Geopolitica
La Danimarca dice ai rifugiati ucraini che dovranno tornare a casa
I cittadini ucraini che hanno cercato rifugio dal conflitto in Danimarca non saranno i benvenuti una volta ripristinata la pace, ha detto venerdì il ministro danese dell’Immigrazione Kaare Dybvad.
Sono oltre 30.000 gli ucraini che hanno chiesto lo status di rifugiato in Danimarca ai sensi di una legge speciale, la cui scadenza è prevista per marzo 2025. Un sondaggio condotto dall’Università di Copenaghen a settembre su un campione di 7.000 di loro ha mostrato che circa la metà vorrebbe rimanere nel paese anche dopo la fine delle ostilità in Ucraina.
Dybvad, intervistato dal quotidiano Berlingske, ha affermato che ciò è fuori questione e che occorre tornare indietro.
«Non cambieremo questo punto di vista», ha detto il ministro, aggiungendo che i rifugiati continueranno ad avere uno status temporaneo, indipendentemente dalla loro provenienza. Anche se gli ucraini sono «culturalmente più vicini a noi rispetto alle persone del Medio Oriente», ha detto Dybvad, si comportano comunque in «modi completamente diversi» rispetto ai danesi, come picchiare i loro figli.
Il governo di Kiev è stato chiaro nel volere che i suoi cittadini ritornino, ha detto Dybvad, e la Danimarca «dovrà rispettarlo».
Ha ammesso la possibilità che alcuni dei 30.278 ucraini attualmente registrati come residenti temporanei possano restare oltre marzo 2025, se soddisfano determinate condizioni. Se guadagnano più di 375.000 corone danesi (circa 55.400 dollari) all’anno, ad esempio, potrebbero richiedere un permesso d’affari.
«Penso che abbiano l’opportunità di restare in misura ragionevole, ma non faremo un’apertura indipendente in cui diciamo che chiunque venga dall’Ucraina può rimanere in Danimarca», ha detto il ministro.
Il ministro ha respinto l’idea che la Danimarca lascerebbe i rifugiati in difficoltà chiedendo loro di tornare indietro, sottolineando che Copenhagen ha contribuito con miliardi di dollari in aiuti a Kiev.
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«Non abbiamo nulla di cui essere imbarazzati», ha detto Dybvad. «Spero che gli ucraini siano interessati a ricostruire il proprio Paese, che ne ha bisogno».
Secondo le Nazioni Unite, circa 5,8 milioni di ucraini hanno lasciato il Paese da quando il conflitto con la Russia si è intensificato nel febbraio 2022. Molti hanno espresso il desiderio di restare nei paesi che hanno dato loro rifugio anche dopo il raggiungimento della pace. Sebbene la maggior parte dei paesi ospitanti abbia rifiutato le richieste di Kiev di rimandare a casa gli uomini in età da combattimento, non sono stati entusiasti di accettare i rifugiati come immigrati permanenti.
All’inizio di questa settimana, la Germania, in un report condiviso dal giornale Der Spiegel, ha ammesso che solo circa un terzo degli ucraini che hanno frequentato i «corsi di integrazione» hanno effettivamente ottenuto un voto positivo; la testata tedesca ha scritto inoltre che i rifugiati preferirebbero l’assistenza sociale al lavoro.
Come riportato da Renovatio 21, i rifugiati ucraini in Europa sono 4,2 milioni.
Da ricordare la velata minaccia fatta lo scorso settembre dal presidente ucraino Zelens’kyj durante un’intervista con il settimanale The Economist, quando ha di fatto ricordato che «milioni di rifugiati ucraini nei paesi europei» sono in grado di destabilizzare l’Occidente.
«Ridurre gli aiuti all’Ucraina non farà altro che prolungare la guerra, sostiene Zelens’kyj. E creerebbe rischi per l’Occidente nel proprio cortile. Non c’è modo di prevedere come reagirebbero i milioni di rifugiati ucraini nei paesi europei all’abbandono del loro Paese» ha detto Zelens’kyj all’Economist.
«Gli ucraini in generale si sono “comportati bene” e sono “molto grati” a coloro che li hanno accolti. Non dimenticheranno quella generosità. Ma non sarebbe una “bella storia” per l’Europa se dovesse “mettere queste persone all’angolo”».
Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno a Parchim, una cittadina nel land del Meclemburgo-Pomerania, si sono verificati scontro tra gruppi di profughi ucraini e immigrati turchi.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
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Geopolitica
Il governo israeliano triplica la spesa per le campagne di influenza negli Stati Uniti
«Israele sta perdendo consensi negli Stati Uniti e sta investendo decine di milioni di dollari nel tentativo di cambiare la situazione». Lo riporta il quotidiano israeliano Haaretz.
La spesa del governo israeliano per riconquistare i sostenitori repubblicani cristiani è ora tre volte superiore al budget iniziale e supera i 40 milioni di dollari. Nell’ambito della campagna è stata creata una rete di siti di propaganda anti-palestinesi e filo-israeliani, presentati come neutrali, per influenzare i risultati dei motori di ricerca e dei chatbot basati sull’intelligenza artificiale.
Nonostante questi sforzi, Haaretz rileva che il sostegno a Israele tra la destra americana è ulteriormente peggiorato, soprattutto tra i giovani repubblicani dopo la guerra contro l’Iran.
Secondo un sondaggio Pew Research Center, il 41% dei repubblicani e il 57% dei giovani sotto i 50 anni hanno un’opinione negativa di Israele. Complessivamente, circa il 60% degli americani vede Israele in modo negativo.
L’obiettivo attuale della propaganda è difendere la guerra contro l’Iran, «svelando la verità sull’Iran» e negando che Israele abbia trascinato gli Stati Uniti nel conflitto.
Le pratiche di influenza di Israele sull’ecosistema mediatico statunitense hanno subito una profonda evoluzione digitale, come confermato dalle dichiarazioni del premier Benjamin Netanyahu. Durante un incontro a Nuova York con diversi creatori di contenuti americani, il primo ministro ha esplicitamente definito i social media come l’arma più importante nella guerra informativa contemporanea per blindare il consenso negli Stati Uniti.
Nello specifico, il Netanyahu ha descritto il passaggio di TikTok sotto il controllo di un consorzio statunitense guidato da figure e investitori vicini a Israele, tra cui il fondatore di Oracle Larry Ellison, ebreo sionista, come l’acquisizione geopolitica più rilevante del momento, in grado di alterare la moderazione algoritmica e arginare i trend pro-palestinesi tra i giovani americani.
Ellison, tra i primi uomini più ricchi del pianeta e grande finanziatore delle forze israeliane, ha guidato un consorzio per rilevare il social media cinese, popolarissimo tra i giovani, negli USA tramite Oracle, con il probabile obiettivo, neanche tanto occultato, di controllare l’algoritmo di TikTok e limitare il dissenso pro-Palestina.
Tale scalata al colosso informatico straniero si unisce alle mosse della sua famiglia: il figlio David ha infatti acquisito Paramount Global (che controlla il canale televisibi CBS), espandendo l’influenza degli Ellison dall’intrattenimento televisivo ai flussi informativi dei social network americani. A capo della CBS Ellison ha messo la giovane giornalista lesbo-sionista Bari Weiss, da moltissimi considerata senza alcuna esperienza per tale lavoro, ma la cui fede nella causa dello Stato Giudaico è totale.
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Documenti depositati presso il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA) hanno svelato l’esistenza del progetto segreto denominato Progetto Esther. Attraviso questa operazione finanziata dal ministero degli Esteri israeliano e mediata da agenzie di pubbliche relazioni come Havas, lo Stato Ebraico ha stanziato ingenti budget per remunerare influencer americani con compensi fino a settemila dollari a post, con l’obiettivo di orientare la narrazione sul conflitto di Gaza.
Questa strategia aperta si affianca a campagne clandestine tracciate da società di sicurezza informatica, caratterizzate dall’uso di reti di profili falsi e bot basati sull’intelligenza artificiale per condizionare deputati ed elettori del Partito Democratico. [
Il ministero degli Esteri israeliano ha inoltre finanziato una massiccia operazione di sorveglianza e tracciamento digitale nelle chiese degli Stati Uniti. Attraverso l’agenzia Show Faith by Works, registrata ai sensi del FARA, lo Stato degli ebrei ha stanziato oltre tre milioni di dollari per applicare un sistema di geofencing: si tratta di barriere virtuali basate sulla geolocalizzazione dei telefoni inserite intorno a centinaia di megachiese e campus protestanti ed evangelici in California, Arizona, Nevada e Colorado.
Il piano punta a contrastare il calo di consenso verso Israele riscontrato tra i giovani cristiani americani. Rilevando i dispositivi mobili dei fedeli riuniti per il culto domenicale, il sistema raccoglie i dati di tracciamento per inondarli di annunci digitali mirati, video e messaggi personalizzati sulla guerra a Gaza.
La campagna acquisisce l’identità dei presenti per continuare a bersagliarli con propagande pro-Israele e anti-palestinesi, trasformando i luoghi di culto in un bacino di raccolta dati geopolitici.
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Immagine di Ted Eytan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Cina
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