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La pallavolo, la Jugoslavia, l’Italia, Djokovic, i vaccini, le Olimpiadi: Renovatio 21 intervista la leggenda del Volley Nikola Grbic

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Nikola Grbić è una leggenda della pallavolo serba e mondiale. Palleggiatore olimpionico, ha conquistato l’oro a Sydney 2000 e numerosi titoli internazionali con la nazionale jugoslava/serba. Il suo palmarès comprende anche un ricco bottino di trofei con i club, tra cui due scudetti e due Champions League.

 

Il suo percorso sportivo, durato quasi vent’anni in Italia, è stato continuo e di altissimo profilo. Dopo il ritiro dall’attività agonistica, Grbić si è affermato come allenatore di grande prestigio, apprezzato per leadership, competenza tecnica e mentalità vincente.

 

Oggi è commissario tecnico della Polonia, con cui ha conquistato la medaglia d’argento agli ultimi Giochi Olimpici di Parigi. Serbo – jugoslavo… – di nascita, italiano d’adozione e cittadino del mondo, Nikola Grbić si racconta in questa intervista a Renovatio 21, parlando di pallavolo, famiglia e valori sportivi, e offrendo uno sguardo su una disciplina che oggi gode di grande visibilità e partecipazione di pubblico, soprattutto in Italia, sede di uno dei campionati più prestigiosi al mondo.

 

La pallavolo è una questione di famiglia per te, perché tuo padre è stato un giocatore di pallavolo. Hai eredito questa passione che poi è diventata una professione.

Sono cresciuto in un paesino di 2.500 abitanti. Ho vissuto un’infanzia belli ssima, perché eravamo sempre fuori a giocare a pallacanestro, a calcetto e a pallavolo. L’attività fisica era sempre presente, nonostante non avessimo una palestra. Avevamo a disposizione una vecchia casa tedesca – ereditata dalla seconda guerra mondiale – dove in un soggiorno enorme avevano messo due attrezzi per fare una sorta di ginnastica in inverno.

 

Non abbiamo avuto la possibilità di fare educazione fisica in una palestra vera e propria. Solo negli anni Novanta, quando già ero andato via, l’hanno finita di costruire. A me piaceva molto giocare a calcetto e calcio, ed ero molto bravo, almeno penso [ride]. Quando però è arrivato il momento di scegliere, papà mi ha detto: «Tu giochi a pallavolo». A me piaceva, sia chiaro, però il suo è stato più che un suggerimento, diciamo così. Devo dire che ha fatto molto bene, perché conoscendo il mio carattere e conoscendo il mondo del calcio, soprattutto in Serbia, è stata una scelta e una decisione più che giusta.

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Tra le righe leggo comunque un ottimo rapporto tra te e tuo padre.

Sono quello che sono grazie a lui, perché ha avuto una grande influenza su di me, anche se non è mai stato un padre troppo affettuoso. La sua vita è stata caratterizzata da molte difficoltà. I suoi genitori, dopo la Seconda Guerra Mondiale, furono portati con i treni in Voivodina dalle zone rurali dell’Erzegovina, della Bosnia e del Montenegro. Quelle zone un tempo appartenevano all’Impero Austro-Ungarico e poi alla Germania. Una volta terminato il conflitto bellico hanno cercato di cancellare ogni traccia residuale di quel brutto periodo e c’era bisogno di popolare zone semi disabitate. Per incentivare ciò veniva dato un pezzo di terra e una casa a molte famiglie.

 

Tutto ciò avvenne quando mio padre era adolescente e di conseguenza è cresciuto in povertà. Non avevano niente. Mio babbo mi ha cresciuto con una disciplina rigida, ma giusta. Diceva sempre: «Se vuoi fare una cosa, falla e falla bene, sennò lascia perdere». Mi ha trasmesso questa mentalità. Non sarei quello che sono, non avrei vinto quello che ho vinto, se non fosse per questo tipo di educazione che mi ha impartito. Un approccio mentale e una disciplina ferrea e decisa. 

 

Il tuo primo contatto col professionismo avviene proprio in Serbia.

Era il 1991. C’era una doppia licenza al tempo: alcuni giocatori giovani ingaggiati da una società di serie A, avevano la possibilità di giocare in un campionato di tre divisioni più basso. Se io mi allenavo con la squadra, essendo molto giovane, avrei avuto zero possibilità di giocare le partite. Usando questa metodologia hanno dato la possibilità ai ragazzi che si allenavano con la prima squadra, di giocare in categorie minori.

 

Giocavo nella squadra del paese dove andavo a scuola, in quarta divisione, e ogni tanto mi aggregavo con la prima squadra. Quando ho compiuto i diciotto anni ho firmato un contratto professionistico di due anni più due. Ho giocato lì due anni, ho fatto un anno di militare e poi son venuto in Italia. 

 

A ventun anni vieni ingaggiato dalla squadra di Montichiari, la Gabeca Pallavolo. Squadra nuova e nazione straniera: che impatto hai avuto, vista anche la tua giovane età?

È stato un sogno che si è avverato, perché in quel periodo il campionato italiano era il più forte in assoluto. Tutti i giocatori di altissimo livello di tutte le nazionali quali Russia, Brasile, Olanda, giocavano in Italia. La cosa complicata è che al tempo c’era la possibilità di avere solo due stranieri per squadra e non quattro come adesso. Sono stato fortunato, perché quella squadra e quella dirigenza hanno scommesso su di me.

 

Considera che non avevo nemmeno esperienze di nazionale. Quella squadra aveva tutte le premesse per fare qualcosa di importante, quantomeno di entrare tra le prime quattro in campionato. Fu una possibilità clamorosa che mi si prospettò e ho cercato di impegnarmi al massimo. All’inizio fu difficile, perché non parlavo una parola di italiano e il mio inglese non era fluente.

 

In televisione tutti parlavano in italiano, andavo al supermercato e tutti parlavano italiano e non c’era Google Translate [ride]! Ho impiegato quattro mesi per imparare la lingua e iniziare a capire. Non ho preso nemmeno una lezione d’italiano in tutta la mia vita. Tutto quello che so l’ho imparato vivendo, ascoltando e conversando con la gente. È stato un impatto non facile, sotto tutti i punti di vista: emotivo, di maturità e di solitudine, perché ero lontano dalla mia famiglia e dalla mia terra.

 

Pensa che nell’appartamento dove alloggiavo, essendo nuovo, non avevano ancora istallato il telefono fisso e per chiamare i miei familiari andavo in una cabina telefonica lungo la strada e con una scheda da cinquemila lire parlavo qualche minuto con casa mia. 

 

Immagino che la tua famiglia ti abbia appoggiato in questa tua scelta professionale.

Assolutamente! Ho avuto sempre il massimo supporto.

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La tua carriera da giocatore è prevalentemente in Italia, ma il tuo ultimo anno – stagione 2013/2014 – lo giochi in Russia. Che ambiente hai trovato rispetto al campionato italiano? 

Ero un giocatore maturo, avevo quarant’anni e padre di due figli. Ho avuto la fortuna e l’opportunità di giocare nel Volejbol’nyj klub Zenit-Kazan’ che è a tutt’oggi una delle squadre più forti al mondo. È una società con grandi ambizioni che investe molti danari. Ha giocatori di livello altissimo, allenatore e staff tecnico non ti dico. Tutti al top.

 

Non è un club come tanti, e se non fosse arrivata una richiesta da un club così importante forse sarei rimasto a Cuneo e finito la mia carriera lì. Successe che si fece male un titolare che doveva stare fermo per sei mesi e mi contattarono all’improvviso. Una città bellissima, un allenatore con cui ancora oggi sono in buoni rapporti, il suo secondo era Tom Totolo che chiamai quando allenai la Serbia nel mio ultimo anno. È stata un’esperienza bellissima sotto tanti punti di vista, al di là dell’aspetto economico.

 

La tua carriera pare non conoscere pause. Nella primavera del 2014 ti ritiri da giocatore e inizi subito ad allenare.

Ho avuto cinque giorni di pausa!

 

Come è avvenuto questo cambio di ruolo? È stata una scelta meditata quella di intraprendere la carriera di allenatore?

Mi chiama Slobodan Kovač, che aveva firmato come CT dell’Iran, e mi dice che la nazionale non gli permetteva il doppio incarico e lui era costretto a lasciare la Sir Safety Perugia. Nel frattempo Gino Sirci [presidente della Sir Safety Perugia, ndr] aveva preso informazioni su di te tramite Kovač. La domenica gioco la mia ultima palla e il lunedì mi chiama Gino. Gli ho chiesto due giorni per pensarci e nel frattempo mi sono confrontato col mio procuratore per chiedergli se potesse trovarmi un altro ingaggio [ride]!

 

Avevo appena vinto il campionato in Russia, ed è vero che avevo quarant’anni, però vista la vittoria potevo ambire ad un altro anno di contratto. In realtà ci fu concretamente questa possibilità, perché la squadra di Cuneo sembrava che dovesse spostarsi a Torino con un nuovo sponsor molto importante, ma la piazza di Cuneo protestò e non permise questo cambio di location. Il presidente mi voleva in quella squadra e ambivo a due anni di contratto. Sarebbe stata una chiusura perfetta per la mia carriera per poi decidere con calma sul futuro.

 

Non se ne fece nulla e così richiamai Sirci e accettai il mio primo incarico da allenatore. È stato difficile perché io in quel momento, appena finito di giocare, pensavo di sapere tutto con la mia lunga esperienza da giocatore costellata di tante vittorie. Invece non sapevo nulla! Conoscevo benissimo la pallavolo, questo è chiaro, ma non avevo contezza di quelle cose legate all’organizzazione, alla preparazione, ai video, alla comunicazione, ad organizzare lo staff e alla gestione di quattordici giocatori. È un altro mondo.

 

Quell’anno mi ha subito maturato. Dopo ho firmato per la Serbia. Se ti chiama la tua nazionale e non ci vai? A tutt’oggi a Gino ancora non piace condividere l’allenatore e decise di non prolungarmi il contratto in quanto mi ero impegnato con la Serbia. Da lì in poi è stata una progressione in crescendo; ogni anno imparavo qualcosa di più e tutto quel percorso mi ha aiutato a diventare quello che sono oggi. 

 

Immagino che la giornata tipo del giocatore e quella dell’allenatore siano sostanzialmente diverse.

Certo che sono diverse. Da giocatore pensi solo a te stesso, hai il tuo tempo libero e non ti preoccupi di nulla, quando arrivi all’allenamento c’è qualcuno che ti dice quello che devi fare e come ti devi allenare. Un allenatore invece si preoccupa di preparare e fare di tutto perché tutti i giocatori siano al loro massimo per affrontare al meglio la gara: tecnicamente, tatticamente, fisicamente e mentalmente. Da giocatore avevo la possibilità di cambiare il risultato, di cambiare qualcosa con il mio gioco, con una mia azione, che sia un muro, una battuta, una schiacciata.

 

Ero coinvolto nel match da protagonista. Da allenatore guardo diciotto partite, preparo la tattica, preparo la squadra in base anche agli avversari, come giocano, quello che fanno e di conseguenza hai un approccio diverso alla partita. Faccio degli schemi che dovranno eseguire e se tutto va per il verso giusto e vincono, quanto siamo bravi. Se si perde, quanto sono scarso come allenatore perché non li ho guidati bene. Se la squadra non va il primo che si sostituisce è l’allenatore. Se le cose non vanno è chiaro che l’allenatore ha le sue colpe e le sue responsabilità, ci mancherebbe, ma essendo stato giocatore lo so come funzionano certi meccanismi.

 

Gli ultimi anni della mia carriera da giocatore, oramai riuscivo ad avere una visione a tutto tondo della situazione e se avessi voluto far cambiare l’allenatore, lo potevo fare tranquillamente. Fare l’allenatore, rispetto al giocatore, è una posizione più a rischio: in caso di troppe sconfitte viene esonerato il coach e difficilmente vengono sostituiti i giocatori. È prassi infatti che gli allenatori firmino contratti della durata media di due anni. 

 

Questa è stata ed è una sfida ulteriore che ti si pone nella tua vita sportiva e professionale.

Da allenatore sono stato licenziato tre volte, e tutte e tre le volte, a posteriori, le società si sono pentite di quella scelta, ma fa parte del gioco. Oramai ho gli anticorpi, so che è parte del nostro lavoro e io sono tranquillo, perché prima di iniziare un’avventura con chiunque, io dico: «Queste sono le condizioni per cui io possa lavorare bene. Ho bisogno di queste cose…».

 

E non è mai una questione di soldi, anzi, i soldi non sono in cima alla scala delle mie priorità. Se una società riesce a darmi ciò di cui necessito, allora instauriamo un rapporto professione. Se invece, ad esempio, vi è una dirigenza, un presidente che pretende di fare la formazione, decidere chi gioca e chi no, allora non se ne fa nulla.

 

Altri miei colleghi, pur di allenare un top team farebbero di tutto, io no. Ho le mie regole e una mia etica di lavoro. Se devo prendermi una responsabilità deve essere come dico io, non perché io penso di essere più importante del presidente o il più bravo del mondo, ma semplicemente vorrei delle condizioni in cui possa svolgere bene il mio lavoro. Se ci sono le condizioni bene, altrimenti non se ne fa nulla e va bene così. A volte i risultati arrivano, altre volte meno. Le variabili sono molteplici: gli infortuni, la sfortuna, lo scarso rendimento di qualche giocatore…

 

Può succedere che un tuo giocatore di punta possa attraversare un momento personale difficoltoso e riversarlo nel suo modo di giocare andando a inficiare le sue performance e di conseguenza quelle della squadra?

Ti potrei parlare di tanti di quei momenti che incidono nel risultato finale che sono al di fuori dal mio controllo. Nell’ultimo anno che ho allenato a Perugia [2022, ndr] abbiamo giocato quasi tutta la stagione senza Roberto Russo che è il miglior centrale italiano da anni. Abbiamo giocato con Stefano Mingozzi e Fabio Ricci, che con tutto il dovuto rispetto non sono dei top player come Russo. Wilfredo León scoprì una calcificazione al ginocchio che poi ha dovuto operare e con la testa non era al cento per cento.

 

Oleh Plotnyc’kyj ha avuto una stagione stupenda, ma a fine febbraio scoppia la guerra in Ucraina [2022, ndr] e lui essendo ucraino, era fortemente preoccupato per la situazione e stava sempre al telefono con i suoi cari e di fatto in quel periodo era inutilizzabile. Ce ne sono tante di situazioni così di cui io, come allenatore, non posso avere il controllo. La mancata vittoria in quell’anno e la firma per la nazionale polacca hanno sancito il mio addio alla Sir Safety Perugia. 

 

Nel ruolo di allenatore, quanto sono importanti le tecniche e le tattiche e quanto gli aspetti psicologici nei rapporti con gli atleti?

È tutto molto importante. Io ti posso preparare mentalmente e tu fai tutto quello che c’è da fare, ma se non ce la fai tecnicamente è del tutto inutile. Se tu tecnicamente e fisicamente sei pronto, ma hai paura nei momenti importanti, non raggiungi comunque il risultato. Io preferisco che uno abbia carattere. Un carattere forte – ovviamente parliamo di giocatori che possono giocare in un top club come Perugia ad esempio – può superare ogni ostacolo, anche con qualche carenza tecnica. Al come devo scegliere un giocatore per la mia squadra mi sono ispirato a Željko Obradović, ex allenatore di basket che ha vinto nove Coppa dei Campioni – Eurolega con cinque squadre diverse.

 

Lui chiama cinque persone di cui si fida e che hanno lavorato col giocatore in questione; se una di queste cinque persone gli dice una cosa negativa, non lo prende. Io cerco di usare il medesimo sistema, preoccupandomi soprattutto del carattere del giocatore, senza seguire in maniera rigida le statistiche sportive. Mi interessa sapere se è disciplinato e se sa stare nel gruppo. Se hai una testa calda nel gruppo che non riesce a capire l’importanza della squadra, ti crea più problemi che altro. 

 

C’è un allenatore che ti ha particolarmente ispirato?

Tanti! Ho avuto la fortuna di lavorare con molti allenatori di altissimo livello quali Julio Velasco, Gian Paolo Montali, Daniele Bagnoli, Vladimir Alekno… Ognuno mi ha insegnato qualcosa, perché sono diversi tra loro. Uno è più management della squadra e dei giocatori, un altro ha un approccio psicologico maggiore, da un altro ho appreso la disciplina, da un altro la tattica. Altri allenatori mi hanno insegnato come non bisogna fare assolutamente, ed è importante anche quell’aspetto. per cui, nel bene e nel male, ho appreso da diversi coach. Apprendere come una cosa non la si deve fare, è un grande aiuto comunque.

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Come gestisci e come hai gestito, nel corso del tempo, la famiglia e la professione?

È una grande difficoltà. Mi è capitato nel corso della mia carriera di dovere essere staccato dalla famiglia, come quando andai a giocare in Russia. Mia moglie è rimasta con i nostri due figli piccoli a Cuneo. Eravamo divisi e non riuscivamo a vederci spesso, perché la Russia non è proprio dietro l’angolo e anche con l’aereo ci vuole il suo tempo. Due giorni liberi non bastavano, perché le distanze sono enormi. Stesso discorso quando giocavo in Polonia. Abbiamo cercato sempre di stare insieme a prescindere e alcune scelte della mia carriera sono dovute alla situazione di famiglia. Magari sarei potuto andare non so dove, perché sarebbe stato importante per la mia carriera, ma avrei avuto notevoli difficoltà con i miei cari.

 

A volte i soldi non sono tutto. La ragione per cui io adesso non prendo un club da allenare è perché ho voluto stare di più con i miei figli. Fare il commissario tecnico di una nazionale mi concede più tempo libero. Negli ultimi quattro anni sto di più a casa e faccio il babbo. Li porto i ragazzi agli allenamenti… gli faccio da tassista [ride]! Se allenassi un club sarei impegnato quasi tutto l’anno e tutti i giorni della settimana. È un momento della nostra vita che sto abbracciando con grande calore perché mi permette di passare del tempo con i miei figli che vivono un momento – che è l’adolescenza – dove hanno bisogno del padre. Vivo un tempo qualitativo che non ho mai avuto fino ad ora. È una cosa importante questa, perché so quanto sia difficile per i giocatori che hanno la famiglia spostarsi, scegliere i contratti sulla base di come è la città in cui si trova il club, capire se la moglie vuole o meno trasferirsi. Sono tante le variabili.

 

Nel 2019, per due anni, alleni i polacchi dello Zaksa. Grandi vittorie e grandi soddisfazioni con la conquista della Champions League. Ci racconti quell’esperienza?

Ero al mio secondo anno quando abbiamo vinto la coppa. Il primo anno sono arrivato e il giocatore più forte che avevano, Sam Deroo, andò alla Dinamo Mosca, ma quando firmai il contratto ancora era presente in rosa. Ciò comportò che alla scadenza del mercato dovemmo cercare, in fretta e furia, un sostituto alla sua altezza, ma invano. È venuto Simone Parodi, con cui ho giocato quando aveva ventitré anni, vincendo tanto insieme.

 

È un ragazzo che adoro, però al tempo arrivò che aveva trentasei anni e di fatto era a fine carriera. Quella prima stagione fu interrotta a marzo a causa della pandemia COVID, però nel corso di quei mesi ho potuto scegliere i giocatori per l’anno successivo. Con quella squadra abbiamo vinto quando era più difficile di quanto lo sia ora, perché una volta scoppiata la guerra in Ucraina le squadre russe sono state estromesse dalle competizioni europee.

 

Lo Zaksa ha vinto tre Champions League: la prima contro Kazan, la seconda sarebbero dovuti andare a giocare la semifinale contro la Dinamo Mosca, che era fortissima, proprio nella capitale, ma il match fu annullato causa conflitto bellico. Poi hanno vinto la coppa, ma quella semifinale sarebbe stata veramente dura da superare sul campo. Non voglio assolutamente sminuire nulla, anche perché hanno vinto tre coppe consecutive con tre allenatori diversi. Evidentemente la squadra c’era. Mi ricordo che al sorteggio di quella Champions speravo di non beccare né Civitanova, né Kazan.

 

Quarti di finale Lube Civitanova e semifinale Kazan [ride]! La prima partita con Kazan perdevamo 2 a 0 a casa loro, ma abbiamo vinto. Fu un cammino tutto in salita e in finale incontrammo Trento. Abbiamo vinto una Champions League quarantasei anni dopo l’ultima vittoria di una coppa da parte di una squadra polacca. È stato un successo imparagonabile! Il mio primo trofeo internazionale da allenatore. 

 

Tu e la tua famiglia vivete da tempo a Perugia. È stata una scelta di cuore?

È stata una scelta di mia moglie [ride]! A me piace, abbiamo tanti amici qua, ma per quanto mi riguarda è lontana dall’aeroporto di Roma e per me che viaggio spesso, non è una grande comodità. È una città dove si vive bene, è tranquilla. Mia moglie ci sta bene. Aggiungo un’altra cosa: prima della vittoria di Champions con lo Zaksa avevo firmato un prolungamento del contratto con loro.

 

Abitavamo con la mia famiglia a Katowice e per raggiungere la sede degli allenamenti mi facevo un’ora di macchina tutti i giorni. Vista la logistica non troppo comoda un po’ per tutti, ci eravamo promessi che io sarei rimasto lì e i miei familiari sarebbero tornati in Serbia. Mi richiamano da Perugia e io per forza ho preso in considerazione la proposta, cosa che non avrei fatto per nessun’altro club. E così prendemmo la decisione di tornare a Perugia che è una scelta di vita. Ovviamente a livello professionale era un grande stimolo, perché Perugia ha una squadra molto forte.

 

Però allo Zaksa stavo benissimo con tutti: con il presidente, con lo staff e con i giocatori. Quando mi arrivò l’offerta da Perugia – significativamente più alta rispetto a quella dello Zaksa – Sebastian Świderski fece carte false pur di trattenermi. Lo ringrazio sentitamente perché fece di tutto per tenermi, ma la scelta di Perugia è stata una scelta per la famiglia, per stare finalmente insieme. Lui ha capito la situazione. 

 

Ti piacerebbe tornare a vivere in Serbia in futuro?

A vivere no, perlomeno ancora no.

 

Come vedi dall’esterno la situazione politica nel tuo paese?

Adesso è difficilissimo dal punto di vista politico e dal punto di vista della vita. La gente è polarizzata: o sei pro o sei contro. Non c’è una via di mezzo. Purtroppo non è un ambiente dove io vorrei crescere i miei figli. Per quanto mi riguarda io potrei tornare a casa mia, nella mia cittadina dove ci sono duemila cinquecento abitanti, sto bene lo stesso.

 

Ne abbiamo parlato in famiglia, ma al momento non ci sono i presupposti. Se ne parla spesso, perché è il nostro paese, perché anche mia moglie è serba. Abbiamo una bella casa a Belgrado. Volendo potremmo, però al momento va bene così. Mai dire mai in futuro.

 

La Serbia ha tanti campioni importanti nel mondo dello sport. Su tutti il campionissimo di tennis Novak Djokovic che pochi anni fa fu al centro di una polemica – in piena era pandemica – quando tenne il punto e non retrocedendo di un millimetro riguardo la sua legittima scelta di non sottostare all’imposizione vaccinale dimostrando un carattere molto determinato. Questa determinazione caratteriale è una caratteristica del vostro popolo?

Adesso è un eroe, mentre ai tempi fu crocifisso. Credo che noi serbi abbiamo questa prerogativa, che non è un capriccio, non è semplice orgoglio di per sé, ma un misto di sensazioni. Quando ci troviamo in una situazione dove il mondo è contro di noi, o quando l’avversario è più forte di noi, noi abbiamo una forza interiore che non riesco a spiegare.

 

Gli americani si stupiscono per i vari colpi che abbiamo in campo quando affrontiamo un match, e pensano che facciamo degli esercizi particolari per crearli. In realtà non è così, noi giochiamo sin da piccoli e sin dall’infanzia abbiamo questa sana competizione: fare di tutto per battere l’avversario, non importa se ci giochiamo il gelato o uno scudetto. È uguale, io voglio batterti. Quanto una competizione è difficile, tanto più sale la motivazione di superare le difficoltà.

 

Novak in questo è stato incredibile. Non credo ci sia un altro esempio nella storia di questo tipo. Lui è rimasto stoico quando tutto il mondo gli andava contro. Lo deridevano chiamandolo anziché col suo nome, Novak, lo apostrofavano chiamandolo «NoVax», per prenderlo in giro. Tutte le forze massmediatiche erano contro di lui. Arrivarono a segregarlo in quell’albergo squallido, non so se ti ricordi, quando andò in Australia. Delle cose mai viste.

 

Oggi quando si scopre cosa fa questo vaccino – una truffa mai vista – per molti è diventato un eroe. Mi ricordo quei momenti. Non era semplice prendere una decisione. Ricordo alcuni amici che decisero di non vaccinarsi e tutti quanti gli andavano addosso che non ti dico. È stato un periodo che spero non si ripeta mai più. 

 

In quel periodo una personalità così forte come Djokovic ha saputo rimanere con la schiena diritta nonostante tutto il mondo lo criticasse. Per molti credo sia stato da esempio, non pensi?

Assolutamente sì! 

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Un passo indietro. Olimpiadi di Sidney 2000. Con la nazionale jugoslava vincete l’oro olimpico dopo il bronzo conquistato ad Atlanta ’96. In semifinale giocate contro l’Italia e in finale contro la Russia. L’oro olimpico è la vittoria più ambita da ogni sportivo.

Per la pallavolo si, mentre per il calcio non è così ad esempio. Noi progressivamente stavamo crescendo dopo il bronzo alle Olimpiadi. Quando siamo partiti per Sidney c’era la possibilità per noi di vincere una medaglia, non si diceva, però eravamo tra i papabili. Purtroppo la persona che ha organizzato il nostro rientro da Sidney non pensava andasse così e ci prenotò il volo la sera del giorno della finale. Andammo a giocare la finale olimpica portandoci appresso tutti i nostri bagagli e una volta terminata la partita il responsabile ci disse: «Va bene ragazzi, abbiamo vinto l’oro, ma dobbiamo sbrigarci sennò perdiamo l’aereo!». Non abbiamo avuto neanche un momento per celebrare o andare in giro a festeggiare.

 

Il nostro sponsor tecnico ci aveva organizzato una nave tutta per noi per fare festa, ma non se ne fece nulla. Tornati in Serbia troviamo Belgrado sotto le barricate per i tumulti politici che c’erano al tempo e ci sconsigliarono di andare in centro città a festeggiare. È stato un periodo complicato per il mio popolo, ma a me egoisticamente dispiacque, perché dopo aver vinto la medaglia più prestigiosa, non potemmo neanche celebrare questa vittoria per il timore che qualcuno potesse approfittare di quella festa per scopi politici.

 

Andammo così a Novi Sad, dove anche lì c’era un meeting di protesta, ma quando arrivammo tolsero tutti gli striscioni e le bandiere politiche e ci accolsero con grande calore. Fu una celebrazione sincera, almeno per quella mezz’ora! Dopo le olimpiadi di Atlanta, quattro anni prima, dove conquistammo il bronzo, tornammo in patria in agosto e c’erano trecentocinquanta mila persone in centro città ad applaudirci. Fu meraviglioso! Per l’oro anche il clima ci fu avverso, perché era ottobre, pioveva e faceva freddo. 

 

A Sidney fu più difficile per voi la semifinale contro l’Italia o la finale con la Russia?

I quarti di finale contro l’Olanda che vincemmo 3 a 2. Quello fu uno spartiacque per noi. Gli incontri successivi li giocammo contro le due squadre con le quali perdemmo nel girone! Perdemmo nel primo match 3 a 1 contro la Russia e 3 a 2 contro l’Italia, ma in semifinale e in finale fu tutta un’altra storia. Pensa che ancora non ho rivisto le partite. La prima volta che ho visto quella finale in televisione fu quindici anni dopo.

 

Ero allenatore della nazionale serba e alle tre di un pomeriggio la federazione organizzò una festa per i quindici anni dalla vittoria olimpica. Dopo la festa salimmo sul bus per andare in Bulgaria a giocare delle amichevoli. Nel pullman apro il portale delle news e vedo un articolo riguardo la nostra vittoria con un link video. Pensavo fosse un reportage, invece c’era la partita per intero! Un’ora e sette minuti. Me la sono guardata tutta e non sapevo che fosse finita in così poco tempo. Pensavo fosse durata di più. Il resto delle altre partite non le ho mai riviste. Mi piacerebbe prima o poi riguardarle. 

 

I ricordi più veri e più nitidi li hai dentro di te.

Eh sì!

 

Gli anni della guerra in Jugoslavia, te come li hai vissuti?

Ero in Italia per fortuna. La guerra nella ex Jugoslavia era partita in Slovenia e piano piano stavano cercando di buttare fuori le forze del regime e le armate della Jugoslavia per sostituirli con i militari sloveni o croati. In questa ritirata, chiamiamola così per intenderci, la guerra si è trattenuta più a lungo in Bosnia e in alcuni luoghi della Croazia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Tito aveva incoraggiato la gente a coabitare, a fare dei matrimoni misti tra musulmani e croati, tra serbi e croati e così via. Si sceglievano le donne di un’altra etnia per rinforzare la coesione tra i popoli slavi.

 

Specie in Bosnia potevi trovare un paesino che era musulmano e pochi chilometri più in là trovare tutti serbi e più in là ancora tutti croati. Era poi difficile rivendicare le proprie terre a quel punto. Fortunatamente il conflitto vero e proprio non è mai arrivato in Serbia. I miei genitori vivevano sotto embargo. C’era la benzina che era pesantemente razionata: avevano un buono di trenta litri al mese e aspettavi in fila al distributore per giorni interi. Momenti difficilissimi. 

 

Tornando allo sport, prima hai fatto un accenno al bronzo di Atlanta ’96. Che emozione fu per te quella prima importante medaglia? Eri molto giovane.

Avevo ventitré anni. mi ricordo che per quell’olimpiade ci furono diverse polemiche perché erano i cento anni dalla prima edizione e tutti pensavano che fosse naturale assegnare la sede ad Atene, ma probabilmente alcuni fecero forti pressioni affinché si assegnassero agli Stati Uniti. Mio padre è stato capitano della nazionale e il massimo che aveva vinto fu un bronzo agli Europei.

 

Quando ci siamo qualificati per le olimpiadi posso dire di averlo superato, perché lui non riuscì in questa impresa. Aver vinto poi nei quarti di finale contro il Brasile, che erano i campioni olimpici in carica, fu un risultato clamoroso ed eravamo in zona medaglia. Dall’eccitazione agonista non riuscii a dormire, te lo giuro!

 

Quando abbiamo battuto la Russia per la seconda volta – 3 a 1 nella finale terzo e quarto posto – faccio fatica a spiegarti l’emozione che avevo. Ero ad inizio carriera e capisci che quelle emozioni sono state veramente intense. Potevo anche smettere di giocare a pallavolo dopo questo incredibile inizio di carriera! Fu un flash questa sensazione, ma racchiude l’intensità di quello che provavo per la conquista di un bronzo olimpico. 

 

Faccio un salto temporale di molti anni. Alle Olimpiadi di Parigi 2024 tu sei il commissario tecnico della Polonia. Vincete la medaglia d’argento. Un’altra medaglia, ma stavolta in un ruolo diverso. Che ricordi hai?

È diverso. Io sono diverso.

 

Vivendo le Olimpiadi da sportivo, hai visto dei cambiamenti nel corso delle varie edizioni in cui hai preso parte?

Tante cose sono sempre uguali e alcune cose sono cambiate, di solito in meglio. Noi arrivammo al villaggio olimpico di Parigi nel pomeriggio e per cena siamo scesi alla mensa più vicina a noi e abbiamo aspettato quaranta minuti come tutti gli altri, perché era il giorno antecedente alla festa di apertura. In Francia fu la prima volta che non partecipai alla cerimonia di apertura, perché giocavamo il giorno dopo e dovevamo rimanere concentrati in vista dell’esordio. Va bene che la prima era contro l’Egitto, ma è sempre un incontro che non deve essere preso alla leggera. 

 

Ogni Olimpiadi si porta appresso uno strascico di polemiche e Parigi non fece di certo eccezione.

Le polemiche ci sono sempre. Quello che a me non è piaciuto è stata la cerimonia di apertura. C’era quella parte della celebrazione dell’amore o che ne so – non ho niente contro – però vedendola dalla tv non mi piacque per niente. Qualche cosa che non va c’è sempre, dall’alloggio, ai pasti… però ricordo una sala pesi molto ben attrezzata e a disposizione della nostra squadra e di quella femminile.

 

Mi ricordo che dissi ai ragazzi: «Come è per noi è per tutti quanti, quindi concentrati, perché i futuri campioni mangiano dove mangiate voi e dormono negli alloggi come i vostri. È così per tutti». Quando sei giocatore è diverso come esperienza, perché come ti ho detto anche prima, sei protagonista vero in campo. Come allenatore ho un ruolo senz’altro importante, però sto fuori dal campo di gioco. 

 

Ti viene la voglia, ogni tanto, di varcare quella linea e tornare a giocare?

All’inizio si! Adesso no. 

 

Nel 2001 vinci l’oro ai Campionati Europei con la Jugoslavia battendo l’Italia in finale. In quell’edizione sei stato nominato anche miglior palleggiatore. Una doppia soddisfazione.

Credo di avere vinto diverse volte il premio di miglior palleggiatore, ma non ho mai badato a questo tipo di riconoscimento. Abbiamo vinto gli Europei ed è quello che conta veramente. 

 

Fu complicata quella finale contro i ragazzi italiani?

Finimmo in un’ora. 3 a 0. Non c’è stata partita. La Russia fu un avversario più difficile, però anche a loro rifilammo un 3 a 0. Abbiamo dominato quell’Europeo, soprattutto verso la fine, perché eravamo ancora più forti dell’anno prima a Sidney. Eravamo più maturi e avevamo una grande forza agonistica. 

 

Passando alle squadre di club, con il Treviso vinci la Coppa dei Campioni nella stagione 1999/2000.

A Treviso è stata la più difficile esperienza della mia carriera professionale. Sono stato malissimo, anche se è stato l’anno in cui ho vinto di più con un club. Vincemmo la Coppa Italia che non vincevano da sette anni, poi partecipammo alla Supercoppa Europea che se la giocavano ai tempi le finaliste della Coppa Campioni, della CEV e della Coppa delle Coppe. Un torneo importante.

 

Purtroppo perdemmo Lorenzo Bernardi per infortunio e conseguente operazione – infatti saltò le Olimpiadi di Sidney – e Samuele Papi che si infortunò prima del primo match. Vista la situazione emergenziale giocammo in recezione con Alberto Cisolla, che generalmente giocava come secondo opposto, e Marcos Milinković che giocava in nazionale come opposto e a Treviso come centrale.

 

C’era Daniele Bagnoli come allenatore, una figura carismatica e io come giocatore ero più debole caratterialmente. Avevo quattro anni di contratto, ma mi hanno mandato via senza pagare una lira. Milano, con cui ho poi firmato, ha dovuto pagare una penale di qualche migliaio di euro. È stata un’esperienza difficile, per non dire altro. 

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Hai giocato con tanti campioni talentuosi come te. Visto che lo hai citato, Lorenzo Bernardi a detta di tutti è un campione senza tempo. Me lo confermi?

Non è facile amarlo, perché non si fa amare, però credo abbia una forza agonistica senza pari e tutti, io compreso, se dovessimo giocare una finale lo vorremmo in squadra. 

 

Nel 2007 passi al Trentino Volley e vinci il tuo primo scudetto contro Piacenza. L’anno dopo arrivi secondo sempre contro Piacenza in un match tiratissimo al quinto set e all’ultimo punto.

Non ci ho dormito per sei mesi! Abbiamo avuto tre contrattacchi, 13 a 11 per noi, ma alla fine perdiamo.

 

Nonostante fossi un giocatore esperto e maturo, una sconfitta così lascia il segno. Alla fine anche le sconfitte fanno parte della vita.

 

È vero! Quando vinco, non ti dico come se fosse normale, però la grande emozione e l’euforia durano poco, perché già mi proietto alla prossima gara. Invece quando subisco una sconfitta, come quest’ultima in semifinale al Mondiale, nonostante abbiamo vinto il bronzo, faccio molta fatica a metabolizzare le sconfitte anche se ho la tranquillità di aver fatto tutto il possibile per vincere.

 

Le sconfitte sedimentano in noi in maniera diversa rispetto alle vittorie.

Se tu pensi quante volte ho perso in semifinale e quante finali ho perso tra club e Nazionale, sono tante le sconfitte. Ho due ori e ho giocato sedici anni in Nazionale. Ho venti medaglie, ma solo due d’oro. Vedi quante volte sono arrivato vicino al traguardo finale. Spessissimo l’ultimo ostacolo era la Nazionale italiana! Quando tu vinci, crei delle aspettative per te stesso e nella gente intorno a te, e più vinci e meno si parla della vittoria, mentre se perdi si amplifica il clamore dopo la sconfitta. Quando una squadra non ha vinto niente e si consacra con una vittoria importante, al primo successo si crea una gioia incredibile, ma se avessi perso all’ultimo, visto che non era abituata a vincere, la sconfitta sarebbe stata compresa e ben metabolizzata.

 

Con le vittorie anche i giocatori acquisiscono consapevolezza di essere forti, ma al contempo le aspettative si alzano notevolmente. La gente comune e i tifosi non hanno contezza di quello che c’è dietro a ogni partita. Magari vedono una squadra a cui manca un titolare importante, ci giochi contro e vinci 3 a 0 per loro è scontato, ma non è sempre così, specie se di fronte hai un avversario forte come lo è l’Italia. Ogni partita fa storia a sé. Se il primo match vinci 3 a 0, dopo due giorni, con gli stessi giocatori, è molto difficile che riesci a ribadire quel risultato. È completamente un’altra partita. 

 

Scorrendo il tuo nutrito palmarès vedo che ti manca solo una vittoria ai Mondiali.

La vittoria al Mondiale è l’unica che mi manca in carriera. 

 

Ma arriverà prima o poi.

Spero di vincerlo con la Polonia nella prossima edizione.

 

Hai vissuto tante partite al tie-break. È un equilibrio molto sottile, una questione a volte di centimetri per un pallone che cade di qua o di là dalla riga. Come gestisci, da allenatore, queste situazioni che si giocano sul filo di lana?

Come gestisci una situazione dove fino al 22 pari del primo set Kamil Semeniuk ha avuto il 100 per cento di attacco efficiente in parallela in tutto il torneo? Contro l’Italia ha tirato una parallela fuori di un niente. Io quello che gli insegno è di pensare alla palla successiva, quella oramai è andata. Una volta finita la partita puoi ripensarci quanto vuoi, ma in quel momento non c’è il tempo per ripensare al punto sbagliato. I ragazzi devono subito concentrarsi sulla prossima azione. Se ti lasci influenzare dall’errore che hai fatto, poi non sarà solo uno, ma saranno due, tre o di più, finché non ritrovi l’equilibrio e continui a giocare, ma poi è tardi.

 

L’aspetto mentale è importante.

Moltissimo! C’è da dire anche questo: molte squadre hanno ottimi allenatori, ottimi giocatori, ottimo staff, ottime condizioni di lavoro. E lì non è che c’è un vantaggio per qualcuno, tutti sono allo stesso livello. Il vantaggio è solo come i giocatori interpreteranno il finale dei set e che rapporto avranno con un eventuale errore e con la pressione. 

 

Nel tuo mestiere di commissario tecnico, quanto è importante la disciplina e la meticolosità nei dettagli per preparare una gara? La pretendi la disciplina dai tuoi giocatori?

Si parla spesso di disciplina e di motivazione. Sono due cose diverse, perché la motivazione è una cosa che dura molto poco. Se ti motivo ora sei carico, ma l’effetto non è duraturo. La disciplina invece ti mantiene a un certo livello nel lungo termine. Se tu non hai disciplina, non riesci a superare le difficoltà. Quando sei motivato puoi fare delle cose straordinarie, ma se il giorno dopo non hai la stessa carica agonistica o motivazione, non arriverai neanche vicino all’obiettivo. Invece la disciplina ti mantiene sempre lì. E non ti parlo della disciplina di ripetere le cose sempre alla stessa maniera tecnicamente, ma di una disciplina mentale. Dimenticare quello che c’è stato e concentrarti su quello che devi fare in quel momento lì.

 

Io sto cercando in tutte le maniere possibili di preparare i miei giocatori a fare queste cose qua, ad avere questo approccio, ma quando arrivi al finale dei set quello che devi fare è essere in grado di adattarti. Ai quarti di finale, in semifinale e in finale le squadre che incontri sono tutte molto forti, il meglio del meglio, con dei campioni che sono in grado di cambiare le carte in tavola istantaneamente. Tu prepari una cosa e loro iniziano con una cosa completamente diversa. L’avversario ci studia allo stesso modo e cercherà strategie alternative. Noi dobbiamo essere adattabili, adattarsi a quello che stanno facendo gli avversari. 

 

L’allenamento alla disciplina mentale che insegni oggi ai tuoi atleti ha avuto una sua evoluzione rispetto a trent’anni fa?

Prima era un po’ diverso e oltretutto il nostro sport è cambiato. Se guardi le regole, è cambiato più di tutti gli altri sport messi insieme. Ti faccio un esempio delle cose che sono cambiate da quando io ho cominciato. Ai tempi si giocava con il cambio palla e quindi si poteva giocare all’eternità, perché se c’era un cambio palla continuo il punteggio rimaneva invariato. Alla lunga la preparazione fisica era determinante.

 

La tecnica aveva una sua importanza, perché se tu mantieni un certo livello di gioco per un lungo periodo di tempo, le squadre che non sono abituate o tecnicamente non eccelse, prima o poi sbagliano. Il 90% delle volte vinceva la squadra favorita. Era molto importante la pazienza. Adesso ci sono squadre che non sono tra le prime quindici al mondo che con una palla buona, se tu non batti bene, hanno un attacco straordinario. Loro attaccano, noi attacchiamo e in un attimo si arriva sul 23 pari e poi è un attimo perdere la partita. Questo adattamento oggi è diventato molto più importante, perché in un attimo può cambiare l’andamento del match. 

 

È meglio come oggi oppure torneresti alle vecchie regole?

Oggi è molto più stressante, molto più complicato. I valori si sono avvicinati.

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Tu hai giocato quasi tutta la tua carriera nel campionato italiano. C’è un giocatore italiano con cui hai giocato che ti ha impressionato con il suo talento?

Ci sono dei giocatori che mi hanno impressionato. Ho giocato due anni con Samuele Papi, un anno con Gardini, un anno con Gravina, con Lorenzo Bernardi, con Pippi, con Giretto, con Simone Rosalba, con Bovolenta… Ho giocato con Andrea Gardini quando era a fine carriera e aveva già trentotto anni. Se proprio devo sceglierne uno ti direi Lorenzo. Anche Papi un fenomeno, però Lorenzo con la sua mentalità è stato uno dei più forti con cui ho giocato. 

 

Il «divismo», peraltro vacuo, che c’è nel calcio, nella pallavolo non c’è. Oggi con i social e con la sovraesposizione mediatica il calcio gode di un overbooking di popolarità che sfocia nel gossip, nel pettegolezzo e a volte nel ridicolo. Nel vostro sport mi pare si avverta una purezza, un’integrità e una semplicità genuina.

In Polonia la pallavolo è sport nazionale ed è seguita più del calcio, ma rimane un mondo più sano. Non c’è paragone. Tu porti i figli a una gara di pallavolo ed è una festa. Sono rimasto sorpreso dalle tifoserie polacche: a fine partita si scambiano le sciarpe e c’è un momento di comunione. A memoria mia in Italia ricordo solo due brutti episodi con degli incidenti. Non c’è una minima preoccupazione nel portare i figli piccoli a una partita. Ci si insulta tra tifoserie, certo, ma finisce tutto lì. È quel tifo che potrei definire una sana terapia [ride]!

 

Visto che hai allenato la Sir di Perugia, oggi come la vedi?

Credo che adesso sia la squadra più forte al mondo, senza dubbio. È coperta in tutti i ruoli. Angelo Lorenzetti è un allenatore che ha vinto tutto, ha autorità, è preparato e la squadra lo segue, che ti devo dire di più? Ha dei grandissimi giocatori che oramai potrebbero giocare ad occhi chiusi. Vedremo Trento come arriverà alla fine della stagione o la Lube se torna a giocare come ha giocato fino a qualche mese fa, ma per ora Perugia è la squadra più solida.

 

Che consiglio daresti ai ragazzi che vorrebbero affacciarsi a questo sport? 

Prima viene il divertimento. Se non ti diverti non va bene. Non puoi obbligare un ragazzino a fare un’attività fisica. Mi dici la percentuale dei ragazzini che amano andare a scuola? Molto bassa, anzi, io non ne conosco neanche uno.

 

Perché? Perché la scuola non è divertente, è un obbligo. Alcuni genitori vivono la loro ambizione tramite i figli. Se tu fai diventare l’attività fisica del figlio un obbligo, come alcuni genitori fanno magari per vantarsi con gli altri perché il proprio figlio fa quello sport in quella squadra, non va bene. I figli così si sentono soffocati, non gli piace, non si divertono.

 

Prima il divertimento, però è chiaro che a un certo punto questo viene trasformato, perché se vuoi continuare a livelli alti, c’è molto meno da divertirsi e molto più sacrificio. C’è la possibilità del trasferimento in un’altra città, lontano dalla famiglia e dagli amici oppure andare direttamente in un altro paese e avere difficoltà con la lingua. Più cresci e più questo divertimento si trasforma in lavoro – passami il termine – però pensa che bellissimo lavoro è. Giochi e ti diverti, perché questo sport, come altri del resto, è un gioco e ti pagano anche bene per farlo.

 

Facciamo un esempio: tu guadagni ottantamila euro l’anno, che per la pallavolo è un contratto normale. Dimmi che tipo di lavoro devi fare nella vita normale per guadagnare questa cifra. Forse un direttore di banca. 

 

Se sei parsimonioso in dieci o quindici anni di carriera puoi accumulare un discreto tesoretto.

La problematica di questo mestiere è che non ti dà la pensione. Oggi forse qualche regola è cambiata, ma prima non avevi nulla dopo il termine della tua carriera. Devi essere bravo e indipendente nel saper investire i tuoi guadagni per il tuo futuro. Inoltre c’è da aggiungere che non tutti i giocatori diventano allenatori o manager e possono proseguire la loro carriera in questo sport. Lo sport è bellissimo.

 

Le sfide non finiscono in campo, ma proseguono anche dopo.

La vita è sempre in salita, prima accetti questo fatto e prima riesci a vivere meglio. Ma la vita è bella anche per questo. Noi siamo qua dove siamo ora, perché abbiamo dovuto combattere nella nostra quotidianità. Questo combattimento ci ha reso più forti. Se non avessi avuto tutte queste sfide nella vita – private e professionali – non sarei la persona che sono adesso. Le ho abbracciate e le ho accolte con grande soddisfazione. Si va sempre avanti, perché tutti i giorni puoi incontrare delle difficoltà e delle battaglie da combattere che sono tue e sono personali. 

 

Grazie, Nikola!

Grazie a te!

 

Francesco Rondolini

 

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Sport e Marzialistica

Rimonta del secolo in NBA

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Il 10 giugno 2026 è stata una serata che entrerà nella storia della NBA e della pallacanestro tutta.   I New York Knicks, sotto 29 punti nel primo tempo contro i San Antonio Spurs, completano la più grande rimonta mai vista nelle NBA Finals, vincendo 107-106 in Gara 4 e portandosi sul 3-1 nella serie. Un’impresa epica che avvicina i Knicks al loro primo titolo dal 1973.   I primi due quarti sono un incubo per Nuova York. Gli Spurs, guidati da un Victor Wembanyama dominante e da un attacco fluido, volavano sul +29 (probabilmente 76-47 all’intervallo). Il Madison Square Garden, solitamente una bolgia, sembrava ammutolito. I tifosi iniziavano a temere il peggio: dopo aver sudato per arrivare alle Finals spazzando via i Cleveland Cavaliers, i Knicks rischiavano di crollare in casa.  

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Tuttavia nel terzo quarto qualcosa cambia. Jalen Brunson, il cuore pulsante della squadra neoeboracena, prende per mano i compagni. Con 36 punti (12/25 dal campo, 3/7 da tre), 7 assist e 5 rimbalzi, il capitano newyorkese accende la scintilla. OG Anunoby, spesso criticato per l’inconsistenza offensiva, esplode con 33 punti, 7 triple e una presenza difensiva mostruosa.   Il Quarto quarto è stato da brividi veri. I Knicks surclassano gli Spurs 32-16 nel periodo finale. La difesa newyorkese sale di livello, costringendo San Antonio a soli 30 punti nella seconda metà. Le triple entrano una dopo l’altra, i contropiedi volano e il Garden torna a tremare.     A 1.2 secondi dalla fine, con il punteggio sul 106-105 per i Knicks, arriva il momento iconico: Anunoby cattura un rimbalzo offensivo e lo mette dentro con un tap-in che fa esplodere l’arena. 107-10. La più grande rimonta nella storia delle Finals è servita. È un finale incredibile, e non sovvengono precedenti.  

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Per i Spurs è una doccia fredda. Wembanyama chiude con 24 punti ma 9/25 dal campo, tradito da una seconda metà disastrosa della squadra. La giovane squadra higia texana, arrivata in finale dopo una cavalcata impressionante nella divisione Ovest, vede svanire il vantaggio di una serie che sembrava poter controllare. I Knicks ora sono a una sola vittoria dal paradiso. Gara 5 si gioca sabato a San Antonio, ma la fiducia dei neoeboraceni è alle stelle. Brunson, Anunoby, Towns e compagni hanno dimostrato di avere carattere da campioni.   Una notte indimenticabile. Le TV riprendono i volti sbigottiti e festanti del pubblico, tra cui tante celebrità: ecco Taylor Swift in versione ultras cestistica, l’attore Adam Sandler che sorride incredulo, lo stupore del duo a bordo campo formato dall’attore brontolone Larry David (comico conosciutissimo in USA, meno in Italia) e da quello che sembrerebbe l’ex bisbetico campione del tennis John McEnroe.   Fuori, a Nuova York, è il delirio in istrada. Il momento è stato celebrato anche dall’ormai conosciutissimo canale PsyOpAnime, che trasforma gli eventi di cronaca internazionale in cartoni animati giapponesi.       Una rimonta del genere di fatto non scalda solo il cuore degli aficionados della pallacanestro, ma riconcilia ogni essere umano con una storia più grande: quella di un gruppo umano che, forte di coescione e determinazione, riesce a capovolgere il suo destino nell’avversità.   Siamo, giocoforza, nell’ambito del metafisico, dell’archetipo, del mito. E della loro evidenza visibile nella realtà umana.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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Spirito

Sacerdote della Messa in latino blocca e immobilizza un sospetto ladro d’auto fino all’arrivo della polizia

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Un sacerdote cattolico tradizionalista dell’arcidiocesi di Detroit è stato elogiato per essere intervenuto lunedì sera per fermare un sospetto che si stava dando alla fuga dopo un presunto incidente con omissione di soccorso. Lo riporta LifeSite.

 

Il canonico Jean-Baptiste Commins, originario della Francia e parroco del Santuario di San Giuseppe, apostolato dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote (ICRSS), si trovava nel parcheggio della chiesa quando udì stridore di pneumatici e un forte schianto. Dopo aver indagato, don Commins si è reso contoconto che un incidente automobilistico era avvenuto all’angolo tra Saint Aubin e Antietam.

 

Quando uno dei sospettati ha iniziato a correre verso di lui, una donna ha gridato a qualcuno di fermarlo. In quel momento, l’istinto ha preso il sopravvento, ha raccontato don Commins a LSN. «Non ci ho pensato due volte. È stato istinto», ha detto. «E bisognava farlo in fretta e in modo efficiente».

 

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Don Commins è intervenuto prontamente, bloccando il sospetto diciottenne che stava fuggendo dall’auto, che la polizia di Detroit riteneva rubata. Mentre lottava per immobilizzare il sospetto, Commins ha esortato un membro della chiesa a chiamare la polizia. «È successo tutto così in fretta», ha detto don Commins. «Al liceo ho praticato molto kickboxing francese, la savate. Quindi non era niente di nuovo, sapevo cosa stavo facendo. Sono grato che non avesse una pistola o un coltello».

 

Una volta arrivata la polizia e arrestato il sospettato, l’attenzione di don Commins si è rivolta alla vittima dell’incidente, che inizialmente aveva creduto fosse rimasta ferita. «Una volta ammanettato, sono tornato dalla vittima per assicurarmi che stesse bene. Volevo accertarmi che non fosse necessario un’estrema unzione».

 

Dopo aver appurato che la donna godeva di buona salute, Commins è tornato in canonica, ha recitato l’Ufficio Divino e ha consumato un pasto con la sua comunità parrocchiale, ha dichiarato al canale TV locale Fox 2 Detroit. «Un giorno come tanti altri a Detroit», ha scherzato il prete.

 

La chiesa di Commins, il Santuario di San Giuseppe, è una delle poche parrocchie rimaste nell’Arcidiocesi di Detroit a celebrare quotidianamente la Messa in latino. Il Santuario ha registrato un notevole aumento del numero di parrocchiani, battesimi e matrimoni durante il mandato di don Commins. Attualmente, il Santuario è oggetto di un progetto di restauro da 3,2 milioni di dollari, volto a preservare e riparare l’edificio ultracentenario.

 

Il canonico Commins ha affermato di sperare che la storia incoraggi le persone, soprattutto le donne, ad allenarsi nelle tecniche di autodifesa di base, sottolineando che questo tipo di situazione potrebbe capitare a chiunque.

 

«Non ho fatto nulla di eccezionale», ha affermato. «Ho semplicemente fatto ciò che la mia coscienza e la mia buona educazione cattolica mi suggerivano naturalmente e istintivamente: difendere il bene comune, allontanare qualsiasi minaccia per me stesso o per gli altri e prestare soccorso ai feriti».

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Immagine di don Commins da LifeSiteNews.

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Sport e Marzialistica

Renovatio 21 intervista Gian Carlo Minardi

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Gian Carlo Minardi ha impresso un segno indelebile nella storia del motorsport, in particolare in quella Formula 1 dove la sua scuderia è stata protagonista per oltre due decenni. Partendo dalla provincia romagnola, Gian Carlo ha portato negli autodromi di tutto il mondo un mix raro di sapienza artigianale, schiettezza ed eleganza nei modi. In un’epoca di crescente complessità tecnologica, Minardi ha saputo imporre la propria visione in un mondo dominato dai colossi industriali, trasformando la sua factory di Faenza in una fucina di eccellenze e guadagnandosi il rispetto incondizionato di tutto il paddock. La sua sagacia e quell’innato talento nel leggere negli occhi dei giovani i campioni di domani — nomi che avrebbero poi scritto la storia delle corse — rimangono, ancora oggi, un patrimonio inestimabile riconosciuto e stimato dall’intero Circus. Lo abbiamo incontrato nella sua sede faentina dove ci ha concesso una lunga e intensa chiacchierata.   Ho appena sentito che sta girando un docufilm sulla sua vita. Non lo volevo fare. Ho visto quello su Senna e su Ferrari. Son momenti che io ho vissuto e che non sono realistici come dovrebbe essere la storia di uno che ha fatto quello sport. Allora ho detto: piuttosto che poi lo facciano dopo che son morto, preferisco farlo io da vivo!   So che attualmente lei è impegnato su più fronti nel mondo dei motori. Chi è Gian Carlo Minardi oggi? Gian Carlo Minardi è ancora un appassionato di automobilismo. Sono il presidente dell’Automobile Club di Ravenna, presidente della Commissione Velocità in Circuito e supervisore della Scuola Federale che è quella che ci sta dando più soddisfazioni in quest’ultimo periodo. Il presidente ACI, Geronimo La Russa, mi ha chiesto – essendo finito a dicembre il lavoro dell’ex direttore generale – se potessi ricoprire questo ruolo in attesa del nuovo bando ufficiale. È un impegno gravoso perché devo andare a Roma molto spesso ed essere sempre presente, perché ci sono problemi e riunioni tutti i giorni. È un periodo movimentato. Beh, lo era anche prima eh! [ride]   Rimane sempre nel suo habitat naturale. È il mio mondo da una vita, ma io compio settantanove anni tra qualche mese. Incomincio ad avere dei recuperi lenti.   Come nasce in lei la passione e l’amore per il motorsport e come approda in Formula 1 con la scuderia che porta il suo nome? Sono nato in mezzo alle macchine: la mia famiglia ha gestito una concessionaria FIAT dal 1926 fino al 2000. Nel 1947, l’anno della mia nascita, mio padre costruì una «Junior» — per intenderci, l’equivalente dell’odierna Formula 3. In quell’epoca i piccoli costruttori pullulavano, e lui realizzò persino un motore 750 a sei cilindri in linea.   Non appena ebbi l’età della ragione, in officina mi costruirono una macchinina a scoppio per sfrecciare nel parco di fronte alla concessionaria, dove un tempo correvano i cavalli. Il mio sogno era di fare il pilota. Ho preso la licenza e fatto delle gare in salita, ma ho visto subito che non era lo sport adatto a me o perlomeno che non avrei fatto chissà quale carriera. Mi sono buttato sulle auto storiche, altra passione di famiglia.   Nel 1972 sono stato chiamato da Alteo Dolcini – segretario generale del comune di Faenza e contemporaneamente presidente dell’ente tutela vini, oggi Consorzio vini di Romagna – che avevano come Passatore, marchio del suddetto Consorzio, sponsorizzato un team nascente di vicino Lugo e mi disse: «Gian Carlo ho bisogno di te, perché abbiamo fatto un importante investimento e vorremmo raggiungere dei buoni risultati».   Da lì in poi è stato un continuo. Abbiamo subito vinto in Formula Italia e con i soldi ottenuti da questa vittoria abbiamo fatto un anno in Formula 3. Contemporaneamente siamo saltati in Formula 2 e dal 1974 al 1979 sono stato un ottimo cliente per i vari team inglesi che a seconda dell’anno, cambiavamo telaio. Nel 1978 vennero a lavorare con me due ingegneri che erano appena usciti da Ferrari e decidemmo così di non modificare più macchine di altri, ma di farne una nostra.   Nel 1980 è nato il Minardi Team debuttando in Formula 2 e rimanendoci fino al 1984. In quella stagione constatammo che eravamo diventati grandi per fare la Formula 2, ma al contempo eravamo piccoli per entrare in Formula 1. Decidemmo comunque di fare questo grande salto – forse fu l’ultimo momento per poter montare su quel carro – anche perché l’ingegner Massaccesi, presidente dell’Alfa Romeo, ci promise un motore che non ci ha mai dato. Ce lo diede nel 1984 quando facemmo le prove con la prima vettura. Quando ci fu da concretizzare il contratto purtroppo l’accordo non andò in porto. Di conseguenza si era liberato l’ingegner Chiti e insieme a uno dei miei soci di allora, Piero Mancini, costruirono il motore.   Fu una bella esperienza, ma eravamo un team privato con pochi soldi contro i grandi marchi come Ferrari, Toyota e via dicendo. È stata una grande pazzia che ci ha permesso di fare esperienze incredibili. Nel 1988, quando finì l’era dei motori turbo, siamo tornati all’aspirato. Mi rincresce ammetterlo, ma purtroppo non abbiamo mai avuto un motore ufficiale. 

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Quando parla della sua lunga permanenza in Formula 1 sottolinea che i suoi motori avevano molti cavalli in meno rispetto a quelli che montavano i grandi marchi e questo rendeva tutto più difficile. Un gap tecnico importante. Questo è il rammarico più grande che ho avuto nella mia storia, dove mi sono divertito, mi hanno dato e mi son tolto delle soddisfazioni. Non sono riuscito mai a dare ai miei ingegneri quello che oggi dà la Formula 1: chi ti noleggia un motore è obbligato a depositare i motori in FIA e deve essere uguale al motore della vettura ufficiale e di conseguenza le differenze sono minime.   Credo che in alcune occasioni avevamo un telaio veramente al top. In realtà, molti di quei ragazzi che han progettato quelle macchine hanno fatto poi una grande carriera e il rammarico è ancora più grande. Negli ultimi anni c’era un gap di oltre 100 cavalli tra noi e gli altri, quindi era impossibile.   Quel divario di potenza era difficilmente colmabile lavorando solo sugli altri aspetti della vettura. I regolamenti in Formula 1 cambiano tant’è che siete passati dai motori turbo ai motori aspirati. Qual è stata la motorizzazione più affascinate? Il motore più affascinante e competitivo per noi, è stato il motore Ferrari nel 1991 che purtroppo mi son potuto permettere solo per un anno per i costi troppo elevati. In quell’anno arrivammo settimi nel Mondiale Costruttori, dove c’erano diciassette o diciotto team, non come adesso che ce ne sono undici.   In due o tre occasioni siamo stati veramente competitivi, però comunque avevamo un motore che era dell’anno precedente e la differenza di cavalli si avvertiva. Non era solo un discorso di hp, ma c’erano le benzine particolari e noi utilizzavamo una benzina dell’anno precedente. Quelli erano cavalli veri. Come assistenza, come qualità, il miglior motore che abbiamo avuto è stato il 12 cilindri Ferrari.   Si ricorda l’amozione al vostro primo Gran Premio in Brasile nel 1985? Il 5 aprile in Brasile per me è una data storica. Il 5 aprile è il giorno che è morto mio padre, il 5 aprile ho firmato il contratto per i motori Ferrari e il 5 aprile ho debuttato il Formula 1. Al tempo si facevano le prove libere e poi quelle ufficiali. Devo dire che l’emozione più grande è stato quando alle 9:30 si è acceso il semaforo verde e il nostro pilota Pierluigi Martini è partito dai box. In quel momento mi son reso conto che eravamo veramente in Formula 1. C’era un parterre di campioni incredibile che fino ad allora avevo visto solo in televisione. In quegli attimi ho avuto una percezione della realtà molto forte e intensa.   Una bella sensazione. Bellissima e che ricordo con tanto affetto.

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Che rapporto ha avuto con Enzo Ferrari? Avete avuto mai l’idea concreta di diventare un team B di Ferrari? Probabilmente se l’ingegner Ferrari avesse avuto dieci anni di meno o vissuto dieci anni di più, si sarebbe potuto fare. Io l’ho conosciuto nel 1974. Mi mandò a chiamare da Luca Cordero di Montezemolo. Mi diede la 312T per allevare i giovani piloti italiani e nel 1976 mi fece fare due Gran Premi con i miei meccanici. Sull’altra vettura correva Lauda. Erano due GP che non erano inseriti nel Mondiale. Feci poi l’esperienza in Formula 2 con il loro motore 6 cilindri.   Enzo Ferrari mi ha sempre voluto bene e abbiamo avuto un rapporto fantastico. Credo di essere stato l’ultimo a vederlo in fabbrica nel maggio del 1988. Facemmo una Formula 1 Commission a Maranello e dopo la riunione andammo tutti a salutare l’ingegnere. Lui riconobbe solo me e dal giorno dopo non andò più in fabbrica. Morì nell’agosto di quell’anno. Devo dire che inconsapevolmente e inconsciamente molte cose le ho fatte un po’ perché me le ha suggerite, un po’ perché mi ha convinto a farle.   È stata un’esperienza bellissima conoscerlo per me che sono malato di motorsport e sono un tifoso Ferrari. Quando avevo bisogno mi ha sempre ricevuto e non ho mai fatto anticamera. Mi ha dato sempre dei consigli che si sono rivelati efficaci.   Enzo Ferrari aveva una personalità molto forte. Eh sì.    Oggi in Formula 1 c’è stato l’ennesimo cambio di regolamento che prevede motorizzazioni ibride che hanno sollevato qualche dubbio tra gli esperti del settore. Gli interrogativi sono molti perché abbiamo visto queste nuove motorizzazioni in pochi gran premi. Qual è il suo punto di vista in merito? Ogni volta che cambia un regolamento è un problema. Lo abbiamo visto cinque anni fa con l’aerodinamica, ancor prima dal turbo al motore aspirato, da 3000 di cilindrata a 1500… Davanti a ogni cambiamento è difficile dare giudizi immediati. Questo nuovo regolamento è molto complicato e ci stanno studiando sopra sia chi l’ha inventato, sia chi l’ha attuato.   Probabilmente l’hanno sottovalutato quando hanno preso questa direzione, ma penso che a breve troveranno il bandolo della matassa e poi, come in tutte le cose, ci abitueremo. Criticare per il gusto di criticare non è nel mio dna e faccio parte dei tanti che ancora non hanno ben compreso il suo funzionamento fino in fondo.      L’aerodinamica è un aspetto essenziale per le vetture di Formula 1. Voi trovaste una soluzione – non avendo disponibilità per usare la galleria del vento – in acqua per capire e sviluppare questo aspetto. Ci può raccontare questa esperienza?  Era il 1984 e la galleria del vento non tutti i team l’avevano. In collaborazione con un’università svedese che faceva delle prove in acqua con dei sottomarini in una piscina enorme, ci diedero la possibilità di andare con una nostra vettura a fare delle prove in questa vasca. Siamo stati gli unici a fare una pazzia del genere e devo dire che tutto sommato la macchina non era male, anche se, come detto, avevamo un motore non all’altezza dei grandi team. A pensarci oggi era follia pura, una pazzia!   Questo intuito, questa artigianalità di cercare e trovare comunque una soluzione a prescindere dal budget, credo sia stato un vostro punto di forza. È una cosa che oggi è quasi impossibile fare.    Avevate dei bravi ingegneri. C’era Aldo Costa e Gabriele Tredozi che debuttò con me nel 1988. Simone Resta nel 1999 debuttò con me per poi passare ai top team. Laurent Mekies, oggi team principal di Red Bull, ha iniziato con me. Massimo Rivola, oggi in Aprilia, stesso discorso. E tanti altri. Ho sempre prediletto i giovani anche nelle formule minori. Non avendo i mezzi per prendere campioni già affermati, ho investito sui giovani. A volte mi è andata bena, altre volte meno bene.   Molti hanno fatto strada e hanno contribuito a non far fare brutte figure alla Minardi pur avendo pochi mezzi. A fine stagione venivo saccheggiato dagli altri team, ma ho avuto sempre al mio fianco Gabriele Tredozi che formava sempre ingegneri nuovi. L’unico ingegnare già formato e preparato che ho ingaggiato è stato Gustav Brunner. Fu un’esperienza positiva soprattutto per la squadra giovane di cui disponevo. Quando ho ceduto il mio team eravamo in centotrenta a lavorarci.

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All’inizio della vostra avventura la sua squadra contava undici collaboratori, dico bene? Esattamente! Oggi il team più piccolo conta circa ottocento dipendenti. Prendiamo la Racing Bull, ex Minardi: nella sede di Faenza contiamo settecentocinquanta dipendenti, dove oltre duecentocinquanta sono ingegneri. Tornando un attimo alla domanda di prima, credo che questa nuova formula che hanno istituito da quest’anno sia il futuro. La Formula 1 generalmente anticipa quello che poi saranno le macchine di serie nella sicurezza, nelle innovazioni tecnologiche e quant’altro.   Il budget per un team credo sia determinante. Una volta non c’era il budget cap, tanto per essere chiari. Un piccolo team come il nostro è stato sempre nei dieci team più importanti e grazie a Dio abbiamo sempre avuto i diritti televisivi e una parte dei trasporti gratuiti. Rimanere nei dieci è stata la nostra sopravvivenza. Il budget più grosso che ho avuto era pari a sessantacinque miliardi di lire circa. Considera che i top team viaggiavano abbondantemente oltre il nostro budget.   Ha parlato di giovani talenti, sia ingegneri che piloti. Come si fa a scoprire un talento? Ci sono delle regole non scritte per poterlo fare? Non esistono delle regole. Credo che siano delle doti naturali che ho avuto io e che ha avuto anche mio figlio. Non lo so spiegare. Ci sono tante considerazioni che faccio quando osservo un pilota correre. Ti faccio l’esempio di Giancarlo Fisichella. Quando correva in Formula 3 vado a Imola in uno dei pochi fine settimana che non ero in giro per il mondo e vedo questa macchina bianca con sopra solo il numero. Non so chi la guida, quindi non ho idea di chi ci fosse dentro, se fosse bravo o meno, se fosse un top driver o meno. Vado a vederlo in due curve per poi entrare nel box. Vedo che è Fisichella e osservo come si comporta con i meccanici e con gli ingegneri, perché è un aspetto fondamentale secondo me. Lo invito a Faenza il lunedì successivo lo metto sotto contratto.   È chiaro che il cronometro è determinante, però non conta esclusivamente quello. Ci sono tanti aspetti che ti fanno capire se un pilota può avere quel qualcosa in più rispetto a un buon pilota. E questo è successo parecchie volte nella storia della Minardi. A volte uno è rimasto un buon pilota e basta.    Vent’anni fa mio padre è stato per oltre un decennio capo meccanico di una scuderia del Ferrari Challenge e mi diceva sempre che un bravo pilota, quando rientra ai box, dovrebbe saper spiegare bene ai tecnici gli aspetti della vettura che secondo lui non vanno. Eh sì, ma anche qui son cambiate moltissime cose. Oggi il pilota deve saper guidare, avere un buon rapporto con la squadra, con il suo ingegnere capo e con gli ingegneri che lavorano per lui. Bisogna tener presente che adesso ogni macchina ha dieci ingegneri di contorno, ci sono cinque o sei centraline… sanno tutto in tempo reale. È chiaro che il pilota ti riferisce le migliorie o i peggioramenti della macchina, ma oramai è monitorato ogni singolo dettaglio. Il pilota deve essere un abile interpretatore della telemetria, avere un dialogo schietto con il proprio team e poi ci deve mettere del suo.   Pierluigi Martini è stato il pilota che ha collezionato più gare con voi della Minardi. Centonove gran premi, di cui centosei è partito. È senza dubbio il pilota che ancora oggi è più vicino a me sia per logistica, perché abita a quattordici chilometri da casa mia, sia perché ci vediamo spesso, sia perché adesso è diventato un collezionista di macchine e un animatore del Minardi Day. Lo conosco sin da quando era bambino, perché suo zio ha corso con me. È uno di famiglia. Con tutti gli altri piloti ho avuto un rapporto di lavoro, con lui è stato anche altro, perché quando veniva fuori una bandiera rossa, un po’ di tensione ce l’avevo, che non ho avuto con altri piloti.    Michele Alboreto, altro bravo e importante pilota italiano, ha corso con lei. Proprio sabato scorso abbiamo ricordato i venticinque anni dalla sua morte. Alboreto ha fatto il suo primo anno da professionista in Formula 2 con Minardi nel 1981, e l’ultimo anno, nel 1994, in Formula 1 con Minardi. Con lui ho mantenuto un buon rapporto anche dopo, tanto che stavamo progettando di fare la famosa Scuola Federale. È nata nel 2000, dopo la sua morte, e porta il suo nome. Dopo la Formula 1 è andato a Le Mans e quando decise di correre la sua ultima gara ebbe quel tragico incidente che gli costò la vita.   Un altro pilota che lei ha avuto è Alessandro Nannini. Un campione sanguigno e diretto. Anche troppo [ride]! Il Nanno ha vinto subito in Formula Italia di allora, iniziando a correre tardi rispetto agli standard di oggi. Dopo quell’exploit l’ho portato in Formula 2. Ha fatto ottimi piazzamenti senza mai vincere, ma era un pilota fantastico. Mi dispiace che abbia avuto quell’incidente con l’elicottero [12 ottobre 1990, ndr], perché era al suo secondo anno in Benetton [Formula 1, ndr] e stava crescendo enormemente. Probabilmente non aveva ancora dato tutto quello che poteva dare. Era genio e sregolatezza. Il mio rammarico è che non abbiamo visto il massimo di Alessandro Nannini.    Era un pilota che sapeva scaldare il cuore dei tifosi con delle performance al limite del regolamento e rimaste nell’immaginario collettivo. Lui aveva una sensibilità enorme ed è una dote che la natura ti dà, ma poi devi essere bravo tu a gestirle. Senna, ad esempio, era baciato da tutto, ma lui ci metteva del suo nella preparazione fisica, con mentalità e la concentrazione. Quelli che vincono oggi sono piloti che oltre essere baciati dalla bravura, sanno fare una vita particolare e finalizzata a quello che è, di fatto, il loro mestiere. 

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La preparazione fisica di un pilota di Formula 1 negli anni Ottanta e Novanta era curata come oggi? Noi siamo stati tra i primi ad avere un preparatore atletico e ad avere un’equipe medica. Io venivo dall’esperienza contemporanea del calcio, dove una squadra ha queste figure medico/professionali e questa cosa l’ho traslata in Formula 1. Il dott. Ceccarelli ha iniziato la sua avventura con me e oggi è diventato un punto di riferimento per molti team. Poi è arrivato Michael Schumacher che era un malato della preparazione fisica.   I miei piloti, salvo Nannini [ride], han sempre fatto una buona preparazione. Oggi c’è un fattore in più che è lo psicologo, che noi lo abbiamo introdotto come Scuola Federale molto tempo fa. Ci sono da fare delle considerazioni; oggi a dodici anni cominciano a correre con i kart, a quindici anni e un giorno possono correre in Formula 4. Sei un bambino e hai bisogno di supporto sia perché lo faccia per passione, sia perché è stato indotto dal nonno, dal babbo, dallo zio che aveva corso in macchina, sia per dargli la responsabilità.   Prendiamo Andrea Kimi Antonelli; ha diciannove anni ma ha la testa di uno di trenta. È chiaro che dovrà ancora maturare quell’esperienza in pista che non si compra al supermercato. Lui è uno di quelli che è cresciuto in mezzo alle macchine, si è concentrato sulla sua personalità che non è stata scalfita neanche nei momenti peggiori, perché era preparato.    I piloti sono degli atleti e in tanti sport abbiamo visto negli ultimi anni una crescita, di pari passo con la tecnologia, della preparazione fisica e mentale con una cura sempre maggiore al corpo e alla mente.  In una gara di oltre trecento chilometri oggi la concentrazione è una cosa importantissima tanto più con i computer che hanno al posto del volante. Per tenere la concentrazione sotto sforzo per trecento chilometri, si deve essere mentalmente e fisicamente a posto. Fino all’inizio degli anni Novanta le macchine non avevano servosterzo e avevano il cambio manuale. È cambiato il mondo in questi anni.   Altri due italiani che ha avuto in scuderia sono stati Luca Badoer e Jarno Trulli. Luca Badoer lo avevo in prestito d’uso, nel senso che era il terzo pilota della Ferrari e per tenerlo allenato me lo avevano dato. Non l’ho scoperto io. Trulli veniva dalla Formula 3. Fece sette o otto gran premi con me.   Secondo lei un pilota come Jarno Trulli ha vinto meno di quello che effettivamente avrebbe potuto? Non saprei dirti, ma ha fatto delle scelte opinabili secondo il mio modesto punto di vista. Se fosse rimasto in Benetton avrebbe potuto vincere qualcosa di più, ma ha scelto Toyota. Era un buon pilota.   Fernando Alonso è un campione che ancora oggi, nonostante l’età non più giovanissima, è ancora nel circus della Formula 1. Ad agosto compie quarantacinque anni. È diventato babbo. Vedendolo oggi in tv, nel suo volto ci leggo ancora la grinta e la qualità di una volta. È un altro di quelli che si è mantenuto al top fisicamente. Aveva un preparatore che ha trovato in Minardi, che purtroppo ci ha lasciato l’anno scorso, e se lo è portato dietro per tutta la carriera. Fernando, secondo me, è un altro che ha fatto delle scelte sbagliate, sennò avrebbe potuto vincere sette o otto campionati del mondo. È stato anche sfortunato perché ne ha persi due per uno o due punti.   

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È stato scoperto da lei che poi lo suggerì a Flavio Briatore, giusto? Ero attaccato dalla Ferrari tanto che disse ad Alonso: «Vatti a liberare da Minardi, perché ti prendiamo noi». Io gli dissi: «Stai sereno, ti trovo il posto io. Tu a piedi non ci rimani». Ciò stava accadendo quando tutti pensavano che il mio team stesse per chiudere i battenti da un momento all’altro. Lo individuai nel 1999 e l’anno dopo fece il terzo pilota con me. Già si vedeva che andava forte. Flavio Briatore sostiene che Alonso lo ha scoperto lui ma non è vero e non me ne frega un cazzo. A fine 2000 si ammalò il mio socio, Gabriele Rumi, ed ero in grosse difficoltà.   Chiamai il buon Flavio Briatore per offrirgli Alonso e devo dire che quella è stata la prima e unica volta che ho preso i soldi per la cessione di un pilota. Avevo un contratto fino al 2006 con Fernando e l’ho ceduto a Flavio per un milione. Per farti un esempio, la McLaren pagò ventidue milioni per Kimi Räikkönen nello stesso periodo. Diversamente dagli altri, perché l’esperienza insegna, misi nel contratto che finché non avesse corso in Benetton, lui poteva correre per me. Nel 2001 ha corso per me. Nel 2002 Flavio fece vedere che non lo faceva correre, ma che gli faceva un programma di cinquantamila chilometri di prove e allora io lo lasciai andare. Nel 2005 e 2006 è diventato campione del mondo.    Abbiamo citato Ayrton Senna. Un personaggio che ha segnato in maniera indelebile la Formula 1.  A trentun anni dalla sua morte ancora la gente va alle celebrazioni per il suo compleanno e per il primo maggio – giorno della sua morte [1994, ndr] – lo si commemora alla curva del Tamburello del circuito di Imola dove viene fatta la benedizione. Ci sono tantissimi giovani che portano colori e casco di Ayrton Senna. È una di quelle cose, come dico sempre, che andrebbe studiata all’università, perché è un fenomeno irripetibile. Altri piloti famosi e importanti non hanno avuto il ritorno che Senna ha ancora oggi dopo trent’anni dalla sua scomparsa.    Lei aveva un bel rapporto sia con Ayrton che con suo babbo Milton. Ho conosciuto Ayrton agli albori degli anni Ottanta, quando correva a Thruxton con la Formula 2. Con me correva Paolo Barilla – attuale vicepresidente del gruppo Barilla – che mi disse: «Gian Carlo vai a vedere che c’è un fenomeno che viene dai kart che corre in Formula Ford. Vedrai che ti impressionerà». Andai a vederlo e sul bagnato fece delle robe incredibili. Siccome una rondine non fa primavera, qualche giorno dopo tornai a vederlo a Hockenheim. Andai a trovarlo nel paddock e lo invitai a cena.   Parlammo del più e del meno e io gli proposi un contratto affiancandolo a Nannini. Lui mi rispose: «Io ti ringrazio, sei il primo che mi offre un sedile da professionista» – gli offrii anche dei soldi che se solo mi avesse detto di sì non avrei saputo dove prenderli – «però io ho già il mio programma: Formula 3, Inghilterra, Formula 1 in un piccolo team e nel 1988 voglio diventare campione del mondo di Formula 1». Era molto consapevole delle sue potenzialità.     Da lì è nato un rapporto di reciproca stima e fiducia tra noi. Al tempo non era nessuno e io gli avevo offerto un contratto quando gli inglesi gli chiedevano dei soldi per correre. Alla fine lui mi disse: «Questo me lo ricorderò per tutta la vita». Gli piaceva la pasta e veniva sempre a mangiare da noi in Minardi. Suo padre stava spesso nel nostro motorhome, più che in McLaren. Un giorno eravamo a tavola in quattro: papà Milton, Ayrton, Angelo Orsi, che era la sua ombra, e il sottoscritto. Senna dichiarò: «Divento cinque volte campione del mondo» – che significava eguagliare Fangio – «e poi vengo a far grande la Minardi».   Nel 1993, che fu il suo anno peggiore, quando Prost gli aveva portato via il posto in Williams, prima di iniziare la stagione voleva smettere o fare un anno sabbatico con me. Io, nelle tante telefonate soprattutto serali, lo convinsi a fare un certo tipo di contratto con Ron Dennis e di correre con lui. Lui vinse cinque gran premi lo stesso, fece una stagione della Madonna e guadagnò più soldi di quelli che gli offrì al principio Ron Dennis [ride]. 

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Primo maggio 1994. Un giorno buio per la Formula 1 all’interno di un tragico week end. La peggiore data per il motorsport e mia personale, perché noi perdemmo una ruota nei box con Alboreto. Lo ricordavo sabato scorso quando abbiamo commemorato Michele, perché tutti pensavano al passato mentre io gli ho detto: «No, Alboreto è ancora vivo sia come Scuola Federale che mi onoro di essere il supervisore, e perché se ci sono i limiti di velocità nella corsia box è merito suo». Al tempo se ne parlava già e Alboreto nel contratto che siglammo nel 1994 mi mise una postilla che lui all’entrata dei box gestiva a sua discrezione la velocità. Considera che noi eravamo il primo box in corsia e il pilota quando riparte dopo il cambio gomme a fine corsia è già sopra i duecento all’ora. E se perde una ruota?   In quell’occasione stendemmo sei meccanici della Tyrrell e quattro della Ferrari. Potevamo fare una strage. Il venerdì abbiamo avuto il tremendo incidente di Barrichello, il sabato muore Roland Ratzenberger, sabato sera riunione per la sicurezza facendo molta pressione verso noi costruttori.   Devo dire che con quel nefasto primo maggio è cambiata decisamente la Formula 1 e la FIA ci ha imposto un cambio di regolamento ogni cinque anni e interventi immediati quando c’è bisogno di aumentare la sicurezza. Negli ultimi trent’anni abbiamo avuto un morto in Formula 1, Jules Bianchi [Suzuka 2015, ndr], ma in quel caso non c’entrava la sicurezza.   Cito uno dei più validi giornalisti del motorsport, Giorgio Terruzzi, che abbiamo intervistato su Renovatio 21: quando succede una disgrazia in pista, per un mero calcolo statistico, in quel fine settimana non ne succedono più. Invece quel maledetto weekend imolese pareva avesse una sceneggiatura da film tragico. Una concomitanza di eventi con l’epilogo finale dove muore il più bravo di tutti: Ayrton Senna. Bisogna fare una grossa considerazione. Le macchine al tempo pesavano quattrocento ottanta chili, oggi settecento novantacinque, e cercavamo di estremizzare tutto. Al tempo andavano di moda i piloti piccoli come Prost, Martini, Fisichella. Piloti magri, perché dovevi restringere al massimo tutto il possibile nella vettura. Quel fine settimana è stato devastante perché il sabato è morto Ratzenberger e tutti sottolinearono il fatto che la macchina era di seconda fascia, si è sbriciolata dopo l’impatto e la guidava un pilota che era al suo quarto gran premio. La domenica si è ammazzato il numero uno.   Devo anche dire che se non fosse stato Senna non sarebbe successo secondo me. Chiese una modifica al volante che, se solo mi avesse accennato il sabato sera, gli avrei proibito categoricamente; gli avrei quasi dato delle botte pur di non fargliela fare. Non è stato tanto l’impatto contro il muro, perché lui fisicamente non aveva niente, ma una leva gli si è infilata tra casco e visiera. Detto questo, è morto. Lì tutti facemmo un attimo di riflessione. In primis la FIA, che c’ha obbligato subito a fare due modifiche che per un team piccolo come il nostro voleva dire uno sforzo economico non indifferente. Mi pare che spendemmo due miliardi di lire. Però da lì in poi la sicurezza fu messa ancor più in primo piano con dei crash test sempre più impegnativi. Molte cose sperimentati in Formula 1 sono poi state traslate nel mondo automobilistico. Quel primo maggio ci ha fatto rendere conto che, forse, ci eravamo spinti troppo in là.   Abbiamo discusso di sicurezza nelle vetture da corsa con Miki Biasion, campione del mondo di rally. Il famigerato gruppo B di rally era votato solo ed esclusivamente alla prestazione senza badare troppo alla sicurezza, tant’è che dopo che persero la vita diversi piloti, fu soppressa quella categoria. Erano anni in cui si guardava di più alla performance che alla sicurezza. Sia nel turismo, sia nella pista, il peso è determinante ancora oggi. Al tempo si giocava molto sul peso. Se tu zavorravi una macchina avevi delle prestazioni migliori rispetto a una macchina che era sovrappeso, perché la zavorra la posizionavi dove meglio credevi. Non parliamo delle macchine di serie che ce l’avevano in mezzo ai piedi, pericolosissimo in caso di cappottamento. Macchine estreme nei pesi, ma fortunatamente oggi hanno delle robustezze che allora non avevano.   Ayrton era molto credente e non nascondeva la sua fede. Lui non ha mai nascosto nulla, né pregi, né difetti.   Come veniva percepito il rapporto con la morte da parte dei piloti? Il pilota non ci pensa, ma dopo quel primo di maggio forse hanno iniziato a pensarci. Ognuno di loro si sente inattaccabile, invulnerabile. L’errore è sempre dietro l’angolo. È anche vero che il pilota che si avvicinava al motorsport in quegli anni sapeva che nell’arco di una stagione qualcuno poteva morire. Oggi la percezione del rischio ce l’hanno molto meno, che non è un aspetto così positivo eh. Hanno questa percezione grazie agli standard di sicurezza delle vetture.    Quest’anno il Gran Premio di Imola non è nel calendario del Campionato del Mondo di Formula 1.  In questi giorni ha fatto il record con l’Hypercar. 92.175 spettatori in nei tre giorni. Imola piena. È stato uno spettacolo incredibile. Peccato solo che la Ferrari sia arrivata seconda.   Mi ricordo, tre anni or sono, una conversazione con un mio ex collega, Danilo Zuffi, recentemente scomparso, il quale mi illustrava i lavori intorno e all’interno dell’autodromo per aumentare gli standard di sicurezza imposti dalla FIA, in ispecie dopo le alluvioni che scossero la Romagna pochi anni fa. Lavori per altro molto costosi. Me lo ricordo Danilo, era una persona squisita. Oggi la Formula 1 ha dei costi che un circuito come Imola fa fatica a coprire. Ci vogliono degli aiuti, come abbiamo avuto nei due anni senza il pubblico, salvando la Formula 1. Il Governo e le istituzioni ci aiutarono. Senza quello non vai da nessuna parte. I costi aumentano e noi non possiamo aumentare la capienza più di tanto.

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Oggi in calendario ci sono ventiquattro GP.  Sono tanti. Ricordo le battaglie quando passammo a quindici gran premi, perché ci sembravano già tanti. Da appassionato comincio a pensare che siano troppi. Anche per i fan più accaniti che per ventiquattro weekend devono stare incollati alla tv non è facile. I giovani non so quanto sono attratti da un impegno così lungo. È vero anche che sta cambiando il mondo, per cui i giovani si documentano con i loro device mobili e il giro di soldi per chi gestisce il circus è enorme.   Il danaro gestisce sempre tutto. Oggi il team più sfigato si porta a casa dai diritti televisivi circa sessanta milioni di dollari. Considera che il budget cap fino all’anno scorso era di centotrentacinque milioni. Il cinquanta per cento del budget te lo porti a casa con i premi, cosa che ai miei tempi era un quinto o un sento. Al di là del numero elevato di gran premi, qualcuno lamenta che alcuni circuiti costruiti recentemente siano meno affascinanti di quelli storici. Lei cosa ne pensa? Anche in questo aspetto la sicurezza ha inciso pesantemente. Circuiti come Imola, Suzuka, Monza hanno fatto delle modifiche migliorative per la sicurezza, ma sono rimasti più o meno antichi. I circuiti nuovi sono stati già concepiti e costruiti con delle vie di fuga impressionanti con asfalto e ghiaia di ultima generazione – peraltro ogni anno cambiano e ricambiano e fanno tutto il contrario di tutto. È chiaro che quel fascino che avevano una volta può venir meno. Prendi ad esempio Monte Carlo. Il Gran Premio di Monaco è noioso, ma ha delle variabili tali che ti tiene incollato al teleschermo fino alla fine. Il circuito di Spa-Francorchamps è stato migliorato come sicurezza, però è rimasto nella sua storicità. È ovvio che poi è il pilota che fa la differenza.   Il nostro giovane Andrea Kimi Antonelli sembra un predestinato. Sono più di settant’anni che un italiano – l’ultimo è stato Alberto Ascari – non vince un mondiale di Formula 1. Perché secondo lei gli italiani in tanti anni non hanno più lottato – eccezion fatta per Michele Alboreto e Riccardo Patrese che arrivarono secondi – per il titolo? L’ottanta per cento dei team hanno sede in Inghilterra. In Italia c’è la Ferrari. Quando c’era la Minardi son cresciuti dei piloti, ma poi è mancato il top team che gli ha dato fiducia. Hanno vinto qualche gran premio, ma non hanno lottato per il mondiale. Antonelli ha fatto un contratto a dodici anni con Mercedes di dieci anni, che ha rinnovato con la maggiore età e dopo si è guadagnato il rinnovo in pista. Non te li regalano i contratti, te li devi guadagnare. Ha avuto la fortuna e l’abilità di debuttare in un top team, cosa che i Fisichella, i Trulli, i Nannini, Alonso stesso, hanno iniziato con Minardi. Capisci da solo la differenza. Poi hanno fatto strada, ma hanno dovuto fare una serie di step, mentre Antonelli è arrivato con l’ascensore direttamente al primo piano.    Andrea Antonelli sta meritandosi la fiducia di un top team quale Mercedes. Direi proprio di sì e non avevo nessun dubbio in merito. L’anno scorso la stampa italiana lo ha ingiustamente criticato, perché probabilmente sta portando via visibilità al team italiano per eccellenza che è Ferrari. Quando passa sotto le tribune anche i tifosi con il cappellino e la maglia rossa lo applaudono. È un segnale che a loro darà fastidio. Io godo nel sentire l’inno di Mameli sul podio. Se me lo suonano per la Ferrai godo, se me lo suonano per Antonelli godo ancor più perché è un ragazzo giovane. Lo ritengo maturo e preparato e spero che si contorni di persone che non lo condizionino. Quella che fino a oggi è stata uno dei suoi punti di forza, la famiglia, deve ora fare un passo indietro. Adesso lui è a tutti gli effetti un pilota di Formula 1, un pilota vincente: non è più quel ragazzino di diciotto anni e deve iniziare a decidere da solo.

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Quando è importante la famiglia per un pilota? Dico sempre che il miglior pilota è quello orfano con una buona eredità. La famiglia è pericolosa, perché sono pochi i genitori che non condizionano la carriera di un pilota. Molti perché hanno una tradizione familiare, molti perché c’han messo dei soldi, molti perché credono di avere il miglior pilota in assoluto.   Quanti piloti ha sedotto con le prelibatezze della cucina romagnola? Ho avuto piloti giapponesi che si sono subito adattati alla nostra cucina. Abbiamo avuto sempre degli ottimi cuochi, anche dall’alberghiero vicino Faenza. All’inizio della nostra avventura nel motorsport cucinava il nostro autista. Poi ci siamo evoluti e siamo stati i primi a fare da mangiare anche per altri.    L’amicizia esiste nel vostro ambiente? Adesso siamo al decimo Minardi Day e mi accorgo che c’è un rapporto coi vecchi che al tempo non c’era o non ce ne accorgevamo. È chiaro che quando un pilota scende in pista e tira giù la visiera, il primo avversario è il suo compagno di squadra e poi tutti gli altri. È vero anche che c’è stato un periodo della storia dove c’era più convivialità. Oggi tutto è cambiato. Se si incontrano per la strada senza casco c’è anche il rischio che nemmeno si riconoscano [ride].   I suoi rapporti con gli altri team manager come Ron Dennis o Frank Williams, com’erano? Con Ron Dennis non avevo un buon rapporto. Litigai con lui quando eravamo ancora in Formula 2. Successivamente lui c’ha messo del suo. Devo dire che ha cambiato atteggiamento con me quando nel 2007 ho fatto un anno con Sky e in quel periodo, stranamente, si è comportato da inglese, prima no. Ai tempi gli son corso dietro con un martello, mi han fermato i meccanici [ride]!   Mi viene da sorridere pensando alla scena! Come mai?  Avevo il pilota argentino Miguel Ángel Guerra che durante una gara di Formula 2, nonostante il box e la bandiera, fece un giro in più. Ron Dennis corse da me dicendomi: «I soliti italiani spaghetti!». Io che già l’avevo già sui coglioni gli corsi dietro. Ma la goccia che fece traboccare il vaso è stata che all’inizio i box venivano sorteggiati e lui per tre volte capitò vicino al mio. Il nostro non era un box faraonico come il suo e così, per non avere vicino il mio team impose a Bernie Ecclestone di assegnare i box in ordine di classifica.    Non la voleva vicino insomma. Assolutamente. Da lì ho chiuso proprio con lui.    Frank Williams invece? Frank Williams è stato uno dei quei personaggi che ho modestamente copiato, perché era colui che dal niente, da una piccola scuderia, da una macchina comprata è passato a essere costruttore. Gli ho ceduto Marc Gené a gratis – come al solito – e gli ho raccomandato la mia addetta stampa, Silvia Hoffer Frangipane, che adesso è in Ferrari. Avevo un buon rapporto con lui nelle riunioni che facevamo con gli altri team.   Mi sedevo spesso vicino a lui perché parlava molto bene l’italiano in quanto io l’inglese non lo parlo quasi per niente, per cui o lui o Flavio [Briatore, ndr] mi davano una mano. In molte occasioni la vedevamo allo stesso modo e anche se lui era diventato più volte campione del mondo, è rimasto sempre quello che era all’inizio e capiva le mie esigenze.   Una persona rimasta vera e autentica. La fama e il successo non hanno scalfito il suo essere. Il problema è che oggi in Formula 1 non c’è nessun proprietario di team, son tutti manager. Quando c’ero io ce ne erano diversi. 

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Che rapporto aveva con Flavio Briatore?  Lui è un personaggio che va al di là dello sport. A lui non gli frega niente di vincere o di perdere, a lui interessa fare soldi. Nel 1996/1997 è stato mio socio e avevamo un buon rapporto, sanando anche il bilancio. Abbiamo litigato nel 1993 perché lui era l’esclusivista dei motori Ford e mi fece un bello scherzetto – diciamo così – ma alla fine ho vinto io. Ci fu una transazione amichevole che accontentò ambedue e poi facemmo la pace. Oggi quando lo vedo mi dice: «Oh, ma ce l’hai un pilotino da portarmi?!» [ride].   Lui arrivò in Formula 1 non perché era un appassionato di motori, ma perché era un bravo manager. Di motori non ci capiva un cazzo. Nel 1988 si sedeva vicino a me per aiutarmi con l’inglese e perché voleva capire quel mondo. Approdò nel motorsposrt per volere di Benetton. Briatore veniva dal mondo della moda. Ha gestito negozi per il Benetton in mezzo mondo e poi fu mandato alle corse per sostituire Davide Paolini – anche lui non un esperto dei motori. Flavio è stato molto bravo nell’imbonirsi Ecclestone. È stato scaltro a imparare. Ribadisco che il suo problema principale sono i soldi e li ha messi sempre davanti a tutto. Gliene hanno dati tanti e lui è stato bravo metterli insieme.    Un altro campionissimo è Michael Schumacher che per uno strano incidente con gli sci oggi è gravemente malato. I piloti, a volte, si sentono immortali. Lui ha fatto una leggerezza clamorosa: ha fissato con dei rivetti la telecamera sul casco da sci e quando è caduto si è ferito alla testa.    Lei quando lo vide correre le prime volte intuì che aveva un grande talento? Non vorrei essere frainteso, ma lui è stato fortunato. Un buon pilota. Il primo che ha creduto nella preparazione fisica fatta a dovere. Ha avuto la fortuna di andare in Ferrari contribuendo alla crescita e allo sviluppo, perché si portò con sé diversi ingegneri che erano con lui in Benetton. Onestamente in squadra non ha mai avuto un rivale, con tutto il rispetto per Felipe Massa e Rubens Barrichello, ma la realtà è quella. Anche se Massa è stato sfigato perché ha perso all’ultima curva un mondiale [2008, ndr].   Schumacher ha vissuto un periodo fortunato perché non aveva grandi rivali. In seconda fila avevano circa un secondo di differenza. Oggi in un secondo ci stanno quasi venti piloti! Non ha avuto un parterre di piloti come c’è adesso. Lui ha cominciato a vincere in Ferrai quando ha smesso Mika Häkkinen e ha cominciato a perdere quando è arrivato Fernando Alonso. Oggi ci sono quattro o cinque piloti che a parità di macchine stanno in un decimo. Con questo mio giudizio non vorrei essere interpretato male, anche perché ha vinto sette titoli mondiali di cui cinque con la Ferrari e due con la Benetton. Nulla da aggiungere direi.    Nel 1999 Eddie Irvine, compagno di squadra di Schumacher in Ferrari, sta lottando per il mondiale e in un gran premio, durante una sosta ai box, c’è una ruota che si perde compromettendo la sua corsa al titolo.  Io credo molto a un errore umano nel box. È inutile fare delle fantasie. 

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Come descriverebbe Bernie Ecclestone? Unico!   In che rapporti eravate? Direi buoni, ma non parlando bene l’inglese ho avuto sempre dei rapporti con un tramite e quasi mai diretti con lui. In più occasioni mi ha dimostrato credibilità e affetto e mi è stato vicino. È un personaggio che ha fatto la storia della Formula 1 e sapeva bene come barcamenarsi nell’aiutare chi aveva bisogno.   Credo che lui abbia un’ottima impressione nei miei confronti. Fui invitato, pochi anni fa, a una sua festa in Inghilterra. C’era un tavolo lungo cinquanta o sessanta metri dove c’era lui e la compagna a capotavola e io ero il primo al suo fianco. E tra me e il primo uomo della Formula 1 c’erano cinque o sei persone amici suoi estranei a quel mondo. Fu una grande soddisfazione e anche perché avrà detto: «Questo almeno non mi rompe i coglioni!» [ride]. Quando ci incontriamo lui viene sempre incontro a darmi la mano.   Quanto ha dato Gian Carlo Minardi alla Formula 1?  Mi vogliono un gran bene. Giorni fa a Imola sono stato fermato da un sacco di persone per un selfie o un autografo e molti di loro non erano nemmeno nati quando correva la Minardi. Evidentemente il mio carattere, il mio modo di pensare, la mia energia, hanno lasciato un segno. Ancora oggi cerco di essere il più semplice, chiaro e imparziale possibile. A qualcuno può dar fastidio, ma alla massa fa piacere. Evidentemente riesco a trasmettere la mia passione anche agli altri. Gli ho dato ventuno anni e trecentoquaranta gran premi. Due decenni molto intensi, ventiquattro ore al giorno, perché anche quando andavo a dormire dovevo pensare cosa inventarmi per il giorno dopo.   Ho avuto momenti belli e momenti meno belli, come tutti, però sono contento. Ho tanti amici e sono sereno perché quando sono uscito non ho lasciato un euro di debito, ed è raro in Formula 1. Oggi guardo le gare in televisione e mi diverto nel portare la mia esperienza in Federazione.    Che rapporto aveva con i suoi dipendenti? Se ho fatto trecentoquaranta gran premi lo devo ai miei dipendenti, con i quali sono ancora in ottimi rapporti.    Ha qualche situazione divertente che le è successa nel paddock che vuole raccontarci? Eravamo al GP di Phoenix. Si presentò un signore con i capelli bianchi con due occhi azzurri che mettevano soggezione e mi chiese: «Mi ospita nel suo box che io corro con una Porsche?». «Certo!». Era Paul Newman! Ho avuto la fortuna di conoscere tanta altra gente, ma quell’incontro mi è rimasto bene in mente.   Il Minardi Day è oramai un appuntamento imprescindibile. È un bell’impegno per tutta la famiglia Minardi!    Grazie, Gian Carlo! Grazie a voi!   Francesco Rondolini  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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