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Persecuzioni

India, parla mons. Fernandes: «Modi è debole o non vuole condannare chi attacca i cristiani?»

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Una riflessione del vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Mumbai sul contrasto sempre più profondo tra le immagini del primo ministro indiano nelle chiese in occasione del Natale e il suo silenzio sugli attacchi contro questi stessi luoghi da parte di persone ideologicamente a lui vicine. «Chiamare violenza un atto di violenza non è un atto di inimicizia: è un gesto di speranza».

 

Continua a far discutere tra i cristiani dell’India il contrasto stridente tra le immagini del premier Narendra Modi che – come accade ormai da alcuni anni – si è recato in una chiesa (stavolta anglicana) in occasione delle celebrazioni natalizie, e gli attacchi violente che negli stessi giorni esponenti dell’hindutva – la galassia fondamentalisti indù, politicamente vicina al primo ministro – hanno messo in opera contro numerose comunità cristiane in molte arre del Paese. Su questo tema AsiaNews pubblica una riflessione di mons. Savio Fernandes, vescovo ausiliare di Mumbai.

 

Negli ultimi anni, il primo ministro Narendra Modi si è ripetutamente rivolto alla comunità cristiana dell’India. In diverse occasioni, soprattutto in prossimità del Natale, ha visitato chiese, ospitato incontri con leader cristiani e riconosciuto pubblicamente il contributo inestimabile dei cristiani al tessuto sociale dell’India attraverso l’istruzione, la sanità e il servizio caritativo. Questi gesti, trasmessi in diretta sulle televisioni nazionali e ampiamente diffusi sui social media, proiettano un’immagine di inclusività e buona volontà.

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Eppure, in modo inquietante, questi momenti di apertura accuratamente organizzati sono spesso seguiti – talvolta persino nello stesso giorno – da notizie di attacchi contro chiese cristiane, sale di preghiera, conventi, scuole e pacifiche assemblee di culto in diverse parti del Paese. A rendere più profonda l’angoscia non è soltanto la ricorrenza di tali episodi, ma l’apparente impunità con cui vengono compiuti, spesso alla presenza delle forze dell’ordine che rimangono osservatori passivi.

 

Questa inquietante contraddizione ha portato molti a porsi una domanda scomoda: il primo ministro Modi è un leader debole e impotente, incapace o non disposto a esercitare controllo sugli elementi presenti all’interno del proprio schieramento ideologico?

 

Secondo i dati raccolti da organizzazioni indipendenti della società civile e da gruppi per i diritti umani, negli ultimi anni si è registrato un aumento significativo di episodi di molestie, interruzioni dei servizi di preghiera, vandalismo di luoghi religiosi e intimidazioni contro il clero e i fedeli. Non si tratta di eventi isolati o accidentali: seguono uno schema che suggerisce un’ostilità ideologica piuttosto che problemi spontanei di ordine pubblico. Le vittime sono in larghissima maggioranza membri di una minoranza non violenta, pacifica, rispettosa della legge, orientata al servizio e amichevole, le cui istituzioni hanno storicamente servito persone di tutte le fedi senza discriminazioni.

 

Ciò che rende la situazione particolarmente grave è il fatto che molti dei presunti responsabili di questi atti si identificano apertamente con gruppi che traggono nutrimento ideologico dalla più ampia famiglia politica associata all’attuale governo. Quando tali individui o organizzazioni smentiscono pubblicamente, con atti di aggressione, le parole di apprezzamento del primo ministro nei confronti dei cristiani, non stanno semplicemente attaccando una comunità minoritaria: stanno sfidando direttamente l’autorità dello stesso primo ministro.

 

Un leader forte risponderebbe a una simile sfida con chiarezza morale. Come minimo, ci si aspetterebbe una condanna netta e inequivocabile della violenza, soprattutto quando prende di mira cittadini impegnati in un culto pacifico. Tuttavia, ciò che colpisce maggiormente è il persistente e assordante silenzio del primo ministro, che rischia di sommergere tutti gli sforzi che egli apparentemente compie in direzione dell’inclusività. Non sono state impartite pubbliche istruzioni dirette per contenere gli elementi violenti, non sono state pronunciate parole ferme di condanna degli attacchi alle chiese, né è stata offerta rassicurazione a una comunità impaurita che guarda alla più alta carica costituzionale per la sua protezione.

 

Il silenzio diventa ancora più inquietante se si considera la natura di alcuni di questi episodi. In un caso particolarmente scioccante, un aggressore non solo ha insultato la Madonna, venerata dai cristiani così come da persone di altre religioni, ma ha anche oscenamente interrogato una donna su come rimanga incinta, oltraggiandone il pudore e la dignità. Un linguaggio del genere non è semplicemente offensivo: riflette un profondo degrado morale e un disprezzo per le donne e per la fede. Il fatto che un simile comportamento sia rimasto privo di una forte censura governativa invia un pericoloso messaggio di tacita approvazione.

 

È importante affermare chiaramente che condannare questa violenza non è un atto di ostilità nei confronti del governo o del primo ministro. Al contrario, è un appello alla responsabilità costituzionale. La Costituzione dell’India garantisce la libertà di religione e il diritto di praticare il culto senza paura. Quando queste garanzie vengono sistematicamente violate e lo Stato rimane in silenzio, la credibilità stessa delle autorità viene erosa.

 

Allo stesso tempo, è incoraggiante constatare che le voci della coscienza non sono del tutto mancate. Dobbiamo ringraziare sinceramente tutti quei leader religiosi, membri della società civile, giornalisti, cittadini comuni e persino alcune figure politiche che hanno coraggiosamente condannato gli attacchi contro i cristiani durante il periodo natalizio. La loro solidarietà conferma che l’anima dell’India è ancora viva e che il coraggio morale non si è estinto.

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I cristiani in India non cercano privilegi; chiedono di essere trattati come cittadini legittimi e uguali di questo Paese. Non pretendono un trattamento speciale; chiedono giustizia e un’applicazione equa della legge. Le loro istituzioni continuano a educare milioni di persone, curare i malati e servire i più poveri tra i poveri, spesso in regioni dove lo Stato stesso fatica ad arrivare. Sottoporre una simile comunità alla paura e all’umiliazione non è solo ingiusto: è controproducente.

 

Come persone di fede, i cristiani rispondono non con la violenza, ma con la preghiera. Preghiamo per il primo ministro Narendra Modi, che appare sempre più intrappolato tra gesti pubblici di armonia e un silenzio privato di fronte all’ingiustizia. Preghiamo per il suo governo, affinché trovi il coraggio di difendere la verità anche quando ciò significa andare contro membri delle proprie fila. E preghiamo affinché il Signore Gesù Cristo conceda sapienza, forza e chiarezza morale a tutti coloro che sono investiti di autorità, perché possano opporsi con fermezza all’ingiustizia e alla violenza immotivata inflitta alle minoranze.

 

L’India merita una leadership che non si limiti a mettere in scena l’inclusività davanti alle telecamere, ma che la faccia rispettare concretamente sul territorio. Chiamare violenza un atto di violenza non è un atto di inimicizia: è un gesto di speranza.

 

Mons. Savio Fernandes

Vescovo ausiliare di Mumbai

 

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Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Immagine di Prime Minister’s Office, Government of India via Wikimedia pubblicata su licenza Government Open Data License – India (GODL); immagine tagliata

 

 

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Gender

Nuova «lista dei nemici» di Amnesty International: dentro gruppi pro-life, critici del gender e gruppi religiosi

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La notoria ONG mondialista Amnesty International ha appena pubblicato un nuovo rapporto sulle oscure minacce che incombono sul Gran Bretagna, intitolato«Una minaccia crescente: il movimento anti-diritti nel Regno Unito».   Le conclusioni dell’ente sono che il Regno Unito sia minacciato da quelli che chiama «gruppi anti-diritti».   «Il Regno Unito ha registrato un calo significativo nella tutela dei diritti LGBT+, passando dal 1° al 22° posto nella Rainbow Map annuale di ILGA-Europe tra il 2015 e il 2026», avverte il documenti di Amnesty. «Tra i fattori chiave che hanno contribuito a questo declino figurano la mancata riforma del quadro giuridico in materia di riconoscimento di genere, l’assenza di un divieto sulle pratiche di conversione, il trattamento dei richiedenti asilo LGBT+ e le implicazioni della sentenza della Corte Suprema nel caso For Women Scotland Ltd contro il Ministro scozzese».

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L’elenco di «gruppi anti-diritti» che Amnesty International individua è incredibilmente variegato, scrive LifeSite. Ad esempio, citano centri di assistenza per la gravidanza che cercano di aiutare le donne in gravidanze difficili, così come Labour Women’s Declaration, un gruppo femminista di sinistra che si oppone all’agenda transgender. Mettono in evidenza gruppi pro-vita così come gruppi come Gender Critical Greens e, stranamente, persino Children of Transitioners, un gruppo di persone con genitori transgender che parlano delle loro esperienze, scrive LifeSite.   Complessivamente, l’elenco comprende 49 gruppi «critici nei confronti del genere»; 25 gruppi pro-vita (tra cui 13 centri di assistenza per gravidanze in crisi); 11 gruppi etichettati come «pratiche di conversione», che includono gruppi come Genspect e Therapy First; 12 gruppi di «politica/attivismo della destra cristiana»; e infine una categoria onnicomprensiva «Altro».   L’elenco include testate come il Catholic Herald e l’Anglican Mainstream, che sono lieto di constatare abbiano entrambi pubblicato miei lavori in passato. Includono anche la Natural Family Planning Teachers’ Association, un’associazione che si occupa della fertilità naturale rigettando la contraccezione.   Secondo Amnesty l’insieme dei movimenti critico nei confronti delle questioni di genere nel Regno «è in crescita», con il 60% di questi gruppi «emersi dopo il 2017». Notano che i 117 gruppi elencati nel loro rapporto hanno speso «144 milioni di sterline tra il 2019 e il 2024, con un aumento del 47%», e che «i maggiori finanziatori sono organizzazioni cristiane ultraconservatrici di politica e advocacy», seguite da «sezioni britanniche di gruppi statunitensi e organizzazioni anti-aborto». Riferiscono inoltre che i gruppi sono «diffusi geograficamente e non concentrati a Londra».   Naturalmente, lo scopo di questo rapporto è quello di spingere il governo laburista a prendere di mira i gruppi che ha inserito nella lista. Amnesty International raccomanda di esaminare lo status di ente benefico dei gruppi idonei per valutare la possibilità di revocarlo, nonché di esaminare e regolamentare i centri di assistenza per gravidanze in crisi (probabilmente per obbligarli a offrire servizi di aborto). Tre paragrafi chiave evidenziano gli aspetti su cui sperano che il governo intervenga:

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«Il 25 giugno 2026, il governo ha pubblicato una bozza di legge sulle pratiche di conversione, dopo anni di impegni assunti dai governi precedenti. Mentre il disegno di legge sul divieto procede in Parlamento, occorre prestare particolare attenzione alle organizzazioni e ai fornitori di servizi che promuovono le pratiche di conversione, inclusi quelli che offrono formazione a terapisti e consulenti, come l’International Foundation for Therapeutic and Counselling Choice (IFTCC)».   La legislazione dovrebbe garantire che le pratiche di conversione non possano essere legittimate attraverso rivendicazioni di consenso o di scelta personale e dovrebbe prevedere chiare garanzie contro potenziali lacune. Inoltre, il disegno di legge dovrebbe disciplinare la pubblicità e la promozione di tali attività.   «Il rapporto mette in luce la vera natura di Amnesty International: un’organizzazione potente che afferma di difendere i diritti umani ma che in realtà funge da strumento di attacco per la rivoluzione sessuale» scrive LifeSite. «Qualsiasi gruppo che contraddica l’ideologia LGBT o l’aborto, che si tratti di un centro di assistenza per donne incinte in difficoltà o di un gruppo femminista che sostiene che solo le donne possono rimanere incinte, viene etichettato come “gruppo anti-diritti” da prendere di mira dal governo.

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Immagine di Jonatan Svensson Glad (Josve05a) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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Persecuzioni

Pakistan, giudice si rifiuta di restituire alla famiglia un’adolescente cristiana rapita e convertita forzatamente all’Islam

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Una diciottenne pakistana cristiana, rapita con la forza e convertita all’Islam, si è vista negare da un tribunale il diritto di tornare a casa dalla sua famiglia. Lo riporta LifeSite.

Il 24 marzo, Neha Faqir è stata rapita dal centro di cucito in cui lavorava. I suoi genitori hanno denunciato la sua scomparsa. Quando hanno scoperto che la figlia era stata rapita, hanno richiesto un’udienza presso l’Alta Corte di Lahore per chiedere al giudice di permettere a Neha di tornare a casa.

 

Christian Solidarity International (CSI), che sostiene la famiglia nella sua battaglia legale, riferisce che il giorno dell’udienza, «la famiglia di Neha l’ha vista per la prima volta dopo oltre due mesi. Ma la ragazza che hanno visto non era la Neha che conoscevano. Vestita dalla testa ai piedi con abiti neri, la diciottenne era accompagnata da una donna musulmana vestita in modo simile e da diversi rappresentanti religiosi».

 

La madre e la sorella di Neha hanno ripetutamente cercato di parlarle, ma non è stato loro permesso. Il giudice non ha consentito a nessun parente di Neha di parlare con lei all’interno del tribunale.

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La richiesta della famiglia di riportare Neha a casa è stata respinta, lasciandoli sconvolti. Secondo quanto riportato da CSI, la famiglia potrebbe presentare ricorso, ma l’esito è incerto.

 

Poiché l’ingiustizia in questo caso era particolarmente grave, CSI ha usato la sua influenza per portare la vicenda all’attenzione internazionale.

 

Joel Veldkamp, direttore per la difesa dei diritti pubblici di CSI, ha condiviso la storia di Neha durante un’audizione al Parlamento britannico, tenutasi il 16 giugno.

 

«In questo caso», ha affermato Veldkamp, «l’errore giudiziario è talmente sfacciato che i nostri partner in Pakistan ci hanno chiesto di portare il caso di Neha all’attenzione della comunità internazionale».

 

L’evento in Parlamento si intitolava «Adescamento, matrimoni forzati e conversione di donne appartenenti a minoranze: incidenza globale e prove» ed era patrocinato da Lord David Alton.

 

Secondo quanto riportato da CSI, il caso di Neha «rientra in uno schema sistematico di rapimenti che prendono di mira donne e ragazze appartenenti a comunità di minoranze religiose nel Pakistan a maggioranza musulmana».

 

Da decenni, ragazze indù e cristiane vengono rapite, costrette a sposare uomini musulmani e convertite all’Islam. Questi rapimenti rimangono quasi sempre impuniti. Un rapporto della BBC del 2021 ha evidenziato che in Pakistan quasi 1.000 ragazze appartenenti a minoranze religiose vengono rapite ogni anno.

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Immagine di Guilhelm Vellut via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic


 

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Militaria

Vietato l’accesso alle scuole militari francesi agli studenti della FSSPX

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Agli studenti delle scuole cattoliche tradizionali in Francia è stato impedito l’accesso alle scuole superiori militari, scatenando azioni legali che denunciano discriminazione.   Il padre di uno studente brillante che frequenta una scuola associata alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) ha sospettato che qualcosa non andasse quando a suo figlio è stata negata l’ammissione a due scuole militari, nonostante fosse stato accettato in diverse scuole prestigiose.   «Aveva fatto domanda alla Prytanée militaire de La Flèche e al liceo militare di Aix. Entrambe le scuole gli hanno negato l’ammissione», ha dichiarato il padre, che desidera rimanere anonimo per tutelare la privacy del figlio. «Non era nemmeno in lista d’attesa, nonostante fosse stato ammesso a scuole più prestigiose, i corsi preparatori d’élite».   A seguito di un’indagine, il padre ha trovato una spiegazione nel profilo online «Parcoursup» del Prytanée National Militaire, prestigiosa e celeberrima scuola superiore e accademia gestita dall’Esercito francese situata nella città di La Flèche. Tra le circostanze «che portano all’esclusione di alcuni candidati durante la valutazione delle domande» figura «l’iscrizione a scuole non convenzionate». In Francia, con questo termine si intendono le scuole private che non hanno un contratto con il governo e che, pertanto, non sono tenute a seguire il programma scolastico nazionale.   Il 2 luglio, due famiglie di ragazzi che frequentavano scuole non convenzionate hanno presentato un ricorso d’urgenza, sostenendo di essere state discriminate a causa del percorso scolastico dei figli. I bambini frequentavano il Lycée Saint-Bernard di Bailly e il Liceo Saint-Joseph des Carmes, entrambi istituti della FSSPX.   Secondo il padre di uno degli studenti, la discriminazione è dovuta alla loro affiliazione religiosa. La Federazione Nazionale dell’Istruzione Privata (FNEP) e il gruppo «Créer son école» («Creare la propria scuola»), che rappresenta le scuole private non convenzionate, sostengono i genitori nella loro azione legale contro le scuole militari. Anne Coffinier, presidente di Créer son école e della FNEP, ha denunciato la «discriminazione nei confronti degli studenti basata sul loro percorso formativo» al centro della vicenda.

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Il ministro delle Forze Armate francese Catherine Vautrin ha denunciato la politica discriminatoria della Prytanée. Il 2 luglio, la Vautrin ha scritto che la potenziale esclusione, ammessa dalla scuola, degli studenti con un percorso formativo non convenzionale «deriva da un’iniziativa individuale particolarmente deplorevole» ed «è in ogni caso completamente errata». Il ministro ha inoltre precisato nella sua lettera che era stato chiesto agli uffici amministrativi di Parcoursup di rimuovere al più presto tale politica.   Secondo France3, le Forze Armate hanno anche annunciato l’avvio di un’indagine amministrativa urgente per accertare «le circostanze che hanno portato a questi singoli episodi».   Il procedimento legale si inserisce in un contesto di segnalazioni di problemi comportamentali tra gli studenti delle scuole superiori militari francesi, tra cui la Prytanée National Militaire de la Flèche.   Il 3 febbraio, la Corte dei Conti ha pubblicato una relazione che evidenzia «un problema persistente di comportamenti inappropriati da parte di alcuni studenti».   «Alcuni studenti delle scuole superiori, spesso figli di militari, sembrano ricercare un’istruzione intrisa di cultura militare, il che può portarli, da un lato, a dare eccessiva importanza a queste problematiche e, dall’altro, a inventare pratiche spesso militarizzate che etichettano erroneamente come “tradizioni”», si legge nel rapporto, che cita esempi come «comportamenti e commenti sessisti, razzisti o discriminatori, nonché la partecipazione a disordini particolarmente violenti diretti contro i membri del personale».   Diversi ex studenti di Prytanée hanno confermato i problemi. «Siamo rimasti sbalorditi da queste pratiche, che non esistevano ai nostri tempi», ha affermato un ex alunno.   Un altro ha spiegato che «gli studenti delle classi superiori reclutano gli studenti più giovani per unirsi attorno a determinati valori che assomigliano all’eugenetica: un desiderio di superiorità». In almeno un caso recente, 12 ragazze espulse «appartenevano a uno di questi gruppi in cui i criteri erano essere belle e intelligenti».   Secondo quanto riportato da France3, il padre di uno studente rappresentato nella causa legale di luglio ritiene che gli abusi descritti nella relazione della Corte dei Conti siano legati a discriminazioni nei confronti dei candidati provenienti da scuole superiori non convenzionate.   Sui social media, diverse personalità politiche hanno sottolineato come il caso dimostri una discriminazione specifica nei confronti degli studenti cattolici e hanno tracciato parallelismi con l’affare «Fiches» (1904-1905), durante il quale il ministero della Guerra francese fece compilare dei fascicoli sulle opinioni religiose e politiche degli ufficiali al fine di ostacolare la promozione di coloro che erano considerati fortemente cattolici o monarchici.   Renovatio 21 è al corrente di tendenze alla discriminazione verso fedeli FSSPX anche all’interno della Guardia svizzera pontificia.  

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Immagine di Vince111 via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
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