Bioetica
Il principato di Andorra blocca la legge a favore dell’aborto in attesa dei colloqui con il Vaticano
Il governo andorrano ha completato una bozza di legge per depenalizzare l’aborto, ma ha precisato che non procederà fino alla conclusione dei colloqui in corso con la Santa Sede.
Il 1° giugno, Ladislau Baró, ministro delle Relazioni istituzionali, dell’Istruzione e delle Università di Andorra, ha confermato che una proposta di legge per depenalizzare l’aborto è già stata redatta integralmente, ma non è stata ancora presa alcuna decisione politica poiché sono in corso i colloqui con la Santa Sede.
«Esiste già una proposta legislativa completa», ha affermato il Baró, aggiungendo che «tutti gli aspetti tecnici e filosofici sono stati redatti e preparati».
Il Baró ha sottolineato che il testo giuridico è completo, ma il governo non procederà fino alla conclusione dell’attuale processo di dialogo. Il dibattito in corso affonda le sue radici nella peculiare struttura costituzionale di Andorra: una diarchia parlamentare in cui il capo del governo è eletto dal Parlamento, mentre il capo dello Stato è condiviso da due co-principi, il presidente della Francia e il vescovo di La Seu d’Urgell, attualmente Josep-Lluís Serrano Pentinat.
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A causa di questo assetto, le proposte relative alla legislazione sull’aborto sono state spesso discusse non solo in termini legislativi e politici, ma anche in relazione al mantenimento dell’equilibrio istituzionale del principato.
Secondo il Baró, il governo deve stabilire se la proposta di legge possa raggiungere simultaneamente due obiettivi: eliminare le sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto e, al contempo, preservare la stabilità istituzionale del Paese, affermando che restano ancora diverse sessioni di lavoro prima che l’esecutivo completi il processo di valutazione della proposta.
Baró ha sottolineato che la Santa Sede non detiene l’autorità decisionale sulla legislazione in sé. Ha affermato che la responsabilità ultima spetta al governo andorrano, che deve presentare qualsiasi disegno di legge, e al Consell General, il Parlamento del Paese, che ne deciderà il destino. Ciononostante, ha confermato che le discussioni in corso con la Santa Sede rimangono una parte necessaria del processo prima che qualsiasi iniziativa legislativa venga formalmente portata avanti.
Il ministro ha inoltre respinto le ipotesi secondo cui il Paese si starebbe avvicinando a una crisi istituzionale sulla questione. Ha affermato che Andorra rimane «molto lontana» da qualsiasi scenario che comporti una rottura del suo assetto costituzionale e «molto vicina» a trovare un equilibrio praticabile in merito. Pur rifiutandosi di fornire una tempistica precisa, Baró ha indicato che la questione dell’aborto dovrà essere risolta durante l’attuale legislatura.
Le dichiarazioni del governo giungono poco più di un mese dopo che il presidente francese Emmanuel Macron, durante una visita ufficiale nel principato, ha pubblicamente rinnovato la pressione per una modifica delle leggi sull’aborto di Andorra.
Il 28 aprile, Macron ha effettuato la sua seconda visita ad Andorra in veste di co-principe francese. Durante la visita, ha rivelato di aver discusso della depenalizzazione dell’aborto sia con il primo ministro Xavier Espot che con il vescovo Serrano Pentinat. Macron ha inoltre affrontato pubblicamente la questione durante un discorso tenuto nella capitale andorrana il 29 aprile.
«Parleremo di tutti gli argomenti e ne farò riferimento anche domani nel mio discorso», ha detto Macron al vescovo. Anche il primo ministro Espot ha affrontato l’argomento durante la visita, sostenendo che qualsiasi progresso sulla depenalizzazione dell’aborto dovrebbe essere perseguito con quello che ha definito «realismo, prudenza e ambizione». Ha affermato che questi principi costituiscono parte di un approccio condiviso tra il suo governo e Macron.
Nonostante l’appoggio pubblico di Macron, non si è registrata alcuna campagna pubblica analoga da parte del vescovo Serrano Pentinat. Il ruolo del vescovo è rimasto invece legato al processo di dialogo in corso tra le autorità andorrane e la Santa Sede, che, secondo quanto affermano i funzionari governativi, è tuttora in corso e non ha ancora raggiunto la sua conclusione.
In Andorra l’aborto rimane illegale in ogni circostanza, compresi i casi di stupro o anomalie fetali. La legislazione del Paese ha subito pressioni da parte dei sostenitori dell’aborto sia a livello nazionale che internazionale, mentre proseguono i negoziati legislativi.
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Andorra è tecnicamente una co-principazia parlamentare unica. I suoi capi di Stato sono due co-principi: il vescovo di Urgell e il presidente della Francia. Il potere legislativo spetta al Consiglio Generale, un Parlamento unicamerale eletto ogni quattro anni. Il governo è guidato da un Capo di Governo che detiene il potere esecutivo. Pur non essendo nell’UE, il paese ne è fortemente integrato.
Il Vescovo di Urgell (una diocesi cattolica in Catalogna, Spagna) esercita la funzione di co-principe di Andorra, agendo come Capo di Stato insieme al Presidente della Repubblica Francese. Si tratta di una carica puramente istituzionale e non religiosa per il territorio andorrano.
Insieme al suo omologo francese, il v escovo svolge compiti formali e di rappresentanza. Tra le sue funzioni principali rientrano la promulgazione delle leggi approvate dal Parlamento, l’indizione delle elezioni e la nomina formale del Capo del Governo, sebbene la gestione politica ed esecutiva del paese spetti interamente alle autorità locali andorrane.
Questo sistema, ereditato dal XIII secolo, conferisce al vescovo un ruolo sia spirituale che politico, rendendolo una figura chiave nel governo andorrano. Il vescovo Josep-Lluis Serrano Pentinat, nominato vescovo coadiutore di Urgell nel luglio 2024, è succeduto al vescovo Joan-Enric Vives il 31 maggio 2025. Il suo arrivo coincide con un acceso dibattito sulla riforma legislativa dell’aborto.
Il cardinale Parolin, durante una visita ad Andorra nel settembre 2023, aveva descritto la questione dell’aborto come un «argomento molto delicato e complesso», invocando un approccio improntato a «discrezione e saggezza».
Il Principato è diventato profondamente secolarizzato, in particolare negli anni Novanta: nel 1993, la Chiesa ha ratificato un emendamento costituzionale che definisce Andorra come uno stato «laico». Il culto domenicale è in declino – circa il 20-30% dei fedeli, una percentuale ancora molto invidiabile rispetto al 5% dei praticanti nella Francia continentale – e sono state attuate le consuete riforme sociali, il divorzio nel 1995 e le unioni civili tra persone dello stesso sesso nel 2005.
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Immagine di r Luis Miguel Bugallo Sánchez (Lmbuga) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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La bambina risucchiata dal bocchettone della piscina e la morte cerebrale
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Bioetica
Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono
Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.
Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.
Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.
«La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».
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La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:
«Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».
Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.
Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.
Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.
La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.
Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».
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Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.
Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».
«Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.
Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».
L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.
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«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.
In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».
In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.
È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.
Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.
Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.
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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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