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La Francia e il jihadismo dell’alleato turco

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21

 

 

 

La Francia si rende conto un po’ in ritardo che gli jihadisti che hanno compiuto attentati sul suo territorio, nonché gli altri che ne stanno preparando di nuovi, hanno il sostegno di Stati stranieri, alleati militari all’interno della NATO. Il rifiuto di trarne le conseguenze in politica estera rende poco efficace il progetto di legge per contrastare l’islamismo.

 

 

Per contrastare la strumentalizzazione politica della fede mussulmana il presidente Emmanuel Macron e il governo di Jean Castex hanno redatto un disegno di legge, ora in discussione in parlamento.

La Francia si rende conto un po’ in ritardo che gli jihadisti che hanno compiuto attentati sul suo territorio, nonché gli altri che ne stanno preparando di nuovi, hanno il sostegno di Stati stranieri, alleati militari all’interno della NATO

 

Il testo si articola attorno a quattro idee forti, tra cui il divieto di finanziamento delle associazioni di culto da parte di Stati stranieri. Tutti sono consapevoli che ci si riferisce agli Stati a capo dell’islamismo, ma nessuno osa nominarli: Turchia e Qatar, telecomandati da Regno Unito e Stati Uniti. Combattere l’islamismo in Francia implica infatti molte e pesanti conseguenze in politica estera. Nessun partito osa affrontare il problema, vanificando così l’impegno profuso nella battaglia.

 

La Francia ha già affrontato con atteggiamento esitante l’islamismo della metà degli anni Novanta, quando Regno Unito e Stati Uniti sostenevano in Algeria gli jihadisti che si opponevano all’influenza francese. Londra offrì anche asilo politico a questi «democratici» che combattevano un regime militare. L’allora ministro dell’Interno, Charles Pasqua, si lanciò in una prova di forza che lo indusse a far abbattere i membri di un commando del Gruppo Islamico Armato (GIA), che avevano dirottato un aereo dell’Air France, nonché a espellere il capo della sede CIA di Parigi (peraltro coinvolto in una vicenda di spionaggio economico). La questione fu così regolata per i successivi vent’anni.

 

La Direzione Generale della Sicurezza Interna (DGSI) ha ispirato un dossier, pubblicato sul Journal du Dimanche del 7 febbraio 2021, su come «Erdoğan infiltra la Francia». Si noti che il giornale non chiama in causa la Turchia, ma soltanto il presidente Erdoğan. Lo stesso, almeno per ora, per Qatar, Regno Unito e Stati Uniti, che non vengono citati. In particolare, il settimanale accusa la Millî Görüş, senza dire che fu la milizia del presidente Necmettin Erbakan e che il presidente Erdoğan ne fu a capo. Infine, omette di affrontare il presunto ruolo avuto dai servizi segreti turchi negli attentati del 13 novembre 2015 (Bataclan).

Tutti sono consapevoli che ci si riferisce agli Stati a capo dell’islamismo, ma nessuno osa nominarli: Turchia e Qatar, telecomandati da Regno Unito e Stati Uniti. Combattere l’islamismo in Francia implica infatti molte e pesanti conseguenze in politica estera

 

È questo il tema che affronterò, rettificando parecchi pregiudizi.

 

 

Islam: fede e politica

Maometto fu un profeta, ma al tempo stesso un capo militare e un principe. L’islam da lui fondato era un particolare rito del cristianesimo (1), ma anche la formulazione della sua politica nei confronti delle tribù della penisola arabica, nonché l’insieme di norme giuridiche da lui promulgate. Alla sua morte nessuno fu capace di distinguere l’eredità spirituale dall’azione politica e militare. I suoi successori politici (in arabo «califfi») ne ereditarono anche l’autorità religiosa, sebbene non avessero preparazione teologica e, in alcuni casi, addirittura non credessero in Dio.

 

Oggi i mussulmani che vivono in Europa vorrebbero sceverare questo islam per conservarne solo il versante spirituale e abbandonare gli aspetti inattuali, in particolare la Sharia. Il presidente Erdoğan – che aspira a essere ufficialmente riconosciuto il 29 ottobre 2023 (centenario della Repubblica turca) Califfo dei mussulmani – cerca in tutti i modi di opporsi.

Oggi i mussulmani che vivono in Europa vorrebbero sceverare questo islam per conservarne solo il versante spirituale e abbandonare gli aspetti inattuali, in particolare la Sharia. Il presidente Erdoğan – che aspira a essere ufficialmente riconosciuto il 29 ottobre 2023 (centenario della Repubblica turca) Califfo dei mussulmani – cerca in tutti i modi di opporsi

 

Si tratta di uno scontro fra due civiltà. Non tra la cultura europea e quella turca, ma tra la civiltà contemporanea e una civiltà scomparsa da oltre un secolo.

 

 

Erdoğan: un teppista diventato presidente

Il presidente Erdoğan non è un politico come gli altri. Ha iniziato la carriera come teppista che faceva a cazzotti nelle strade della capitale. È entrato in politica negli anni Settanta, aderendo a una milizia islamista, l’Akıncılar, per unirsi poi alla milizia creata nel 1997, alla caduta del primo ministro Necmettin Erbakan, la Millî Görüş. Quest’organizzazione di sicari era finanziata dall’Iraq del presidente Saddam Hussein e controllata dal Grande Maestro dell’Ordine sufi dei Naqshbandi, generale Ezzat Ibrahim al-Douri, futuro vicepresidente iracheno.

 

L’anglo-tunisino Rashid Ghannushi, una delle grandi figure della Fratellanza Mussulmana, ha dichiarato: «Nel mondo arabo della mia generazione, quando le persone parlavano del movimento islamico, parlavano di Erbakan. Quando parlavano di Erbakan lo facevano al modo in cui parlavano di Hasan al-Banna e di Sayyid Qutb». Così, benché il movimento islamista sia diviso organizzativamente tra Fratellanza Mussulmana da un lato e Naqshbandi dall’altro, questi movimenti formano senza alcun dubbio una sola e unica ideologia.

 

Erdogan oggi è il leader sia della Fratellanza Mussulmana (radicata in Medio Oriente Allargato e in Europa) sia dei Naqshbandi (radicati soprattutto in Bosnia Erzegovina, nel Daghestan russo, in Asia del Sud e nello Xinjiang cinese)

Ed è a nome della Millî Görüş che Erdoğan ha svolto un ruolo efficace nelle guerre in Afghanistan, a fianco di Gulbuddin Hekmatyar, e nelle guerre in Cecenia, a fianco di Chamil Nassaïev. Divenuto presidente, durante la guerra della NATO in Siria s’è imposto in quanto capo di questa corrente. Oggi è il leader sia della Fratellanza Mussulmana (radicata in Medio Oriente Allargato e in Europa) sia dei Naqshbandi (radicati soprattutto in Bosnia Erzegovina, nel Daghestan russo, in Asia del Sud e nello Xinjiang cinese).

 

 

Le reti islamiste

La trasformazione dell’Ordine dei Naqshbandi e la creazione della Fratellanza Mussulmana sul modello della Grande Loggia Unita d’Inghilterra sono state pilotate dal Regno Unito, nel contesto del «Grande Gioco», che opponeva l’Impero britannico all’Impero russo, e della conquista coloniale del Sudan. Ancora oggi l’MI6 controlla direttamente entrambe le organizzazioni. I finanziatori si avvicendano (dapprima Arabia Saudita, poi Qatar e Turchia) ma non chi impartisce gli ordini.

 

Anteriormente alla prima guerra mondiale i britannici utilizzarono l’università al-Azhar del Cairo per unificare il mondo mussulmano attorno a un’unica versione del Corano (all’epoca erano una quarantina). Bisognava eliminare i passaggi utilizzati dalla crudele setta sudanese del Mahdi contro l’Impero britannico. Il Grande imam di al-Ahzar fu mandato a convertire i mussulmani sudanesi al «vero» islam recentemente nato.

 

La Confraternita Mussulmana nella sua forma originaria fu fondata dall’egiziano Hasan al-Banna. Fu immaginata come prolungamento dell’investimento britannico nell’islam. La Fratellanza fu poi organizzata in altra forma direttamente dall’MI6, dopo la seconda guerra mondiale, e successivamente all’esecuzione di Hasan al-Banna, gli Stati Uniti v’introdussero prontamente un intellettuale massone, nonché ateo, Sayyid Qutb, che si convertì all’islam, da lui concepito come arma per conquistare il potere. Creò un’ideologia binaria (noi e loro, ciò che è vietato e ciò che è autorizzato) e predicò la jihad.

La Fratellanza Musulmana fu poi organizzata in altra forma direttamente dall’MI6, dopo la seconda guerra mondiale, e successivamente all’esecuzione di Hasan al-Banna, gli Stati Uniti v’introdussero prontamente un intellettuale massone, nonché ateo, Sayyid Qutb, che si convertì all’islam, da lui concepito come arma per conquistare il potere

 

Sotto il controllo dei britannici e con il finanziamento dell’Arabia Saudita (Lega Islamica Mondiale), la Fratellanza si estese progressivamente a tutta la regione che oggi chiamiamo il Medio Oriente Allargato. Conquistarono il potere in Pakistan, consentendo così alla CIA di fare guerra ai sovietici in Afghanistan. Si trasformarono poi in un vero e proprio esercito e combatterono in Bosnia-Erzegovina a fianco del Pentagono. Oggi sono presenti in molti conflitti, in particolare in Sahel, Siria, Iraq, Yemen e Afghanistan (2).

 

Anche l’Iran di Ruhollah Khomeini si fonda su una concezione politica dell’islam. L’ayatollah incontrò Hasan al-Banna al Cairo, non già per associarglisi, ma per spartirsi con lui il mondo mussulmano. L’attuale Guida della Rivoluzione, Ali Khamenei, ha tradotto due libri di Sayyid Qutb, che dice di ammirare; invita sistematicamente i Fratelli Mussulmani ai congressi sull’islam, ma, in privato, le due correnti non perdono occasione di sparlare l’una dell’altra. Tra loro si è stabilita una sorta di pace armata.

 

Gli europei in generale e i francesi in particolare cominciano solo ora a interessarsi all’islam politico, che non riescono a distinguere dalla spiritualità mussulmana, a dispetto dei lavori di Louis Massignon.

 

 

La Turchia e la NATO

Ritorniamo alla Turchia. Gli Stati Uniti l’hanno ammessa nella NATO perché confinante con l’Unione Sovietica. Durante la guerra di Corea, gli americani poterono apprezzare il valore dei soldati turchi, grazie ai quali evitarono una vergognosa sconfitta. Sono gli americani che hanno organizzato una migrazione in Germania Ovest di cittadini turchi, a scopo lavorativo, al fine di consolidare la popolazione in campo atlantista dei tedeschi. Inoltre, dato che i turchi kurdi avevano creato il PKK con l’aiuto dei sovietici, le autorità di occupazione USA in Germania avrebbero potuto sorvegliarli direttamente.

Sono gli americani che hanno organizzato una migrazione in Germania Ovest di cittadini turchi, a scopo lavorativo, al fine di consolidare la popolazione in campo atlantista dei tedeschi

 

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la pressione degli Stati Uniti s’è allentata. I lavoratori turchi hanno cominciato a passare dalla Germania Ovest ad altri Paesi frontalieri, tra cui la Francia.

 

Durante la guerra fredda, gli Stati Uniti istallarono il quartier generale europeo della Fratellanza Mussulmana prima a Monaco di Baviera poi a Ginevra, attorno a Saïd Ramadan (marito della figlia di Hasan al-Banna e padre di Tariq e Hanni Ramadan). Dopo ogni colpo di Stato fallito in Medio Oriente, la NATO fa concedere dalla Germania o dalla Francia l’asilo politico ai Fratelli Mussulmani. Sicché questi due Paesi hanno storicamente nutrito i nemici al proprio seno. Charles Pasqua fu il primo a opporsi a quest’alleanza d’imbroglioni. I dossier a suo tempo accumulati dall’intelligence francese sono stati recentemente riordinati da Jean-Loup Izambert (3).

 

Con la svolta islamista imposta da Erdoğan alla Turchia, l’Agenzia per gli Affari Religiosi (Diyanet) ha considerevolmente aumentato l’influenza sulla diaspora. Ha moltiplicato il numero degli imam e si è appoggiata alla Millî Görüş, nonché, più recentemente, ai Lupi Grigi (altra milizia turca, anch’essa legata alla NATO, ora vietata in Francia). (4)

Dopo ogni colpo di Stato fallito in Medio Oriente, la NATO fa concedere dalla Germania o dalla Francia l’asilo politico ai Fratelli Mussulmani. Sicché questi due Paesi hanno storicamente nutrito i nemici al proprio seno

 

 

Erdoğan e gli attentati del 2015 e 2016 a Parigi e Bruxelles

Le inchieste sugli attentati di Parigi-Saint Denis e di Bruxelles-Zaventem del 2015 e 2016 hanno stabilito che non sono state azioni isolate. Secondo gl’inquirenti francesi e belgi, si è trattato di operazioni di tipo militare. La domanda è: quale esercito li ha organizzati?

 

Gl’inquirenti hanno dimostrato che i due gruppi erano fra loro strettamente collegati. Gli ordini sono stati perciò impartiti da un’unica fonte.

 

Quattro giorni prima degli attentati di Bruxelles-Zaventem, il presidente Erdoğan ha esplicitamente minacciato l’Unione Europea in generale e il Belgio in particolare, preannunciando un attentato (5). E all’indomani di questo bagno di sangue, la stampa turca favorevole al presidente non ha nascosto il proprio entusiasmo. (6)

Quattro giorni prima degli attentati di Bruxelles-Zaventem, il presidente Erdoğan ha esplicitamente minacciato l’Unione Europea in generale e il Belgio in particolare, preannunciando un attentato. E all’indomani di questo bagno di sangue, la stampa turca favorevole al presidente non ha nascosto il proprio entusiasmo

 

Non ci sono quindi dubbi che il presidente turco abbia auspicato anche gli attentati di Parigi-Saint Denis, poiché riteneva che la Francia avesse tradito gl’impegni presi a favore della Turchia in Siria (7).

 

Come sempre, l’unico jihadista riconosciuto come componente del commando di Parigi e di Bruxelles (Mohammed Abrini, «l’uomo dal cappello») è stato identificato come informatore dei servizi segreti britannici (8).

 

Direste «finanziamento di jihadisti che operano sul territorio francese»?

 

 

Thierry Meyssan

Come sempre, l’unico jihadista riconosciuto come componente del commando di Parigi e di Bruxelles (Mohammed Abrini, «l’uomo dal cappello») è stato identificato come informatore dei servizi segreti britannici

 

 

 

NOTE

(1) Fu presentato così quando gli Omayyadi arrivarono a Damasco, prima che il Corano fosse messo in forma scritta.

(2) Si veda la storia mondiale dei Fratelli Mussulmani in sei parti, di Thierry Meyssan, Rete Voltaire, 21 giugno 2019.

(3) 56— tome I : L’État français complice de groupes criminels56 — tome II : Mensonges et crimes d’État, IS édition (2015 et 2017).

(4) «In Francia i Lupi Grigi cercano di organizzare pogrom anti-armeni», «La Francia sta per mettere fuorilegge i Lupi Grigi», Rete Voltaire, 2 e 3 novembre 2020.

(5) «Erdoğan minaccia l’Unione Europea», di Recep Tayyip Erdoğan, Traduzione Matzu Yagi, Rete Voltaire, 18 marzo 2016.

(6) «La Turquie revendique le bain de sang de Bruxelles», par Savvas Kalèndéridès, Traduction Christian Haccuria, Réseau Voltaire, 24 mars 2016.

(7) «Il movente degli attentati di Parigi e di Bruxelles», di Thierry Meyssan, Traduzione Matzu Yagi, Megachip-Globalist (Italia) , Rete Voltaire, 28 marzo 2016.

(8) «First Isis supergrass helps UK terror police», Tom Harper, The Times, June 26th, 2016. « Terror suspect dubbed “the man in the hat” after Paris and Brussels attacks becomes British police’s first ISIS Supergrass», Anthony Joseph, Daily Mail, June 26th, 2016.

 

 

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

 

 

Fonte: «La Francia e lo jihadismo dell’alleato turco», di Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 9 febbraio 2021

 

 

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Geopolitica

Rivolte in Tagikistan: più di 20 morti negli scontri tra minoranza pamiri e polizia

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Le autorità tagike parlano di operazione «antiterrorismo». Gli abitanti della regione denunciano le violenze delle Forze dell’ordine. ONU e Paesi occidentali si dicono preoccupati e chiedono moderazione alle parti in causa. Human Rights Watch: rispettare i diritti dei manifestanti e la libertà dei media.

 

 

 

Le Nazioni Unite hanno espresso ieri preoccupazione per gli scontri tra manifestanti di etnia pamiri e Forze dell’ordine nella regione autonoma tagika del Gorno-Badakhshan.

 

Secondo resoconti parziali (in Tagikistan la libertà di stampa è repressa con forza), il numero dei morti oscilla tra 21 e 25, compreso un agente di polizia.

 

I pamiri rappresentano una delle poche voci d’opposizione al regime del presidente Emomali Rahmon, che guida il Tagikistan dall’indipendenza ottenuta nel 1991, dopo il crollo dell’URSS.

 

Dalla nascita del Paese fino al 1996, il Gorno-Badakhshan è stato teatro di uno conflitto civile che ha visto come protagonista anche la minoranza pamiri – oltre a gruppi fondamentalisti islamici.

 

Le autorità tagike hanno lanciato quella che definiscono un’operazione «antiterrorismo» dopo che centinaia di abitanti di Khorog, la capitale del Gorno-Badakhshan, sono scesi in strada chiedendo la liberazione di manifestanti arrestati nelle proteste dello scorso novembre.

 

I dimostranti hanno invocato anche le dimissioni del sindaco locale e del governatore della regione. La situazione è precipitata dopo che il 16 maggio la polizia ha ucciso il 29enne Zamir Nazrishoev.

 

Il 19 maggio i diplomatici UE, USA, francesi, britannici e tedeschi hanno invitato tutte le parti a esercitare moderazione ed evitare l’uso eccessivo della forza.

 

L’organizzazione umanitaria Human Rights Watch ha domandato invece al governo tagiko di rispettare e proteggere i diritti dei cittadini e la libertà dei media durante qualsiasi operazione di sicurezza nel Gorno-Badakshan.

 

 

 

 

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Immagine di AsiaNews

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Geopolitica

Gli Stati Uniti stanno armando l’Ucraina per affondare la flotta russa del Mar Nero?

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Anton Gerashchenko, uno dei massimi consiglieri del Ministero degli affari interni ucraino, ha annunciato il 20 maggio che gli Stati Uniti stanno «preparando un piano per distruggere la flotta del Mar Nero». Il portavoce del Pentagono John Kirby si è sentito obbligato a rispondere, dicendo ai giornalisti lo stesso giorno: «posso dirvi che non è vero». Lo riporta EIRN.

 

Secondo la testata governativa russa Sputnik (ora oscurata in Italia), Gerashchenko aveva anche riferito che sono in discussione le consegne di armi antinave all’Ucraina, inclusi Harpoon e missili di attacco navale (NSM) con una portata di 250-300 km.

 

L’agenzia Reuters aveva pubblicato un articolo esclusivo il 19 maggio, il giorno prima delle osservazioni di Gerashchenko e Kirby, secondo cui la Casa Bianca sta lavorando su come fornire all’Ucraina proprio i missili anti-nave a lungo raggio nominati da Gerashchenko.

 

Reuters ha citato tre attuali ed ex funzionari statunitensi e due fonti del Congresso (tutte senza nome, come al solito) come base del suo articolo.

 

L’agenzia ha riferito che ci sono problemi tecnici che devono essere risolti, incluso l’addestramento degli ucraini su come far funzionare i missili, così come il problema rischioso di come la Russia potrebbe rispondere se i missili statunitensi iniziassero ad affondare navi nella flotta russa del Mar Nero.

 

Secondo quanto riferito, il tempo di addestramento per operare gli NSM è inferiore a 14 giorni.

 

Tali missili, per inciso, costano circa 1,5 milioni di dollari al colpo, secondo fonti del settore citate da Reuters. Con tali cifrem si «potrebbe comprare un sacco di latte artificiale» ricorda EIRN.

 

 

 

Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0), immagine tagliata.

 

 

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Crisi Sri Lanka: il peso dei prestiti cinesi

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Con i Rajapaksa al potere, finanziati da Pechino progetti infrastrutturali spesso inutili e troppo costosi. Il porto e l’aeroporto nel distretto di Hambantota sono gli esempi più eclatanti. La Cina ha il 10% del debito estero di Colombo, come il Giappone, ma a tassi d’interesse molto più alti.

 

 

 

Lo Sri Lanka ha contratto ingenti debiti, in buona parte con la Cina, per colmare anni di carenze di bilancio e deficit commerciali. Diversi governi hanno sperperato però somme colossali in progetti infrastrutturali imprudenti, che hanno prosciugato in modo ulteriore le finanze pubbliche e portato all’attuale tracollo economico.

 

Tra il 2010 e il 2015, durante il secondo mandato alla presidenza di Mahinda Rajapaksa, da poco dimessosi da premier sull’onda delle proteste di piazza contro il governo del fratello Gotabaya, i cinesi hanno prestato a Colombo 5 miliardi di dollari per finanziare una serie di iniziative infrastrutturali. Alcuni delle più importanti, come l’aeroporto internazionale di Mattala e il porto di Magampura, si trovano nel distretto di Hambantota, la roccaforte elettorale della famiglia Rajapaksa.

 

I due megaprogetti sono in realtà degli «elefanti bianchi», costosi e inutili.

 

Secondo fonti aeroportuali e dell’aviazione, per lo scalo aereo di Mattala sono stati spesi 209 milioni di dollari. Costruito con l’obiettivo di far atterrare gli Airbus A380, che non possono farlo all’aeroporto internazionale Bandaranaike della capitale, quello di Mattala è l’unico scalo al mondo a essere ignorato dalle compagnie aeree internazionali. Per questo motivo, l’aeroporto di Mattala ha avuto difficoltà a raggiungere gli obiettivi finanziari prefissati e a recuperare le spese di costruzione.

 

Secondo gli ambientalisti, l’aeroporto si trova poi in quello che era un “«orridoio per gli elefanti». Anche dopo la cerimonia di apertura, pachidermi selvatici si aggiravano negli spazi della struttura. Lo scalo si trova anche lungo una rotta degli uccelli migratori, con cui molti velivoli si sono scontrati.

 

Analisti politici osservano che “questo aeroporto è un tuffo nel pantano della politica nazionale, delle manovre geopolitiche, della cruda corruzione e della fame della Cina di investire in massicci progetti infrastrutturali” lungo la sua Belt and Road Initiative, la Via della seta del 21° secolo.

 

Il caso più eclatante di struttura inutile rimane però il porto di Magampura, considerato economicamente insostenibile. Nel 2017 lo scalo è stato affittato a una compagnia cinese per 99 anni in cambio del mancato pagamento dei debiti contratti con Pechino: per molti osservatori un esempio di «trappola del debito» usata da Pechino per assumere il controllo di alcune infrastrutture incluse nella Belt and Road.

 

Come riporta Nikkei Asia, il Fondo monetario internazionale calcola che lo Sri Lanka abbia un debito estero di 38,6 miliardi di dollari: il 46,7% del debito pubblico nazionale.

 

La quota cinese è del 10%, come quella del Giappone, solo che il tasso d’interesse richiesto da Pechino è in media del 3,3%, mentre quello nipponico si ferma allo 0,7.

 

Ciò non ha dissuaso i Rajapaksa dal finanziare un terzo dei 313 progetti infrastrutturali lanciati nel Paese dopo il 2009 con soldi dalla Cina.

 

 

 

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Immagine di Deneth17 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0) 

 

 

 

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