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Terrorismo

L’attentatore di Trump potrebbe aver avuto un account sui social media pro-Biden

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Nel caso dell’enigmatico 20enne che ha tentato di uccidere  Donald Trump qualche traccia della presenza sui social pare finalmente emergere, dopo che per giorni il mondo si era interrogato sulla bizzara condizione di questo ragazzo che non sembrava, a differenza di tutti i suoi coetanei, essere presente sui social.

 

Andrew Torba, il proprietario della piattaforma di social media alternativa Gab.com, ha annunciato che il tentato assassino di Donald Trump, ora deceduto, Thomas Matthew Crooks, potrebbe aver avuto un account sulla sua piattaforma in cui ha pubblicato un certo numero di volte apparentemente a sostegno dei «lockdown COVID del presidente Biden, delle politiche di confine e degli ordini esecutivi».

 

Il Torba afferma di essere venuto a conoscenza del presunto account solo dopo aver ricevuto una «richiesta di divulgazione di emergenza da un’agenzia di forze dell’ordine».

 

«Circa 30 minuti fa, Gab ha scoperto che Thomas Crooks, il folle sostenitore di Joe Biden che ha tentato di assassinare il presidente Donald Trump, potrebbe aver avuto un account sulla nostra piattaforma», ha scritto Torba su X mercoledì pomeriggio. «Non siamo in grado di confermare che l’account in questione appartenesse effettivamente a lui».

 

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«L’account è stato attivo l’ultima volta sul sito nel 2021. Per quanto ne sappiamo, l’account non ha utilizzato il sito per inviare messaggi diretti. Ha pubblicato sul sito nove (9) volte in totale», ha aggiunto Torba.

 

Descrivendo il contenuto dei post, Torba ha affermato: «Sebbene l’account abbia pubblicato pochissimi post sul sito, la maggior parte di essi erano a sostegno del presidente Biden. In particolare, diversi post esprimevano sostegno ai lockdown per COVID del presidente Biden, alle politiche di confine e agli ordini esecutivi”.

 

«Abbiamo salvato i dati dell’account in attesa del ricevimento di un mandato di perquisizione», ha affermato il padrone del social network alternativo (e perciò definito «di estrema destra») ai grandi colossi della Silicon Valley.

 

In un post separato, Torba ha pubblicato degli screenshot dei post presumibilmente pubblicati da Crooks, che, come ha affermato il capo di Gab, sembrano esprimere quantomeno un’approvazione tacita dell’approccio del Partito Democratico all’immigrazione illegale, ai lockdown dovuti al COVID e agli ordini esecutivi del presidente Joe Biden.

 

 

La notizia dell’account Gab potenzialmente collegato a Crooks segue di poco un altra notizia bomba di inizio settimana che ha scoperto che i dispositivi che «visitavano regolarmente» la casa e il posto di lavoro del potenziale assassino hanno visitato anche un luogo vicino al quartier generale dei servizi segreti e al quartier generale dell’FBI a Washington, scrive LifeSite.

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Il ragazzo sarebbe riuscito incredibilmente a far volare anche un drone sul luogo del comizio nel quale avrebbe quindi sparato al Trump. Online pareva essere rimasto solo un’annuncio inquietante fatto sulla piattaforma di videogiuochi Steam.

 

Nonostante la natura eclatante della sparatoria dell’ex presidente del 13 luglio, si sa ancora poco di Crooks, ucciso sul posto dalle forze dell’ordine.

 

I genitori, che sembrano ambedue lavorare nella psicologia comportamentali, non sono apparsi sui media, né si sono visti furgoncini di giornali e TV fuori dal loro giardino.

 

Il liceo che frequentava nel frattempo ha fatto sapere che storie che circolavano su di lui e l’istituto, come l’appartenenza alla squadra di tiro o atti di bullismo nei suoi confronti, non sarebbero vere.

 

K’FBI ha fatto sapere di non capire ancora pienamente il movente del giovane attentatore.

 

Come riportato da Renovatio 21, dopo essere stata grigliata dai deputati USA, il direttore dei Servizi Segreti Kimberly Cheatle si è dimesso. La Cheatle era arrivata a dire incredibilmente che non vi erano agenti sul tetto da cui Crooks ha sparato perché si trattava di un tetto spiovente quindi pericoloso per la sicurezza dei lavoratori dei Servizi Segreti.

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Terrorismo

Coloni israeliani uccidono quattro palestinesi in Cisgiordania

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Venerdì, coloni israeliani e soldati delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ucciso quattro palestinesi durante un attacco a un villaggio nella Cisgiordania occupata. Nell’attacco sono morti anche un soldato e un colono, secondo quanto riportato da Middle East Eye.   Stando alle testimonianze oculari citate da MEE, un gruppo di coloni armati ha fatto irruzione in case e terreni agricoli alla periferia di Tel, a sud-ovest di Nablus, nelle prime ore del mattino. Gli abitanti si sono radunati per respingere l’aggressione, ma lo scontro è degenerato in una colluttazione tra palestinesi disarmati da una parte e coloni armati di fucili e soldati israeliani dall’altra. Le truppe israeliane e le guardie degli insediamenti hanno quindi aperto il fuoco contro un gruppo di palestinesi.   Il ministero della Salute palestinese ha comunicato che quattro uomini sono stati uccisi e altri quattro feriti, la maggior parte colpiti alla parte superiore del corpo. Tre dei feriti si trovano in condizioni critiche.  

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Non sorprende che il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich e il Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, entrambi residenti negli insediamenti in Cisgiordania, abbiano reagito con rabbia. «I villaggi di Tel, Burin e Beit Furik dovrebbero diventare come i campi profughi di Nablus e Tulkarm», ha affermato Smotrich, riferendosi alla distruzione su vasta scala dei campi da parte delle forze israeliane nel 2025. Smotrich ha anche dichiarato che chiederà al premier Benjamin Netanyahu di approvare un nuovo insediamento vicino al luogo della sparatoria.   Ben Gvir ha affermato che i villaggi palestinesi nella Cisgiordania occupata dovrebbero assomigliare a Beit Hanoun, la città a Nord di Gaza quasi completamente distrutta da Israele durante il genocidio. «Per ogni ebreo ucciso, il nemico deve subire la perdita di terre e case», ha aggiunto Ben Gvir.   La situazione in Cisgiordania è diventata così grave che due organizzazioni israeliane per i diritti umani, B’Tselem e Rabbis for Human Rights, insieme all’organizzazione palestinese Adalah, hanno dichiarato che è necessario un intervento internazionale per prevenire ulteriori morti. Le organizzazioni per i diritti umani hanno affermato che è necessario esercitare una «pressione immediata» su Israele affinché fermi ulteriori attacchi, prevenga i «pogrom» e rispetti il diritto internazionale, come riportato separatamente da MEE.   «Negli ultimi giorni, la violenza perpetrata dalle milizie di coloni, con il sostegno e l’appoggio dell’esercito israeliano, si è intensificata in tutta la Cisgiordania, con incendi e distruzioni di proprietà palestinesi e l’espulsione forzata di famiglie e comunità», si legge in una dichiarazione. «Questi attacchi sono stati accolti con silenzio e inazione da gran parte della comunità internazionale, permettendo alla violenza di continuare e intensificarsi».

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Gender

Il sospettato dell’attentato al Gay Pride di Berlino è legato agli islamisti

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Sabato sera a Berlino, durante una parata del Gay Pride, un furgone si è scagliato contro la folla, provocando la morte di una persona e il ferimento di altre 16, alcune in modo grave, secondo quanto comunicato dai vigili del fuoco.

 

L’episodio si è verificato durante il Christopher Street Day, la manifestazione annuale del Gay Pride nella capitale tedesca, in Lennestrasse, nei pressi del parco Tiergarten, nel centro di Berlino.

 

Il portavoce della polizia, Florian Nath, ha riferito che il sospettato è stato identificato ed è ancora latitante. «Secondo le informazioni finora disponibili, si tratta di un uomo noto alle forze dell’ordine e ritenuto affiliato all’ambiente estremista islamico».

 

La polizia ha successivamente diffuso una fotografia del sospettato, identificandolo come Abdul K., di 21 anni, che indossava una felpa nera con cappuccio e pantaloni bianchi.

 

 

 

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Secondo le autorità, l’autista è fuggito dal luogo dell’incidente dopo che il veicolo si è schiantato contro un albero; nelle ricerche sono stati impiegati anche elicotteri. Il Berliner Morgenpost ha riportato che i testimoni hanno descritto il mezzo come un minivan bianco, forse una Citroën. La polizia ha poi confermato che si trattava di un furgone per il trasporto di passeggeri.

 

Gli organizzatori hanno cancellato la parata, che avrebbe dovuto proseguire domenica.

 

Il portavoce della polizia Florian Nath ha inoltre dichiarato che gli investigatori stanno verificando se il sospettato abbia aggredito i passanti dopo essere sceso dal veicolo, sulla base di testimonianze relative a persone a terra con ferite da arma da taglio.

 

Il cancelliere Friedrich Merz è stato informato dell’accaduto e mantiene stretti contatti con il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt, ha reso noto un portavoce del governo. «I suoi pensieri vanno alle vittime», ha aggiunto il portavoce. «Questo è un attacco alla nostra società libera e aperta», ha scritto su X il sindaco di Berlino Kai Wegner. «Dopo una parata del Pride pacifica e colorata, un raduno che celebrava una Berlino tollerante e aperta è stato attaccato nel modo più brutale».

 

La pista islamica sembra aver ferito qualche sensibilità all’interno del movimento omotransessualista. In queste ore circola un video in cui ad una veglia per i fatti di sabato una signora, dal palco, dichiara: «peravo che l’attentatore non fosse uno straniero, ma una persona bianca e cristiana».

 


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Negli ultimi anni la Germania ha registrato diversi attacchi con veicoli. L’episodio più grave risale al 2016, quando un islamista, richiedente asilo respinto, investì con un camion un mercatino di Natale a Berlino, uccidendo 12 persone e ferendone 56. L’autore della strage era il tunisino Anis Amri. Arrivò la rivendicazione dell’ISIS.

 

Vi è sata poi la strage del 20 dicembre 2024, a Treviri: Taleb al-Abdulmohsen, uno psichiatra di 50 anni di origine saudita residente in Germania, lancia la sua BMW contro la folla a un mercatino di Natale a Magdeburgo uccidendo 5 persone. Le indagini hanno da subito iniziato a dire che l’uomo non era un estremista islamico, perché sui social criticava apertamente la religione, bensì un soggetto affetto da una grave forma di psicosi.

 

Il lettore di Renovatio 21 riconosce come dietro alle stragi con l’auto vi sia un pensiero preciso delineato apertis verbis dall’estremismo islamico organizzato. Infatti, la tattica è stata esplicitamente promossa espressamente nella rivista di Al-Qaeda (sì, Bin Laden era pure editore, come noi) Inspire. Lo stesso dicasi per l’ISIS, che parlò dei veicoli assassini nella sua rivista Dabiq nel 2016, specificando il fine di massimizzare le vittime con mezzi semplici.

 

Nel 2010, Inspire, la rivista online in lingua inglese prodotta da al-Qaeda nella Penisola Arabica, esortava i mujaheddini a scegliere luoghi «solo pedonali» e ad assicurarsi di prendere velocità prima di lanciare i loro veicoli contro la folla per «ottenere la massima strage». L’articolo si intitolava «The Ultimate Mowing Machine», cioè la«falciatrice definitiva», e mostrava un SUV dotato di lame.

 

Il fenomeno ha un nome preciso: vehicle-ramming attack, o VAW (vehicle as a Weapon, il veicolo come arma). Gli analisti dell’Intelligence ritengono si tratti di un’attraente alternativa, più economica e logisticamente semplice, del suicidio kamikaze, che invece richiede il contrabbando dell’esplosivo, la produzione della veste, etc.

 

Secondo l’FBI l’attacco con veicoli «offre ai terroristi con accesso limitato a esplosivi o armi l’opportunità di condurre un attacco sul territorio nazionale con una formazione o esperienza minima».

 

È noto come alcuni canali Telegram di radicalizzazione promuovevano attacchi con «camion, coltelli, bombe, qualsiasi cosa. È Tempo di vendetta», scrive il Combating Terrorism Center di West Point. Alcuni canali hanno inoltre diffuso «manuali operativi», basati su attacchi low-tech di successo realizzati in passato dai sostenitori dello Stato Islamico. Concepiti come guide didattiche per potenziali aggressori, questi manuali descrivono nei dettagli l’addestramento, la pianificazione e le strategie di attacco di autori come Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, che nel 2016 ha lanciato un camion merci contro la folla a Nizza, in Francia, uccidendo 86 persone e ferendone oltre 400.

 

Questi manuali rappresentano un nuovo tentativo non solo di glorificare gli aggressori e incoraggiare trame analoghe, ma anche di consentire ai potenziali autori di imparare dai successi e dai fallimenti degli operatori precedenti.

 

È interessante ricordare anche la rivista Rumiyah (che significa «Roma» in arabo, in riferimento all’ambizione di conquistare l’Occidente) era la pubblicazione in inglese di propaganda dell’ISIS, uscita dal 2016 al 2017 come successore di Dabiq. Era più orientata verso i «lone wolf» ( i terroristi che agiscono singolarmente, i «lupi solitari») in Occidente rispetto a Dabiq, che era più ideologica e sullo Stato Islamico.

 

La sezione ricorrente più importante di Rumiyah era «Just Terror Tactics» («Tattiche di Terrore Giusto»), che dava istruzioni pratiche e dettagliate su come commettere attentati semplici con mezzi comuni. Qui si scriveva che «sebbene siano una parte essenziale della vita moderna, pochissimi comprendono realmente la capacità letale e distruttiva del veicolo a motore e la sua capacità di causare un gran numero di vittime se utilizzato in modo premeditato».

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Veniva quindi definito come il veicolo ideale il camion da carico pesante, a doppio asse posteriore, per schiacciare meglio le vittime: grande peso, accelerazione ragionevole, telaio e paraurti leggermente rialzati (per salire sui marciapiedi e superare barriere). Erano dati preziosi suggerimenti per il massacro: riempire il serbatoio di carburante, pianificare il percorso (accelerare al massimo su strade con folla), rubare il veicolo «con la forza o con l’inganno» se necessario (noleggi, furti), portare armi aggiuntive (coltelli, armi da fuoco) per continuare l’attacco dopo lo schianto.

 

Gli obiettivi consigliati erano i grandi raduni all’aperto: mercati, festival, parate, celebrazioni, convention, strade pedonali affollate, eventi politici e qualsiasi attrazione esterna che attiri grandi folle, specialmente con poca sicurezza, massimizzando morti e feriti schiacciando e travolgendo le persone, ricordando ai «crociati» (cioè gli occidentali) il terrore che l’Islam può infliggere loro.

 

L’articolo sulla rivista ISIS includeva immagini di camion a noleggio e della parata del Giorno del Ringraziamento di Macy’s a New York come esempio di obiettivo di morte.

 

Nel numero 9 (maggio 2017) di Rumiyah, la rubrica «Just Terror Tactics: Truck Attacks» («Tattiche del Terrore Giusto: attacchi con i camion») conteneva un’infografica con consigli su selezione del veicolo, acquisizione e target (festival, mercati, raduni). Riprendeva e raffinava i consigli precedenti. La rivista jihadista quindi lodava gli attacchi riusciti (Nizza 2016, Berlino 2016) definendoli «operazioni di terrore giusto» compiute da «soldati del Califfato».

 

Ciò che non è perfettamente compreso è come l’ISIS abbia creato una sorta di «globalizzazione degli spostati»: qualsiasi persona più o meno disturbata, o semplicemente adirata con il sistema, poteva commettere una strage e poi «donarla» allo Stato Islamico, che rivendicava. In pratica, è una sorta di franchising della psicosi assassina.

 

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Terrorismo

Trump ha cambiato aereo per timore di un assassinio

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha cambiato improvvisamente aereo dopo aver lasciato il vertice NATO in Turchia questo mese, a seguito di notizie su un presunto complotto iraniano per ucciderlo. Lo riporta il New York Times, citando fonti a conoscenza dei fatti.   Secondo il NYT, Trump è partito da Ankara a bordo del vecchio Air Force One anziché del nuovo Boeing 747-8 donato dal Qatar, che non possiede le stesse capacità difensive. A quanto pare, i funzionari ritenevano che vi fosse una minaccia credibile alla vita del presidente da parte di «forze filo-iraniane».   Il cambio di strategia è coinciso con le notizie secondo cui Israele avrebbe condiviso con gli Stati Uniti informazioni di Intelligence che suggerivano che l’Iran stesse pianificando di colpire Trump. Alcuni funzionari statunitensi, tuttavia, ritenevano che Israele stesse cercando di provocare Trump per indurlo a intensificare gli attacchi contro l’Iran, ha riferito il New York Times.

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Gli Stati Uniti e Israele hanno ucciso decine di alti funzionari e comandanti militari iraniani durante la loro campagna di bombardamenti, tra cui la Guida Suprema del Paese, Ali Khamenei, che è stato ucciso in un attacco mirato contro il suo complesso a Teheran il 28 febbraio.   Trump in seguito affermò di essere nella lista nera dell’Iran e avvertì che migliaia di missili sarebbero stati lanciati contro il Paese se avesse tentato di assassinarlo.   Il nuovo leader iraniano, Mojtaba Khamenei, ha giurato questo mese di vendicare suo padre, senza però nominare esplicitamente Trump. Molti manifestanti, tuttavia, hanno invocato la morte di Trump durante i funerali di Khamenei senior e di altri funzionari.  

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