabato 21 gennaio 2023.

 

 

Nell’ultimo capitolo del suo romanzo La casa in collina, che indaga le pieghe psicologiche e sociali del secondo conflitto mondiale e della resistenza, Cesare Pavese (siamo nel 1949) scrive:

 

«Non è che non veda come la guerra non è un gioco, quella guerra che è giunta fin qui, che prende alla gola anche il nostro passato». Continua: «Guardare certi morti è umiliante». «Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi». «Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi».

 

E conclude: «Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione».

 

Nel gioco di specchi che contraddistingue il nostro presente, dove la menzogna tenta di invadere ogni spazio pubblico e privato per adulterarne i connotati, la guerra si rifrange in mille volti diversi.

 

Sul terreno, i tanti caduti delle tante guerre, vicine e lontane. Ognuno dei quali, appunto, chiede ragione a chi resta

 

C’è la guerra agita e la guerra subìta. 

 

C’è la guerra telecomandata e la guerra vissuta; ovvero: la guerra a distanza e quella in presenza. 

 

C’è la guerra dei potenti e quella delle persone.

 

C’è la guerra cruenta e la guerra incruenta, ma non meno devastante.

 

C’è la guerra antica, col suo codice d’onore, e c’è la guerra moderna che non conosce né codici né onore. Nella prima la vita umana, persino quella del nemico, vale. La seconda è una guerra nichilista e disintegrante, senza alcun rispetto per la vita (semplicemente perché l’uomo non è più considerato uomo, ma una cifra, una macchina, e quindi entità sacrificabile).

 

C’è la guerra dei corpi e la guerra dello spirito. Ovvero: la guerra fisica, geopolitica, e la guerra biologica e spirituale.

 

Oggi insomma ci sono tanti fronti di guerra aperti, molti invisibili ai più. Ognuno di noi – spettatori non integrati nella finzione che pretende di sostituirsi a una realtà irriducibile – vive l’ora presente assestato su una propria personale linea del fronte, che è diversa da quella della guerra e delle guerre che si combattono altrove con le armi. Ma è pur sempre una linea che non va lasciata indifesa.

 

Vorrei partire da lontano, perché – a dispetto della frenesia di rottamazione del passato che affligge la società del cosiddetto progresso – ciò che dicono gli antichi spesso ci aiuta a vedere quali sono, ripulite dagli orpelli, le costanti della natura umana e delle sue manifestazioni nella storia. 

 

Nel 98 d.C. – a due anni dalla morte di Domiziano, ultimo imperatore della dinastia flavia, e dopo il breve principato di Nerva, quando sul trono di Roma sedeva Traiano – Cornelio Tacito, il grande storiografo latino, porta a compimento quella che verosimilmente è la sua opera prima, il De Agricola, dedicata al suocero, il valoroso generale Giulio Agricola, vissuto appunto sotto Domiziano e protagonista, con la vittoria sui Caledoni in rivolta, della campagna di conquista della Britannia

 

Perché è importante contestualizzare questa monografia di Tacito nella temperie della successione tra Domiziano e Nerva e poi – in continuità con Nerva – Traiano, suo figlio adottivo? Perché in questo snodo a Roma cambia il paradigma di gestione del potere, che da dispotico si fa più illuminato.

 

Non per nulla Tacito esordisce dicendo: «Nunc demum redit animus», cioè letteralmente «ora finalmente torna il respiro», ovvero «finalmente si torna a respirare»: nel nuovo clima politico, ci dice, è recuperata la libertà di scrivere e di parlare – ai giorni nostri, si direbbe: di manifestare il pensiero – perché Nerva prima, Traiano poi, riescono finalmente a far coesistere le due «res olim dissociabiles», le due cose (due entità) che prima erano tra loro incompatibili: il principato e la libertà. 

 

Tacito può dunque permettersi di trattare della dialettica tra principato (impero) e libertà nelle sue diverse estrinsecazioni.

 

Nel De Agricola, infatti, la biografia umana e politica del protagonista, che viene proposto quale modello per la nuova classe dirigente romana, si intreccia con un’ampia digressione in cui ci si sofferma sulle caratteristiche etniche e antropologiche dei Britanni e sulla loro romanizzazione; digressione in cui l’autore tocca il tema del rapporto di Roma con le popolazioni cosiddette barbariche e, quanto al presunto progresso portato dai Romani ai costumi di queste popolazioni, commenta lapidario: «per gli sprovveduti, tutto questo significava civiltà (humanitas), mentre in realtà era parte integrante della servitù».

 

Tacito insomma ci lascia delle riflessioni di penetrante attualità sui lineamenti dell’imperialismo romano (e universale) e lo può fare perché, appunto, in quel momento «finalmente si respira». E dell’imperialismo, egli mette in luce – si può dire: immortala – la vera essenza nel vibrante discorso di Calgaco al suo popolo. 

 

Calgaco era il capo dei Calèdoni della Britannia – «distinto per valore e nobiltà tra i molti capi» –  e, nell’imminenza dello scontro finale con i Romani, «di fronte a una marea di uomini accalcati che chiedevano guerra» dice loro: «Noi, al limite estremo del mondo e della libertà, siamo stati fino a oggi protetti dall’isolamento e dall’oscurità del nome…dopo di noi non ci sono più popoli, bensì solo scogli e onde e il flagello peggiore, i Romani, alla cui prepotenza non fanno difesa la sottomissione e l’umiltà». 

 

E, sempre per bocca di Calgaco, i Romani sono descritti così: «Raptores orbis», cioè: «Predoni del mondo, adesso che la loro sete di devastazione ha reso esausta la terra, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare. Loro bramano possedere con uguale smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero. Dove fanno il deserto, lo chiamano pace».

 

La fisionomia dell’impero come delineata da Tacito, nel primo secolo dopo Cristo, non può non colpire anche il lettore contemporaneo, per lo meno quello che non sia già risucchiato nel buco nero della fiction totalizzante costruita dalla propaganda. I medesimi tratti rappresentati da Tacito, con tanto vigore espressivo, non possono non riconoscersi in capo a un altro ingombrante protagonista della storia recente, che da decenni cerca di dominare il mondo intero con la stessa bulimia acquisitiva, la stessa pulsione espansionistica ossessiva e paranoide, la stessa furia annientatrice. Ma, in costanza di questi tratti antichi propri dell’impero, il nuovo protagonista va oltre, perché si spinge fino a promuovere il demenziale rovesciamento di ogni legge naturale per imporre urbi et orbi nuove, innaturali, coordinate assiologiche.  

 

Roma, anche tra innegabili soprusi, lasciò al mondo il monumento insuperabile della sua cultura giuridica, lasciò opere mirabili di ingegneria, urbanistica, arte; e fu pur sempre capace di tesaurizzare, e sapientemente valorizzare, molte delle ricchezze morali e materiali dei popoli assoggettati. Invece le élite occidentali perseguono oggi, senza remora alcuna, la standardizzazione forzata, l’appiattimento e l’imbarbarimento coatto, secondo un modello neocoloniale omogeneizzante e globalizzante. In un furibondo cupio dissolvi. Dietro il loro apparente complesso di superiorità si malcela un evidente complesso di inferiorità, in primo luogo culturale.

 

La chiave per esercitare un dominio incontrastato, senza peraltro nulla offrire ai dominati, sta nell’autocertificarsi e presentarsi come «campioni dei diritti dell’umanità» legittimati come tali sulla carta a esercitare erga omnes una supremazia anzitutto morale, funzionale alla conquista della egemonia politica, attraverso il marchio della democrazia di cui si sono fatti depositari esclusivi. 

 

La propensione a sottrarsi a qualsivoglia giudizio morale ha assunto una potenza simbolica definitiva con l’impunità acquisita, e universalmente avallata, a fronte del bombardamento atomico contro una popolazione inerme. Hiroshima e Nagasaki sono una enormità della storia che rimane ancor oggi insoluta e nella sostanza rimossa.

 

Davanti a un crimine gratuito di tanta magnitudine, si assiste infatti da un lato all’autoassoluzione del colpevole (che non ha mai manifestato pentimento, in tempi in cui le scuse vanno molto di moda), dall’altro alla rassegnazione delle stesse vittime che, in tanti anni di celebratissime giornate della memoria, mai si sono rappresentate la necessità di rompere il tabù e magari istituire una sede, tipo un tribunale internazionale che va anch’esso di moda, dove affrontarne l’analisi.

 

Il fatto è che lo stigma democratico, sacro e santificante, è ormai un involucro a contenuto variabile che viene esibito in vetrina come una sorta di reliquia. Capace di coprire ogni aberrazione e anche di generare forme parossistiche di servilismo. 

 

Se ci voltiamo indietro, possiamo accorgerci come questa democrazia da esportazione – nel caso, esportabile anche a mezzo bombe umanitarie – ci abbia regalato nel tempo tante cose spacciate come vittorie del progresso: ci ha regalato l’annientamento della famiglia, l’aborto libero e gratuito, le pratiche eutanasiche inaugurate con Terri Schiavo, la droga a volontà, il genderismo e le tentazioni pedofile, il diluvio di deviazioni pedagogiche in danno delle giovani generazioni; ci ha regalato l’ecologismo neomalthusiano, per il quale è l’uomo il cancro del pianeta; ci ha regalato la fabbrica tecnologica della vita e le manipolazioni eugenetiche. Ci ha regalato i deliri transumanisti. 

 

Ci ha regalato insomma tutto ciò che è servito a cambiare il volto di un una civiltà nel giro di una o due generazioni, spostando il concetto di libertà – inscindibilmente connesso a un canone di verità – sull’immagine della autodeterminazione illimitata, che è poi la hybris antica, creando l’esigenza idolatrica di un mondo appeso solo a se stesso e privato di ogni riferimento superiore, dove quindi comanda e vince il più forte. 

 

La libertà, così come l’uguaglianza, le pari opportunità, la solidarietà, l’inclusione, la sostenibilità, la promozione culturale, la scienza, i diritti e il diritto, in una parola la falsa morale di importazione è servita per sostituire alla realtà le parole, confondendo la percezione degli eventi nel gioco delle cause e degli effetti. E facendo evaporare, proprio nel fumo delle parole magiche, tutt’un orizzonte di senso e di verità.

 

Vengono chiamati «valori occidentali» e, in difesa di questi valori, tutti noi siamo arruolati, anzi precettati, a giocare nel grande videogioco a premi, dove si vincono brandelli di finta libertà. 

 

Lo strumentario bellico è oggi iperpotenziato dal dominio della rete e delle sue principali piattaforme, che costituiscono – in un contesto di cosiddetta guerra cognitiva, un’altra guerra parallela di sottofondo – l’armamentario decisivo per imporre, a tutti, questi pseudo-valori per definizione globali, sostitutivi dei valori comunitari che erano ancorati alla realtà e sedimentati nel tempo e nella storia. 

 

L’uomo a una sola dimensione, quello che vegeta inebetito sotto perenne ipnosi mediatica, lettore scrupoloso del copione che gli è stato messo in mano, è strutturalmente incapace di cogliere la complessità del reale, perché posto in balia dei soli meccanismi emotivi, e abituato a felicemente appaltare in conto terzi la gestione del proprio cervello, previamente disattivato. In tal modo, egli aderisce cadavericamente al repertorio di dogmi artificiali, prodotti in vitro insieme a tutta una nuova teologia di riferimento consultabile in apposite agende con tanto di data di scadenza in copertina (la prossima scade nel 2030, ed è quella che viene martellata in testa agli scolari, a partire dai tre anni di età, sotto l’etichetta seducente di nuova educazione civica). 

 

C’è dunque da riflettere sulla intestazione di questi cosiddetti «valori occidentali» inscritti nelle varie edizioni dell’agenda globalista e neoliberista. L’assimilazione di Europa e Nuovo Mondo in un unico orizzonte di valori è in sostanza una finzione, strumentale a sancire la subalternità dell’Europa ai monopolisti della democrazia, che si sono autoinvestiti del mandato di colonizzare il resto del mondo.

 

Non esiste in natura un’ecumene euroatlantica. Non esiste in rerum natura.

 

La verità, anzi, è che i valori profondi e antichi della civiltà e della cultura europea, più che due volte millenaria, vengono non solo calpestati ma persino perseguitati nella nuova Europa cosiddetta «occidentale». Lo dimostra la cancellazione della cultura classica, della storia, delle nostre radici culturali, filosofiche, artistiche e religiose, di tutta una identità individuale e collettiva: un patrimonio sterminato di bellezza e di senso inghiottito dall’icona dell’Occidente faustiano che ha venduto l’anima alla propria allucinazione di onnipotenza

 

Lo si vede dall’odio dissennato rovesciato addosso alla cultura, alla storia e alla spiritualità degli altri popoli per inseguire l’abolizione più o meno subdola, sempre violenta, di ogni diversità, e la neutralizzazione della ricchezza che si nutre di tale diversità: alla quale si sa opporre soltanto l’arroganza, la menzogna e la truffa mediaticamente costruita, dietro il paravento della missione civilizzatrice. Rivolta a beneficio di tutto il mondo e ora in particolare dell’Europa, che la subisce prona, in disposizione suicidaria, perché già colonizzata sia culturalmente sia moralmente.

 

I conquistatori infatti si sono presi avanti e hanno provveduto per tempo e nel tempo a organizzare fenomeni culturali e movimenti ideologici, ad apparecchiare le forme e le simmetrie del potere, le tecniche di ingegneria sociale e la teologia politica che, influendo sulla conoscenza e sulle visioni del mondo, alla fine sono stati capaci di dare ai fatti la colorazione programmata. E di connetterli tutti dentro un’unica mappa, disegnata nel dettaglio a tavolino, in cui tutto si tiene.

 

Simone Weil, studiosa che ha passato l’esistenza a vivisezionare il corpo dello Stato totalitario in ogni sua forma, non esclusa quella cosiddetta democratica, e ad analizzare il rapporto tra questo Stato e i suoi sudditi, nel saggio Riflessioni sulle origini dello hitlerismo, dice che la forza – che insieme alla propaganda regge le sorti dell’impero – «ha bisogno di ostentare pretesti plausibili»: anche se questi pretesti sono grossolani, intrisi di contraddizione e menzogna, non importa: «bastano – dice – per fornire una scusa alle adulazioni dei vili, al silenzio e alla sottomissione degli sventurati, all’inerzia degli spettatori, e per consentire al vincitore di dimenticare che commette dei crimini».

 

Infatti «l’arte di salvare le apparenze diminuisce negli altri lo slancio che l’indignazione potrebbe dare, e permette a se stessi di non venire indeboliti dall’esitazione». In tal modo, coloro che esercitano il potere possono godere di quella «soddisfazione collettiva di se stessi, opaca, impermeabile, impenetrabile, che consente di conservare in mezzo ai crimini una coscienza perfettamente tranquilla. Una coscienza tanto impenetrabile alla verità implica uno svilimento del cuore e della mente che ostacola il pensiero». 

 

Viene qui alla memoria un film di grande lucidità storica e metastorica, della tarda produzione felliniana. Si intitola Prova d’orchestra. Il direttore di un’orchestra composta di musicisti anarchici e strampalati (emblema di una società frammentata e sindacalizzata), che provano nello spazio fatiscente di un vecchio oratorio, viene intervistato da una troupe televisiva. Racconta della prima volta in cui è salito su un podio e di ciò che ha provato nel momento in cui ha alzata la bacchetta: «la musica dell’orchestra nasceva dalla mia mano»; e spiega come la percezione di questo fenomeno – come da un semplicissimo movimento della mano si generi magicamente la musica – porti con sé una eccitante, inebriante sensazione di onnipotenza. 

 

Il direttore del film di Fellini riesce a figurare con grande efficacia, dalla sua prospettiva, quella sindrome contagiosa che in questi ultimi anni ha colpito i molti che, in vari ordini di grandezza, o di bassezza, abbiano scoperto di poter cavalcare la propria rendita di posizione ai danni dei propri simili ritenuti gerarchicamente subordinati, e inermi.

 

E più questi ultimi hanno obbedito, ovvero suonato ciò che bacchetta comandava, più l’ego degli agitatori di bacchetta – nel nostro caso illegittimi, e usurpatori di un palco di cartapesta – si è gonfiato, e ha moltiplicato la loro tracotanza, il loro cinismo, fino ad arrivare al sadismo e alla disumanità. Tanti miserabili direttori d’orchestra si sono scoperti demiurghi per caso e hanno potuto sfogare frustrazioni represse: è accaduto nella scuola, nella sanità, nella pubblica amministrazione.

 

La bacchetta assomiglia all’anello di Sauron, che dà potere ma genera dipendenza, e corrompe l’animo di chi lo porta.

 

Ci dice dunque Simone Weil di «coscienze impenetrabili alla verità» e del conseguente «svilimento del cuore e della mente che ostacola il pensiero». 

 

Di fatto, alle fondamenta di tutta la messinscena di cui siamo comparse involontarie (e per quanto ci riguarda anche incolpevoli), sta la menzogna, che è il motivo centrale attorno al quale ruota tutta quella modernità della quale oggi vengono alla luce, in controluce, le tante facce e le mille contraddizioni, ricapitolate finalmente in un unico film. 

 

Masse confuse e impaurite sono state trasformate dalla regìa in un alleato ottuso e stordito, e dunque massimamente affidabile, attraverso un’arma decisiva: la fabbricazione e l’utilizzo spregiudicato del consenso, costruito per lo più attraverso la comunicazione, diventata scienza potentissima grazie ai potentissimi mezzi tecnici di cui si è dotata.

 

E a ben vedere è proprio questo, della reazione alla menzogna che ormai pervade ogni cosa, il denominatore comune delle tante e diverse linee del fronte che a ognuno di noi è chiesto oggi di presidiare.

 

«Non in mio nome», concludeva Aleksandr Solzenicyn il suo straordinario appello Vivere senza menzogna, datato 12 febbraio 1974, giorno del suo arresto e vigilia della sua espulsione dalla patria. 

 

C’è un mondo intorno a noi che è materialmente edificato sulla menzogna. La questione della menzogna è proprio una questione materiale. Si può dire che noi oggi siamo vittime dell’imperialismo della menzogna, nel senso letterale che devono invadere la nostra vita con la menzogna, e devono farlo possibilmente senza trovare resistenza: ostacolando il pensiero attraverso lo svilimento del cuore e della ragione (diceva Simone Weil).

 

È esattamente questo l’obiettivo della propaganda, ed è questo anche l’obiettivo della formazione scolastica, che – intervenendo in radice prima ancora della propaganda – punta sempre più a disarmare le giovani generazioni estirpando loro, sul nascere, ogni velleità di pensiero e ogni possibile autonomia di giudizio e di azione.

 

L’addestramento pandemico – hanno allestito in quattro e quattr’otto un immenso laboratorio in cui sono stati fatti esperimenti disumani – è servito a fiaccare, inselvaggire, disintegrare i più giovani: ha spianato la strada alla transumanza nell’universo onirico, confortevole e pacificato, del metaverso.

 

Ciò che preme togliere d’intorno, il più in fretta possibile, approfittando del momento favorevole (approfittando soprattutto della sofferenza e del disagio così spaventosamente e dolosamente diffusi tra le cavie dell’esperimento) è la realtà, e insieme ad essa gli strumenti logici, cognitivi, intellettivi, morali, che ne forniscano le chiavi di interpretazione. Affinché, scollati dalla realtà e affogati nella bolla asettica degli algoritmi, i più giovani interiorizzino le posture del potere fino a non essere più strutturalmente in grado di distinguere tra realtà e finzione, tra ciò che è bene e ciò che è male.  

 

Mentre dunque l’italiota teledipendente che batte bandiera gialloblù, col suo mono-occhio è intrattenuto dalle immagini pacchianamente false di una guerra combattuta per procura, e raccontata a rovescio – immagini di morte mischiate come niente fosse ai lustrini di Sanremo, un una oscena sovrapposizione di spettacoli – c’è un fronte sconfinato che è lasciato completamente indifeso. È quello che si affaccia sul nostro futuro.

 

Ed è quello che il nemico sta sfondando senza trovare resistenza alcuna, per demolire ogni identità a partire dai più piccini, per cancellare dall’orizzonte la realtà delle cose, per uccidere la memoria – nostro ponte tra passato, presente e futuro.

 

Noi oggi possiamo anche fare la nostra parte e combattere fino allo stremo delle energie. E lo faremo, anche perché non abbiamo altra scelta. Ma se non lasciamo qualcuno capace di raccogliere l’eredità dell’essere uomo, il nostro sarà un lavoro inutile.

 

Forse aveva davvero ragione Darja Platonova, che era giovane ma quella eredità aveva individuata e raccolta, quando diceva che in atto è una guerra tra il niente e la civiltà. Anche la sua, di morte, chiede ragione a chi resta. 

 

E a quanti, in una forma di ridicolo automatismo compulsivo, associano alla Russia il paradigma della tirannide e della efferatezza, vorrei consigliare la lettura integrale dei discorsi del suo presidente (a partire dal discorso di Valdai dell’ottobre scorso) e ne assegnerei per casa parafrasi e commento, e magari anche un confronto con i discorsi di qualche suo omologo occidentale. Giusto per capire dove stanno di casa l’estremismo e la prepotenza.

 

Ricordiamo per esempio, quale pietra di paragone scelta a caso ex multis, le parole del democraticissimo senatore americano Graham: «Mi piace il percorso che stiamo percorrendo. Con armi e denaro americani, l’Ucraina combatterà la Russia fino all’ultimo ucraino». Ecco, distillato in un rigo, il pornografico disprezzo per la vita (altrui) sbattuto in faccia al mondo da sciacalli attratti dall’odore della morte (altrui).

 

A campione, invece, leggo qualche breve passaggio del discorso di Valdai di Vladimir Putin.

 

«La stessa ideologia liberale è cambiata, è irriconoscibile…ha raggiunto il punto assurdo in cui qualsiasi opinione alternativa viene dichiarata propaganda sovversiva e minaccia alla democrazia. Credere nella propria infallibilità è molto pericoloso; è solo a un passo dal desiderio dell’infallibile di distruggere coloro che non ama, o come si suol dire oggi, di cancellarli. Un tempo i nazisti sono arrivati a bruciare libri, e ora i “guardiani del liberalismo e del progresso” occidentali sono arrivati ​​a bandire Dostoevskij e Ciajkovskij. La cosiddetta cultura della cancellazione sta sradicando tutto ciò che è vivo e creativo, e soffoca il libero pensiero in tutti i campi: economico, politico o culturale. La storia certamente metterà tutto al suo posto e saprà chi cancellare…Nessuno ricorderà i loro nomi tra qualche anno. Ma Dostoevskij vivrà, così come Čajkovskij, Pushkin, e non importa quanti avrebbero gradito il contrario».

 

Ecco. Nel nome ossimorico della cosiddetta «cultura della cancellazione», non solo si abbattono monumenti, si eliminano pezzi di letteratura e fette di storia, ma si gettano esistenze, lavori e carriere nella spirale del silenzio. La promuovono i padroni del discorso globale; la praticano con tracotanza beota branchi di gregari con la bocca piena di filastrocche – tolleranza, uguaglianza, inclusione e diritti. 

 

I due piani, quello reale e quello virtuale, non sono affatto separati. Discendono dalla stessa matrice di nichilismo assassino, e si compenetrano l’uno nell’altro. Chi non ha remore a distruggere i libri, la storia e le idee, non avrà remore a compiere stragi e sacrifici sull’altare del nulla. Se c’è un universo dove si uccidono corpi, c’è un metaverso dove si cancellano idee: da una parte la pulizia etnica, dall’altra la disinfestazione delle idee non conformi, e delle anime vive.

 

Pensano, costoro, di poter cancellare la realtà delle cose, di adulterarla a proprio capriccio (bambini in provetta, droghe sintetiche, cambi di sesso, terapie geniche di massa), di resettarla a mezzo imbrogli spettacolari e incantesimi diabolici, allestiti per violentare la natura, la sua logica intrinseca e il suo ordine sacro.  

 

Ma dice ancora Putin:

 

«I valori tradizionali non sono un rigido insieme di postulati a cui tutti devono attenersi, certo che no. La differenza dai cosiddetti valori neoliberisti, è che i valori tradizionali sono unici in ogni caso particolare, perché derivano dalle tradizioni di una particolare società, dalla sua cultura e dal suo sfondo storico. Per questo non possono essere imposti a nessuno. Devono semplicemente essere rispettati e tutto ciò che ogni Nazione ha scelto per sé nel corso dei secoli deve essere gestito con cura. Lo sviluppo dovrebbe basarsi su un dialogo tra le civiltà e i valori spirituali e morali. In effetti, capire di cosa trattano gli esseri umani e la loro natura varia tra le civiltà, ma questa differenza è spesso superficiale se tutti, alla fine, riconoscono la dignità ultima e l’essenza spirituale delle persone».

 

La dignità ultima e l’essenza spirituale delle persone: è esattamente questo il cuore della civiltà. Se si attenta a quel nucleo sacro e intoccabile non si può far altro che precipitare nel «nulla» di cui ha fatto in tempo a parlare Darja Platonova prima di essere uccisa. Quel nulla – di cui l’Europa è ora epicentro – dove la guerra si manifesta nel suo volto più feroce e disintegrante, dimentica dell’onore e della pietas, giocata tutta e solo sull’imbroglio e sul compiacimento della devastazione (al punto da contemplare il tradimento preordinato degli accordi internazionali, sottoscritti con riserva mentale: come è avvenuto a Minsk).

 

E allora, nel tempo minaccioso e oscuro in cui l’antiumanità (o transumanità) sta sferrando il suo attacco definitivo all’umanità e a ciò che la sostanzia, ovvero la facoltà di credere, di pensare, di vivere; in cui la menzogna sembra diventata il vero unico fattore globalizzante – almeno in questa parte di mondo in disfacimento che ama chiamarsi Occidente –, non resta che rischiarare la mente obnubilata da infinite bugie. Per liberarsi dai falsi profeti, dai falsi benefattori (detti anche filantropi), dai falsi sacerdoti, dai falsi miti, dalle false speranze.  

 

Toccherà affrontare i lupi, e anche le jene. Ma ne va della stessa sopravvivenza morale e materiale della nostra comunità umana, aggredita in profondità dalle metastasi delle idee e dall’ansia diabolica di sopprimere la realtà. Alla barbarie di ritorno, molto più violenta di quella di andata, deve in qualche modo sopravvivere la civiltà: ci sarà bisogno di nuovi monaci che, in mezzo alle macerie, mettano insieme i frammenti. 

 

Per questo bisogna combattere la propria personale guerra incruenta, entro i binari segnati dalla coscienza antica dei limiti insuperabili, oltre i quali tutto è perduto. Credo sia questo il senso della guerra che ognuno di noi, per onorare anzitutto la propria coscienza, si trova a combattere ogni giorno nel personale campo di battaglia. 

 

E torno, in conclusione, laddove ho cominciato. Torno da Tacito, che dà voce a Calgaco, valoroso resistente alla prepotenza di chi minacciava l’integrità e la libertà del suo popolo. Riprendo le sue parole millenarie perché, con quella brevitas divenuta proverbiale, arriva dritto all’osso, cioè alla struttura essenziale di quella guerra archetipica che oggi appare sfigurata e inafferrabile perché ridondante, rifratta e alterata nel gioco di specchi di cui si diceva. 

 

Calgaco termina così il discorso alla sua gente prima del combattimento finale contro i dominatori Romani, con queste parole:

 

«D’altra parte – dice – il valore e la fierezza dei sudditi spiace ai padroni… Grazia non possiamo sperarla; e allora mostrate finalmente coraggio, se tenete alla salvezza e avete cara la gloria… E ora, nell’andare in battaglia, abbiate alla mente due cose: i vostri avi e i vostri posteri».

 

L’esortazione di Calgaco vale ancora, vale anche per noi, in un tempo in cui, se è pur vero che la sproporzione tra le parti in campo rischia di far apparire inutile lo sforzo, sovrumano, di essere schierati in partibus infidelium, poiché «grazia non possiamo sperarla»; è ancor più vero che siamo chiamati a non risparmiarci, e a sperare contro ogni speranza avendo alla mente due cose: da una parte i nostri padri, dall’altra i nostri figli. 

 

I primi per trovare l’esempio, i secondi per trovare la forza e il coraggio.

 

Elisabetta Frezza

 

 

 

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La vera natura dei progetti di legge sull’antisemitismo. Intervista al prof. Marini

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In un momento storico in cui i destini del mondo paiono appesi alle mosse del governo di Israele – il gabinetto più estremista e fanaticamente religioso mai espresso dallo Stato di Israele – avanzano, in Italia come in altre parti del mondo, progetti di legge sull’antisemitismo, che finirebbero per rendere illegali finanche le critiche mosse nei confronti delle politiche israeliane. È evidente che, in Italia, un progetto del genere cozza con la libertà di pensiero ed espressione garantita dalla Costituzione repubblicana. Per capire la natura di questo progetto di legge abbiamo sentito il professor Luca Marini, già vicepresidente del Comitato Nazionale di Bioetica, professore di diritto internazionale alla Sapienza Università di Roma, presidente del Comitato Internazionale per l’Etica della Biomedicina (CIEB).

 

Professor Marini, da romano Lei è vissuto per forza di cose a contatto con la cultura ebraica. Secondo lei, cosa può spingere, improvvisamente, l’Italia a dotarsi di una legge bipartisan sull’antisemitismo?

Guardi, cominciamo col dire che, personalmente, non ho nulla contro gli ebrei: mio nonno, romano di San Lorenzo, ne aiutò molti in Ungheria, durante la guerra, come agente del Comitato d’Azione Italia Libera, ricordandocelo poi fino allo sfinimento, ma comunque insegnandoci un valore importante. Detto questo, francamente non vedo perché dovrei passare per antisemita solo perché, da docente di diritto internazionale, critico la politica estera israeliana e condanno il genocidio palestinese. In ogni caso, la domanda andrebbe rivolta a chi ha presentato il disegno di legge, perché senz’altro avrà avuto le sue buone ragioni.

 

Lei crede che anche in Italia operi una lobby ebraica forte come in America?

In America, la componente ebraica è indubbiamente molto presente e organizzata, come dimostra Hollywood, la più importante industria statunitense, cosa che forse non può dirsi ancora per l’Italia. Eppure, va ricordato che, qui come oltreoceano, i circuiti accademici, scientifici, tecnologici, industriali, produttivi, commerciali, comunicativi, mediatici, culturali, sociali e politici – quindi, in poche parole, l’intera società civile – sono controllati e, se del caso, manipolati dalla grande finanza transnazionale. E tutti sanno a quali lobby risponde quella finanza. 

 

La formula dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (AIMO) dice: «Per antisemitismo si intende una determinata percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni etc.». La legge italiana può punire un cittadino per una percezione altrui?

Non scherziamo. Tuttavia, siamo di fronte a una strategia semantica e politica da tempo condivisa e supportata da quella parte della cittadinanza che si crede sveglia e consapevole. Si tratta, ovviamente, di una strategia portata avanti dalle forze euro-globaliste e demo-liberal-progressiste: cioè, guarda caso, quelle più funzionali agli interessi delle lobby di cui sopra.

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Resta il fatto che la formula dell’AIMO, ripresa dalla proposta di legge, considera antisemita non colui a cui non piacciono gli ebrei, ma colui che non piace agli ebrei.

In effetti è un po’ come chiedere all’oste come è il vino. Ma, del resto, di cosa ci meravigliamo? Chi materialmente fa le norme – ossia gli organi legislativi – finisce sempre per subire le spinte gentili di questa o di quella lobby e per decidere al di là e al di sopra della volontà dei soggetti che, di quelle norme, sopporteranno i costi. 

 

Ma, così facendo, non si introduce una categoria etno-spirituale superiore alle altre, una sorta di eccezionalismo ebraico? Di fatto, i cristiani – che subiscono ancora oggi persecuzioni immani – non godono dello stesso favor legislativo. Lo stesso può dirsi per gli altri popoli che magari hanno subito un genocidio: i nativi americani, i cambogiani, o, per restare più vicino casa e nell’attualità, gli armeni

Per favore, se proprio dobbiamo parlare di genocidi, portiamo esempi attuali, perché ce ne sono in abbondanza: dai palestinesi, appunto, ai tibetani ai sahrawi. E magari chiediamoci una buona volta perché i media non ne parlano o perché nessuno, a cominciare dai politici, alzi in dito in loro difesa. 

 

Com’è possibile che la sinistra italiana, che da decenni ha sposato la causa palestinese, non si opponga a questo disegno di legge?

E si meraviglia anche di questo? Una volta, la sinistra italiana era anti-Europa e anti-NATO. Da trent’anni a questa parte, la sinistra italiana è la forza più euro-globalista e demo-liberal-progressista. Il cerchio si chiude ancora una volta. O sbaglio?

 

Con questa legge non sarà possibile criticare le politiche dello Stato di Israele, che di fatto sta destabilizzando il Medio Oriente e il mondo intero perseguendo una guerra su fronti diversi, né ricordare le accuse di genocidio rivolte ai leader ebraici e portate all’attenzione della Corte dell’Aia, né pubblicare le e-mail di Epstein in cui si riportano le espressioni dispregiative verso i goyim, i non ebrei, pronunciate da esponenti della finanza di Nuova York.

Io non mi fascerei la testa prima di romperla. È difficile credere che questa legge possa essere approvata senza un adeguato dibattito in Parlamento, a meno di non voler pensare, maliziosamente, che la lobby da Lei citate in apertura non sia, in effetti, tanto potente quanto pervasiva.

 

Possiamo sperare che, andando palesemente contro più articoli della Costituzione, la Corte costituzionale possa in un secondo tempo smantellare una legge del genere?

Personalmente, prima di arrivare alla Consulta, preferirei che il Parlamento facesse il suo lavoro di rappresentante di un corpo sociale che ha fiducia nei valori costituzionali e si affida a essi, primo tra tutti il diritto fondamentale alla libertà di espressione. 

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Da tempo sentiamo ripetere il mantra sui «valori giudeocristiani», sull’«origine giudeocristiana» e sulla «cultura giudeocristiana» dell’Europa, tanto che la Von der Leyen, in Israele, ha affermato che «i valori dell’Europa si fondano sul Talmud».

Cosa vuole che le dica? L’Europa è il tempio del capitalismo ultra-finanziario e digitale che intende sostituirsi alla politica nella gestione della società civile, con il fine ultimo di abbattere i valori democratici, le libertà fondamentali e la dignità dell’essere umano in quanto ostacoli ai suoi obiettivi di controllo totalitario dell’umanità. E, lo ripeto ancora una volta, tutti sanno a chi risponde quella forma di capitalismo.

 

Un suo collega giurista mancato pochi anni fa, Filippo Sgubbi, parlava di «Diritto penale totale», un sistema in cui diventa possibile punire senza legge, senza verità e senza colpa, dove la condanna è meritata non tanto per quello che il soggetto ha fatto, quanto piuttosto per ciò che quel soggetto è, per il suo ruolo nella società, per la pericolosità dei suoi pensieri.

Che poi, se ci pensa, è proprio quello cui ci ha abituato Mani pulite, la gigantesca messinscena pianificata per distogliere l’attenzione degli italiani dagli sfaceli che l’allora neonata Unione europea avrebbe prodotto con i suoi pareggi di bilancio, la sua normativa antitrust, le sue privatizzazioni, la sua moneta unica, nonché per incanalare l’odio popolare verso bersagli spendibili: ricorda le monetine lanciate contro un ex presidente del Consiglio che, guarda caso, non era filo-europeista? Sarà una coincidenza, ma quell’inchiesta prese il via proprio all’indomani della firma del Trattato di Maastricht.

 

Si sarebbe mai aspettato, durante la sua lunga carriera di accademico del diritto, di vedere l’alba della psicopolizia sulla società occidentale?

Certo che sì. Stiamo assistendo, in modo più esplicito dal COVID in poi, all’instaurazione del totalitarismo biopolitico fondato sulla strumentalizzazione delle evidenze e la propaganda del terrore finalizzate al soggiogamento della società civile. Questa deriva, dissimulata dietro parole chiave efficentiste e moderniste, era evidente già trent’anni fa a chi, come me, seguiva gli sviluppi della normativa europea in tema di biotecnologie. Nel mio caso, le critiche al progresso tecno-scientifico supportato dall’Unione Europea costarono, in tempi non sospetti, cioè vent’anni fa, la destituzione dalla carica di vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica: e sarebbe divertente, oltreché calzante in questa sede, ricordare chi venne nominato al posto mio. In ogni caso, per dirla tutta, non c’era bisogno di fare il professore universitario per prefigurare tutto ciò: bastava leggere Bradbury. 

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Perché Trump attacca il papa?

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E così, dopo la hybris estrema dell’ultimatum che annunziava «la cancellazione di un’intera civiltà» – con tanto di frase aggiunta «lode ad Allah» – il presidente Donald Trump è andato molto oltre.   Sul suo social, Truth, spunta un suo post dove compare nei panni di Gesù Cristo che taumaturgicamente guarisce il popolo americano..   L’immagine è blasfema ed irricevibile. Qualcuno ha notato, sullo sfondo del sole luminoso, forse la figura di una versione mecha-kaiju della Statua della Libertà, ma sarà il solito tocco inquietante che dà l’Intelligenza Artificiale.  

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Tuttavia, sappiamo che un paragone tra Nostro Signore e The Donald era stato tracciato pochi giorni fa da Paula White, la «pastora» sionista in carica alla Casa Bianca, la cui congregazione a Pasqua raccoglieva nella sua «funzione» forse 200 persone (c’è quasi più gente agli eventi che organizza il vostro affezionatissimo).     Era presente sul palco il vescovo Robert Barron, prelato podcasterro che ha paura del diavolo e non difende le signore cattoliche dinanzi alla prepotenza sionista. E quindi, il Donaldo per forza si sente un po’ unto. Al punto che ora il bersaglio è diventato ufficialmente il papa – e qui cercheremo di dire perché.   Il messaggio è ancora più impressionante di quelli di scherno agli avversari morti che il presidente ha prodotto di recente, e pure di quello con cui ha insultato Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones, ai quali deve porzioni non indifferenti di consenso per tutte e due le elezioni vittoriose.   «Papa Leone è DEBOLE in materia di criminalità e pessimo in politica estera» attacca il presidente statunitense. «Parla di “paura” dell’amministrazione Trump, ma non menziona la PAURA che la Chiesa Cattolica e tutte le altre organizzazioni cristiane hanno provato durante il COVID, quando arrestavano sacerdoti, ministri e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo una distanza di tre o addirittura sei metri». Qui, bisogna dire, il presidente non ha tutti i torti, tuttavia va ricordato che le prime clausure, e l’avvio del programma letale del vaccino mRNA, furono fatti nell’ultimo anno del suo primo mandato.   «Preferisco di gran lunga suo fratello Louis a lui, perché Louis è un vero sostenitore del MAGA. Lui ha capito tutto, Leone no!» puntualizza il Donald, che subito dopo l’elezione al Soglio del Prevost aveva invitato alla Casa Bianca e ad altri eventi il fratello floridiano suo sostenitore – che per qualche ragione aveva posato con Trump presso lo Studio Ovale in camicetta.  

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«Non voglio un papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare» dice Trump, che non è nemmeno cattolico. «Non voglio un papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, peggio ancora, svuotava le sue prigioni, compresi assassini, spacciatori e criminali, nel nostro Paese».   «E non voglio un papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE, ovvero raggiungere livelli record di criminalità e creare il miglior mercato azionario della storia. Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, è stata una sorpresa sconvolgente. Non era in nessuna lista per diventare papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che questo fosse il modo migliore per gestire il Presidente Donald J. Trump» assicura il presunto «leader del mondo libero».   «Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano. Sfortunatamente, la debolezza di Leone sulla criminalità e sulle armi nucleari non mi va giù, né mi va giù il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un PERDENTE della sinistra, che è uno di quelli che volevano che i fedeli e il clero venissero arrestati».   «Leone dovrebbe darsi una regolata come Papa, usare il buon senso, smetterla di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande papa, non un politico. Gli sta causando molto danno e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!» conclude, firmandosi «Presidente DONALD J. TRUMP»   L’attacco è senza precedenti, oltre che per linguaggio, per l’assoluta mancanza di diplomazia. In molti lo vedono come un attacco frontale al cattolicesimo, e lo è. Non solo: nella logica invertita di «colpirne 100 per educarne 1», Trump sta con probabilità bastonando il cattolicesimo americano, e ancora più a fondo i suoi rappresentanti all’interno dell’amministrazione. In particolare, il convertito JD Vance.   Avevamo scritto come, allo scoccare della tregua, gli «adults in the room» cattolici avessero preso in mano le redini della questione, contro i luterani sionisti che avevano portato il Paese nell’umiliante stallo di Ormuzzo. Vari livelli cattolici dell’amministrazione si erano mossi contro la guerra voluta da Israele. Il capo dell’antiterrorismo Joe Kent (veterano della forze speciali e vedovo di soldatessa criptologa uccisa in Siria, accusato pure lui di essere «debole») si era dimesso. Il segretario di Stato Marco Rubio, che è stato neocon ma è pur sempre cattolico (nonostante varie altre conversioni), dopo aver detto che gli USA erano stati trascinati in guerra dallo Stato Ebraico è sparito – durante le negoziazione ad Islamabad, lui era ad un incontro di MMA…   E poi lui, JD Vance, il ragazzo che dovrebbe ereditare la Casa Bianca nel 2028 (a meno che il re non voglia piazzarci un suo figliuolo: del resto è amico di Kim…). Il vicepresidente, lo sappiamo, non piace tantissimo agli ebrei: caso unico, non è andato a chinare la kippah sul Muro del Pianto – passaggio obbligatorio per qualsiasi politico USA, dal presidente in giù – preferendo, nel suo ultimo viaggio in Israele, andare a visitare i cristiani della Terra Santa e i loro luoghi.   La risposta degli israeliani è arrivata immediata. La Knesset, il Parlamento dello Stato Giudaico, emette, lui ancora presente, vota sulla sovranità della Cisgiordania – che gli israeliani e i loro minions americani sionisti chiamano «Giudea & Samaria», un affronto terrificante, che JD ritiene essere stata una «stupida trovata politica».   Lo stesso Vance, è emerso, era risolutamente contrario alla guerra in Iran. Non è un caso, a questo punto, quello che è successo dopo. Gli iraniani hanno fatto capire che avrebbero voluto lui per i negoziati. Detto, fatto: lo spediscono in Pakistan, ma ci attaccano i due consiglieri ebrei di Trump, l’amico avvocato Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, ebreo ortodosso la cui famiglia finanzia da decadi Netanyahu. Il lettore di Renovatio 21 ricorderà quando, ottenuto il rilascio da parte di Hamas di tutti gli ostaggi, i due cercavano di placare la folla di Tel Aviv che fischiavano il nome del premier israeliano.   In rete ora circolano ricostruzioni secondo cui a far fallire i negoziati nell’ultima ora sarebbero stati i due ebrei vicini a Trump. JD resta col cerino in mano, e finisce perfino a rimangiarsi ridicolmente la protezione del Libano: perché l’accordo prevedeva lo stop ai bombardamenti di Beirut, e invece gli israeliani – i veri padroni del giuoco – lanciano subito 100 azioni militari in 10 minuti, colpendo quartieri residenziali della capitale libanese, morti e feriti ovunque, caos e rovina, sangue e distruzione, as usual.   E quindi: è in atto un purga anticattolica dentro il potere americano, e il presidente ha deciso da che parte stare. Qualcuno ha programmato questa operazione. Noi avevamo notato una strana puzza attorno alla notizia, ripetuta a pappagallo da tutte le testate del mondo, dell’incontro dove gli uomini del Pentagono avrebbero minacciato il Vaticano con le spettro di una nuova Avignone: non solo era sospetto il racconto (Elbridge Colby, l’ufficiale della Difesa coinvolto, è cattolico, e pure ragionevole), lo era pure la fonte, la testata The Free Press della lesbica sionista Bari Weiss, la giovane giornalista è ora al centro di immensi investimenti della classe degli ultramiliardari filoisraeliani (come gli Ellison, che le hanno affidato, a lei giornalista poco più che blogger, l’intera rete di notizie CBS, e comprato TikTok per soprammercato).   La divisione, infiammata a dovere dagli strateghi nemmeno più tanto occulti, segue quindi una linea etno-religiosa. I cattolici vanno neutralizzati perché sono la vera, consistente minaccia all’altra parte, cioè gli ebrei e i loro sodali cristiano-sionisti, i fondamentalisti luterani millenaristi («dispensazionalisti», è il termine teologico esatto) che, dopo essersi fatti riscrivere la Scrittura da un tizio finanziato dai Rothschild (la Bibbia Scofield), credono che bisogna difendere Israele ad ogni costo, perché il loro Messia, che sarebbe il nostro anticristo, meccanicamente produrrà dopo 7 anni il ritorno di Cristo sulla Terra.   In molti ora dicono che questa teologia è oramai al capolinea: non attecchisce in alcun modo sulle nuove generazioni, che vedono con orrore il genocidio di Gaza e si chiedono come la generazione dei loro genitori abbia potuto accettarla e persino fare il tifo per essa. Il capolinea del fondamentalismo sionista americano significa la fine del consenso per le violenze israeliane – e Israele lo sa, e per questo agisce con questa fretta infernale, i boomer – come Trump, che guarda ancora la TV e vi crede pure – non dureranno per sempre.   In realtà, in America non si sta spegnendo solo il fondamentalismo cristiano-sionista: è tutto il protestantismo che sta morendo. A differenza del cattolicesimo, che sta registrando un boom di battesimi mai visto (al punto che la trasmissione di inchiesta 60 Minutes vi ha realizzato un servizio in cui interroga tre vescovi bergogliani, che ovviamente non ci stanno capendo nulla), è tutto il protestantesimo che sta andando al macero, vittima della sua grottesca rarefazione, delle sue contraddizioni, del suo cattivo gusto rivoltante.   Secondo il saggista francese Emmanuel Todd, autore del libro La sconfitta dell’Occidente, il declino degli USA dipende dalla sparizione della sua grammatica profonda – cioè il protestantesimo. Tale tesi è stata sposata dallo studioso cattolico americano E. Michael Jones, che dice: se il protestantesimo sparisce, le uniche due «identità» americane rimaste, cioè cattolici ed ebrei, si trovano a lottare per la primazia sul Paese, nella società come nel governo.   E quindi non deve sorprendere l’anticattolicesimo alzare la testa in USA. Attacchi ai cattolici tradizionisti sono arrivati dal senatore texano Ted Cruz, noto per aver dichiarato che il suo primo obiettivo politico è la difesa di Israele (e noto pure, ricordiamo noi, per essere figlio di uno strano cubano-canadese che frequentava Lee Harvey Oswald).   Negli stessi giorni, è spuntato al Pentagono un pastore protestante, Doug Wilson, che ha dichiarato che le processioni cattoliche andrebbero proibite, perché costituiscono «idolatria», cos’ come il culto della Vergine. Discorsi del genere non si sentivano pubblicamente da decenni: la cattofobia pare, quindi, sempre più slatentizzata.  

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Si muove una nuova persecuzione anticattolica in America? Non è improbabile. Il presidente che parla del vicario di Cristo come di un «debole» è in linea con il suo padrone Bibi Netanyahu, che pochi giorni fa ha detto che sul piano storico Genghis Kahn (cioè la forza militare ferale, cioè la volontà di sterminio) vince sempre su Gesù Cristo. Un discorso che avrebbe dovuto incendiare mezzo mondo, non solo per la bestemmia, ma per l’incapacità totale di comprendere Cristo, il suo messaggio, la sua forza.   A Tel Aviv e a Washington non credono nella Pace, perché non credono nella sua forza, non credono nel suo Dio. Il Dio della pace ha dimostrato di poter regnare sulla storia, e far sopravvivere il suo culto dinanzi ai nemici militari più armati ed assetati di sangue. Questo i cratolatri, coloro che credono solo nel potere della forza, non sembrano considerarlo.   Eppure, qualcuno glielo dovrebbe dire, ai re del mondo moderno. Il Re dei re, nella pace e nell’amore, è loro superiore. Il Re dei re vive nei millenni: e il suo regno, a differenza dei miseri mandati umani, non avrà fine. Il Re dei re può detronizzarli fulmineamente, perché, come disse Nostro Signore a Ponzio Pilato che con tutta la potenza dell’Impero romano lo stava mettendo a morte, non est enim potestas nisi a Deo, non c’è autorità se non da Dio.   E invece: hanno deciso di sfidare Dio, persino di canzonarlo. Lo sapranno? Deus non irridetur. Dio non si fa irridere, mentre la battaglia tra ebrei e cattolici dentro l’America avrà ramificazioni immani in tutto il mondo.   Sappiamo già chi vincerà – perché lo abbiamo già visto. Perché sappiamo che pure nell’umiliazione più disperante, nella violenza più degradante, Cristo vince. Cristo regna. Christus imperat.   Cristo comanda. Lo Stato moderno ha bisogno di reimpararlo. Il momento probabilmente è arrivato.   Roberto Dal Bosco    

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Ordo Ab Chao. Le ragioni di una guerra

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Renovatio 21 pubblica il comunicato del Comitato Internazionale per l’Etica della Biomedicina (CIEB).

 

Parere (n. 29): Ordo Ab Chao. Le ragioni di una guerra

 

È innegabile che, bombardando ospedali, industrie farmaceutiche, centrali elettriche e altre strutture civili, gli Stati Uniti d’America si stanno comportando in Iran come Israele si comporta in Palestina; ed è altrettanto innegabile che, tenuto conto della reale rilevanza strategica dello stretto di Hormuz per l’America e l’Europa in particolare (1), gli USA hanno attaccato l’Iran solo per secondare la dispotica politica mediorientale israeliana.

 

Prima o poi, qualcuno si preoccuperà di spiegare al mondo perché Putin debba essere considerato a tutti i costi un diabolico aggressore e Trump, o Netanyahu, no. 

 

Per il momento, il CIEB si limita a riassumere sinteticamente le cause e gli scopi di una guerra che, al di là di ciò che propala il mainstream, poco o nulla ha a che fare con l’egemonismo statunitense e che, invece, serve due scopi diversi, ma correlati: da una parte, confermare il rapporto ancillare degli USA rispetto alle strategie totalitaristiche di élites finanziarie transnazionali chiaramente identificabili, che de facto governano il mondo mediante organismi dalle stesse finanziati e organizzati (2); dall’altra, fornire ai grand commis dell’Unione europea – che di quelle élites sono anch’essi fedeli servitori e sulle cui labbra la parola «guerra» aleggia dal giorno successivo alla fine del Covid – il pretesto tanto atteso per varare ulteriori politiche liberticide.

 

Per fare ciò, sono sufficienti tre parole: Ordo ab chao. Da sola, infatti, questa locuzione, assurta a motto della Massoneria universale, riassume e chiarisce le cause e gli scopi di una guerra ordita e pianificata secondo una spirale autoconclusiva: la guerra è funzionale all’emergenzialismo, che è funzionale a misure restrittive, che sono funzionali al controllo totalitario delle popolazioni, che è funzionale al mantenimento dello status quo, che è funzionale alla sopravvivenza delle élites che esprimono gli apparati di governo che promuovono la guerra. 

 

Il cerchio si chiude con la stessa naturalezza con cui sono state sbrigativamente messe da parte le ripugnanti vicende dello scandalo Epstein in cui quelle élites, fino a poche settimane fa, sembravano immerse fino al collo.

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Nel baratro in cui ci sta precipitando l’agenda delle élites in questione, a cui il presidente degli Stati Uniti dà il suo personale contributo, l’establishment dell’Unione europea fa quello per cui è lì: comprimere le libertà individuali prospettando lockdown, smart working e didattica a distanza, in attesa di elaborare nuove e più sinistre misure destinate a rendere problematico anche il soddisfacimento di bisogni primari, a partire da quello alimentare (3)

 

Le parole pronunciate nel 2022 dall’Uomo della Provvidenza («Volete la pace o i condizionatori?») (4), prontamente rilanciate dalla compiacente grancassa dei media schierati con l’agenda liberticida, mantengono la loro attualità, come la strategia ad esse sottesa.

 

Dietro la guerra, dietro l’emergenzialismo e le restrizioni a esso collegate si cela il totalitarismo biopolitico globale fondato sulla propaganda del terrore e sulla manipolazione delle evidenze, entrambe funzionali al soggiogamento delle masse. E sullo sfondo di questa deriva totalitaria già si intravede, tra l’evoluzione incontrastata dell’Intelligenza Artificiale e lo sviluppo illimitato delle converging technologies (robotica, biologia sintetica, nanotecnologie), la creazione dell’ibrido uomo-macchina, proposto dal transumanesimo come unica forma possibile di sopravvivenza futura su una Terra devastata da guerre, epidemie e inquinamento.

 

L’attacco all’Iran, quindi, non è una questione di geopolitica o di diritto internazionale, non compromette la sicurezza energetica, non serve ad aumentare i profitti o ad alimentare speculazioni sul prezzo del petrolio: serve a oscurare la realtà, a impedire ai cittadini di prendere coscienza del fatto che la finanza transnazionale ha preso il posto della politica nella gestione della società civile e che le emergenze – dalla guerra al global warming – sono create e alimentate espressamente allo scopo di introdurre misure restrittive che giustifichino e legittimino l’annichilimento dei valori democratici, delle libertà fondamentali e della dignità dell’essere umano in quanto ostacoli alla strategia di controllo totalitario dell’umanità perseguita in taluni salotti buoni. 

 

Ordo ab chao, appunto.

 

In questo contesto, il CIEB auspica che gli italiani non ripetano gli errori del passato e non accettino supinamente le misure restrittive che saranno eventualmente imposte, contestandone la legittimità e la fondatezza mediante iniziative civili e democratiche.

 

CIEB

 

10 aprile 2026

 

NOTE

 

1) Emblematico il caso dell’Italia, che importa gas e petrolio principalmente dall’Africa e dall’Asia centrale (Algeria, Libia, Azerbaijan e Kazakistan forniscono, da soli, oltre il 50% del totale delle importazioni complessive): speculazioni economiche e derive totalitaristiche a parte, quindi, è difficile credere che la guerra in Iran possa generare una crisi energetica, come invece il mainstream sostiene a gran voce.

 

2) Basti pensare ai «salotti buoni» che periodicamente ospitano rappresentanti più o meno istituzionali di quelle élites: si tratta di organismi di controversa natura e finalità, le cui attività sono costantemente sotto i riflettori dei media, che non perdono occasione per celebrarle. Per inciso, che una parte consistente delle élites evocate nel testo sia di matrice ebraica è cosa nota e incontrovertibile, come conferma, ad esempio, la proprietà di BlackRock, la più potente e ramificata società d’investimento del mondo. Possedendo o controllando (mediante i tipici meccanismi di borsa) gran parte della finanza globale, le lobby ebraiche si rivelano in grado di incidere sui circuiti accademici, scientifici, tecnologici, produttivi, industriali, commerciali, comunicativi, mediatici, sociali, culturali, politici e dunque, in poche parole, sul mondo intero; e una conferma di tale pervasività può essere fornita, oltreché dal silenzio che circonda il genocidio in Palestina o lo scandalo Epstein, dalle proposte di legge sull’antisemitismo che stanno fiorendo in alcuni Paesi europei, dalla Francia all’Italia, proprio al culmine della crisi internazionale scatenata da Israele e dagli USA. In Italia, in particolare, la proposta di legge presentata in Parlamento riproduce pedissequamente la definizione di antisemitismo fornita dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), definizione palesemente fondata sul metodo di chiedere all’oste com’è il vino, visto che fa leva sulla «percezione» (sic!) che gli ebrei hanno dell’«odio nei loro confronti». Sebbene questa definizione (che si concretizza in una serie di fattispecie elencate dallo stesso IHRA a titolo fortunatamente esemplificativo), configuri insanabili lesioni della libertà di espressione garantita dalla Costituzione italiana, il progetto di legge in questione è stato già approvato dal Senato in prima lettura: così, se diventerà illegale fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella del Terzo Reich, potrebbe diventare illegale sostenere cose altrettanto ovvie, come, appunto, la matrice giudaica della grande finanza transnazionale. Per le proposte francese e italiana, si veda, rispettivamente, https://www.ilgiornaleditalia.it/news/esteri/779067/francia-la-liberticida-proposta-di-legge-yadan-mascherata-da-lotta-allantisemitismo-minaccia-la-liberta-di-espressione-in-ue.html e https://pagellapolitica.it/articoli/che-cosa-prevede-testo-antisemitismo

 

3) Poiché «la crisi sarà lunga» (secondo quanto vaticina, inspiegabilmente, il Commissario europeo all’energia: cfr. https://tg24.sky.it/economia/2026/04/03/dan-jorgensen-financial-times), si pensi all’impatto che avrà, sui costi dei prodotti alimentari, l’aumento del prezzo del gasolio utilizzato in agricoltura.

 

4) Cfr. https://tg24.sky.it/politica/2022/04/07/draghi-condizionatore-video.

 

5) La deriva transumanista, caldeggiata in ogni Paese europeo dai partiti politici più liberisti e globalisti, è chiaramente supportata dalle istituzioni europee e internazionali che a suo tempo hanno favorito la pseudocampagna vaccinale anti-Covid, fondata, come noto, sull’impiego di terapie geniche sperimentali. In questa prospettiva assumono peculiare rilievo le recenti pronunce della Corte Costituzionale tedesca secondo cui qualsiasi affermazione diffusa sui social network, che sia in grado di contraddire le informazioni fornite da istituzioni come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, può essere rimossa dai social medesimi anche se corrispondente alla realtà scientificamente fondata (https://it.insideover.com/media-e-potere/germania-allarme-autoritarismo-il-costituzionalista-murswiek-denuncia-la-censura-di-stato.html).

 

Il testo ufficiale del presente Parere è pubblicato su: http//:www.ecsel.org/cieb

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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