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Sport e Marzialistica

La boxe oltre il sogno olimpico. Renovatio 21 intervista il pugile medaglia d’oro Roberto Cammarelle

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Tre medaglie olimpiche (un bronzo ad Atene 2004, un fantastico oro a Pechino 2008 e un argento – preso in una finale molto, molto contestata – a Londra 2012), due medaglie d’oro ai mondiali, tre ori ai Giochi del Mediterraneo, qualche argento europeo e numerosi campionati italiani vinti. Un atleta, un uomo, che ha fatto della boxe la sua ragione di vita. Renovatio 21 ha incontrato Roberto Cammarelle al Centro Nazionale di Pugilato a Santa Maria degli Angeli, dove attualmente ricopre il ruolo di Direttore Tecnico del gruppo sportivo delle Fiamme Oro. Ne è seguita una lunga conversazione, attraversata dalle risate e dal buonumore del grande pugilista, che tocca i vari punti di una carriera stellare, dipinge un grande affresco scena del pugilato globale, racconta la prospettiva personale di chi arriva ai vertici della noble art. Prima dell’Olimpo c’è un sogno. C’è qualcosa anche dopo. Ce lo spiega direttamente il campione.

 

Il tuo incontro con questa disciplina sportiva avviene per caso, se non sbaglio.

Non ho nessun parente che mi ha avvicinato a questo sport. Io e mio fratello andammo in palestra con l’obiettivo di dimagrire, perché all’età di undici e dodici anni, eravamo alti, ma grassottelli e volevamo essere più in forma. Le alternative non erano molte, o facevi pesistica in palestra oppure una disciplina come la boxe. Il maestro di pugilato Biagio Pierri era un amico di famiglia e ci invitò a provare senza grandi garanzie sul fatto che potessimo dimagrire, ma di sicuro sarebbe stato divertente imparare questo sport.

 

Le prime volte che andavo in quella palestra ebbi l’effetto opposto, perché vedevo tutti questi che si menavano e avevano anche gusto nel farlo, ma io non capivo perché dei ragazzini si prendessero a pugni. «Ma chi glielo fa fare?», pensavo io. Poi mi sono messo in guardia davanti allo specchio, il sapersi muovere con le gambe nello spazio, portare i colpi e oltretutto sfidare mio fratello e sapersi pure difendere, per me è stata una prima rivelazione. Dovevo fare quello sport.

 

All’inizio non andavo bene, perché in guardia col sinistro avanti ero più lento rispetto a mio fratello. L’intuizione del mio maestro è stata quella di farmi cambiare guardia. Mi sono messo in guardia mancina – io sono destro naturale – e ho avuto una folgorazione: così potevo tirare in scioltezza sia di destro che di sinistro. La prima vittima fu proprio mio fratello [ride], perché dopo che cambiai guardia, non ci capiva più nulla e ha iniziato a prenderle! Lui ha debuttato nelle gare prima di me, ma non ha mai superato i regionali, invece l’anno dopo io sono andato agli interregionali.

 

Vinco l’incontro degli interregionali, vado ai nazionali e vinco anche lì. Dopo tre match divento campione italiano. Per quel traguardo il mio maestro mi diede cinquecentomila lire come premio. Era mezzo stipendio di un operaio. Facevo questo sport con leggerezza e all’inizio era tutto divertimento, ma volevo diventare il numero uno. Fui convocato per la prima volta in nazionale a sedici anni. Andare in palestra e osservare i grandi allenarsi che vedevo in televisione era meraviglioso.

 

Chi c’era a quell’epoca?

Un mito per me – e mi ci sono allenato anche insieme – era Giacobbe Fragomeni. A quel tempo faceva parte della selezione che poi andò alle Olimpiadi di Atlanta ’96. Lì nasce il mio sogno olimpico. 

 

Uno sogno che nasce da lontano, ma avevi già le idee abbastanza chiare. 

Sono arrivato in nazionale con leggerezza, ma con la forza delle vittorie, perché avevo vinto tre campionati italiani di fila. Ero una giovane speranza. Pensavo di essere pronto e arrivo all’ultima qualificazione olimpica per andare a Sidney 2000 con speranze concrete di poter staccare quel biglietto per l’Australia. In semifinale incontro un macedone – che avevo mesi prima battuto – ma lo affronto con superficialità e assegnano a lui la vittoria. Ero a un passo dal sogno, ma non ce l’ho fatta.

 

Ho sempre sofferto di dolori alla schiena e arrivo a questa qualificazione olimpica con già un’operazione addosso. Dopo questo intervento chirurgico sono stato fermo quasi un anno. Non andare ad un’olimpiade significa riprogrammare quattro anni di lavoro, ma io ero ancora molto giovane e non ho avuto grossi problemi. Nel 2000 abbandonai Biagio Pierri e feci il concorso per entrare nel gruppo sportivo delle Fiamme Oro.

 

Dalla tua avevi anche l’entusiasmo della giovane età e una carriera da scrivere. 

In quel periodo c’è stato il passaggio di direzione tecnica con Nazareno Mela e Francesco Damiani. Riprogetto la mia nuova scalata, e passo ai supermassimi. Nell’ultimo periodo facevo fatica a rimanere nei limiti di peso dei massimi. Nonostante cedessi qualche cosa come fisico, ero sicuramente uno dei più veloci. Fu un periodo duro e triste per me, perché emerge Aleksandr Povetkin, il fortissimo pugile russo. La mia caratteristica della velocità con lui viene meno, perché lui, oltre che la velocità, ha anche la quantità [ride]! 

 

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Ti sei scontrato più volte con lui.

Cinque volte, di cui due finali europee e la semifinale olimpica. La Russia – è inutile nasconderlo – era all’interno di una geopolitica sportiva importante ed era dura riuscire a vincere contro uno che dovevi quasi per forza mettere al tappeto se volevi avere la meglio. A me batteva ai punti, mentre agli altri prima del limite. Detto ciò, secondo me era battibile.

 

Prendi coscienza dei limiti dell’avversario.

Lo incontro anche nella finale dei campionati europei in Russia. Quello era l’ultimo match e i russi avevano già fatto man bassa di medaglie d’oro, ma non volevano perdersi l’ultimo oro. A venti secondi dal termine eravamo pari. Lui fa una combinazione che ancora oggi faccio fatica a spiegarmi, e gli entrano quattro punti. Per me fu dura.

 

Immagino.

Se guardo il lato positivo, il primo anno da supermassimo sono vice campione europeo. Rivinco i campionati italiani e sono ancora in nazionale, ma mi esce un’altra ernia del disco. Mancava troppo poco per le olimpiadi, quindi decidemmo di sacrificare il 2003 per esser poi pronti nel 2004. 

 

La Federazione ci credeva in te.

La Federazione mi ha sostenuto e non potevo rinunciare al mio sogno olimpico. Nell’agosto del 2003 mi sono operato e non andai al mondiale, ma a dicembre vinsi in scioltezza i campionati italiani.

 

Per te sembra che i campionati italiani siano una formalità. 

È stato un grande onore e una grande responsabilità parteciparvi e non ho vi rinunciato neanche quando stravincevo in ambito internazionale, perché quando tornavo a boxare in Italia volevo che fosse chiaro il concetto che io ero il più forte. Vinco all’estero perché sono il più forte in patria. Ad inizio 2004 ci furono i campionati europei per la qualificazione olimpica. Arrivo in finale e mi trovo Aleksandr Povetkin. Rispetto all’altra finale in cui ci scontrammo, ero convinto di aver vinto nettamente. Politicamente è protetto, tant’è che lì in Croazia il verdetto fu fischiatissimo dal pubblico.

 

Dopo qualche mese parto per Atene 2004. Nel primo incontro finisco la terza ripresa sopra di diciotto punti. Per soli due punti devo fare ancora un minuto e lo affronto con ingenuità. Peccato che di fronte a me avevo un nigeriano mastodontico che a trenta secondi dalla fine mi colpisce bene e quasi vado al tappeto.

 

Fortunatamente suona il gong e arrivo alla fine del match. Il mio maestro mi guarda e mi dice: «se c’erano altri dieci secondi era finita per te». Nel match seguente mi scontro con un ucraino vecchia scuola e l’asticella si era alzata, ma arrivo in semifinale. Medaglia garantita. In semifinale incontro Aleksandr Povetkin e ammetto la sconfitta [ride]. 

 

Una medaglia di bronzo al tuo esordio olimpico, non è poi tanto male alla fine. Poi c’è un siparietto curioso. Al momento che rientri a Casa Italia per prenderti la gloria e le interviste della stampa, Stefano Baldini vince l’oro nella maratona e inevitabilmente il clamore mediatico si sposta su di lui.

Chi vince una medaglia ha il suo momento di gloria e La Gazzetta dello Sport ti mette in prima pagina. Arrivo a Casa Italia con la mia medaglia, incontro i giornalisti, ma Stefano Baldini vince l’oro nella maratona e tutti si fiondano verso di lui. Tant’è vero che non ho la foto su La Gazzetta dell’Olimpiade 2004. Vedendo Baldini ho capito che l’oro è la cosa più importante. 

 

Aleksandr Povetkin pare essere la tua bestia nera.

Al mondiale del 2005 Aleksandr Povetkin già è passato professionista, ma trovo un altro russo in semifinale. L’incontro fu meraviglioso, perché sembravamo due pesi mosca per quanto eravamo rapidi! Fine del secondo round 23 a 22 per me. Nella terza e quarta ripresa ho però pagato la mia non perfetta preparazione atletica e ho perso. Persi per quattro punti di svantaggio.

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In quell’anno vinci anche i Giochi del Mediterraneo.

Li vinsi a mani basse e devo dire che il 2005 è stato positivo, anche se, finito il regno di Aleksandr Povetkin, sono stato sconfitto da un altro russo [ride]! 

 

Atene 2004 per te fu la prima olimpiade. Che clima si respirava a Casa Italia e nel villaggio olimpico?

La partecipazione olimpica è meravigliosa per uno sportivo. Fai un torneo insieme al gotha dello sport e la parte più bella, secondo me, è la cerimonia di apertura. È lo spettacolo nello spettacolo e tu sei il protagonista. Mentre aspettavamo, tutta l’Italia si raduna insieme e il campione di pallavolo Andrea Giani mi dice: «Ti seguo, so che sei forte». Io sono nato e cresciuto mangiando il Maxicono Motta con la pubblicità di Andrea Giani! Per me quella fu la vera vittoria [ride]!

 

C’era un bel clima mi pare di intuire.

Quando stai all’olimpiade hai un grosso senso di appartenenza. Poi c’è la gara olimpica vera e propria. Negli anni è anche un po’ migliorata l’atmosfera che c’è nei nostri palazzetti, però nella mia epoca, era molto freddo il clima. Ricordo un impatto – per me inedito – che mi fece venire i brividi: prima del match si apre un sipario, un tappeto rosso davanti e una marea di fotografi che immortalano quel momento mentre tu vai verso il ring seguito dalla telecamera. Sali sul ring, alzi gli occhi e vedi un maxischermo con la tua faccia che va in mondovisione. Tanta roba. Avevo già fatto due campionati europei, ma nulla a che vedere con questo tipo di impatto mediatico. 

 

Questo clamore mediatico ti ha creato più tensione del solito?

Assolutamente, perché tu pensi di fare una grande cosa, ma poi quando la vai a fare la realtà supera sempre la tua aspettativa. Dopo quell’esperienza il segreto per Pechino 2008 è stato: divertirsi alla cerimonia, ma quando poi si va in gara sul ring si deve combattere, come in qualsiasi altro torneo. A tal proposito nel 2006 un’importante produzione televisiva decide di seguire il pugilato e ci segue fino ai campionati europei di quell’anno. Durante il percorso di avvicinamento all’europeo emerge la mia qualità di capitano, vinco sempre, ma una volta arrivati all’evento clou, ai quarti di finale perdo con un russo. 

 

Strano scherzo del destino.

La Federazione pensa che io abbia un problema con i russi e allora decidono di assumere un allenatore russo, Vasiliy Filimonov, ma il primo impatto non fu dei migliori e di concerto con la Federazione abbiamo deciso di prendere il mio preparatore atletico Ennio Barigelli, perché avevo bisogno di un allenamento differenziato, viste le mie problematiche con la schiena. Poi abbiamo convissuto bene con bei risultati. Ennio Barigelli è poi purtroppo venuto a mancare e ho dovuto trovare la quadra insieme a Filimonov. 

 

Filimonov iniziò ad allenarti l’anno dei Mondiali a Chicago nel 2007, giusto?

Si.

 

In America come è percepita la boxe rispetto all’Italia?

La boxe lì è tutta un’altra cosa, quasi un modo di vivere. Noi arrivammo qualche giorno prima dell’inizio del mondiale e andammo nelle palestre lì intorno e peraltro non sono poi così meravigliose come le nostre, però la boxe è spettacolo alla fine. Per loro sei un attore che deve interpretare uno show. Nonostante quando io mossi i primi passi nel pugilato imperversava Mike Tyson, il mio mito vero era Muhammad Alì e proprio Alì era il padrino dei mondiali di Chicago. Aver avuto l’opportunità di vederlo da vicino – ho la pelle d’oca solo a ripensarci – per me è stato meraviglioso, tanto più che io ero la sua categoria.

 

In semifinale ho trovato un russo, ma fortunatamente non stava bene e non ha potuto affrontarmi. Vinco i campionati mondiali nettamente davanti a Muhammad Alì. È stato incredibile! Avrei potuto anche ritirarmi [ride]! Beh, comunque poi c’erano le olimpiadi, mica potevo smettere?!

 

Direi! 

Due anni dopo il mondiale si gioca a Milano. Nel frattempo un procuratore – di cui non ti farò il nome – mi dà la possibilità di passare professionista. Mi offrì trentacinque mila euro all’anno. Guadagnavo di più in Polizia, quindi non vedevo un valido motivo per passare professionista. Oltretutto volevo fare prima le olimpiadi e poi, in caso, ne avremmo riparlato. 

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Immagino che averti da campione del mondo era importante per la manifestazione mondiale. Tanto più che la sede scelta era a Milano, ma prima c’è Pechino 2008.

La cerimonia d’apertura a Pechino è stata bellissima. All’interno della mensa olimpica trovi di tutto. Ricordo che c’era Ronaldinho che non riusciva mai a mangiare perché tutti gli chiedevano la foto. Una delle cose meravigliose che mi è capitata, è che ho mangiato di fronte a Usain Bolt. Anche questa è l’olimpiade.

 

C’è un’atmosfera bellissima.

Meraviglioso! Però oltre al cibo buono, ci sono anche i fast food. Era in fila in uno di questi, mi pare fossi ad Atene 2004, e davanti a noi c’erano i calciatori, tra cui c’era De Rossi. Io gli bussai sulla spalla e gli dissi: «Mi prendi un panino anche a me?». «Ci mancherebbe altro! E chi te dice de no!» [ride]!

 

Vorrei ben vedere!

Sono cose belle questi incontri e questo ambiente che si crea. E ciò fa parte del bello delle olimpiadi, al di là delle gare ovviamente. 

 

L’audience delle cerimonie di apertura è incredibile. È l’evento sportivo più visto al mondo. Raccoglie circa due miliardi e mezzo di telespettatori. 

Esatto. 

 

Tornando al pugilato, ci racconti la tua Pechino 2008?

Nel primo incontro sfido un croato e lo batto facilmente. Prima dell’inizio dei match, mi ricordo che Mario Mattioli – giornalista Rai – mi chiese: «Che ti aspetti da questa olimpiade?». «Mario, da campione del mondo sono qua per vincere l’oro». Ricordiamo che al Mondiale di Chicago io vinsi l’oro, Clemente Russo vinse l’oro, Domenico Valentino vinse l’argento e Vincenzo Picardi vinse il bronzo. Fu un mondiale meraviglioso. Quella generazione si è portata a casa ben quattro medaglie. 

 

Tanto di cappello.

Tornando alle Olimpiadi, il secondo match l’ho gestito perché non volevo forzate troppo e la mia mobilità del ring ha iniziato un po’ a rallentarsi, ma non la velocità. Finì otto a quattro. Ero tranquillo e rilassato, ma il coach Damiani mi rimproverò: «Non va bene. Tu sei campione del mondo, gente così la devi spazzare via. Non devi vincere, devi stravincere».

 

Il caso volle che il mio compagno di stanza e amico vero, Domenico Valentino, perde. A quel punto fa il turista a Pechino e acquista una bicicletta, ma io gliela sequestro. Da quel momento la mia Olimpiade ha una svolta significativa, perché non devo più camminare. Girando in bici il mio fastidio alla schiena dovuto al camminare troppo sparisce. L’avversario successivo è un inglese che avevo già battuto, ma comunque mi riguardo i suoi incontri per studiarlo al meglio. Prima del match vado verso il suo angolo e gli dico: «Oggi vinco io!». Alla seconda ripresa l’arbitro chiude il match. Una vittoria straordinaria.

 

Immagino che dopo una vittoria così netta Damiani si sia dovuto ricredere.

Damiani era contento, ma c’era molta tensione. La finale nostra era l’ultima gara dei giochi. C’era molto nervosismo, perché sembrava già tutto apparecchiato per la vittoria di Zhilei Zhang, ma io ero sicuro: «Come fanno a pensare che io possa perdere?». Tra l’altro Zhang lo avevo già incontrato in Italia e battuto. È un atleta di oltre due metri, mastodontico, ma è lento. La mia qualità era la velocità, quindi ero molto tranquillo. Prima di salire sul ring di Pechino, si aprono le porte degli spogliatoi, io lo guardo e dico: «Ti ricordi? Vinco io anche stavolta!». 

 

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Negli istanti che ti separano dall’uscita dello spogliatoio a quando sali sul ring – nonostante l’importanza del match – eri moderatamente tranquillo.

Si, perché dopo l’esperienza ateniese ho cancellato tutto quello che era il contorno della finale.

 

Ti sei isolato da tutto e tutti.

Non esisteva nulla fuorché io e il mio avversario con le nostre rispettive squadre. 

 

Ho un ricordo nitido di quell’incontro, lo vidi in diretta.

Me lo sono rivisto più volte, e ho visto quello che ho fatto. Entrato nel palazzetto io avevo soltanto il match. Il pubblico era tutto contro di me, ma alla fine mi hanno applaudito tutti.

 

 

Damiani ha esultato quasi più di te!

Damiani era contentissimo perché da tecnico è riuscito a vincere quell’oro che gli mancò per un soffio da atleta. 

 

Che rapporto avevi con Damiani?

Molto buono, però ha un carattere particolare. Abbiamo anche molto litigato.

 

Però quel matrimonio professionale ha portato grandi risultati.

C’era grande rispetto e grande fiducia. Il fatto che lui litigava un po’ con tutti, era un suo vanto, però ti dice sempre le cose in faccia. A volte è molto crudo, ma è sincero. E siccome io non sono da meno, ogni tanto tanto c’è stata qualche discussione [ride].

 

Il tuo oro olimpico arriva vent’anni dopo l’oro di Giovanni Parisi a Seoul ’88.

Grande Giovanni Parisi. Insieme a Fragomeni, per me è un altro mito. Da piccolo sono andato spesso a Voghera nella palestra dove si allenava Parisi e l’ho incontrato diverse volte. Con Fragomeni facevo lo sparring e ho avuto la fortuna di farlo quando avevo solo quindici anni. Il livello era alto. Ero un talento già da piccolo. Uno che ha segnato molto la mia carriera è stato Nazareno Mela, con lui sono diventato molto veloce. Mi ha fatto capire la catena cinetica che andava sfruttata in una certa maniera che, insieme alla tecnica, fanno la differenza. Nell’apice della mia carriera con lui, portavo cinque colpi efficaci in sette decimi di secondo.

 

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Vedendo molti tuoi match, una tua peculiarità è proprio la rapidità. Come del resto si vede anche nella finale olimpica vinta.

Lì è stato l’apice del successo e i giornali e telegiornali aprono con la mia vittoria.

 

Finalmente direi.

Ho vissuto il clamore mediatico dopo essere sbarcato in Italia, perché tutti mi riconoscevano per strada. 

 

Penso che ti abbia fatto molto piacere.

Se la gente mi identifica con il mio sport, io ho vinto.

 

Dopo quell’oro ci sono stati altri prestigiosi traguardi.

In accordo con il mio staff, decidemmo di cambiare la mia preparazione fisica e il mio modo di combattere, perché non riesco più a saltellare come prima. Stando più fermo devo essere più efficace; devo imparare a fare male, molto più male. Tra l’altro il sistema di conteggio punti a macchinette premia molto di più i colpi forti.

 

Leggevo in una tua intervista, che tu prediligi vincere i match ai punti che ko, o mi sbaglio?

Assolutamente, però i colpi devono essere efficaci per ottenere il punto. 

 

Arrivano finalmente i mondiali del 2009 a Milano. Che ambiente hai trovato? Combattere in una manifestazione così importante a pochi chilometri da dove sei nato creda sia un’emozione particolare.

C’era Mediaset con i suoi giornalisti di punta. Molto bello.

 

 

Io me lo ricordo bene perché giustappunto lo vidi in televisione.

Il fatto che lo trasmetteva Mediaset è stato un upgrade importante.

 

È molto importante per una disciplina come la boxe avere dei passaggi televisivi sulle reti più viste.

Oserei dire fondamentale. Tornando alle gare, feci sei match.

 

A ridosso dei mondiali milanesi, ricordo un tuo bel KO che hai inflitto a un pugile cubano.

Mentre lui porta il montante io porto il gancio e lui va al tappeto. Ero pessimista sul match, però ricordo bene quella sera: misi i guantoni e li sentivo aderenti come un guanto. Stasera ci facciamo male. Come poi avrai notato la differenza tra prima e dopo Pechino, io inizio a essere un attaccante.

 

Sei più stabile sulle gambe.

Inoltre andavo più verso l’avversario, paravo, rientravo, giocavo anche d’anticipo. 

 

Il momento del ko ho dovuto rivederlo più volte per capire bene il tuo colpo. È troppo veloce per vederlo a occhio nudo in tempo reale.

Per capirlo lo devi vedere a rallentatore. 

 

 

Si fa fatica a vedere quando parte il colpo.

Neanche lui l’ha visto [ride]! Avevo questa combinazione gancio-gancio che in quel momento mi è venuta d’istinto. Poi quel mondiale è stato molto bello e i miei match sono state tutte vittorie nette. La finale è stata emozionante perché inizio piano e dopo la prima ripresa sono sotto. Seconda ripresa pari e poi vinco facile. È stata una vittoria emozionante.

 

A livello emotivo, quale dei due mondiali ti emozionato di più?

Onestamente faccio fatica a dirtelo. Quello in casa è stato perfetto sotto tutti i punti di vista, in particolare dal punto di vista organizzativo. Di contro ti dico che a me l’America mi affascina da sempre, quindi puoi ben immaginare la gioia nel combattere a Chicago. Dal 2007 al 2009 ho fatto settanta incontri senza una sconfitta. Tre anni memorabili.

 

Complimenti sinceri!

Grazie! A quel punto, dopo l’oro mondiale, volevo smettere perché di fatto non avevo più nulla da vincere e oltretutto le olimpiadi di Londra erano ben lontane dal venire. Tra l’altro nel 2009 vinsi di nuovo i giochi del Mediterraneo. Avevo vinto tutto quello che potevo vincere. 

 

Però l’idea di andare a Londra nel 2012 non l’avevi ancora maturata.

No. Volevo smettere, ma rimanere nell’ambiente per dare una mano agli altri pugili. Nel 2011 rifaccio l’europeo e arrivo in finale, ma perdo con il russo Magomed Omarov. 

 

I russi sono una tua maledizione personale.

Chiamarono uno psicologo pensando che io avessi dei problemi con i pugili russi. Ma quali problemi! I russi sono forti e politicamente – nel mondo della boxe intendo – sono potenti. Non sono imbattibili, ma io facevo fatica con loro [ride]. Oltre all’europeo, a fine anno c’è il mondiale che determinava la qualificazione olimpica. Io non avevo aspettative, ma alla fine mi son detto: «Sono Roberto Cammarelle, vice campione europeo». Da lì ho iniziato e riprogrammare le olimpiadi in maniera seria.

 

Ti è tornata la determinazione di prima.

Ho due anni e ce la posso fare. Al mondiale prima di Londra 2012 però perdo ai quarti di finale contro una giovane speranza, tale Anthony Joshua. Io non avevo perso, anzi, ti dirò di più, ho vinto più quel match che quando lo incontro in finale alle olimpiadi di Londra, ed è tutto dire. Damiani anche lì mi fece un cencio, perché secondo lui non mi ero impegnato abbastanza. Dopo il match con Joshua gli dissi: «Va bene che ho perso, ma vedi di andare in finale perché voglio partecipare alle olimpiadi» [ride]. Anthony arrivò in finale e così mi si sono aperte le porte per Londra 2012. 

 

Sei entrato dalla porta di servizio.

Esatto! La preparazione va bene, ma poco prima della partenza per Londra, mi blocco la schiena. Damiani era sfiduciato, ma io gli dissi: «Io voglio venire per vincere». 

 

Sei subito tornato in modalità vincente.

Era la mia terza Olimpiade, oltretutto non distante da casa. 

 

Come la valuti dal punto di vista sportivo invece? 

Non arrivavo con i favori del pronostico, ma ero pur sempre Roberto Cammarelle. Il primo match con un venezuelano lo vinsi 18 a 10. Ho vinto bene, ma ero preoccupato perché questo qua non mi ha dato nemmeno dieci cazzotti e non riuscivo a capire come aveva fatto a fare 10 punti. Il match seguente fu contro un marocchino molto bravo e girava voce che una medaglia sarebbe stata vinta da un paese africano prima o poi. E lui era l’ultimo africano in gara. Tu stai a vedere che perdo, eh… proprio a me doveva capitare [ride]! Se non fosse stato per l’arbitro che gli fa un richiamo ufficiale penalizzandolo di due punti, io per i giudici avevo perso. In semifinale vinco contro l’azerbaigiano campione del mondo [Magomedrasul Majidov, ndr] e credo di aver fatto una delle prestazioni più belle della mia carriera. E così mi ritrovo in finale dopo quattro anni.

 

Per me la finale che disputi contro Anthony Joshua è oro, ci tengo a dirlo, anche se, ahinoi, il risultato dice diversamente.

Lo so. Ero convinto di essere superiore al mio avversario e quindi sono salito sul ring molto tranquillo, anche se sapevo delle pressioni che c’erano. L’inglese giocava in casa, non ce lo dimentichiamo.

 

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Al tuo angolo c’era sempre Damiani.

Assieme a Raffaele Bergamasco. Facemmo l’analisi dei match dell’avversario la sera prima. Avevamo studiato un piano tattico che secondo me aveva funzionato. L’errore che posso imputarmi in quella gara è che il primo round faccio molto bene e lo vinco di un solo punto. Il secondo round, che secondo me ho fatto meno bene, guadagno altri due punti e sto tre punti sopra. Recuperare per lui è quasi impossibile. Avrebbe dovuto letteralmente ribaltare il match. Rivedendo più volte quell’incontro, mi sento di dirti che ho vinto anche l’ultima ripresa. Vogliamo fare che finisce in pareggio? Mi può anche andare bene. Perdo invece di tre punti, ma se io vinco due riprese su tre, è proprio una questione di matematica, non posso perdere. 

 

Lo vidi in diretta e la delusione e l’amarezza da spettatore fu enorme.

Lui era strafottente anche se non era sicuro di aver vinto dopo il gong. 

 

L’istante in cui è stato proclamato vincitore Anthony Joshua, cosa ti è passato per la testa?

Si vede anche in video, finisce il match e io ho una sensazione non bella perché in quell’ultima ripresa c’era stato anche il fattore del pubblico che aveva super pompato l’idolo di casa. Vado all’angolo scuotendo la testa, mentre invece il mio staff stava già festeggiando e gli dissi: «Finché non danno il verdetto state calmi». Quando andiamo al centro del ring, passa più tempo del previsto, perché siamo in pareggio e devono ricalcolare tutto.

 

Lì ho iniziato a capire che c’era qualcosa che non andava e pure il mio angolo si stava preoccupando. Quando hanno detto il suo nome – quello del vincitore – ti confesso che ho avuto una grande delusione. In quel momento ho pensato all’errore storico che stavano facendo e il togliermi la medaglia d’oro era togliermi la fama che mi spettava. Ho tre medaglie olimpiche e credo che nel breve non ci sia nessuno che possa battere questo record, ma un doppio oro sarebbe stato un atto definitivo di portata storica.

 

Sarebbe stato meritato.

È stata dura da accettare. Finito il match, gli inglesi si sono pure arrabbiati perché hanno dovuto attendere oltre venti minuti per la cerimonia di premiazione, causa legittimo ricorso. Con Anthony Joshua ci siamo incontrati all’antidoping e ci siamo scambiati le nostre opinioni e lui sosteneva che nell’ultima ripresa aveva un po’ recuperato. Io gli risposi: «Lascia perdere, non hai recuperato nulla. Prenditi l’oro e sta’ zitto». Poi ci siamo scambiati la canottiera in segno di riconoscenza e fair play. 

 

Quella fu una delusione, ma di successi ne hai collezionati tanti. 

Un lato positivo è che avevo una medaglia di bronzo e una d’oro, mi mancava l’argento. Magra consolazione, ma poteva andare peggio [ride]! Il Regno Unito, essendo paese ospitante, aveva grandi aspettative per i propri atleti olimpici e di fatto, chi organizza, viene sempre un po’ aiutato, anche in maniera indiretta. 

 

Tu sei stato un esempio per la tua carriera sportiva, dove hai ottenuto grandi risultati, grandi vittorie e non hai mai sfruttato questa tua popolarità per emergere nel mainstream televisivo partecipando a qualche reality di dubbio valore etico. 

Un po’ per carattere e poi a me piace emergere come sportivo. Ho partecipato a Ballando con le stelle, perché chiamano anche uno sportivo a ballare. Altri reality non li concepisco. In Ballando con le stelle ero lo sportivo che si applicava in un’altra disciplina sportiva, perché il ballo è uno sport. Rientrava nelle mie competenze.

 

Fu divertente?

Io subentrai a Teo Teocoli e feci la metà delle puntate. Fu impegnativo. Per recuperare quella metà che mi mancava feci una preparazione di due settimane piene con la ballerina più brava che avevano, Natalia Titova. Un allenamento come fa uno sportivo. 

 

Oggi alcuni personaggi sportivi, grazie a un uso massivo dei social, hanno una sovraesposizione mediatica a prescindere dalla loro attività principale che è lo sport. La tua fama invece è dettata esclusivamente dai tuoi risultati sul ring.

In una preparazione pre-mondiali a Bergamo, quando scendiamo dal pullman ci sono delle signore che urlano a Clemente Russo: «Dovevi vincere tu e non Karina Cascella!», riferito al programma televisivo La Talpa dove ambedue avevano recentemente partecipato. Allora io ho fatto questa riflessione e ho detto a Clemente «dopo quindici anni di pugilato, diversi risultati importanti, ti ricordano per questo?». Lui mi ha risposto: «lascia perdere. L’importante è che se ne parli». Sempre in quei giorni ci stavamo allenando fuori dall’hotel e qualcuno esclama: «quello è Clemente Russo, quello che ha vinto le Olimpiadi!». Io mi fermo e la correggo: «No signora, lui ha vinto la medaglia d’argento». «Va beh, è uguale». «No signora, sennò io che l’ho vinto a fare l’oro?!». Questo è un po’ il concetto. Lui aveva la fama pubblica perché l’aveva ottenuta grazie a partecipazioni a programmi nella tv generalista. Ma il risultato sportivo? Ecco che va in secondo piano. 

 

Clemente Russo è un ottimo pugile. 

Certo! È subito dietro di me come palmares di medaglie. Io ti parlo di quello che percepisce la gente. Spesso l’apparenza sovrasta la sostanza. Non mi piace molto questa cosa e non mi rappresenta. 

 

Se la boxe tornasse alla sua essenza di popolarità grazie a più passaggi televisivi, ecco che forse, questo problema si risolverebbe da solo. 

Si scrive sempre di meno di pugilato, tu sei una mosca bianca. Una volta c’erano giornalisti che si occupavano quasi esclusivamente di pugilato. 

 

I tempi sono cambiati, ma chissà non tornino.

La ruota gira, ma dobbiamo farla girare! Dobbiamo aiutare questo sport ad avere più visibilità con personaggi che riescano a calamitare sempre più pubblico. Abbiamo gente valida, ma non passando professionisti, hanno meno seguito di pubblico. Fa più notizia scrivere del calciatore che litiga con il suo allenatore, che di un evento agonistico di boxe. Il volume di soldi che gira nel calcio non ha paragone con altri sport. Su un giornale sportivo di trenta pagine, venti sono solo di calcio e un’azienda sceglie ovviamente di sponsorizzare il calcio, perché finisce in una di quelle venti pagine.

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A proposito di esposizioni mediatiche. Ci sono molti youtuber che espongono e spiegano tecniche di autodifesa e di lotta. I ragazzi, che a loro volta stanno parecchio tempo incollati allo smartphone, apprendono da questi qua, ma credo sia un apprendere passivo. Tu cosa ne pensi?

È uno dei mali delle nuove generazioni. Vedono queste immagini, pensano di averle assimilate e quando tu vai a proporgli dei lavori pensano di saperne più di te, scavalcando la figura del tecnico. Quando uno arriva in Nazionale, deve sapere che i tecnici sono i migliori. Deve pensare che siano così e non il contrario. Molti ragazzi, oggi, hanno più presunzione e meno umiltà. Non si rispetta l’autorità e sono difesi troppo spesso dai loro genitori. 

 

Ci sono ragazzi che arrivano da voi un po’ troppo esuberanti?

Noi qua stiamo già ad alto livello, vengono qua che sono tra i migliori in Italia pensando di essere già molto forti, ma poi arriva una squadra, magari tra le più scarse, e vanno al tappeto. Nessuno mette in dubbio il loro valore, ma c’è sempre tanto da fare per crescere. I talenti ne abbiamo, non fraintendermi. 

 

Quanto è importante per un atleta il sostegno delle Fiamme Oro?

I gruppi sportivi in generale ti permettono di fare questo sport come un professionista. Io mi alzo la mattina e penso solo a quello. Uno che sta in una palestra civile a una certa età dovrebbe anche pensare quale sarà il suo futuro in caso non diventasse un campione. Molti atleti rimangono nel nostro ambiente come tecnici. 

 

Hai una carriera veramente invidiabile.

Nel 2014, proprio grazie alla Polizia, sono riuscito a studiare e a diventare una persona migliore.

 

Per un atleta vincere un’Olimpiade è il massimo, ma a volte non c’è sempre un’adeguata corrispondenza economica per una vita spesa a raggiungere un obiettivo così prestigioso, che arriva dopo anni di duri sacrifici. Ci sono sport che hanno un’esposizione mediatica notevolmente maggiore e gli atleti, anche senza alcun tipo di risultato, guadagnano molto di più penso al calcio ovviamente. 

Il problema non è neanche economico, ma è di trattamento. Quando uno vince le Olimpiadi, è come un giocatore di serie A, anzi forse pure di più. Dovrebbe avere la stessa riconoscenza mediatica quantomeno. Per la medaglia d’oro ci spettano centoquaranta mila euro – dati ufficiali del Coni – mentre un campione di calcio guadagna qualche milione di euro all’anno.

 

Non c’è gara. Anthony Joshua per esempio, al debutto da professionista, ha riempito Wembley con novantamila persone, perché era campione olimpico. Questa è la mentalità che a noi manca. Ora tu puoi pensare: «Perché non sei passato anche tu professionista?». Se io lo avessi fatto, sarei stato bravo se fossi riuscito a radunare in un palazzo dello sport otto o dieci mila persone al massimo. Capito la differenza di numeri?

 

È più importante la preparazione fisica o la preparazione mentale per un pugile?

Il bello del pugilato è che prima di tutto è un incontro tra due menti, però l’aspetto fisico è determinante. Un buon atleta allenato, senza testa, non vince. Un atleta non allenato, ma con la testa, può fare un buon match, ma in un torneo non può andare avanti. Le due cose devono andare di pari passo. 

 

C’è il rispetto nel mondo della boxe?

Oggi credo ce ne sia ancora di più di prima. Ai miei tempi ci guardavamo più in cagnesco. Vedo più collaborazioni anche tra le Nazionali e ci sono più scambi, ma c’è sempre tanto agonismo perché tutti vogliono vincere.

 

È un cambio di mentalità importante.

Si, perché rende questo mondo più bello e più vivibile. 

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Che consiglio daresti alle nuove generazioni?

Il consiglio è quello di crederci per davvero in quello che si fa. Quando ci si scontra con la realtà, è dura, perché la realtà significa sacrificio, dolore, sopportazione. Le sconfitte vanno analizzate e devono essere motivo di crescita. Io su duecentotrenta incontri ho solo venti sconfitte, ma me le ricordo tutte molto bene. Di cui dieci le posso anche contestare [ride]! Una sconfitta per me è una delusione forte, quasi un lutto, che non vuoi più che si ripeta. Perdere fa male e ricordarsi il dolore è importante, perché significa crescere. Invece nelle generazioni nuove vedo che c’è la voglia di voltare pagina troppo in fretta dopo una sconfitta, scaricando su altri l’alibi della sconfitta. 

 

Prima di salire sul ring avevi paura?

Ci deve essere un timore reverenziale, perché ti tiene vigile. Prima di tutto perché non giochiamo a calcio, bensì è uno scontro fisico dove l’obiettivo è colpire l’avversario. Chi abbassa la guardia mentale, chi abbassa il livello d’attenzione, è quello che le prende.

 

Devi avere sempre la massima attenzione e il livello alto lo mantieni proprio se hai il timore che l’avversario possa colpirti. Devi inoltre avere un super-ego: io sono il migliore, tu non mi puoi toccare. Io ho usato sempre questa filosofia.

 

Poi c’è l’oggettività, come quando capisci al primo secondo che il tuo avversario è nettamente inferiore, e non potrebbe mai toccarti. Io sono stato sempre riconosciuto come una persona buona e corretta e in quei casi non ho forzato troppo la mano.

 

Mi ricordo un pugile sloveno, nel 2009 a Milano, che non mi portava neanche un colpo e l’arbitro richiamava me perché portavo colpi leggeri, in quanto lui pareva non riuscisse proprio a combattere. L’ho portato ai punti, e ho vinto ovviamente. Dopo il match, accompagnato da suo padre, mi ha detto: «per me è stata un’emozione combattere con te. Ho il tuo poster in camera». Questa cosa mi emozionò non poco e lì ho capito perché non portava i colpi. 

 

Tra i tanti match che hai vinto, mi ricordo di un tuo fulmineo KO dopo pochi secondi. Meraviglioso!

Ai Mondiali di Milano contro un bielorusso che tra l’altro era vice campione olimpico ad Atene 2004.

 

 

C’è amicizia nel vostro mondo, tra pugili intendo.

Sì! Tra quelli della stessa categoria è un po’ più difficile, perché prima o poi ci si può affrontare. Ad esempio con Daniel Betti abbiamo fatto i primi due anni di massimi insieme e l’ho sempre battuto [ride]. Poi io sono passato ai supermassimi, ma siamo sempre amici, anche perché abitiamo nella stessa città. Con coloro che ci ho condiviso il percorso olimpico, siamo come fratelli. Con Clemente siamo amici, anche se ci fu un periodo in cui ci siamo un attimo allontanati per motivi di lavoro. Lui adesso è tornato nel giro della Nazionale e ci frequentiamo di più. 

 

Grazie per la bellissima chiacchierata e viva la boxe!

Sempre! Grazie a te.

 

Francesco Rondolini

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Politica

Trump si inserisce nella cerimonia di premiazione dei Mondiali. Poi subisce pre lui la maleducazione degli argentini

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è intromesso nella cerimonia di premiazione della Coppa del Mondo FIFA, consegnando personalmente il trofeo alla Spagna dopo che i campioni d’Europa hanno sconfitto i campioni in carica dell’Argentina per 1-0 ai tempi supplementari al MetLife Stadium di East Rutherford, nel Nuovo Jersey.   Domenica, Trump ha raggiunto il presidente della FIFA Gianni Infantino sul palco della cerimonia. I video girati nello stadio hanno mostrato i due accolti da un misto di applausi e fischi mentre entravano in campo per la premiazione.   Prima che Trump consegnasse il trofeo al capitano della Spagna, Rodri, sono state consegnate le medaglie ai giocatori di entrambe le squadre.   Il presidente degli Stati Uniti è rimasto quindi al centro del podio, dove i giocatori si erano riuniti per la tradizionale cerimonia di premiazione. Infantino ha apparentemente spostato delicatamente Trump di lato per dare più spazio alla squadra, ma è rimasto accanto ai giocatori mentre Rodri alzava la coppa, creando un momento leggermente imbarazzante.  

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L’episodio ha scatenato un’ondata di condanne e derisione online, con alcuni che hanno suggerito che a Trump si sarebbe dovuto dire che non è un membro della nazionale di calcio spagnola. Altri hanno contrapposto l’insistenza del presidente americano nel voler apparire nella foto con gli spagnoli alle sue recenti invettive contro Madrid. All’inizio di questo mese, Trump aveva dichiarato in una conferenza stampa della NATO che la Spagna era una «causa persa», mentre l’anno passato ha ventilato l’ipotesi di un’espulsione di Madrid dalla NATO.   «Non vogliamo più fare affari commerciali con la Spagna», aveva detto, lamentandosi del fatto che Madrid è «un pessimo partner nella NATO» e che «sono senza speranza. Gente cattiva».   La verità è che il presidente americano, genio incontrastato nell’uso dei media, conosce il valore iconico dell’immagine finale, quindi non ha resistito alla possibilità di un photobombing presidenziale. Le polemiche e le prese in giro a breve spariranno, la foto con la i giocatori spagnuoli – e Trump – che alzano la Coppa resterà per sempre.   Ad ogni modo, continuano le polemiche sul vertice FIFA Gianni Infantino, considerato succube del presidente statunitense, al punto da accogliere l’incredibile suggerimento di annullare un cartellino rosso per un componente della sfortunata selezione USA.   La Spagna ha dominato grandemente la finale, costringendo il portiere argentino Emiliano Martinez a ben 12 parate. La squadra del cattolico Luis de la Fuente ha registrato i primi 20 tiri in porta della partita.   L’Argentina è rimasta in dieci uomini poco prima dell’inizio dei tempi supplementari, dopo l’espulsione di Enzo Fernandez per doppia ammonizione. Lo stile di gioco falloso e bullesco della squadra sudamericana ha scatenato critiche da ogni parte.   Il subentrato Ferran Torres ha finalmente sbloccato il risultato al 106° minuto, insaccando da distanza ravvicinata dopo un colpo di testa di Nico Williams su cross di Pedro Porro.

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La vittoria ha assicurato alla Spagna il suo secondo titolo mondiale maschile, 16 anni dopo il trionfo in Sudafrica nel 2010. Con la vittoria della squadra femminile nel torneo del 2023, la Spagna è diventata anche il primo paese a detenere contemporaneamente i titoli mondiali sia maschile che femminile.   La sconfitta ha impedito all’Argentina di conquistare il secondo titolo mondiale consecutivo e ha posto fine in modo deludente a quella che probabilmente è stata l’ultima apparizione di Messi ai Mondiali. Il 39enne ha faticato a incidere contro la difesa spagnola, dopo aver contribuito a portare l’Argentina alla sua seconda finale consecutiva.   Prima della partita, Messi aveva alimentato le voci sul suo ritiro condividendo l’immagine di un paio di scarpini con la scritta «El Último Tango» – «L’ultimo tango». Al fischio finale, non è riuscito a trattenere le lacrime, vedendo svanire le speranze dell’Argentina di difendere il titolo.   La memoria di questa partita sarà per sempre segnata dall’infamia del comportamento violento e infantile degli argentini, che dopo il fischio di chiusura hanno scatenato risse e prodotto atti di mancanza di rispetto indegni, come voltare le spalle mentre la squadra vincitrice viene premiata. Essendo che il risultato è stato ampiamente meritato, visto il gioco superiore degli spagnuoli (con ulteriori reti valide annullate per falli che sembrano in realtà sospette simulazioni), va compreso che si tratta di una vera, intollerabile immaturità da parte dei giocatori argentini, Messi incluso, che mentre piange a favor di steadycam si accorge della rissa fatta partire dai suoi compagni di squadra ma non fa nulla per fermarli: il problema del campione, dunque, non è solo la mancanza di carisma.   Per questo spettacolo indegno – che ha compreso l’evidente mancanza di ossequio istituzionale verso il presidente Trump e soprattutto verso il presidente del Messico Claudia Sheinbaum, la FIFA ha aperto un’inchiesta, che speriamo porti ad una squalifica, magari lunga anni, per la nazionale di Buenos Aires.   Trump è diventato il primo presidente statunitense in carica ad assistere a una finale di Coppa del Mondo sul suolo americano. Prima della partita, ha salutato il torneo allargato a 48 squadre come un grande successo e ha dichiarato che gli Stati Uniti sono diventati «un Paese di calcio».   Trump sembrava propendere per l’Argentina, pur rifiutandosi di fare una previsione esplicita. «Non prenderò posizione, ma penso che sia molto difficile scommettere contro Messi. È fantastico», aveva detto in precedenza a Fox Sports, aggiungendo di aver «sempre apprezzato» sia Messi che il suo storico rivale Cristiano Ronaldo.   Due giocatori argentini, Lisandro Martinez e Cristian Romero, si sono rifiutati di stringere la mano al presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la cerimonia di premiazione della medaglia d’argento, dopo la sconfitta per 1-0 dell’Argentina contro la Spagna nella finale dei Mondiali.  

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Martinez ha evitato di stringere la mano sia a Trump che al presidente della FIFA Gianni Infantino, mentre Romero ha salutato Infantino ma ha evitato Trump, stringendo invece la mano alla presidente messicana Claudia Sheinbaum e al primo ministro canadese Mark Carney.   Alcuni, guardando le immagini, hanno sostenuto che il capitano dell’Argentina Lionello Messi di fatto abbia quasi snobbato Trump, che invece sembrava volergli parlare.   Come riportato da Renovatio 21, a Buenos Aires vi sono stati scontri tra tifosi e forze dell’ordine: nemmeno i supporter riescono, come adulti, ad accettare la sconfitta.   In un Paese serio le proteste della popolazione dovrebbero essere contro il comportamento indegno dei suoi giocatori.  

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Sport e Marzialistica

Il disonore nella sconfitta: il comportamento indegno ed infantile dell’Argentina dopo la finale persa

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Sapevamo che era favorita dal presidente USA, e soprattutto dai vertici di un altro Stato con la bandiere biancoceleste, lo Stato di Israele – per una serie di ragioni che avevamo descritto.

 

Era noto pure come in moltissimi hanno accusato – tra il commento da bar e la teoria della cospirazione – la FIFA e i suoi capi, in particolare Gianni Infantino, di aver facilitato l’avanzata dell’Argentina al Mondiale.

 

La squadra che arrivava a questa Coppa da campione del mondo, aveva certo un gioco affatto sgradevole, ma quanto a fair play le lamentele, e non solo degli inglesi – canzonati alla fine persino con la storia delle Falkland – erano state moltissime.

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Ora in rete rimbalzano impietose le immagini del campo della finale subito dopo il fischio che ha decretato la vittoria della Spagna. Si tratta di un comportamento a tal punto disonorevole che molti chiedono per tutta la squadra argentina una lunga squalifica: forse il momento più antisportivo mai veduto, dove con evidenza la squadra perdente vuole rovinare la festa a quella vincente – dinanzi agli occhi di tutta la popolazione terrestre.

 

Al triplice fischio che ha decretato , è scoppiata una violenta rissa in campo scatenata dal centrocampista argentino Leandro Paredes, che (forse per una provocazione, dice qualcuno) ha aggredito con rabbia Eric Garcia colpendolo e afferrandolo per il collo.

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Non basta: quando il centrocampista Gavi è intervenuto per difendere il compagno di squadra, Paredes si è scagliato anche contro di lui, spingendolo violentemente a terra. I commentatori in rete notano come il campionissimo Lionello Messi ha assistito alla scena indegna senza alzare un dito. Il capitano, ancora sul prato del MetLife Stadium, ha poi pianto ad abundantiam.

 

 

 

La rissa è quindi dilagata, coinvolgendo in pochi secondi le panchine e i membri dello staff. Per placare la furia di Paredes è stato necessario il contenimento fisico da parte del suo stesso compagno Thiago Almada. Una volta ristabilita la calma, l’arbitro ha mostrato a Paredes un cartellino rosso diretto a partita ormai finita

 

 

 

Il clima teso è proseguito anche durante le cerimonie, con la squadra argentina che ha inizialmente ignorato il pasillo d’honor (la passerella d’onore tributata dagli spagnoli) e ha successivamente disertato la conferenza stampa ufficiale, lasciando parlare solo il commissario tecnico Lionel Scaloni, che epperò si è messo a piangere a dirotto ed è andato via.

 

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Non sono solo gli spagnoli ad essere stati oggetto della maleducazione argentina. Le testimonianze sono molteplici.

 

Un video mostra un tifoso messicano, allo stadio per tifare Spagna, reagire simpaticamente con un cartellino rosso agli attacchi verbali di supporter in maglia albiceleste.

 

 

Circolano inoltre immagini della premiazione che sembrano suggerire che i giocatori argentini abbiano ignorato Claudia Sheinbaum, il presidente del Messico, che era Paese co-organizzatore.

 

 

Giornalisti hanno testimoniato la scontrosità pure manesca dei tifosi sudamericani.

 

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Immancabili scontri tra polizia e tifosi pure a Buenos Aires, sotto l’obelisco.

 

 

 

La polizia reprime i tifosi argentini pure a Copacabana, Rio de Janeiro, in Brasile.

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Nel frattempo, girano tante immagini di falli clamorosi argentini rimasti impuniti: il cartellino rosso, abbiamo visto, arriva incredibilmente solo a partita finita.

 

 

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Come per la partita con l’Inghilterra, è stata confezionata una compilation delle scorrettezze argentine lasciate correre, anche qui, per qualche ragione, con una colonna sonora klezmer, la musica dell’ebraismo yiddish.

 

 

Vi è pure il filmato in cui il giocatore argentino Otamendi, furioso, se ne esce per rimproverare gli spagnuoli Rodri e Laporte per aver «pianto» prima della partita a proposito dell’arbitraggio. A piangere vere lagrime, di rabbia, di amarezza e di capriccio, come abbiamo visto, non sono stati i sudditi del Regno dei Borbone.

 

 

A proposito di pianti, il dulcis in fundo è la conferenza stampa, disertata dai giocatori argentini. Ci mandano Lionel Scaloni, l’allenatore, che scoppia a piangere come un pupo e se ne va singhiozzando assai.

 

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Il tutto – la rabbia, le lagrime – contribuisce a dipingere un quadro di immaturità, di infantilismo vero e proprio, che si stende su tutta la squadra: ci mancava solo che qualcuno prima della fine della partita bucasse il pallone e andasse via. Diciamo pure che questo senso di puerilità meschina era quello che talvolta emanava da Diego Armando Maradona, il quale però poi era capace di compensare con un genio calcistico assoluto (come durante la partita con l’Inghilterra nel 1986, prima segna di mano, poi scarta mezza nazionale inglese per segnare il più bel gol di sempre).

 

Non abbiamo intenzione di estendere dal calcio al Paese stesso – gravato da un secolo di malgoverno, magari con qualche bella ditatona massonica, che da potenza emergente lo ha reso una catastrofe inflattiva e sociale – questa immagine negativa. Renovatio 21 ribadisce che con probabilità uno dei più grandi drammi di questi ultimi secoli, per l’Argentina e per l’Italia, sia stato il mancato uso della lingua di Dante nel Paese sudamericano.

 

Ad ogni modo, segnaliamo l’ultimo figurone del Milei, il cocco di Trump e Netanyahu, i cui social media manager sembrano aver dimenticato di cancellare la programmazione di un post di celebrazione della vittoria.

 

 

«CELEBRAZIONE MONDIALE Considerata la preoccupazione per le celebrazioni del traguardo raggiunto dalla Nazionale argentina, informo la popolazione che, a seconda di ciò che i giocatori e lo staff tecnico decideranno in merito al giorno da festeggiare, questo verrà dichiarato festa nazionale» scrive il post presidenziale. Grande, grandissimo Saverione, anarcocapitalista clonatore spiritista dei suoi cani, maestro di sesso tantrico con tanta passione per l’ebraismo e lo Stato Ebraico.

 

Avanti così: approssimazione e infantilismo. Per una terra, un popolo, che merita molto, molto di più.

 

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Geopolitica

Perché Israele tifa Argentina?

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Molti osservatori hanno ipotizzato che nella finale del Campionati Mondiali di Calcio di stasera, l’ospite, cioè Donald Trump, tiferà per i sudamericani. Il presidente argentino Javier Milei non solo è stato definito come un epigono australe dell’ondata populista iniziata con Trump, ma è pure imbevuto di pensiero socioeconomico statunitense, in particolare l’ultraliberismo (o meglio l’anarco-capitalismo apertamente rivendicato dal nostro) di Milton Friedman e Murray Rothbard, suoi idoli intellettuali al punto che ai suoi cani clonati Milei ha dato il nome dei pensatori ultraliberisti.   Di fatto, con Milei si è avuto un cambio a Buenos Aires in senso filoamericano, una posizione che, nella terra del peronismo sempre strisciante, non può essere data per scontata, specie nell’epoca delle molteplici penetrazioni cinesi nel continente. Il feeling si è espresso esplicitamente nel piano argentino-statunitense di creare un’alternativa all’OMS.   Al contrario, Trump in questi mesi ha castigato il governo del Regno di Spagna, minacciandone l’espulsione dalla NATO e dichiarando l’interruzione di «tutti gli scambi commerciali». Come noto, quattro mesi fa Madrid aveva chiuso lo spazio aereo agli aerei USA coinvolti nelle operazione di guerra con l’Iran.

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È tuttavia molto più evidente, e denso di significato storico e geopolitico, il tifo mostrato dai vertici del governo israeliano per la squadra del Paese sudamericano.   Il premier dello Stato Ebraico Netanyahu si è mostrato con la maglia albiceleste. «Sosteniamo l’Argentina in tanti modi, anche domani. Non nascondo di fare il tifo per l’Argentina. Credo che la maggior parte dei cittadini israeliani tifi per l’Argentina. Buona fortuna! Vamos Argentina!» ha dichiarato il primo ministro israeliano, mostrando anche le sue capacità di colpo di testa.   A porgergli la palla e la maglietta è il rabbino Shimon Axel Wahnish, da sempre considerato come una grande influenza sul presidente argentino Javier Milei e ora ambasciatore presso lo Stato di Israele.   Non diverso il caso del controverso ministro delle Finanze, l’ultrasionista religioso Bezalel Smotrich, anche lui sorridentissimo in maglia futbolista argentina a favore di social.  

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C’è da capire che recentemente la Spagna qualche sgarbo lo ha fatto pure allo Stato Giudaico, annullando ad esempio gli accordi per le forniture di armamenti per oltre un miliardo di dollari e chiedendo sanzioni internazionali contro Israele. Proprio Netanyahu tre mesi fa aveva accusato Madrid di aver «diffamato gli eroi dell’IDF». Due anni addietro la Spagna chiese alla UE di sospendere l’accordo di libero scambio con Israele accusando il premier per gli attacchi al suo contingente UNIFIL, preso di mira, come il contingente italiano, dai soldati israeliani. La Spagna si è quindi rifiutata di far attraccare in un suo porto una nave che trasportava armi verso Israele, per poi, assieme a Irlanda e Norvegia, coordinarsi per il riconoscimento dello Stato palestinese.   Tuttavia, vi sono molti altri fattori storici sono in gioco.   Cosa non saputa da proprio tutti, la quarta città al mondo per numero di cittadini di religione ebraica è Buenos Aires, dove la comunità giudea è fiorente, alla faccia della nomea dell’Argentina come Paese ospite dei gerarchi nazisti fuggiti dall’Europa.   Con l’ascesa di Milei, la conversione della politica estera argentina in senso filoisraeliano ha assunto toni grotteschi. Due anni fa, dopo aver offerto «chiaro e inflessibile sostegno a Israele» contro l’Iran, Milei ha invitato l’ambasciatore dello Stato Ebraico a partecipare a una riunione del «gabinetto di crisi» argentino. La mossa lasciò stupefatto tutto il personale diplomatico nazionale.     Come riportato da Renovatio 21, della conversione al giudaismo di Javier Milei si parla da tanto tempo, e abbondano immagini e video in cui il personaggio sventola in pubblico grandi bandiere israeliane, così come i festosi balli con gli ebrei hassidici. Il vessillo con la stella di David (in realtà, un simbolo cabalistico) sembra essere apparsa anche su monumenti pubblici nelle città del Paese sudamericano.    

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    Sul Milei vi sarebbe l’influenza del rabbino Shimon Axel Wahnish, rabbino capo della comunità ebraica marocchina dell’Argentina (ACILBA), «un moderno dottore ortodosso in psicologia dell’educazione, Wahnish è stato direttore e professore presso un centro studi ebraico per giovani studenti universitari presso i Sucath David Programs» scrive Tablet Magazine, che riporta come dopo il loro incontro nel 2021, Milei abbia cominciato lo studio della Torah proprio sotto la guida di rabbi Wahnish, lo stesso che vediamo ora nei video calciofili con Netanyahu e Smotrich.   Secondo il sito ispanofono La Politica online, il rabbino Tzvi Grunblatt (anche lui della corrente dell’ebraismo Lubavitch) avrebbe accompagnato il presidente eletto «durante il Forum Economico Latam dove il libertario è stato il relatore principale. La Fondazione Chabab era co-organizzatrice dell’evento insieme a Dario Epstein, consigliere di Milei».   Secondo il sito ebraico Anash, i rapporti di Milei con il rabbinato andrebbero oltre la guida spirituale del rabbino Wahnish. «Secondo quanto riportato dalla stampa argentina, il rabbino Grunblatt ha contribuito a creare legami tra Milei e importanti uomini d’affari come Eduardo Elsztain». Elzstain, argentino di origine ebraica (il nonno fuggì dalla Russia sconvolta dalla rivoluzione del 1917) è considerato a capo del più grande impero economico del Paese, che spazia dagli immobili all’agricoltura, da settore minerario a quello bancario.   Devoto alla religione giudaica, si dice che il ricco Elzstain abbia costruito una sinagoga appena fuori da casa sua. Sua sorella vive in Israele. Il businessman sarebbe affiliato al movimento ebraico Chabad Lubavitch, corrente dello chassidismo nata nel XVIII secolo e ora avente come base principale Nuova York, in particolare nel quartiere di Crown Heights, a Brooklyn. Elsztain ha vissuto a Nuova York – seconda città più ebraica del pianeta dopo Tel Aviv – nel 1989-90. Durante quel periodo, nel 1990, «si presentò a un incontro con il leggendario investitore George Soros», secondo il quotidiano israeliano Haaretz.   Milei in Israele si è prodotto in danze e canti dinanzi al Netanyahu, oltre che alle ovvie lacrime dinanzi il Muro del Pianto – kippah d’ordinanza in testa.  

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  Tuttavia non si tratta solo della svolta filogiudaica del Milei, sedicente istruttore di sesso tantrico e membro del World Economic Forum.   Il sito Mintpressnews sostiene che le guardie del corpo del campionissimo Lionel Messi proverrebbero da Israele. «La sua sicurezza è affidata a un’élite di ex agenti israeliani, che pianificano ogni sua mossa, soprattutto a livello internazionale. Prende molto sul serio la sua sicurezza, tanto da aver saltato persino il matrimonio della cognata in Argentina per motivi di incolumità» scrive il sito americano. «Le stesse forze israeliane si occupavano della sicurezza anche al suo matrimonio nel 2017, sebbene la testata non abbia specificato se si trattasse di agenti del Mossad, dello Shin Bet o di un gruppo di commando d’élite».   Il calciatore argentino «ha visitato Israele più volte nel corso della sua carriera. Nel 2013, lui e la sua squadra, il Barcellona, ​​si sono recati in Israele e Palestina per quello che è stato definito un “tour per la pace”. Durante il viaggio, ha incontrato e parlato con Netanyahu e il presidente Shimon Peres, e ha stretto la mano ai soldati delle Forze di Difesa Israeliane. Ha anche indossato la kippah e visitato il Muro del Pianto, il luogo più sacro dell’ebraismo».   Non solo: Messi, che ha per sponsor solo brand globali come Adidas, Pepsi, Mastercard, ha stupito molti quando nel 2020 ha annunciato una partnership con OrCam, una società israeliana di intelligenza artificiale relativamente piccola che produce dispositivi indossabili per la visione artificiale (simili ai Google Glass). OrCam si propone di aiutare le persone ipovedenti a vivere una vita più appagante. Messi è diventato il suo ambasciatore globale del marchio e il volto dell’azienda.

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«OrCam è una ramificazione dell’apparato di sicurezza nazionale israeliano e impiega decine di ex agenti dell’Unità 8200, l’agenzia di spionaggio militare israeliana, molti dei quali in posizioni di grande influenza» spiega MintPress. Membri dell’Unità 8200 sono dietro a tantissime delle startup della cosiddetta Silicon Wadi, la Silicon Valley israeliana – includendo soprattutto le società di spyware, come quelle che producono strumenti di spionaggio e hacking di Stato come Pegasus.   Forse per tutto questo, il Netanyahu ha dichiarato Messi il suo giocatore preferito. Siamo ad anni luce di distanza dal precedente campionissimo argentino, Diego Armando Maradona, che, all’apice del suo terzomondismo, arrivò a dire di essere «il numero uno tra i fan del popolo palestinese»: «nel mio cuore, sono palestinese».   Al di là di questi affetti che riguardano i vertici dell’Argentina e forse nemmeno tutta la sua grande comunità ebraica, l’amore del Paese sudamericano verso lo Stato Ebraico sembra non essere decollato, con sondaggi Pew che mostrerebbero una maggioranza degli argentini come critici di Israele con un 34% di intervistati che esprimerebbe una visione «molto sfavorevole» dello Stato Giudaico, contro un 5% di cittadini argentini che vedono Israele molto positivamente.   I motivi di questa scarsa popolarità dello Stato degli ebrei presso gli argentini possono avere cause anche più recenti – cause che possiamo dire inquietanti.   Nel corso dell’ultimo anno sono emerse con insistenza voci di incendi di migliaia di ettari della Patagonia che sarebbero appiccati da «turisti israeliani». Le autorità argentine avrebbero inoltre riferito di aver rinvenuto, nelle vicinanze del lago Epuyén, nella provincia di Chubut, alcune granate M26 IM, ordigni in dotazione alle forze armate israeliane.   Le accuse ai «piromani israeliani» avvengono nel contesto della riforma della legge antincendio e del suolo: il governo Milei ha proposto modifiche e parziali deroghe alla Ley de Manejo del Fuego (n. 26.815). Il progetto di legge prevede la cancellazione del divieto che impediva di cambiare l’uso dei terreni bruciati per 30 o 60 anni, un divieto precedentemente stabilito per evitare la speculazione immobiliare o agricola.    

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Secondo alcuni commentatori, saremmo quindi dinanzi ad un’operazione di accaparramento immobiliare di enormi fette di territorio argentino, forse, dicono alcuni utenti, come backup per il popolo ebraico nel caso la situazione in Medio Oriente diventi talmente grave da implicare una migrazione dell’intero Stato.   Ma si tratta certamente di teorie del complotto, come quelle, fiorite tra gli arabi specie dopo le vittorie contro Giordania, Egitto ed Algeria, per cui vi sarebbe una cospirazione che arriva sin dentro la FIFA per far vincere l’Argentina favorendola in ogni modo.   Favoritismo arbitrale pro-argentina sono stati denunziati poi anche dagli inglesi dopo la semifinale. Qualcuno ha messo in rete una compilation che, per qualche ragione, ha una colonna sonora klezmer, la notoria musica di coloro che parlano lo yiddish.     Renovatio 21 quattro anni fa aveva parlato del tifo esoterico, a suon di malefizi, portato avanti da una vera armata organizzata di streghe argentine – con il risultato della vittoria ai Mondiali del Qatar . Quest’anno è evidente il supporto, neanche tanto occulto, di un’intero Stato religioso messianico, e tutte le sue ramificazioni planetarie.   Vediamo come andrà a finire.   Roberto Dal Bosco  

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