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Sport e Marzialistica

La boxe oltre il sogno olimpico. Renovatio 21 intervista il pugile medaglia d’oro Roberto Cammarelle

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Tre medaglie olimpiche (un bronzo ad Atene 2004, un fantastico oro a Pechino 2008 e un argento – preso in una finale molto, molto contestata – a Londra 2012), due medaglie d’oro ai mondiali, tre ori ai Giochi del Mediterraneo, qualche argento europeo e numerosi campionati italiani vinti. Un atleta, un uomo, che ha fatto della boxe la sua ragione di vita. Renovatio 21 ha incontrato Roberto Cammarelle al Centro Nazionale di Pugilato a Santa Maria degli Angeli, dove attualmente ricopre il ruolo di Direttore Tecnico del gruppo sportivo delle Fiamme Oro. Ne è seguita una lunga conversazione, attraversata dalle risate e dal buonumore del grande pugilista, che tocca i vari punti di una carriera stellare, dipinge un grande affresco scena del pugilato globale, racconta la prospettiva personale di chi arriva ai vertici della noble art. Prima dell’Olimpo c’è un sogno. C’è qualcosa anche dopo. Ce lo spiega direttamente il campione.

 

Il tuo incontro con questa disciplina sportiva avviene per caso, se non sbaglio.

Non ho nessun parente che mi ha avvicinato a questo sport. Io e mio fratello andammo in palestra con l’obiettivo di dimagrire, perché all’età di undici e dodici anni, eravamo alti, ma grassottelli e volevamo essere più in forma. Le alternative non erano molte, o facevi pesistica in palestra oppure una disciplina come la boxe. Il maestro di pugilato Biagio Pierri era un amico di famiglia e ci invitò a provare senza grandi garanzie sul fatto che potessimo dimagrire, ma di sicuro sarebbe stato divertente imparare questo sport.

 

Le prime volte che andavo in quella palestra ebbi l’effetto opposto, perché vedevo tutti questi che si menavano e avevano anche gusto nel farlo, ma io non capivo perché dei ragazzini si prendessero a pugni. «Ma chi glielo fa fare?», pensavo io. Poi mi sono messo in guardia davanti allo specchio, il sapersi muovere con le gambe nello spazio, portare i colpi e oltretutto sfidare mio fratello e sapersi pure difendere, per me è stata una prima rivelazione. Dovevo fare quello sport.

 

All’inizio non andavo bene, perché in guardia col sinistro avanti ero più lento rispetto a mio fratello. L’intuizione del mio maestro è stata quella di farmi cambiare guardia. Mi sono messo in guardia mancina – io sono destro naturale – e ho avuto una folgorazione: così potevo tirare in scioltezza sia di destro che di sinistro. La prima vittima fu proprio mio fratello [ride], perché dopo che cambiai guardia, non ci capiva più nulla e ha iniziato a prenderle! Lui ha debuttato nelle gare prima di me, ma non ha mai superato i regionali, invece l’anno dopo io sono andato agli interregionali.

 

Vinco l’incontro degli interregionali, vado ai nazionali e vinco anche lì. Dopo tre match divento campione italiano. Per quel traguardo il mio maestro mi diede cinquecentomila lire come premio. Era mezzo stipendio di un operaio. Facevo questo sport con leggerezza e all’inizio era tutto divertimento, ma volevo diventare il numero uno. Fui convocato per la prima volta in nazionale a sedici anni. Andare in palestra e osservare i grandi allenarsi che vedevo in televisione era meraviglioso.

 

Chi c’era a quell’epoca?

Un mito per me – e mi ci sono allenato anche insieme – era Giacobbe Fragomeni. A quel tempo faceva parte della selezione che poi andò alle Olimpiadi di Atlanta ’96. Lì nasce il mio sogno olimpico. 

 

Uno sogno che nasce da lontano, ma avevi già le idee abbastanza chiare. 

Sono arrivato in nazionale con leggerezza, ma con la forza delle vittorie, perché avevo vinto tre campionati italiani di fila. Ero una giovane speranza. Pensavo di essere pronto e arrivo all’ultima qualificazione olimpica per andare a Sidney 2000 con speranze concrete di poter staccare quel biglietto per l’Australia. In semifinale incontro un macedone – che avevo mesi prima battuto – ma lo affronto con superficialità e assegnano a lui la vittoria. Ero a un passo dal sogno, ma non ce l’ho fatta.

 

Ho sempre sofferto di dolori alla schiena e arrivo a questa qualificazione olimpica con già un’operazione addosso. Dopo questo intervento chirurgico sono stato fermo quasi un anno. Non andare ad un’olimpiade significa riprogrammare quattro anni di lavoro, ma io ero ancora molto giovane e non ho avuto grossi problemi. Nel 2000 abbandonai Biagio Pierri e feci il concorso per entrare nel gruppo sportivo delle Fiamme Oro.

 

Dalla tua avevi anche l’entusiasmo della giovane età e una carriera da scrivere. 

In quel periodo c’è stato il passaggio di direzione tecnica con Nazareno Mela e Francesco Damiani. Riprogetto la mia nuova scalata, e passo ai supermassimi. Nell’ultimo periodo facevo fatica a rimanere nei limiti di peso dei massimi. Nonostante cedessi qualche cosa come fisico, ero sicuramente uno dei più veloci. Fu un periodo duro e triste per me, perché emerge Aleksandr Povetkin, il fortissimo pugile russo. La mia caratteristica della velocità con lui viene meno, perché lui, oltre che la velocità, ha anche la quantità [ride]! 

 

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Ti sei scontrato più volte con lui.

Cinque volte, di cui due finali europee e la semifinale olimpica. La Russia – è inutile nasconderlo – era all’interno di una geopolitica sportiva importante ed era dura riuscire a vincere contro uno che dovevi quasi per forza mettere al tappeto se volevi avere la meglio. A me batteva ai punti, mentre agli altri prima del limite. Detto ciò, secondo me era battibile.

 

Prendi coscienza dei limiti dell’avversario.

Lo incontro anche nella finale dei campionati europei in Russia. Quello era l’ultimo match e i russi avevano già fatto man bassa di medaglie d’oro, ma non volevano perdersi l’ultimo oro. A venti secondi dal termine eravamo pari. Lui fa una combinazione che ancora oggi faccio fatica a spiegarmi, e gli entrano quattro punti. Per me fu dura.

 

Immagino.

Se guardo il lato positivo, il primo anno da supermassimo sono vice campione europeo. Rivinco i campionati italiani e sono ancora in nazionale, ma mi esce un’altra ernia del disco. Mancava troppo poco per le olimpiadi, quindi decidemmo di sacrificare il 2003 per esser poi pronti nel 2004. 

 

La Federazione ci credeva in te.

La Federazione mi ha sostenuto e non potevo rinunciare al mio sogno olimpico. Nell’agosto del 2003 mi sono operato e non andai al mondiale, ma a dicembre vinsi in scioltezza i campionati italiani.

 

Per te sembra che i campionati italiani siano una formalità. 

È stato un grande onore e una grande responsabilità parteciparvi e non ho vi rinunciato neanche quando stravincevo in ambito internazionale, perché quando tornavo a boxare in Italia volevo che fosse chiaro il concetto che io ero il più forte. Vinco all’estero perché sono il più forte in patria. Ad inizio 2004 ci furono i campionati europei per la qualificazione olimpica. Arrivo in finale e mi trovo Aleksandr Povetkin. Rispetto all’altra finale in cui ci scontrammo, ero convinto di aver vinto nettamente. Politicamente è protetto, tant’è che lì in Croazia il verdetto fu fischiatissimo dal pubblico.

 

Dopo qualche mese parto per Atene 2004. Nel primo incontro finisco la terza ripresa sopra di diciotto punti. Per soli due punti devo fare ancora un minuto e lo affronto con ingenuità. Peccato che di fronte a me avevo un nigeriano mastodontico che a trenta secondi dalla fine mi colpisce bene e quasi vado al tappeto.

 

Fortunatamente suona il gong e arrivo alla fine del match. Il mio maestro mi guarda e mi dice: «se c’erano altri dieci secondi era finita per te». Nel match seguente mi scontro con un ucraino vecchia scuola e l’asticella si era alzata, ma arrivo in semifinale. Medaglia garantita. In semifinale incontro Aleksandr Povetkin e ammetto la sconfitta [ride]. 

 

Una medaglia di bronzo al tuo esordio olimpico, non è poi tanto male alla fine. Poi c’è un siparietto curioso. Al momento che rientri a Casa Italia per prenderti la gloria e le interviste della stampa, Stefano Baldini vince l’oro nella maratona e inevitabilmente il clamore mediatico si sposta su di lui.

Chi vince una medaglia ha il suo momento di gloria e La Gazzetta dello Sport ti mette in prima pagina. Arrivo a Casa Italia con la mia medaglia, incontro i giornalisti, ma Stefano Baldini vince l’oro nella maratona e tutti si fiondano verso di lui. Tant’è vero che non ho la foto su La Gazzetta dell’Olimpiade 2004. Vedendo Baldini ho capito che l’oro è la cosa più importante. 

 

Aleksandr Povetkin pare essere la tua bestia nera.

Al mondiale del 2005 Aleksandr Povetkin già è passato professionista, ma trovo un altro russo in semifinale. L’incontro fu meraviglioso, perché sembravamo due pesi mosca per quanto eravamo rapidi! Fine del secondo round 23 a 22 per me. Nella terza e quarta ripresa ho però pagato la mia non perfetta preparazione atletica e ho perso. Persi per quattro punti di svantaggio.

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In quell’anno vinci anche i Giochi del Mediterraneo.

Li vinsi a mani basse e devo dire che il 2005 è stato positivo, anche se, finito il regno di Aleksandr Povetkin, sono stato sconfitto da un altro russo [ride]! 

 

Atene 2004 per te fu la prima olimpiade. Che clima si respirava a Casa Italia e nel villaggio olimpico?

La partecipazione olimpica è meravigliosa per uno sportivo. Fai un torneo insieme al gotha dello sport e la parte più bella, secondo me, è la cerimonia di apertura. È lo spettacolo nello spettacolo e tu sei il protagonista. Mentre aspettavamo, tutta l’Italia si raduna insieme e il campione di pallavolo Andrea Giani mi dice: «Ti seguo, so che sei forte». Io sono nato e cresciuto mangiando il Maxicono Motta con la pubblicità di Andrea Giani! Per me quella fu la vera vittoria [ride]!

 

C’era un bel clima mi pare di intuire.

Quando stai all’olimpiade hai un grosso senso di appartenenza. Poi c’è la gara olimpica vera e propria. Negli anni è anche un po’ migliorata l’atmosfera che c’è nei nostri palazzetti, però nella mia epoca, era molto freddo il clima. Ricordo un impatto – per me inedito – che mi fece venire i brividi: prima del match si apre un sipario, un tappeto rosso davanti e una marea di fotografi che immortalano quel momento mentre tu vai verso il ring seguito dalla telecamera. Sali sul ring, alzi gli occhi e vedi un maxischermo con la tua faccia che va in mondovisione. Tanta roba. Avevo già fatto due campionati europei, ma nulla a che vedere con questo tipo di impatto mediatico. 

 

Questo clamore mediatico ti ha creato più tensione del solito?

Assolutamente, perché tu pensi di fare una grande cosa, ma poi quando la vai a fare la realtà supera sempre la tua aspettativa. Dopo quell’esperienza il segreto per Pechino 2008 è stato: divertirsi alla cerimonia, ma quando poi si va in gara sul ring si deve combattere, come in qualsiasi altro torneo. A tal proposito nel 2006 un’importante produzione televisiva decide di seguire il pugilato e ci segue fino ai campionati europei di quell’anno. Durante il percorso di avvicinamento all’europeo emerge la mia qualità di capitano, vinco sempre, ma una volta arrivati all’evento clou, ai quarti di finale perdo con un russo. 

 

Strano scherzo del destino.

La Federazione pensa che io abbia un problema con i russi e allora decidono di assumere un allenatore russo, Vasiliy Filimonov, ma il primo impatto non fu dei migliori e di concerto con la Federazione abbiamo deciso di prendere il mio preparatore atletico Ennio Barigelli, perché avevo bisogno di un allenamento differenziato, viste le mie problematiche con la schiena. Poi abbiamo convissuto bene con bei risultati. Ennio Barigelli è poi purtroppo venuto a mancare e ho dovuto trovare la quadra insieme a Filimonov. 

 

Filimonov iniziò ad allenarti l’anno dei Mondiali a Chicago nel 2007, giusto?

Si.

 

In America come è percepita la boxe rispetto all’Italia?

La boxe lì è tutta un’altra cosa, quasi un modo di vivere. Noi arrivammo qualche giorno prima dell’inizio del mondiale e andammo nelle palestre lì intorno e peraltro non sono poi così meravigliose come le nostre, però la boxe è spettacolo alla fine. Per loro sei un attore che deve interpretare uno show. Nonostante quando io mossi i primi passi nel pugilato imperversava Mike Tyson, il mio mito vero era Muhammad Alì e proprio Alì era il padrino dei mondiali di Chicago. Aver avuto l’opportunità di vederlo da vicino – ho la pelle d’oca solo a ripensarci – per me è stato meraviglioso, tanto più che io ero la sua categoria.

 

In semifinale ho trovato un russo, ma fortunatamente non stava bene e non ha potuto affrontarmi. Vinco i campionati mondiali nettamente davanti a Muhammad Alì. È stato incredibile! Avrei potuto anche ritirarmi [ride]! Beh, comunque poi c’erano le olimpiadi, mica potevo smettere?!

 

Direi! 

Due anni dopo il mondiale si gioca a Milano. Nel frattempo un procuratore – di cui non ti farò il nome – mi dà la possibilità di passare professionista. Mi offrì trentacinque mila euro all’anno. Guadagnavo di più in Polizia, quindi non vedevo un valido motivo per passare professionista. Oltretutto volevo fare prima le olimpiadi e poi, in caso, ne avremmo riparlato. 

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Immagino che averti da campione del mondo era importante per la manifestazione mondiale. Tanto più che la sede scelta era a Milano, ma prima c’è Pechino 2008.

La cerimonia d’apertura a Pechino è stata bellissima. All’interno della mensa olimpica trovi di tutto. Ricordo che c’era Ronaldinho che non riusciva mai a mangiare perché tutti gli chiedevano la foto. Una delle cose meravigliose che mi è capitata, è che ho mangiato di fronte a Usain Bolt. Anche questa è l’olimpiade.

 

C’è un’atmosfera bellissima.

Meraviglioso! Però oltre al cibo buono, ci sono anche i fast food. Era in fila in uno di questi, mi pare fossi ad Atene 2004, e davanti a noi c’erano i calciatori, tra cui c’era De Rossi. Io gli bussai sulla spalla e gli dissi: «Mi prendi un panino anche a me?». «Ci mancherebbe altro! E chi te dice de no!» [ride]!

 

Vorrei ben vedere!

Sono cose belle questi incontri e questo ambiente che si crea. E ciò fa parte del bello delle olimpiadi, al di là delle gare ovviamente. 

 

L’audience delle cerimonie di apertura è incredibile. È l’evento sportivo più visto al mondo. Raccoglie circa due miliardi e mezzo di telespettatori. 

Esatto. 

 

Tornando al pugilato, ci racconti la tua Pechino 2008?

Nel primo incontro sfido un croato e lo batto facilmente. Prima dell’inizio dei match, mi ricordo che Mario Mattioli – giornalista Rai – mi chiese: «Che ti aspetti da questa olimpiade?». «Mario, da campione del mondo sono qua per vincere l’oro». Ricordiamo che al Mondiale di Chicago io vinsi l’oro, Clemente Russo vinse l’oro, Domenico Valentino vinse l’argento e Vincenzo Picardi vinse il bronzo. Fu un mondiale meraviglioso. Quella generazione si è portata a casa ben quattro medaglie. 

 

Tanto di cappello.

Tornando alle Olimpiadi, il secondo match l’ho gestito perché non volevo forzate troppo e la mia mobilità del ring ha iniziato un po’ a rallentarsi, ma non la velocità. Finì otto a quattro. Ero tranquillo e rilassato, ma il coach Damiani mi rimproverò: «Non va bene. Tu sei campione del mondo, gente così la devi spazzare via. Non devi vincere, devi stravincere».

 

Il caso volle che il mio compagno di stanza e amico vero, Domenico Valentino, perde. A quel punto fa il turista a Pechino e acquista una bicicletta, ma io gliela sequestro. Da quel momento la mia Olimpiade ha una svolta significativa, perché non devo più camminare. Girando in bici il mio fastidio alla schiena dovuto al camminare troppo sparisce. L’avversario successivo è un inglese che avevo già battuto, ma comunque mi riguardo i suoi incontri per studiarlo al meglio. Prima del match vado verso il suo angolo e gli dico: «Oggi vinco io!». Alla seconda ripresa l’arbitro chiude il match. Una vittoria straordinaria.

 

Immagino che dopo una vittoria così netta Damiani si sia dovuto ricredere.

Damiani era contento, ma c’era molta tensione. La finale nostra era l’ultima gara dei giochi. C’era molto nervosismo, perché sembrava già tutto apparecchiato per la vittoria di Zhilei Zhang, ma io ero sicuro: «Come fanno a pensare che io possa perdere?». Tra l’altro Zhang lo avevo già incontrato in Italia e battuto. È un atleta di oltre due metri, mastodontico, ma è lento. La mia qualità era la velocità, quindi ero molto tranquillo. Prima di salire sul ring di Pechino, si aprono le porte degli spogliatoi, io lo guardo e dico: «Ti ricordi? Vinco io anche stavolta!». 

 

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Negli istanti che ti separano dall’uscita dello spogliatoio a quando sali sul ring – nonostante l’importanza del match – eri moderatamente tranquillo.

Si, perché dopo l’esperienza ateniese ho cancellato tutto quello che era il contorno della finale.

 

Ti sei isolato da tutto e tutti.

Non esisteva nulla fuorché io e il mio avversario con le nostre rispettive squadre. 

 

Ho un ricordo nitido di quell’incontro, lo vidi in diretta.

Me lo sono rivisto più volte, e ho visto quello che ho fatto. Entrato nel palazzetto io avevo soltanto il match. Il pubblico era tutto contro di me, ma alla fine mi hanno applaudito tutti.

 

 

Damiani ha esultato quasi più di te!

Damiani era contentissimo perché da tecnico è riuscito a vincere quell’oro che gli mancò per un soffio da atleta. 

 

Che rapporto avevi con Damiani?

Molto buono, però ha un carattere particolare. Abbiamo anche molto litigato.

 

Però quel matrimonio professionale ha portato grandi risultati.

C’era grande rispetto e grande fiducia. Il fatto che lui litigava un po’ con tutti, era un suo vanto, però ti dice sempre le cose in faccia. A volte è molto crudo, ma è sincero. E siccome io non sono da meno, ogni tanto tanto c’è stata qualche discussione [ride].

 

Il tuo oro olimpico arriva vent’anni dopo l’oro di Giovanni Parisi a Seoul ’88.

Grande Giovanni Parisi. Insieme a Fragomeni, per me è un altro mito. Da piccolo sono andato spesso a Voghera nella palestra dove si allenava Parisi e l’ho incontrato diverse volte. Con Fragomeni facevo lo sparring e ho avuto la fortuna di farlo quando avevo solo quindici anni. Il livello era alto. Ero un talento già da piccolo. Uno che ha segnato molto la mia carriera è stato Nazareno Mela, con lui sono diventato molto veloce. Mi ha fatto capire la catena cinetica che andava sfruttata in una certa maniera che, insieme alla tecnica, fanno la differenza. Nell’apice della mia carriera con lui, portavo cinque colpi efficaci in sette decimi di secondo.

 

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Vedendo molti tuoi match, una tua peculiarità è proprio la rapidità. Come del resto si vede anche nella finale olimpica vinta.

Lì è stato l’apice del successo e i giornali e telegiornali aprono con la mia vittoria.

 

Finalmente direi.

Ho vissuto il clamore mediatico dopo essere sbarcato in Italia, perché tutti mi riconoscevano per strada. 

 

Penso che ti abbia fatto molto piacere.

Se la gente mi identifica con il mio sport, io ho vinto.

 

Dopo quell’oro ci sono stati altri prestigiosi traguardi.

In accordo con il mio staff, decidemmo di cambiare la mia preparazione fisica e il mio modo di combattere, perché non riesco più a saltellare come prima. Stando più fermo devo essere più efficace; devo imparare a fare male, molto più male. Tra l’altro il sistema di conteggio punti a macchinette premia molto di più i colpi forti.

 

Leggevo in una tua intervista, che tu prediligi vincere i match ai punti che ko, o mi sbaglio?

Assolutamente, però i colpi devono essere efficaci per ottenere il punto. 

 

Arrivano finalmente i mondiali del 2009 a Milano. Che ambiente hai trovato? Combattere in una manifestazione così importante a pochi chilometri da dove sei nato creda sia un’emozione particolare.

C’era Mediaset con i suoi giornalisti di punta. Molto bello.

 

 

Io me lo ricordo bene perché giustappunto lo vidi in televisione.

Il fatto che lo trasmetteva Mediaset è stato un upgrade importante.

 

È molto importante per una disciplina come la boxe avere dei passaggi televisivi sulle reti più viste.

Oserei dire fondamentale. Tornando alle gare, feci sei match.

 

A ridosso dei mondiali milanesi, ricordo un tuo bel KO che hai inflitto a un pugile cubano.

Mentre lui porta il montante io porto il gancio e lui va al tappeto. Ero pessimista sul match, però ricordo bene quella sera: misi i guantoni e li sentivo aderenti come un guanto. Stasera ci facciamo male. Come poi avrai notato la differenza tra prima e dopo Pechino, io inizio a essere un attaccante.

 

Sei più stabile sulle gambe.

Inoltre andavo più verso l’avversario, paravo, rientravo, giocavo anche d’anticipo. 

 

Il momento del ko ho dovuto rivederlo più volte per capire bene il tuo colpo. È troppo veloce per vederlo a occhio nudo in tempo reale.

Per capirlo lo devi vedere a rallentatore. 

 

 

Si fa fatica a vedere quando parte il colpo.

Neanche lui l’ha visto [ride]! Avevo questa combinazione gancio-gancio che in quel momento mi è venuta d’istinto. Poi quel mondiale è stato molto bello e i miei match sono state tutte vittorie nette. La finale è stata emozionante perché inizio piano e dopo la prima ripresa sono sotto. Seconda ripresa pari e poi vinco facile. È stata una vittoria emozionante.

 

A livello emotivo, quale dei due mondiali ti emozionato di più?

Onestamente faccio fatica a dirtelo. Quello in casa è stato perfetto sotto tutti i punti di vista, in particolare dal punto di vista organizzativo. Di contro ti dico che a me l’America mi affascina da sempre, quindi puoi ben immaginare la gioia nel combattere a Chicago. Dal 2007 al 2009 ho fatto settanta incontri senza una sconfitta. Tre anni memorabili.

 

Complimenti sinceri!

Grazie! A quel punto, dopo l’oro mondiale, volevo smettere perché di fatto non avevo più nulla da vincere e oltretutto le olimpiadi di Londra erano ben lontane dal venire. Tra l’altro nel 2009 vinsi di nuovo i giochi del Mediterraneo. Avevo vinto tutto quello che potevo vincere. 

 

Però l’idea di andare a Londra nel 2012 non l’avevi ancora maturata.

No. Volevo smettere, ma rimanere nell’ambiente per dare una mano agli altri pugili. Nel 2011 rifaccio l’europeo e arrivo in finale, ma perdo con il russo Magomed Omarov. 

 

I russi sono una tua maledizione personale.

Chiamarono uno psicologo pensando che io avessi dei problemi con i pugili russi. Ma quali problemi! I russi sono forti e politicamente – nel mondo della boxe intendo – sono potenti. Non sono imbattibili, ma io facevo fatica con loro [ride]. Oltre all’europeo, a fine anno c’è il mondiale che determinava la qualificazione olimpica. Io non avevo aspettative, ma alla fine mi son detto: «Sono Roberto Cammarelle, vice campione europeo». Da lì ho iniziato e riprogrammare le olimpiadi in maniera seria.

 

Ti è tornata la determinazione di prima.

Ho due anni e ce la posso fare. Al mondiale prima di Londra 2012 però perdo ai quarti di finale contro una giovane speranza, tale Anthony Joshua. Io non avevo perso, anzi, ti dirò di più, ho vinto più quel match che quando lo incontro in finale alle olimpiadi di Londra, ed è tutto dire. Damiani anche lì mi fece un cencio, perché secondo lui non mi ero impegnato abbastanza. Dopo il match con Joshua gli dissi: «Va bene che ho perso, ma vedi di andare in finale perché voglio partecipare alle olimpiadi» [ride]. Anthony arrivò in finale e così mi si sono aperte le porte per Londra 2012. 

 

Sei entrato dalla porta di servizio.

Esatto! La preparazione va bene, ma poco prima della partenza per Londra, mi blocco la schiena. Damiani era sfiduciato, ma io gli dissi: «Io voglio venire per vincere». 

 

Sei subito tornato in modalità vincente.

Era la mia terza Olimpiade, oltretutto non distante da casa. 

 

Come la valuti dal punto di vista sportivo invece? 

Non arrivavo con i favori del pronostico, ma ero pur sempre Roberto Cammarelle. Il primo match con un venezuelano lo vinsi 18 a 10. Ho vinto bene, ma ero preoccupato perché questo qua non mi ha dato nemmeno dieci cazzotti e non riuscivo a capire come aveva fatto a fare 10 punti. Il match seguente fu contro un marocchino molto bravo e girava voce che una medaglia sarebbe stata vinta da un paese africano prima o poi. E lui era l’ultimo africano in gara. Tu stai a vedere che perdo, eh… proprio a me doveva capitare [ride]! Se non fosse stato per l’arbitro che gli fa un richiamo ufficiale penalizzandolo di due punti, io per i giudici avevo perso. In semifinale vinco contro l’azerbaigiano campione del mondo [Magomedrasul Majidov, ndr] e credo di aver fatto una delle prestazioni più belle della mia carriera. E così mi ritrovo in finale dopo quattro anni.

 

Per me la finale che disputi contro Anthony Joshua è oro, ci tengo a dirlo, anche se, ahinoi, il risultato dice diversamente.

Lo so. Ero convinto di essere superiore al mio avversario e quindi sono salito sul ring molto tranquillo, anche se sapevo delle pressioni che c’erano. L’inglese giocava in casa, non ce lo dimentichiamo.

 

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Al tuo angolo c’era sempre Damiani.

Assieme a Raffaele Bergamasco. Facemmo l’analisi dei match dell’avversario la sera prima. Avevamo studiato un piano tattico che secondo me aveva funzionato. L’errore che posso imputarmi in quella gara è che il primo round faccio molto bene e lo vinco di un solo punto. Il secondo round, che secondo me ho fatto meno bene, guadagno altri due punti e sto tre punti sopra. Recuperare per lui è quasi impossibile. Avrebbe dovuto letteralmente ribaltare il match. Rivedendo più volte quell’incontro, mi sento di dirti che ho vinto anche l’ultima ripresa. Vogliamo fare che finisce in pareggio? Mi può anche andare bene. Perdo invece di tre punti, ma se io vinco due riprese su tre, è proprio una questione di matematica, non posso perdere. 

 

Lo vidi in diretta e la delusione e l’amarezza da spettatore fu enorme.

Lui era strafottente anche se non era sicuro di aver vinto dopo il gong. 

 

L’istante in cui è stato proclamato vincitore Anthony Joshua, cosa ti è passato per la testa?

Si vede anche in video, finisce il match e io ho una sensazione non bella perché in quell’ultima ripresa c’era stato anche il fattore del pubblico che aveva super pompato l’idolo di casa. Vado all’angolo scuotendo la testa, mentre invece il mio staff stava già festeggiando e gli dissi: «Finché non danno il verdetto state calmi». Quando andiamo al centro del ring, passa più tempo del previsto, perché siamo in pareggio e devono ricalcolare tutto.

 

Lì ho iniziato a capire che c’era qualcosa che non andava e pure il mio angolo si stava preoccupando. Quando hanno detto il suo nome – quello del vincitore – ti confesso che ho avuto una grande delusione. In quel momento ho pensato all’errore storico che stavano facendo e il togliermi la medaglia d’oro era togliermi la fama che mi spettava. Ho tre medaglie olimpiche e credo che nel breve non ci sia nessuno che possa battere questo record, ma un doppio oro sarebbe stato un atto definitivo di portata storica.

 

Sarebbe stato meritato.

È stata dura da accettare. Finito il match, gli inglesi si sono pure arrabbiati perché hanno dovuto attendere oltre venti minuti per la cerimonia di premiazione, causa legittimo ricorso. Con Anthony Joshua ci siamo incontrati all’antidoping e ci siamo scambiati le nostre opinioni e lui sosteneva che nell’ultima ripresa aveva un po’ recuperato. Io gli risposi: «Lascia perdere, non hai recuperato nulla. Prenditi l’oro e sta’ zitto». Poi ci siamo scambiati la canottiera in segno di riconoscenza e fair play. 

 

Quella fu una delusione, ma di successi ne hai collezionati tanti. 

Un lato positivo è che avevo una medaglia di bronzo e una d’oro, mi mancava l’argento. Magra consolazione, ma poteva andare peggio [ride]! Il Regno Unito, essendo paese ospitante, aveva grandi aspettative per i propri atleti olimpici e di fatto, chi organizza, viene sempre un po’ aiutato, anche in maniera indiretta. 

 

Tu sei stato un esempio per la tua carriera sportiva, dove hai ottenuto grandi risultati, grandi vittorie e non hai mai sfruttato questa tua popolarità per emergere nel mainstream televisivo partecipando a qualche reality di dubbio valore etico. 

Un po’ per carattere e poi a me piace emergere come sportivo. Ho partecipato a Ballando con le stelle, perché chiamano anche uno sportivo a ballare. Altri reality non li concepisco. In Ballando con le stelle ero lo sportivo che si applicava in un’altra disciplina sportiva, perché il ballo è uno sport. Rientrava nelle mie competenze.

 

Fu divertente?

Io subentrai a Teo Teocoli e feci la metà delle puntate. Fu impegnativo. Per recuperare quella metà che mi mancava feci una preparazione di due settimane piene con la ballerina più brava che avevano, Natalia Titova. Un allenamento come fa uno sportivo. 

 

Oggi alcuni personaggi sportivi, grazie a un uso massivo dei social, hanno una sovraesposizione mediatica a prescindere dalla loro attività principale che è lo sport. La tua fama invece è dettata esclusivamente dai tuoi risultati sul ring.

In una preparazione pre-mondiali a Bergamo, quando scendiamo dal pullman ci sono delle signore che urlano a Clemente Russo: «Dovevi vincere tu e non Karina Cascella!», riferito al programma televisivo La Talpa dove ambedue avevano recentemente partecipato. Allora io ho fatto questa riflessione e ho detto a Clemente «dopo quindici anni di pugilato, diversi risultati importanti, ti ricordano per questo?». Lui mi ha risposto: «lascia perdere. L’importante è che se ne parli». Sempre in quei giorni ci stavamo allenando fuori dall’hotel e qualcuno esclama: «quello è Clemente Russo, quello che ha vinto le Olimpiadi!». Io mi fermo e la correggo: «No signora, lui ha vinto la medaglia d’argento». «Va beh, è uguale». «No signora, sennò io che l’ho vinto a fare l’oro?!». Questo è un po’ il concetto. Lui aveva la fama pubblica perché l’aveva ottenuta grazie a partecipazioni a programmi nella tv generalista. Ma il risultato sportivo? Ecco che va in secondo piano. 

 

Clemente Russo è un ottimo pugile. 

Certo! È subito dietro di me come palmares di medaglie. Io ti parlo di quello che percepisce la gente. Spesso l’apparenza sovrasta la sostanza. Non mi piace molto questa cosa e non mi rappresenta. 

 

Se la boxe tornasse alla sua essenza di popolarità grazie a più passaggi televisivi, ecco che forse, questo problema si risolverebbe da solo. 

Si scrive sempre di meno di pugilato, tu sei una mosca bianca. Una volta c’erano giornalisti che si occupavano quasi esclusivamente di pugilato. 

 

I tempi sono cambiati, ma chissà non tornino.

La ruota gira, ma dobbiamo farla girare! Dobbiamo aiutare questo sport ad avere più visibilità con personaggi che riescano a calamitare sempre più pubblico. Abbiamo gente valida, ma non passando professionisti, hanno meno seguito di pubblico. Fa più notizia scrivere del calciatore che litiga con il suo allenatore, che di un evento agonistico di boxe. Il volume di soldi che gira nel calcio non ha paragone con altri sport. Su un giornale sportivo di trenta pagine, venti sono solo di calcio e un’azienda sceglie ovviamente di sponsorizzare il calcio, perché finisce in una di quelle venti pagine.

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A proposito di esposizioni mediatiche. Ci sono molti youtuber che espongono e spiegano tecniche di autodifesa e di lotta. I ragazzi, che a loro volta stanno parecchio tempo incollati allo smartphone, apprendono da questi qua, ma credo sia un apprendere passivo. Tu cosa ne pensi?

È uno dei mali delle nuove generazioni. Vedono queste immagini, pensano di averle assimilate e quando tu vai a proporgli dei lavori pensano di saperne più di te, scavalcando la figura del tecnico. Quando uno arriva in Nazionale, deve sapere che i tecnici sono i migliori. Deve pensare che siano così e non il contrario. Molti ragazzi, oggi, hanno più presunzione e meno umiltà. Non si rispetta l’autorità e sono difesi troppo spesso dai loro genitori. 

 

Ci sono ragazzi che arrivano da voi un po’ troppo esuberanti?

Noi qua stiamo già ad alto livello, vengono qua che sono tra i migliori in Italia pensando di essere già molto forti, ma poi arriva una squadra, magari tra le più scarse, e vanno al tappeto. Nessuno mette in dubbio il loro valore, ma c’è sempre tanto da fare per crescere. I talenti ne abbiamo, non fraintendermi. 

 

Quanto è importante per un atleta il sostegno delle Fiamme Oro?

I gruppi sportivi in generale ti permettono di fare questo sport come un professionista. Io mi alzo la mattina e penso solo a quello. Uno che sta in una palestra civile a una certa età dovrebbe anche pensare quale sarà il suo futuro in caso non diventasse un campione. Molti atleti rimangono nel nostro ambiente come tecnici. 

 

Hai una carriera veramente invidiabile.

Nel 2014, proprio grazie alla Polizia, sono riuscito a studiare e a diventare una persona migliore.

 

Per un atleta vincere un’Olimpiade è il massimo, ma a volte non c’è sempre un’adeguata corrispondenza economica per una vita spesa a raggiungere un obiettivo così prestigioso, che arriva dopo anni di duri sacrifici. Ci sono sport che hanno un’esposizione mediatica notevolmente maggiore e gli atleti, anche senza alcun tipo di risultato, guadagnano molto di più penso al calcio ovviamente. 

Il problema non è neanche economico, ma è di trattamento. Quando uno vince le Olimpiadi, è come un giocatore di serie A, anzi forse pure di più. Dovrebbe avere la stessa riconoscenza mediatica quantomeno. Per la medaglia d’oro ci spettano centoquaranta mila euro – dati ufficiali del Coni – mentre un campione di calcio guadagna qualche milione di euro all’anno.

 

Non c’è gara. Anthony Joshua per esempio, al debutto da professionista, ha riempito Wembley con novantamila persone, perché era campione olimpico. Questa è la mentalità che a noi manca. Ora tu puoi pensare: «Perché non sei passato anche tu professionista?». Se io lo avessi fatto, sarei stato bravo se fossi riuscito a radunare in un palazzo dello sport otto o dieci mila persone al massimo. Capito la differenza di numeri?

 

È più importante la preparazione fisica o la preparazione mentale per un pugile?

Il bello del pugilato è che prima di tutto è un incontro tra due menti, però l’aspetto fisico è determinante. Un buon atleta allenato, senza testa, non vince. Un atleta non allenato, ma con la testa, può fare un buon match, ma in un torneo non può andare avanti. Le due cose devono andare di pari passo. 

 

C’è il rispetto nel mondo della boxe?

Oggi credo ce ne sia ancora di più di prima. Ai miei tempi ci guardavamo più in cagnesco. Vedo più collaborazioni anche tra le Nazionali e ci sono più scambi, ma c’è sempre tanto agonismo perché tutti vogliono vincere.

 

È un cambio di mentalità importante.

Si, perché rende questo mondo più bello e più vivibile. 

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Che consiglio daresti alle nuove generazioni?

Il consiglio è quello di crederci per davvero in quello che si fa. Quando ci si scontra con la realtà, è dura, perché la realtà significa sacrificio, dolore, sopportazione. Le sconfitte vanno analizzate e devono essere motivo di crescita. Io su duecentotrenta incontri ho solo venti sconfitte, ma me le ricordo tutte molto bene. Di cui dieci le posso anche contestare [ride]! Una sconfitta per me è una delusione forte, quasi un lutto, che non vuoi più che si ripeta. Perdere fa male e ricordarsi il dolore è importante, perché significa crescere. Invece nelle generazioni nuove vedo che c’è la voglia di voltare pagina troppo in fretta dopo una sconfitta, scaricando su altri l’alibi della sconfitta. 

 

Prima di salire sul ring avevi paura?

Ci deve essere un timore reverenziale, perché ti tiene vigile. Prima di tutto perché non giochiamo a calcio, bensì è uno scontro fisico dove l’obiettivo è colpire l’avversario. Chi abbassa la guardia mentale, chi abbassa il livello d’attenzione, è quello che le prende.

 

Devi avere sempre la massima attenzione e il livello alto lo mantieni proprio se hai il timore che l’avversario possa colpirti. Devi inoltre avere un super-ego: io sono il migliore, tu non mi puoi toccare. Io ho usato sempre questa filosofia.

 

Poi c’è l’oggettività, come quando capisci al primo secondo che il tuo avversario è nettamente inferiore, e non potrebbe mai toccarti. Io sono stato sempre riconosciuto come una persona buona e corretta e in quei casi non ho forzato troppo la mano.

 

Mi ricordo un pugile sloveno, nel 2009 a Milano, che non mi portava neanche un colpo e l’arbitro richiamava me perché portavo colpi leggeri, in quanto lui pareva non riuscisse proprio a combattere. L’ho portato ai punti, e ho vinto ovviamente. Dopo il match, accompagnato da suo padre, mi ha detto: «per me è stata un’emozione combattere con te. Ho il tuo poster in camera». Questa cosa mi emozionò non poco e lì ho capito perché non portava i colpi. 

 

Tra i tanti match che hai vinto, mi ricordo di un tuo fulmineo KO dopo pochi secondi. Meraviglioso!

Ai Mondiali di Milano contro un bielorusso che tra l’altro era vice campione olimpico ad Atene 2004.

 

 

C’è amicizia nel vostro mondo, tra pugili intendo.

Sì! Tra quelli della stessa categoria è un po’ più difficile, perché prima o poi ci si può affrontare. Ad esempio con Daniel Betti abbiamo fatto i primi due anni di massimi insieme e l’ho sempre battuto [ride]. Poi io sono passato ai supermassimi, ma siamo sempre amici, anche perché abitiamo nella stessa città. Con coloro che ci ho condiviso il percorso olimpico, siamo come fratelli. Con Clemente siamo amici, anche se ci fu un periodo in cui ci siamo un attimo allontanati per motivi di lavoro. Lui adesso è tornato nel giro della Nazionale e ci frequentiamo di più. 

 

Grazie per la bellissima chiacchierata e viva la boxe!

Sempre! Grazie a te.

 

Francesco Rondolini

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Gender

Le squadre di Hockey NHL scelgono la Quaresima e la Pasqua per celebrare le «serate dell’orgoglio» LGBT

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Ancora propaganda LGBT presso la National Hockey League (NHL), la massima divisione hockeyistica americana, considerata la più combattuta e prestigiosa del mondo. Lo sport più maschio – e, di fatto, più bianco – del panorama americano è oramai da anni oggetto di un tentativo mordace di omotransessualizzazione.   Verso la fine dello scorso anno, la NHL ha promosso una serie pornografica omosessuale del canale televisivo HBO, Heated Rivalry, che descrive la relazione tra due giocatori di hockey canadesi immaginari di squadre avversarie, scrive LifeSite. Il trailer della serie, che includeva brevi sequenze di attori maschi nudi impegnati in simulazioni di sesso anale, è stato proiettato sui maxischermi di diverse piste di pattinaggio, permettendo così ai tifosi della NHL, compresi bambini e adolescenti, di vederlo. Sebbene la serie eviti la nudità maschile integrale, durante le scene di sesso si vedono molte parti del corpo nudo che non lasciano praticamente nulla all’immaginazione. Le scene, facilmente reperibili sui social media, sono esplicite.  

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La rivista di sinistra Salon ha ammesso che «l’oscenità è il punto focale» dello show. «Gli incontri di Heated Rivalry sono un’interazione tra una coreografia meticolosa e inquadrature che mostrano la nudità degli attori quel tanto che basta senza essere considerate pornografia a tutti gli effetti». Pertanto, materiale pornografico omosessuale veniva promosso a ragazzini e adolescenti che speravano di guardare una partita di hockey, non due uomini che si abusavano sessualmente l’uno dell’altro.   La maggior parte della serie è andata in onda durante il periodo dell’Avvento. Ora che la Quaresima volge al termine e l’attenzione si concentra sulla Passione e la Resurrezione di Gesù Cristo, le squadre della NHL hanno scelto di organizzare delle «Serate dell’Orgoglio» LGBT.   «Non è un caso che lo facciano tutti intorno a Pasqua», ha detto l’utente X Caleb Newsom, che ha ripubblicato le immagini orgogliose dei Florida Panthers con le loro nuove «maglie della Notte dell’Orgoglio».   La scorsa settimana, durante la serata dedicata al Pride della squadra di hockey su ghiaccio di Nashville, i Cowgays, una band country queer che si prende gioco di Nostro Signore , ha cantato l’inno nazionale. CatholicVote ha definito l’evento «vergognoso».   I Nashville Predators si sono subito attirati una valanga di critiche, sottolineando l’ironia del nome della squadra. I commentatori si sono riversati sui social media per ribattezzare la squadra di Nashville «Gay Predators», i «predatori omosessuali». Curiosamente, i Nashville «Predators» hanno perso contro i New Jersey «Devils» nella serata del Pride.  

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Ora i due periodi più sacri dell’anno per i cristiani sono saturi di riferimenti LGBT, che si infiltrano e contaminano passatempi un tempo sani per ragazzi e giovani uomini.   L’attenzione omotransessualista posta sul mondo dell’Hockey è probabilmente dovuta al fatto che tale sport rappresenta uno degli ultimi «baluardi» di un certo tipo di cultura maschile e patriottica, e questo sito ha parlato dello straordinario incipit del «derby» della nazionale USA col Canada lo scorso anno, quando, dopo i fischi all’inno, i giocatori statunitensi scatenarono tre risse in nove secondi netti. Di fatto, vi sono battute di comici sul fatto che durante le trasmissioni TV delle partite mancano gli spot con persone di colore (che preferiscono, per lo più, il basket, il football americano e in misura minore il baseball).   Come riportato da Renovatio 21, in varie occasioni giocatori (spesso di nazionalità russa) si sono rifiutati di vestire particolari maglie o nastri pro-omotransessualisti imposte dalla squadra.   Nel 2023 anche il portiere dei San Jose Sharks James Reimer si rifiutò ad indossare la maglia della «Pride Night» citando le sue convinzioni cristiane. Durante l’episodio emerse qualcosa di più: l’account Twitter ufficiale dei San Jose Sharks pubblicò dei post informativi per educare i fan sulle tematiche LGBT. Tra questi, citarono la cultura degli Zapotechi (una civiltà precolombiana del Messico), menzionando i Muxe, individui che storicamente occupano un «terzo genere» e sono venerati o rispettati in quella cultura.   Insomma, oltre all’omotransesuallizzazione del più maschio degli sport – dove, di fatto, sono ancora ammessi i duelli… – si ha qui una chiara prova di paganizzazione. Davanti a questo episodio, Tucker Carlson ha sostenuto che la NHL stesse promuovendo il «sacrificio umano» o «riti di civiltà morte» per giustificare l’inclusione delle persone transgender.  

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Immagine di Ryan Tanner via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Spirito

La Stella Rossa di Belgrado multata perché i tifosi hanno mostrato allo stadio un’immagine sacra

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La Stella Rossa di Belgrado, arcinota squadra che ha fatto la storia del calcio serbo ed europeo, è stata multata di 40.000 euro dalla UEFA dopo che i tifosi sugli spalti hanno creato un’enorme icona cristiana di San Simeone con il messaggio «Che la nostra fede ti conduca alla vittoria».

 

La sanzione inflitta alla Stella Rossa, riportata nelle decisioni del 25 marzo dell’Organo di Controllo, Etica e Disciplina, è stata comminata per «aver trasmesso un messaggio non adatto a un evento sportivo» e per «aver screditato il calcio e la UEFA».

 

 

L’«incidente» è avvenuto il 26 febbraio 2026, durante la partita tra la nazionale serba e il Lille.

 

Commentatori in rete hanno subito fatto notare sui social media che la UAEF applica «le regole in modo selettivo» e ha «un evidente doppio standard», per cui le immagini demoniache sono permesse, quelle sante no.

 

 

«Perché è accettabile realizzare un’immagine con letteralmente Satana, un pentagramma e una frase in latino che chiede al diavolo di prendersi le loro anime, mentre non lo è quella di un santo cristiano?», ha chiesto un utente Twitter.

 


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«La stessa UEFA ha promosso per anni il culto di Black Lives Matter e la propaganda LGBTQ+ senza problemi. Ma ha inflitto una multa salatissima alla squadra serba della Stella Rossa per un semplice messaggio di un tifoso cristiano: “Che la nostra fede vi conduca alla vittoria!”» ha osservato un altro utente, citando il politico tedesco Tomasz Froelich.

 

Fragkos Ammanouil Fragkoulis, membro ortodosso del Parlamento europeo greco , ha dichiarato di aver «presentato formalmente una lettera al Commissario europeo per lo sport in merito alla multa inflitta dopo l’incidente della Stella Rossa di Belgrado, esprimendo serie preoccupazioni sulla posizione della UEFA in materia di espressione cristiana ortodossa».

 

«L’applicazione selettiva delle regole rivela un evidente doppio standard», ha affermato Fragkoulis. «Non si può parlare di neutralità quando la fede viene trattata in modo diseguale».

 

«L’UEFA dichiara di essere neutrale, eppure la sua applicazione appare selettiva», ha scritto Fragkoulis nella sua lettera. «Il caso rafforza la percezione che le espressioni culturali e religiose vengano giudicate più severamente rispetto ad altre forme di comunicazione, anche quando sono positive e non violente».

 

Il Fragkoulis ha citato alcuni esempi significativi che mettono in luce i doppi standard della UEFA:

 

 

  • Violazione della neutralità (bandiere politiche): Celtic FC vs Hapoel Be’er Sheva, UEFA Champions League, 17 agosto 2016: bandiere palestinesi; nessuna sanzione.

 

  • Violazione della neutralità (gesto militare): nazionale di calcio turca contro nazionale di calcio francese, qualificazioni a UEFA Euro 2020, 14 ottobre 2019: saluto militare; nessuna sanzione.

 

  • Violazione della neutralità (simbolismo territoriale/politico): nazionale di calcio ucraina contro nazionale di calcio olandese, UEFA Euro 2020, 13 giugno 2021: mappa della maglia che include la Crimea; nessuna sanzione.

 

  • Violazione della neutralità (valori/espressione politica): nazionale di calcio tedesca contro nazionale di calcio ungherese, UEFA Euro 2020, 23 giugno 2021: fasce arcobaleno al braccio; nessuna sanzione.

 

  • Violazione della neutralità (simboli politici – nessuna sanzione): Real Madrid CF vs FC Barcelona, ​​La Lifa, 2021-2023 – ripetuta esposizione di bandiere e striscioni indipendentisti catalani da parte dei tifosi; nessuna azione disciplinare da parte della UEFA nonostante il chiaro contenuto politico.

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Come riportato da Renovatio 21, i tifosi del Kaiserslautern l’anno passato avevano messo in scena allo stadio un’immane coreografia a base di satanismo, con tanto di pentagramma, preghiera diabolica in latino e immagine del demonio che emergeva dalla massa ultras.

 

Due anni fa ultras tedeschi del Bayer leverkusen erano stati invece multati per lo striscione «ci sono solo due sessi».

 

Va ricordato come la Stella Rossa, nata nel 1945 agli albori della Yugoslavia comunista, fosse una squadra che richiamava il socialismo ateo sin dal suo nome. Ora invece la sua tifoseria riproduce icone sacre con immense coreografie.

 

Insomma, anche in curva: ex oriente lux.

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Immagine screenshot da YouTube

 

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Necrocultura

Una città senza tifo è una città morta

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La squadra della mia città, dopo anni e anni di incomprensibile viaggio nei gironi infernali della Serie C, ieri sera è tornata finalmente in Serie B.   Chiariamoci: non che sia un ottenimento paradisiaco, perché la Serie B è pur sempre un purgatorio – per alcuni anzi è già la bocca dell’inferno dell’irrilevanza calcistica, e quindi nazionale. Quella che era la terza provincia più industrializzata d’Italia può non avere una squadra in Serie A?   Richiariamoci: chi scrive non ama pazzamente il calcio, anzi ne detesta, oltre che le doti di programmatica narcosi di massa – il calcio come psy-op per rabbonire la popolazione, chiedete alla famiglia Agnelli e alla loro squadretta – anche il carattere di narcosi individuale. Si tratta di uno sport noiosissimo, dove quasi si passano la palla, la passano indietro, la lanciano a campanile, la lanciano nel mucchio, insomma una barba assoluta, al punto che si finisce per pregare di vedere almeno un tiro in porta in tutta la partita.   Una proposta di legge per impedire legalmente lo zero a zero (o i pareggi in generale) nessuno l’ha ancora avanzata, e lo faremo noi quando Renovatio 21 sarà in Parlamento, e per soprammercato garantiamo che accluderemo senz’altro l’abolizione del fuori gioco, un’altra follia che castra il giuoco accrescendo al contempo i testicoli degli spettatori (la partita di pallone diventa una palla, anzi due palle), e che nessuno degli eunuchi calciofili ha mai osato voler levarsi di torno (levarsi di torno, riferimenti scrotali ne abbiamo fatti troppi).

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Insomma, arriva iersera questa partita di calcio attesa da sempre. Il Vicenza ha, dicono i commentatori RAI, «ammazzato il campionato» di C1. Sta 21 punti dinanzi alla seconda (il Brescia, caduto anche quello dal cielo, finito sottoterra come noi), una cavalcata irresistibile, con uno streak di risultati utili consecutivi di 26 partite (20 vittorie, 6 pareggi): dopo anni di sofferenza (con la promozione sfumata l’anno passato ai playoff), finalmente uno squadrone imbattibile.   E la città dovrebbe esserne fiera: si tratta pur sempre della città erede dei tempi del «Lanerossi» – lo sponsor storico, praticamente oggi inesistente, che in realtà già indica un discorso di archeologia industriale, o meglio di deindustrializzazione del territorio –, la città che rischiò di vincere lo scudetto nel 1978 (lo vinse all’ultimo la Juve, e ci sono certe voci), la città dove Paolo Rossi è venerato come un santo (con graffiti stencil che compaiono dappertutto), la città del «Real Vicenza», una squadra che in A ci stava talmente bene che i suoi tifosi si contavano persino a Padova e Bassano (pazzesco), la città che vide la sua squadra vincere la coppa Italia contro il Napoli nel 1997 (io c’ero), per poi arrivare in semifinale in Coppa delle Coppe ed essere eliminata, con una certa difficoltà, dal Chelsea di Vialli (1998).   Insomma tanta roba: la storia di questo posto passa di certo anche per la sua squadra, il suo stadio, il suo tifo. E ieri sera, vista la data storica, al primogenito è stato concesso di vedere il primo tempo della partita in TV, cosa che lo ha mandato a letto alle 9 e qualcosa, un orario che per lui proporzionalmente corrisponde a quello che è per noi adulti un momento molto dopo la mezzanotte.   Per cui stamattina, portando i bambini a scuola, mi sono detto: facciamo questo gioco, vince chi conta più bandiere del Vicenza esposte nelle case. Ho ricordi, sia d’infanzia che di giovinezza adulta, di quando c’era il passaggio ad una serie maggiore, o una grande vittoria: la città in festa, la gente con le bandiere a bordo strada, macchine che strombazzano il clacson, e poi ogni balcone, ogni finestra, ogni cancello con issata la bandiera biancorossa.   La grande vittoria arriva telefonata: i calcoli per cui si passa in B con sei giornate di anticipo sono stati annunciati da tutti i media locali, e non so se in certi bar si è parlato d’altro. Tutti devono aver trovato il tempio per l’addobbo pro-calcistico, pensavo. Del resto, fuori da casa nostra e da quella del nonno il bandierone c’è.   È stato un disastro: il gioco è stato annullato per mancanza totale di sostanze. In pratica, abbiamo visto qualcosa 2 (due) bandiere esposte lungo i 15-20 minuti di percorso.   «Papà, perché nessuno ha la bandiera fuori?» chiede un figlio, che ambisce a vincere il giochino famigliare infrautomobilistico.   «Eh… questo che stiamo passando è un quartiere di immigrati… forse» tenta di rispondere il padre, preso alla sprovvista.   Anche quando si è passato il casermone dove lo Stato ha imbucato gli afroislamici, di bandiere non se ne vedono. Nessuno alla finestra ha esposto il simbolo dell’unica squadra della città. Le due che riusciamo a contare sono bandiere vecchissime, risalenti di certo ai tempi in cui la festa era sentita ed automatica – lo si vede dalla grafica antica e un po’ ingenua con il gatto, animale che è nel cuore dei vicentini e non solo nel cuore.   In pratica solo qualche vecchietto si è ricordato dell’onore della città. L’amarezza mi sale e diventa fastidio, rabbia.   I bambini smontano dall’auto frastornati. Il padre è preso invece da riflessioni abissali sullo stato psisociale della nostra società, sul come la Necrocultura con le sue devastazioni anche qui, sul fatto che un programma di eutanasia delle masse è più che mai attivo e vincente.

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Da non tifoso, dico che una città senza tifo è una città morta. È davvero inutile nasconderselo: il senso di coesione di una città si proietta nella sua squadra di calcio, che sublima la violenza latente della collettività che un tempo sfociava in guerre interregionali. Parlare – in lingua veneta – di Verona e Padova con un supporter della curva mi è sembrato, varie volte nella mia vita, come entrare in una macchina nel tempo: un soldatino dei tempi dei Comuni, ai tempi in cui queste città si scannavano, mi avrebbe detto le stesse parole.   Perché nel discorso del tifoso puro, che ripetiamo è in vernacolo arcaico, la città e la squadra sono un’unica cosa. «A mì, fusse par mì, farìa łe trincee sull’A4, e con Padova e Verona sarìa soło guera» ricordo mi disse un trentennio fa un ultras avvinazzato, e sappiamo che in vino veritas. La minaccia di guerra civile era in realtà solo un retaggio onesto di un’era medievale – i massacri scaligeri di Cangrande della Scala, le «guerre dell’acqua» per il fiume Bacchiglione tra Vicenza e Padova, etc. etc. – che il nostro pelato e tatuato comme il faut canalizzava in maniera inconsapevole quanto perfetta.   Il tifo è l’inconscio, e la libido, è l’energia orgonica pienamente visibile di una città: lasciatemi usare orride terminologie psicanalitiche per far capire il lettore. Se una città vive, se una città ha ancora in sé la forza della vita, deve per forza avere un fanatismo calcistico organizzato attorno alla sua squadra, anche se è finita agli inferi.   E quindi, quello che ho testimoniato, scandalizzando i miei figli, è un’ulteriore prova della fine della nostra società, dello sradicamento delle genti del territorio, dell’era nuova di divisione e compressione – cioè di morte – che stiamo vivendo nell’ora presente.   Nemmeno nel momento più leggero, in cui si può anche solo simulare la felicità immettendola nella sfera collettiva, il cittadino sincero democratico tira fuori qualcosa. Maddeché: chiuso in casa, con il suo Netflix, Facebook, i videogiochi, il cane, lo stipendio fisso – o meglio, la pensione… Nessun orizzonte al di fuori del tinello. Nessuna voglia di estroiettare qualsiasi sentimento. Niente partecipazione, nessun bisogno identitario, niente di niente. Stipsi vitale. Rigor mortis civile.   Le città hanno perso l’orgoglio, perché chi le vive non ama più la città, e nemmeno se stesso. La Cultura della Morte uccide, oltre che la vita, anche la gioja. È il grande processo di demoralizzazione in atto da tanto tempo: una società atomizzata, dove la coesione non è più possibile nemmeno per lo sport e i suoi simboli, è una società sradicata e quindi resa plasmabile dal potere come si desidera.   Ciò significa: l’uomo senza colori e senza gioja lo puoi comandare, lo puoi sfruttare, lo puoi spostare – e, con un po’ di attenzione, lo puoi anche uccidere. Abbiamo visto, su questo sito, come il linguaggio con cui il governo Meloni parla della dismissione dei servizi nelle aree periferiche del Paese è esattamente quello dell’eutanasia.   Ho scritto, qualche mese fa, del fatto che le nostre città sono oramai ridisegnate urbanisticamente dall’immigrazione. Ciò è vero anche ad un livello più intimo: le masse immigrate, assieme agli altri strumenti di sradicamento e cancellazione dei legami tradizionali, hanno prodotto cambiamenti tettonici anche nella psiche degli autoctoni: del resto, se la mia città viene lasciata invadere da afroasiatici qualunque, cosa può avere da tanto particolare? Posso essere fiero di vivere dove case ed appartamenti vengono assaltati ogni giorno? Posso essere orgoglioso dei miei luoghi, se essi sono stati in questi anni solo oggetto di degrado?   Ciascuno ripiega in se stesso. L’anarco-tirannia questo fa: il criminale straniero è lasciato libero ed impunito, il cittadino autoctono, molestato dai banditi e dallo Stato vessatore (fisco, greenpass, etc.), giocoforza si richiude nel suo baccello, si introietta sempre più nel loculo domestico, diviene condominialmente autistico. Così che il potere costituito fra le scatole si toglie questa noia del popolo e delle sue esigenze: l’illusione della democrazia è giunta alla sua fine, lo sappiamo, e stanno facendo tanti sforzi per dircelo in faccia.

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E così, mi ritrovo, e non è la prima volta in questi anni, a dover sperare negli ultras come simbolo della vita e della volontà. Conosco i limiti di quello che sto dicendo, e sto pensando decisamente al disastro satanico che, utilizzando proprio gli ultras, è stato fatto con l’ingegneria sociale dell’Ucraina e della sua guerra.   Tuttavia, non posso non soffrire dinanzi allo scempio di una città che non sa più gioire, e quindi non sa più vivere. Guardo i palazzi incolori e ci vedo Pompei dopo il Vesuvio, Phnom Penh con Pol Pot, una città fantasma del Far West, una rovina assortita che attende solo un crollo ulteriore. Una città in cui hanno buttato una sorta di bomba al neutrone, quella che fa il massimo danno biologico, eliminando in toto la vita, ma tenendo in piedi i palazzi.   Abbiamo permesso alla Necrocultura di insinuarsi anche qui, e disgregarci perfino nel calcio. Sarebbe l’ora di invertire il processo.   Credo sia ancora possibile, ma non per molto tempo ancora.   Chi legge queste parole, chi ha capito quello che sto dicendo, è già sulla buona strada. La battaglia per lo Spirito e per la materia umana di questo Paese. Possiamo farla insieme: la coesione è esattamente quello che ci vogliono togliere del tutto   Roberto Dal Bosco

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