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Geopolitica

La Russia si prepara ad alzare il sipario

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire

 

 

La Russia avanza a grandi passi per rendere operativi gli accordi di Ginevra dello scorso giugno. Fa rientrare la Siria nel consesso delle nazioni; si prepara a espellerne la Turchia, nonché a riconciliare Israele e Iran; consolida la propria presenza in Africa e distribuisce armi assolute in Asia. Gli Stati Uniti non sono più i padroni del mondo. Chi non sta al passo degli attuali scombussolamenti farà parte della schiera dei perdenti nell’èra che si sta preparando.

 

 

L’attuazione delle conclusioni del summit USA-Russia di Ginevra del 16 giugno 2021, la cosiddetta Yalta II, continua. Sembra che le concessioni di Washington a Mosca siano molto più rilevanti di quanto immaginato.

 

Il presidente Vladimir Putin continua il riordino del mondo, non solo nel Medio Oriente Allargato, ma anche in Africa e Asia. In quattro mesi si sono potuti osservare cambiamenti sostanziali.

 

Come da tradizione, la Russia non fa annunci, ma svelerà tutto in blocco, quando le cose saranno ormai irreversibili.

 

 

Gli anglosassoni hanno accettato la sconfitta

A inizio settembre gli Stati Uniti avevano lasciato intendere di autorizzare di fatto lo Hezbollah a violare l’embargo USA di Siria e Iran per procurarsi combustibile iraniano attraverso la Siria. In seguito la Giordania ha riaperto le frontiere con la Siria.

 

Infine la stampa anglosassone ha dato il via a una serie di articoli che sdoganano il presidente Bashar al-Assad dai crimini di cui era accusato e lo riabilitano. Tutto è iniziato con un articolo su The Observer – edizione domenicale di The Guardian – intitolato «Il reietto Assad spacciato in Occidente come chiave della pace in Medio Oriente». (1)

 

Passo dopo passo, si è arrivati a Newsweek, che ha pubblicato in copertina la foto del presidente siriano, con il titolo «Rieccolo», seguito dal sottotitolo esplicito «Sull’onda del trionfo sugli Stati Uniti, il leader siriano Bashar al-Assad reclama un posto sulla scena mondiale». (2)

 

La versione on-line del settimanale rincara la dose con la didascalia a una foto ove si parla del «presunto» attacco della Gutha, che i presidenti statunitense e francese, Barack Obama e François Hollande, avevano imputato al «regime criminale», accusandolo di aver oltrepassato «la linea rossa». Addio quindi alla retorica decennale del «Bashar deve andarsene!».

 

La stampa anglosassone ha ormai digerito la disfatta militare, ammessa a giugno a Ginevra dallo stesso presidente Joe Biden. Il resto dell’Occidente non potrà che allinearsi

La stampa anglosassone ha ormai digerito la disfatta militare, ammessa a giugno a Ginevra dallo stesso presidente Joe Biden. Il resto dell’Occidente non potrà che allinearsi.

 

La riabilitazione della Siria sul piano internazionale è in corso: Interpol ha preso misure correttive per mettere fine all’emarginazione di Damasco; re Abdallah II di Giordania e sceicco Mohamed bin Zayed degli Emirati Arabi Uniti hanno fatto sapere che si sono incontrati con il presidente Assad.

 

L’Alto Commissario dell’ONU per i Rifugiati, Filippo Grandi, si è con discrezione recato a Damasco per discutere finalmente del rientro degli espatriati, cui gli Occidentali si sono opposti per decenni, pagando profumatamente i Paesi ospitanti, soprattutto allo scopo di non consentirne il rientro in patria.

 

 

La Turchia vittima del proprio doppiogioco

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha presentato al parlamento il prolungamento della missione delle forze armate turche contro i terroristi del PKK in Siria e Iraq, Paesi che Ankara occupa illegalmente.

 

Erdoğan fa il doppiogioco: membro della NATO, negozia con Washington l’acquisto di 80 aerei da combattimento e di 60 kit per modernizzare la flotta; al tempo stesso però negozia con Mosca, da cui ha già comperato gli S-400; un gioco pericoloso che volge al termine.

 

Washington e Mosca mandano armi in Siria e potrebbero coalizzarsi per rimettere Ankara al proprio posto, come fecero nel 1956, durante la spedizione di Suez, con Londra, Tel Aviv e Parigi

Washington e Mosca mandano armi in Siria e potrebbero coalizzarsi per rimettere Ankara al proprio posto, come fecero nel 1956, durante la spedizione di Suez, con Londra, Tel Aviv e Parigi.

 

La Russia è consapevole che, nonostante le apparenze, non riuscirà a separare la Turchia dagli USA. Infatti Mosca combatte l’esercito turco in Libia e Siria, non si è dimenticata dell’impegno personale del presidente Erdoğan in Cecenia e, più in generale, del contrasto tra la Russia e gli ottomani.

 

La battaglia di Deraa, nel sud della Siria, si è conclusa a favore dell’esercito siriano, consentendo alla Giordania di riaprire le frontiere. Gli jihadisti di stanza a Deraa hanno preferito deporre le armi piuttosto che rifugiarsi a Idlib e mettersi sotto protezione turca. Ora le truppe siriane si stanno ammassando attorno al governatorato occupato di Idlib, pronte a liberare il territorio.

 

La stampa occidentale non ha fornito notizie sulla terribile battaglia di Deraa, dando per scontato che la città non avrebbe potuto essere liberata senza il discreto ritiro d’Israele e Stati Uniti. La popolazione, stremata dalle sofferenze, sembra al momento odiare sia i connazionali sia gli alleati di ieri che l’hanno abbandonata.

 

La Turchia si sta via via inimicando tutti i partner. In Africa compete con Stati Uniti e Francia. Il suo esercito combatte in Libia. In Somalia dispone di una base militare. Accoglie militari del Mali e li addestra, vende armi all’Etiopia e al Burkina Faso, ha firmato un accordo di cooperazione con il Niger; per tacere della sua base militare in Qatar e dell’impegno in Azerbaijan.

 

La vicenda Osman Kavala – dal nome dell’affarista di sinistra diventato uomo di George Soros in Turchia, arrestato nel 2017 – è foriera di guai. Una decina di Stati – fra cui Stati Uniti, Francia e Germania – hanno diffuso sui social network una lettera per chiedere la liberazione immediata dell’imputato, accusato di essere implicato nel tentativo di colpo di Stato militare del 15 luglio 2016. Il 22 ottobre il presidente Erdoğan ha reagito apostrofando con la solita arroganza gli ambasciatori dei Paesi coinvolti: «Tocca a voi dare lezioni alla Turchia? Ma chi vi credete di essere?».

 

La posizione personale del presidente Erdoğan sembra diventare sempre più delicata. Nel suo stesso partito tira aria di fronda. I suoi potrebbero dargli il benservito se le cose a Idlib volgessero al peggio.

 

 

Il Libano in bilico tra un futuro radioso e la guerra civile

Il presidente Joe Biden sembra intenzionato a lasciare il Libano alla Russia e a sfruttare le riserve di gas e petrolio a cavallo fra Libano e Israele. Ha mandato l’israeliano-statunitense Amos Hochstein, suo consigliere di lunga data, a fare la spola fra Beirut e Tel Aviv.

 

Il ricorso a questo personaggio attesta l’estrema importanza di quanto c’è in gioco. Hochstein, ex ufficiale dello Tsahal, è stato consigliere dell’allora vicepresidente Biden e in tale veste già nel 2015 gestì lo stesso dossier, sfiorando l’accordo. Oggi quest’uomo d’affari amorale può riuscirvi perché conosce bene sia il versante politico della vicenda sia i vincoli tecnici che implica lo sfruttamento degli idrocarburi. Hochstein spinge per lo sfruttamento dei giacimenti senza tuttavia risolvere la spinosa questione delle frontiere. Attraverso una convenzione preliminare, Libano e Israele potrebbero optare per una gestione condivisa e una ripartizione dei benefici.

 

Nel Libano i leader dei gruppi confessionali tentano qualsiasi manovra pur di prolungare il proprio declinante potere, anche a costo di compromettere il futuro del Paese

Nel Libano i leader dei gruppi confessionali tentano qualsiasi manovra pur di prolungare il proprio declinante potere, anche a costo di compromettere il futuro del Paese.

 

Il parlamento libanese ha approvato nottetempo due emendamenti alla legge elettorale. Il primo, per anticipare al 27 marzo le elezioni legislative, inizialmente previste per l’8 maggio. I mussulmani chiedevano infatti di poter svolgere una campagna elettorale efficace, dal momento che la data prevista cadeva in pieno Ramadan.

 

La nuova data sembra però un modo per impedire al generale Abbas Ibrahim, capo del controspionaggio, di essere eletto e succedere al presidente del parlamento Nabbi Berry. La Costituzione prevede infatti che gli alti funzionari possano entrare in politica non prima di sei mesi dalla cessazione dell’incarico.

 

Il presidente Emmanuel Macron ha previsto di dispiegare truppe francesi per «garantire la sicurezza» dei seggi elettorali. L’8 maggio però Macron probabilmente non sarà più presidente e il successore potrebbe non approvarne la decisione. Il 27 marzo invece Macron sarà ancora alle leve del comando.

 

Il secondo emendamento modifica la modalità di voto dei libanesi all’estero. Non eleggeranno candidati esteri, ma voteranno i candidati della circoscrizione di origine. Alcuni sperano che la riforma modificherà sostanzialmente i risultati. Per la verità il cambiamento è poco rilevante giacché il sistema elettorale libanese fissa in anticipo il numero di deputati per gruppo confessionale, senza alcun rapporto con il peso demografico. Il Libano è un istruttivo esempio di elezioni non-democratiche.

 

L’altra grande diatriba riguarda l’inchiesta sull’esplosione al porto di Beirut del 4 agosto 2020.

 

Il giudice Tarek Bitar si scontra con tantissime immunità, cominciando da quella dell’ex primo ministro Hassan Diab, che al termine dell’incarico è fuggito negli Stati Uniti ed è oggetto di mandato di cattura.

 

Lo Hezbollah – che già ha pagato lo scotto dell’inchiesta sull’assassinio di Rafic Hariri – non vuole che l’istruttoria in corso segua lo stesso binario, ma deve fare i conti con il segreto istruttorio. Alla fine ha chiesto con veemenza una dichiarazione d’incompetenza del giudice e organizzato una manifestazione a sostegno. Arrivato al quartiere cristiano il corteo se l’è presa con membri delle Forze Libanesi di Samir Geagea, che hanno ucciso sette sciiti e ne hanno ferito una trentina. Si riaffaccia lo spettro della guerra civile.

 

Non si sa se le Forze Libanesi abbiano agito di propria iniziativa oppure su istigazione dell’Arabia Saudita, di cui il cristiano Samir Geagea è diventato ardente sostenitore.

 

 

Il lento avvicinamento di fratelli nemici, Israele e Iranì

Mosca affronta a tutto tondo la questione del conflitto fra Israele e Iran. Questi due Stati si scambiano discorsi ultra-bellicosi, ma quel che mettono in pratica è cosa diversa. In realtà agiscono di concerto per contrastare determinate tendenze politiche in casa propria. La caduta di Benjamin Netanyahu (discepolo del teorico colonialista Vladimir Jabotinsky) apre la via alla riconciliazione.

 

Mentre gli Stati Uniti hanno adottato sanzioni contro Teheran per costringerla ad abbandonare il programma nucleare militare, la Russia non ha mai creduto che l’Iran l’abbia portato avanti dopo il 1988

Mentre gli Stati Uniti hanno adottato sanzioni contro Teheran per costringerla ad abbandonare il programma nucleare militare, la Russia non ha mai creduto che l’Iran l’abbia portato avanti dopo il 1988.

 

Durante i negoziati 5+1 del 2013-15, sfociati nell’Accordo di Vienna sul nucleare iraniano, Mosca non esigeva la fine del programma nucleare, ma che fosse messo sotto controllo per evitare la trasformazione in programma militare. Oggi la Russia è ancora su questa posizione. Le discussioni attuali riguardano dettagli tecnici, per esempio l’installazione di videocamere di controllo nelle centrali iraniane.

 

La lentezza di Teheran nel trattare il problema gioca a suo sfavore. Certamente il governo Raisi nel frattempo negozia con l’Arabia Saudita, che a sua volta tira per le lunghe la normalizzazione delle relazioni con Israele.

 

Il presidente Ebrahim Raisi spera di ottenere una partizione dei ruoli con Riad e di darne l’annuncio quando cederà sulla sorveglianza nucleare. Ma i sauditi sono impazienti e possono anche causare fastidi, come s’è visto con l’attacco ai manifestanti dello Hezbollah a Beirut.

 

Quanto agli israeliani, sottolineano che Teheran, diversamente da quanto afferma, non si appoggia semplicemente sulle comunità sciite straniere, bensì su ogni forza anti-israeliana, sciita o non sciita. Infatti l’Iran fornisce armi ad Hamas, sunnita. Si tratta di un’alleanza assai pericolosa, perché Hamas è il ramo palestinese della Confraternita dei Fratelli Mussulmani, sostenuto da Turchia e Qatar, ma non dall’Arabia Saudita.

 

Ora nella comunità mussulmana non ci sono più due campi (sciiti e sunniti), bensì tre: Iran, Arabia Saudita, nonché Turchia-Qatar.

 

Mosca agisce con pazienza con Tel Aviv. Vuole portare Israele alla restituzione del Golan sottratto alla Siria, fornendo garanzie sulla non-aggressività dell’Iran e sul suo ritiro dalla Siria.

 

 

Il Mali teme la Francia e cerca la protezione della Russia

La disfatta occidentale in Siria ha conseguenze impreviste in Africa, ove tutti hanno compreso che l’ordine che governava il mondo è stato rovesciato e che è più vantaggioso allearsi con Mosca piuttosto che con gli Occidentali. Se taluni Stati africani cercano di diversificare i sostegni militari rivolgendosi alla Turchia, la Repubblica Centrafricana e il Mali sono stati i primi ad aver rimesso in discussione l’aiuto dell’Occidente.

 

Dal 2018 la Russia affianca il governo della Repubblica Centrafricana nella risoluzione dei conflitti tribali – alimentati dalla Francia – che hanno fatto piombare il Paese nella guerra civile

Dal 2018 la Russia affianca il governo della Repubblica Centrafricana nella risoluzione dei conflitti tribali – alimentati dalla Francia – che hanno fatto piombare il Paese nella guerra civile. Ma Mosca si è rifiutata di far intervenire le proprie truppe fintanto che la situazione è instabile; ha perciò preferito inviare un’agenzia militare privata, il Gruppo Wagner di Evguenij Prigozhin.

 

Nel 2019 il governo ha sottoscritto un accordo di pace con i 14 principali gruppi armati del Paese. Il Paese si è stabilizzato, ma il governo ne controlla soltanto una minima parte.

 

Il Mali è vittima diretta del rovesciamento nel 2011 della Jamahiriya Araba Libica. Muammar Gheddafi agiva per la riconciliazione fra arabi e neri, sicché il suo assassinio ha risvegliato conflitti di secoli, causando in Libia il ripristino della schiavitù e ridestando in Mali la volontà di dominio degli arabi sulle popolazioni di colore. Un conflitto che si manifesta attraverso la spinta jihadista araba nel nord del Paese.

 

Al momento, le forze francesi dell’operazione Barkhane tentano d’impedire la formazione di un Emirato islamico nel Sahel. Ciò in pratica significa scongiurare la conquista di una zona a popolazione nera stanziale da parte di jihadisti arabi nomadi, senza però combatterne le organizzazioni.

 

L’8 ottobre il primo ministro maliano, Choguel Kokalla Maïga, ha sputato il rospo dichiarando a RIA Novosti che la Francia addestra gli jihadisti nel campo di Kidal, il cui accesso è vietato alle forze maliane (3).

 

L’intervista è stata ripresa ampiamente dalle televisioni russe, ma non ha raggiunto le onde francesi. Le Monde si è limitato a pubblicare una precisazione di Choguel Kokala Maïga, che smentisce i negoziati con il Gruppo Wagner, ma al tempo stesso conferma i colloqui con Mosca… a proposito del Gruppo Wagner.

 

L’accusa di strumentalizzazione degli jihadisti è molto plausibile: all’inizio della missione la Francia trattenne i propri soldati per lasciare tempo agli addestratori qatarioti degli jihadisti di ritirarsi.

 

Altri jihadisti, questa volta in Siria, organizzarono manifestazioni per denunciare il doppiogioco della Francia, che da un lato li sosteneva in Medio Oriente e dall’altro proclamava di volerli combattere in Africa. Quando il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, espresse il proprio stupore all’omologo francese dell’epoca, Laurent Fabius, questi rispose ridendo che si trattava di realpolitik.

 

La giunta del colonnello Assimi Goïta (discepolo del rivoluzionario terzomondista Thomas Sankara) sta negoziando con la Russia per difendere il Paese dagli jihadisti inquadrati dalla Francia. Mosca dovrebbe agire come nella Repubblica Centrafricana: inviare un migliaio di uomini del Gruppo Wagner per ristabilire la pace civile. Il servizio reso dalla società militare russa dovrebbe essere pagato dall’Algeria.

 

 

L’equilibrio delle forze rimesso in discussione

Una appresso l’altra, Cina (4) e Corea del Nord avrebbero lanciato missili ipersonici. La Cina smentisce, la Corea invece lo proclama a gran voce.

 

Gli esperti, i parlamentari, nonché i generali americani sono terrorizzati perché gli USA non riescono a controllare questa tecnologia che li rende vulnerabili.

 

Si tratta di un tipo di missile che nasce dalla tecnologia sovietica. Nel 2019 il presidente Vladimir Putin aveva annunciato all’Assemblea Federale che la Russia sarebbe stata presto in grado di governare questi missili con cariche atomiche, capaci di colpire ovunque sulla terra, senza essere intercettati (6). Dal momento che è impossibile che Cina e, a maggior ragione, Corea del Nord abbiano raggiunto improvvisamente un livello tecnico così elevato, gli esperti sono unanimemente concordi nel ritenere che la Russia abbia fornito loro una versione della propria arma.

Gli Occidentali non solo hanno subito in Siria una terribile disfatta, che li obbliga ad accettare un nuovo ordine mondiale, ma si ritrovano con uno scudo antimissili impotente e altre armi obsolete

 

Un trasferimento di tecnologia che sarebbe avvenuto prima dell’annuncio dell’Alleanza Australia/Regno Unito/USA (AUKUS) e che annulla gli sforzi di Washington di fronte a Beijing e Pyongyang.

 

Gli Occidentali non solo hanno subito in Siria una terribile disfatta, che li obbliga ad accettare un nuovo ordine mondiale, ma si ritrovano con uno scudo antimissili impotente e altre armi obsolete.

 

 

Thierry Meyssan

 

 

NOTE

1) «Assad the outcast being sold to the west as key to peace in Middle East», Martin Chulot, The Observer, 26 settembre 2021.

2) «Bashar is Back», Tom O’Connor, Newsweek, 22 ottobre 2021.

4)  «China’s leap in hypersonic missile technology shakes US intellligence», Demetri Sevastopoulo & Kathlin Hille, Financial Times,  18 ottobre 2021.

5) «Vladimir Putin Address to Russian Federal Assembly», Voltaire Network, 20 febbraio 2019.

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

 

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Geopolitica

Putin parla dell’incontro con gli inviati di Trump Witkoff e Kushner

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Gli emissari del presidente americano Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, sono usciti dal Cremlino al termine dei colloqui con il leader russo Vladimir Putin. L’incontro riservato si è protratto per circa tre ore e, subito dopo, nessuna delle due parti ha reso pubbliche dichiarazioni.

 

I due sono giunti a Mosca sabato mattina per trattative finalizzate a una soluzione del conflitto in Ucraina. Prima della visita, Trump aveva dichiarato che gli inviati avevano il compito di presentare «una proposta per porre fine alla guerra» a entrambe le parti. Witkoff e Kushner dovrebbero partire a breve per Kiev.

 

Prima della sessione a porte chiuse, i giornalisti sono stati ammessi per breve tempo nella sala. Erano presenti il consigliere presidenziale Yury Ushakov e il direttore generale del Fondo russo per gli investimenti diretti (RDIF), Kirill Dmitriev. Nell’introduzione, Putin ha manifestato gratitudine alla parte americana per l’impegno profuso negli sforzi diplomatici tesi a risolvere le ostilità in corso.

 

«Pur essendo consapevole della difficile situazione in cui si trova» Trump «non smette di impegnarsi per risolverla e contribuire alla soluzione del conflitto russo-ucraino. Oggi discuteremo di tutte le sue componenti e di tutti i suoi aspetti e, da parte nostra, siamo pronti a illustrarvi la nostra visione della situazione», ha dichiarato Putin.

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Witkoff ha espresso a Putin la profonda gratitudine della famiglia dell’ex marine statunitense Robert Gilman, detenuto in Russia dal 2022 e liberato il mese scorso per motivi «umanitari». «Dovrebbero ringraziare il presidente Trump; è stato lui a lanciare l’appello», ha replicato Putin.

 

Il presidente russo ha ribadito l’impegno di Mosca a sospendere gli attacchi contro Kiev per i tre giorni a partire dalla mezzanotte del 5 settembre. La pausa ha lo scopo di consentire agli inviati di Trump di recarsi in sicurezza nella capitale ucraina.

 

«Vorrei sottolineare che anche la parte ucraina ha ridotto significativamente – di un ordine di grandezza – gli attacchi sul territorio della Federazione Russa, Mosca compresa. Le autorità ucraine hanno pubblicato un appello per una tregua più ampia di tre giorni, ma non abbiamo mai raggiunto un accordo con loro», ha dichiarato Putin.

 

Dopo i colloqui, il corteo con a bordo Witkoff e Kushner si è diretto direttamente all’aeroporto di Vnukovo, nella zona Sud-Ovest della capitale russa. Dmitriev ha accompagnato personalmente gli inviati all’uscita, condividendo foto dall’aeroporto sui social media e descrivendo il loro viaggio come un «importante visita di pace».

 

L’incontro si è rivelato «sostanziale, costruttivo e caratterizzato da un alto grado di franchezza e fiducia reciproca», ha dichiarato Ushakov ai giornalisti poco dopo la partenza di Witkoff e Kushner dal Cremlino. Durante i colloqui, la parte russa ha espresso «fiducia nel raggiungimento degli obiettivi prefissati [dell’operazione contro l’Ucraina]» e ha ribadito «la necessità di affrontare tutte le cause profonde del conflitto», ha affermato il collaboratore presidenziale.

 

Gli inviati di Trump hanno preso «particolare nota» di una questione specifica sollevata dal presidente russo durante l’incontro, ovvero il fatto che «il regime di Kiev ha smesso di nascondere la sua vera natura, iniziando a seppellire nuovamente alcuni dei più noti criminali nazisti», ha affermato Ushakov. Di recente, i resti di due cofondatori dell’OUN (l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, un movimento politico e paramilitare di nazionalismo integralista fondato nel 1929 a Vienna e poi divenuto collaboratore della Germania nazionalsocialista), Andrey Melnik ed Evgeny Konovalets, sono stati riesumati in Europa e riportati in Ucraina per essere seppelliti con tutti gli onori, nell’ambito del progetto del presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj di creare un presunto «Pantheon di ucraini illustri», operazione che ha scatenato proteste anche in Polonia.

 

Secondo Ushakov, i negoziati non si sono limitati esclusivamente alla crisi ucraina, ma le due parti hanno discusso in dettaglio di «questioni economiche e potenziali importanti progetti russo-americani di reciproco vantaggio».

 

È d’uopo notare che entrambe le famiglie Witkoff e Kushner hanno origini nell’ex Impero russo, in un contesto ebraico-ashkenazita — con lo stesso tipo di storia migratoria comune a molte famiglie ebraiche americane di quella generazione.

 

La famiglia di Jared Kushner discende da ebrei originari di Novogrudok, all’epoca in Polonia e oggi in Bielorussia. I nonni paterni, Joseph e Rae (Reichel) Kushner, erano sopravvissuti all’Olocausto arrivati negli Stati Uniti nel 1949 da Navahrudak.

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L’altro inviato ha legami genealogici ancora più diretti con la Russia: i nonni paterni di Steve Witkoff erano entrambi nati nell’Impero russo, ed è descritto come proveniente da una famiglia ebraica di origini russe.

 

Sul ruolo giocato dalla provenienza etno-religiosa nel conflitto ucraino si era espresso nel settembre 2023 lo stesso Putin, dichiarando che «i gestori occidentali hanno posto a capo dell’Ucraina moderna un ebreo etnico, un uomo di origine ebraica, con radici ebraiche – in questo modo, a mio avviso, nascondendo le basi antiumane dell’attuale situazione dello Stato Ucraino».

 

«Ciò rende l’intera situazione estremamente disgustosa, vedere un ebreo mascherare la glorificazione del nazismo e di coloro che all’epoca perpetrarono l’Olocausto in Ucraina, sterminando 1,5 milioni di persone», aveva aggiunto il presidente russo.

 

Riguardo alla questione degli «ebrei nazisti» suscitarono aspre polemiche internazionali le parole del ministro degli Esteri Sergej Lavrov alla TV italiana nel 2022. Come scritto da Renovatio 21l’idea ha tuttavia radici storico-letterarie profonde.

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Geopolitica

Ben Gvir svela un piano di pulizia etnica per espellere 1,86 milioni di palestinesi da Gaza

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Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha presentato il 3 agosto un piano per favorire l’emigrazione «volontaria» dei palestinesi da Gaza, secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano Ynet.   La proposta punta a far uscire da Gaza 250.000 palestinesi nel primo anno e 1,86 milioni entro sette anni.   Ben Gvir ha detto che il piano di pulizia etnica di Gaza, da lui chiamato «Disimpegno 7/10», sarà una delle principali richieste del suo partito, Otzma Yehudit («Potere Ebraico»), in eventuali trattative per entrare in una coalizione di governo dopo le elezioni della Knesset di ottobre.   L’idea di sfollare con la forza milioni di palestinesi da Gaza è stata avanzata più volte da leader israeliani e statunitensi dall’inizio di quello che il testo definisce il genocidio dei palestinesi nell’ottobre 2023.   Una proposta del ministero dell’Intelligence israeliano che chiedeva la pulizia etnica di Gaza è trapelata pochi giorni dopo l’operazione di Hamas contro la moschea di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023, scrive The Cradle. Il piano prevedeva di scatenare su Gaza una violenza tale che lo spostamento forzato dei palestinesi verso campi nella penisola del Sinai, in Egitto, o in Paesi ancora più lontani apparisse come un’iniziativa umanitaria destinata a salvare vite palestinesi.

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Da allora, secondo il ministero della Salute di Gaza, Israele ha ucciso oltre 73.000 palestinesi, in gran parte donne e bambini. Stime indipendenti, che tentano di quantificare anche le morti indirette legate alla guerra, arrivano a centinaia di migliaia.   Almeno 800.000 palestinesi sono senzatetto e vivono in campi di tende precari lungo la costa della Striscia, dopo che bombardamenti e demolizioni israeliane hanno distrutto le loro case.   Ben Gvir e altri coloni ebrei in Israele hanno sostenuto tali piani come parte dell’obiettivo più ampio di annettere Gaza e insediare colonie ebraiche nell’enclave devastata. Come riportato da Renovatio 21, a febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno pubblicoche celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.   Nel febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump propose di svuotare Gaza dai palestinesi nell’ambito dei suoi progetti per ricostruire la Striscia e trasformarla nella «Riviera del Medio Oriente». In alcune fasi anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promosso piani analoghi.   Secondo Ben Gvir, Turchia, Etiopia, Congo e diversi Paesi arabi figurano tra le possibili destinazioni dello sfollamento forzato dei palestinesi. Al momento, tuttavia, nessun Paese ha accettato di accogliere come rifugiati i palestinesi cacciati da Gaza.   La proposta prevede un investimento iniziale israeliano di 3,3 miliardi di dollari per avviare il programma, più un finanziamento israeliano di pari importo fino a 16 miliardi di dollari, subordinato alla partecipazione internazionale e ad accordi con i Paesi che accoglieranno i palestinesi.   Secondo The Cradle i negoziati per l’ingresso del suo partito sionista secolarista Otzma Yehudit in una coalizione di governo, Ben Gvir chiederà l’istituzione di un ministero dedicato all’«emigrazione volontaria», con un ministro, un direttore generale, un bilancio, una squadra negoziale internazionale e un apparato di attuazione autonomo.   Nel frattempo il ministro della Guerra israeliano Israel Katz ha dichiarato mercoledì che l’esercito israeliano è pronto a espellere con la forza i palestinesi che vivono a Gaza con ogni mezzo necessario e attende soltanto il via libera degli Stati Uniti.   «In definitiva, non esiste una vera soluzione per Gaza. La Direzione per le Migrazioni è pronta a procedere via mare, via aria e con qualsiasi mezzo. L’Egitto non è disposto a far passare il flusso attraverso il suo territorio», ha affermato Katz, aggiungendo che i Paesi disposti ad accogliere i palestinesi espulsi da Gaza attendono l’approvazione di Washington prima di muoversi e che Trump ha sospeso il piano anziché bloccarlo.   Secondo i piani sionisti, la stessa sorte dovrebbe toccare anche all’altra parte della Palestina. L’annessione della Cisgiordaniaconsiderata come il vero premio per Israele dell’attuale crisi, è nei progetti dello Stato Ebraico da tempo. In una trasmissione della scorsa settimana Ben Gvir ha dichiarato che Israele dovrebbe effettuare dai 30 ai 40 «assassinii mirati» a Gaza ogni notte.  

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«Là ci sono persone che non sono vive. Non hanno bisogno di vivere. Non sono persone. Faccio loro un favore chiamandole persone» ha dichiarato il ministro in un podcast.   A giugno il ministro aveva detto che il Libano dovrebbe essere il «parco giochi» di Israele. In precedenza, su X, aveva scritto che «tutto il Libano dovrebbe bruciare», in risposta agli attacchi di Hezbollah.   Come riportato da Renovatio 21, Ben Gvir, come il collega ministro sionista religioso Bezalel Smotrich, ritiene che il popolo palestinese non esista. In questi mesi ha spinto per il ritorno della guerra a Gaza. In varie occasioni si è recato a pregare sulla spianata delle Moschee – atto proibito per gli israeliani – di modo da infiammare gli animi.   Il ministro pochi giorni fa si è mostrato raggiante mentre inaugurava un centro di impiccagioni per palestinesi. Nelle scorse ore Ben Gvir ha postato, per poi cancellarlo, un video fatto con l’IA che lo mostra presiedere ad una sorta di campo di concentramento dove i detenuti sono portati dentro con un nastro trasportatore simile a quelli dei mattatoi.

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Immagine dell’Ufficio di reclutamento della polizia israeliana via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
 
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Geopolitica

Trump: l’Iran è una «piccola guerra» rispetto alla spesa USA per l’Ucraina

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La guerra con l’Iran è «relativamente piccola» per gli Stati Uniti rispetto all’enorme quantità di armamenti che Washington ha fornito all’Ucraina sotto la presidenza di Joe Biden, ha dichiarato il presidente Donald Trump. Ha sostenuto che il suo predecessore ha consegnato a Kiev armi per un valore di 300 miliardi di dollari gratuitamente.

 

Trump ha espresso queste valutazioni rispondendo alle domande dei giornalisti durante un evento nello Studio Ovale lunedì, mentre i combattimenti in Medio Oriente sono ripresi dopo settimane di relativa calma. Domenica le forze statunitensi hanno colpito due lanciarazzi iraniani sull’isola di Larak nello Stretto di Ormuzzo, provocando la reazione di Teheran con attacchi missilistici contro le forze americane in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti.

 

Interrogato sul fatto che la prolungata operazione contro l’Iran stesse prosciugando le risorse militari statunitensi necessarie altrove, Trump ha sminuito la preoccupazione. «Questa è una guerra relativamente piccola per noi. Non è una guerra di grandi proporzioni», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno «così tante munizioni e rifornimenti» dislocati in tutto il mondo da poter attingere a ulteriori risorse in caso di necessità.

 

«Sapete dove sono finiti i soldi? In Ucraina», ha proseguito Trump, sostenendo che, in confronto, Washington ha usato «pochissime» armi contro l’Iran.

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Il presidente statunitense poi messo a confronto le spese americane per l’Iran con il sostegno di Washington all’Ucraina sotto il suo predecessore. «Joe Biden ha dato all’Ucraina beni per un valore di oltre 300 miliardi di dollari, gratis», ha detto Trump, aggiungendo che sotto la sua amministrazione l’Ucraina «deve pagarli» attraverso i membri europei della NATO.

 

La cifra di 300 miliardi di dollari è ampiamente contestata. Un rapporto di maggio dell’Ispettore Generale Speciale per l’Operazione Atlantic Resolve ha stimato gli stanziamenti totali degli Stati Uniti per l’Ucraina e la più ampia risposta al conflitto a circa 195 miliardi di dollari da febbraio 2022, di cui 67,8 miliardi di dollari sono stati destinati ad articoli e servizi di difesa per Kiev.

 

La definizione di «piccola guerra» data da Trump al conflitto con l’Iran arriva nel suo settimo mese, nonostante le sue ripetute dichiarazioni di vittoria. All’inizio di aprile aveva proclamato una «vittoria totale e completa» e da allora ha ripetutamente affermato che Washington aveva vinto o era vicina a porre fine al conflitto.

 

La guerra ha assorbito armamenti statunitensi per miliardi di dollari, con il segretario alla Guerra Pete Hegseth che ha stimato il costo complessivo a 37,5 miliardi di dollari entro luglio. Washington ha lanciato oltre 850 missili da crociera Tomahawk solo nelle prime quattro settimane, nonostante ne produca solo poche centinaia all’anno, insieme a più di 1.000 intercettori Patriot e THAAD.

 

La pressione ha inciso anche sulle scorte di armi statunitensi in Europa, dove le forniture di intercettori Patriot e altre munizioni chiave sono scese a livelli «oltre la soglia critica», poiché le armi vengono dirottate verso il Medio Oriente, secondo quanto riportato la scorsa settimana dai media, che citano funzionari statunitensi e della NATO.

 

Nel frattempo, Washington ha intensificato la pressione economica su Teheran. Il segretario del Tesoro Scott Bessent ha avvertito domenica che gli Stati Uniti potrebbero scatenare una «violenza finanziaria» contro l’Iran, minacciando di imporre nuove sanzioni secondarie ogni settimana per punire Teheran e coloro che intrattengono rapporti commerciali con essa.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

 

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