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Il padre della TV trash è morto. La sua spazzatura è ancora con noi
Renovatio 21 pubblica questo articolo apparso su Mondoserie.
Jerry Springer è morto, viva Jerry Springer. Ho chiesto al direttore di Mondoserie di lasciarmi fare un pezzo che fosse un The Best of che raccogliesse i momenti epici che ancora si trovano in rete. Ha detto di sì, e anche subbito.
Del resto, Mondoserie è un sito che si occupa di intrattenimento seriale, e quindi è impossibile non parlare di una trasmissione con 28 stagioni all’attivo – per 4.969 episodi! – e una dose pressoché infinita di momenti di goduriosa allucinazione, sparsi ora come clip sgranate in rete (a breve ne parliamo e ne mostriamo pure qualcuno) che chissà quanto dureranno.
L’era perduta della TV
Dovete capire che siamo in pochi a conoscere e ad apprezzare Jerry Springer. Proveniente da una famiglia di ebrei profughi dell’Olocausto, cresciuto nel Queens, come Cindy Lauper e Donald Trump, lo Springer ebbe una carriera di politico per il Partito Democratico USA, arrivando ad essere sindaco di Cincinnati. Non è che c’è da stupirvi: se avete mai visto le videointerviste fatte ai giovani a caso nei centri commerciali da Bernie Sanders sapete qual è il fascino che i membri del partito dell’asino avevano per il mezzo televisivo.
Perché, essenzialmente, stiamo parlando di questo oggetto finito in una obsolescenza latente: la televisione. Se non avete mai visto una puntata del Jerry Springer Show, che in realtà si chiamava solo Jerry Springer, è perché si tratta proprio di roba dell’era televisiva, quando non c’era internet e quindi – pazzesco a pensarci – le uniche immagini in movimento che arrivavano dagli USA venivano sotto forma di pellicola (i film), nastri magnetici (VHS) e quel poco che si poteva vedere sui nostri canali, che importavano serie a BZF, non era mai la vera TV statunitense – i talk show venivano prodotti, talvolta scopiazzando oscenamente gli americani, in Italia.
Ecco, c’è questa cosa da dire: forse non avete mai visto un episodio del Jerry Springer, ma la sua cifra è percolata decisamente nella nostra TV, in ispecie quella pomeridiana, fatta per le signore. Se improvvisamente, da qualche parte a fine anni Novanta, sono iniziate a comparire figure sguaiate, urla, scenate, volgarità gratuite e situazioni interpersonali al di fuori della decenza, ebbene, quello è un effetto indiretto di Jerry Springer, perché i network, e gli autori che «pettinavano» (si dice così) i programmi, pendevano sempre dalla labbra catodiche dello Zio Sam.
Vita di Jerry
Il Jerry ci aveva messo un po’ a focalizzarsi. La politica era il suo pane. Aveva lavorato alla campagna presidenziale di Bob Kennedy nel 1968, e dopo l’esperienza in consiglio comunale a Cincinnati prima come consigliere e poi come sindaco. Vale la pena di riportare che nel 1974 si dovette dimettere da consigliere dopo aver ammesso di aver adescato una prostituta, ma nel 1975 venne rieletto con una vittoria a valanga, per poi diventare sindaco nel 1977. Le controversie, è possibile abbia imparato a quel punto, gli portavano bene,
La politica, tuttavia, non sempre gli usciva col buco. La sua candidatura alle primarie democratiche per correre come governatore dell’Ohio si arenarono. Riparò lavorando in radio, e poi come giornalista TV per un’affiliata locale della NBC.
Negli anni intanto si stava incubando il suo capolavoro, il Jerry Springer Show, che abbiamo detto si chiamava solo Jerry Springer (come se il Maurizio Costanzo Show si fosse chiamato solo Maurizio Costanzo: suona in modo inaffrontabile).
Si trattava di un talk show che doveva affrontare temi scabrosi. Per le prime due stagioni si concentrò sulla politica, ma ebbe un indice di gradimento bassissimo.
«Il peggior programma televisivo di tutti i tempi»
Jerry quindi ricalibrò il programma. Perché, deve essersi chiesto, di parlare di cose a cui il pubblico – compreso quello in sala – reagisce immediatamente?
Eccoti un talk che invita personaggi, supposti reali, che parlano delle loro storie di adulterio, di relazioni familiari marce sino all’indescrivibile (dove l’incesto, bleah, non è più un tabù), usando parolacce e violenza fisica, magari vestiti in modo succinto?
Il risultato fu l’archetipo, e al contempo il vertice forse ineguagliato, della TV spazzatura. La puntata pilota andò in onda su NBCUniversal il 30 settembre 1991 – e da lì fu uno schifo ininterrotto, che durò 27 anni, tuttavia è riconosciuto che l’apice fu raggiunto negli anni Novanta.
In momenti sconvolgenti, che sfidavano la credulità dello spettatore, venivano raccontate storie bizzarre e agghiaccianti, presentati personaggi improbabili, spaccate famiglie, umiliate persone e gruppi sociali, toccate profondità di abiezione umana.
E poi, soprattutto, botte, tante botte, botte da ogni parte – al punto che lo Steve Wilko, uno dei membri del team della Security – che interveniva di continuo a sedare gli animi che trascendevano in modi che in confronto Sgarbi vs D’Agostino è roba softcore – divenne ad una certa un personaggio talmente famoso da sostituire in alcuni episodi lo stesso Jerry e a farsi un programma tutto suo lo Steve Wiko show.
La critica lo definì «il peggior show televisivo di tutti i tempi», e Jerry ne andò fiero, usando il giudizio per annunciare l’apertura di ogni puntata. L’America, tuttavia, segretamente apprezzava: era un guilty pleasure, un vizio privato irresistibile per i telespettatori di quegli anni.
Le scene più brutte che avete mai visto
Il perché lo capite se vi lasciate guidare in questo carosello di clip che Mondo Serie ha preparato per i suoi lettori.
Una presenza immancabile era quella dei ragazzi del Ku Klux Klan, che si presentavano bardati dei loro grembiuloni colorati e i celeberrimi cappucci.
Non di rado scattava, anche immantinente, la rissa con i vari personaggi con cui venivano invitati a «parlare»: neri, ebrei, chiunque, con, talvolta, picchiatori che si levavano dal pubblico per menare i KKK e il loro irresistibile accento Southern.
Anche loro, salta fuori, hanno i loro problemi familiari
Il programma era il trionfo visibile dei Redneck, che in TV in effetti non si erano mai visti davvero. Gli esemplari rappresentati erano ragguardevoli, e molto offensivi della categoria
Non mancavano pure le risse amoroso- familiari tra Hillbillies, una categoria per comprendere la quale rimandiamo al film Netflix di Ron Howard Elegia americana
Anche i senzatetto drogati, specie se inguardabili, trovavano rifugio dal Jerry.
Il caso umano del padre adolescente di quattro figli con tre donne adulte diverse (ma è legale? Non in tutti gli Stati, a quanto ricordiamo dal caso di una famosa dark lady del cinema romano) poteva non esservi?
Incredibili rivelazioni dal mondo del lesbismo.
Fidanzate che tradiscono il fidanzato cieco.
Relazioni pericolose con nani spogliarellisti
In un momento di grande avanguardia, si presentò anche un personaggio affetto da una parafilia di cui oggidì si è cominciato a parlare: l’apotemnofilia, ossia il desiderio di essere amputati.
Oltre all’uomo che aveva sposato il suo cavallo, ad un certa comparve anche quello che amava il suo panda.
Voi pensate che oggi come oggi, scene del genere con i transessuali fischiati dal pubblico siano ancora possibili? Erano gli anni Novanta, bellezze mie, si poteva tutta – mica come in questi orwelliani anni 2020.
Un altro pattern ripetuto negli anni era quello dell’annuncio in diretta della rivelazione del tipo «non sei tu il padre» (i test del DNA in farmacia erano di là da venire)
La cosa del transessuale che seduce il bravo ragazzo inconsapevole fu un pattern che si ripeteva negli anni, coinvolgendo tutte le razze. «Surprise, I’am a man!». E il pubblico in deliquio.E giubbotte.
Botte, botte a tutti. Botte in famiglia. Botte tra rivali. Botte durante le proposte di matrimonio.
Botte tra cugini che si sposano.
Botte all’interno dei triangoli amorosi.
Botte nei pentagoni amorosi.
Botte tra cornute.
Botte interraziali tra conoscenti.
Botte fra gemelle omozigote.
Botte tra afroamericani omosessuali.
Botte in quello che è uno degli scontri più epici mai concepiti nella storia umana, «prostitute contro papponi»
Non possiamo, tuttavia, dimenticare gli epici momenti di midget fight, cioè di «botte fra nani», perché i triangoli amorosi violenti vi sono anche lì. Qui bisogna capire che il Jerry fa regredire il telespettatore al medioevo in cui questo tipo di spettacoli erano usi. Il pubblico in studio, invece, esaltato e berciante, regredisce a stadi dell’evoluzione biologica ancora più indietro nel tempo.
Poi c’era la variante più organolettica, il food fight: i protagonisti, quasi sempre donne, si tiravano addosso il cibo, conciandosi in modo rivoltante.
Esistono video compilativi di ogni sorta delle grandi risse al Jerry Springer.
Una polemica recente ha visto i membri della security (tra i quali, ad un certo punto, figurò anonimamente anche lo storico campione di arti marziali miste Bas Rutten) ammettere che la violenza in scena era in realtà fasulla.
Sarà, tuttavia c’è stato qualche caso davvero sinistro. Una donna, Nancy Campbell-Panitz accusata in un episodio dall’ex marito Ralf Panitz e dalla nuova moglie di stalking, fu trovata morta. L’ospite di Springer fu trovato mentre scappava in Canada: passato in giudizio, gli fu comminato l’ergastolo. Davanti ai microfoni di Larry King lo Springer negò che vi fosse qualsiasi correlazione tra il programma e il brutale omicidio.
Tuttavia, restava il fatto che lo show potesse rendere popolari, glamour, le devianze sessuale più oscene ed aggressive.
Gli ultimi giorni del re della TV spazzatura
Negli ultimi anni, il mito di Springer si era afflosciato. Tuttavia, vi sono pellicole, viste e meno viste, che cercavano di includere il suo mito per effetti comici.
Nel secondo Austin Powers – Austin Powers – la spia che ci provava (1989) – al Jerry Springer Show appare il dottor male che vorrebbe riconciliarsi con suo figlio, ma finisce per fare a botte con chiunque, compresi gli immancabili tizi del Ku Klux Klan.
È apparso anche nel film Sharknado (2013), quello del tornado fatto di squali affrontato con una motosega da uno dei protagonisti di Beverly Hills 90210 (quello biondo di seconda scelta, non Dylan), dove viene divorato con un inguardabile effetto digitale da pesce che si fingeva morto.
A fine anni 2000 aveva fatto, senza troppa gloria, il giurato ad America’s Got Talent, una specie di X-Factor americano.
Aveva riprovato la politica, cercando di correre per il Senato federale nel 2000 e nel 2004, ma l’associazione con lo show più trash della storia era troppo forte, e dovette rinunziare. Nel 2018 decise di riprovare a divenire governatore dell’Ohio, prima di rendersi conto di essere troppo vecchio.
Il suo lascito è stato nella cultura popolare, e non solo Nel 2003 a Londra cominciò ad andare in scena un’opera lirica ispirata al programma, Jerry Springer: The Opera. Nel 1998 era uscito un film in cui il presentatore interpretava se stesso, The Ringmaster.
Rimangono pure i giudizi sulla sua persona e sul suo operato. Un libro del 2005 intitolato Le 100 persone che stanno fottendo l’America, definiva Jerry «la più bassa forma di vita della TV», un pioniere nello sfruttamento del disagio dei suoi ospiti e della stupidità della sua audience.
Jerry è morto nella sua casa di Evanston, Illinois, il 27 aprile 2023 all’età di 79 anni. La famiglia ha fatto sapere che gli era stato diagnosticato un cancro al pancreas pochi mesi prima della sua morte.
Ma non disperate: lo schifo che ha portato in TV per decenni, è ancora tutto qua.
Articolo previamente apparso su Mondoserie.it
Immagine di Travis Wise via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)
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Renovatio 21 saluta Kavinsky, stella della synthwave
Il produttore e DJ francese Kavinsky, all’anagrafe Vincent Belorgey, è morto all’età di 50 anni lo scorso 28 luglio.
Il suo nome dice poco agli ascoltatori di musica mainstream e tantissimo a chi invece ha esplorato i confini della musica elettronica, specie nella sua ramificazione recente chiamata synthwave.
Il musicista, icona della scena elettronica internazionale e considerato a capo di un movimento ulteriore chiamato French Touch (un genere musicale nato in Francia nella prima metà degli anni novanta che ha rivoluzionato la musica elettronica mondiale grazie ai successi di Daft Punk, Cassius, Justice, Etienne de Crécy, Stardust ed altri), è stato trovato senza vita nella serata di martedì 28 luglio 2026 all’interno della sua abitazione nel diciottesimo arrondissement di Parigi.
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A dare l’allarme è stato un vicino di casa. Sebbene le autorità abbiano aperto un’indagine ordinaria per accertare le cause del decesso, le prime ricostruzioni dei soccorritori escludono elementi sospetti e ipotizzano che la causa sia stata un ictus. Insomma, anche lui avrebbe avuto un malore.
Il suo brano più celebre del 2010, prodotto insieme a Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk, diventato un cult mondiale grazie alla colonna sonora del film Drive (2011), un film considerato una pietra miliare per la diffusione mondiale della musica Synthwave: vediamo il protagonista Ryan Gosling vagolare poeticamente fra i neoni della notte losangelena al suono dei pezzi dei Desire, College e, appunto, del Kavinsky.
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Una delle ultime grandi apparizioni pubbliche dell’artista risale alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici del 2024, dove si era esibito insieme ai Phoenix e alla cantante Angèle. Di qui, forse, il fatto che pure il presidente francese Emmanuel Macron ha voluto rendere omaggio all’artista, definendolo pubblicamente come «una fonte di orgoglio francese per sempre».
Il suo stile consisteva nella sapiente mistura di suoni e temi musicali del decennio degli Ottanta miscelato con le sonorità più recenti del genere detto electro.
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Oltre ai numerosi EP e singoli, ha segnato il genere synthwave con gli album in studio OutRun (2013), dal titolo dell’indimenticabile antico gioco coin-op SEGA, e Reborn (2022). Alcuni suoi brani sono stati inseriti nel popolare videogiuoco Grand Theft Auto IV e in Hitman: Absolution. Un’altra canzone trovò il successo perché utilizzata da una pubblicità della BMW i8.
Il synthwave (noto anche come retrowave o outrun) è un genere di musica elettronica nato a metà degli anni 2000 che celebra ed emula le colonne sonore, la cultura pop e le atmosfere dei film e dei videogiochi degli anni Ottanta. Non si tratta di musica prodotta in quel decennio, ma di una reinterpretazione moderna basata su una forte nostalgia idealizzata per quell’era.
Il suono è dominato da tastiere vintage, drum machine (come la mitica Roland TR-808) ed effetti a emulazione analogica, mentre ritmi di basso incalzanti e continui (chiamati spesso arpeggiati) trasmettono una sensazione di movimento o di guida notturna. Nonostante i suoni siano vintage, la compressione, i bassi e la pulizia del mixaggio sfruttano gli standard tecnologici odierni.
La musica synthwave ha generato intorno a sé tutta un’estetica molto specifica, un immaginario visivo specifico, spesso chiamato appunto Outrun (dal videogioco di guida che tutti hanno veduto nelle sale giochi di quaranta anni fa), uno stile visivo rétro-futurista: paesaggi digitali avvolti da sfumature di viola, rosa neon, blu elettrico e nero, tramonti tropicali e griglie geometriche in prospettiva – grandi soli al crepuscolo strizzati da linee nere, griglie vettoriali tridimensionali (dette neon grid), palme stilizzate e vetture sportive dell’epoca come la DeLorean DMC-12 o la Testarossa.
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La cultura visiva Outrun Ispirato al cinema sci-fi cyberpunk (come Blade Runner), ai polizieschi d’azione ambientati a Miami e all’archeologia informatica dei primi PC e delle cassette VHS.
Il genere è esploso a livello globale all’inizio degli anni 2010. Tra i pionieri e i pilastri spiccano appunto il Kavinsky (, The Midnight, Timecop1983, GUNSHIP e College. Negli anni successivi, influenze synthwave sono sbarcate nel pop mainstream grazie ad artisti come The Weeknd (con la hit Blinding Lights).
Il documentario spagnuolo La rebelión de los sintes, conosciuto internazionalmente come The Rise of the Synths (2019) sostiene, tramite testimonianze prese internazionalmente, che l’humus di generazione del syntwave sia stato da qualche parte in Francia a metà fine anni 2000.
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Il synthwave, di cui esistono infinite compilazioni sullo YouTubo, si è ramificato il ulteriori sottogeneri: evvi il dreamwave (più melodico, malinconico, lento e rilassante, focalizzato su atmosfere sognanti e nostalgiche, come ad esempio nel caso di Lazerhawk); havvi il darksynth (sonorità molto più pesanti, aggressive e distorte che uniscono il synthwave a elementi di musica metal, industrial e techno, come per esempio i casi Perturbator e Carpenter Brut); c’è poi il caso dello sci-fi synthwave (tracce fortemente cinematografiche che sembrano scritte per pellicole fantascientifiche di quegli anni).
Il futuro della synthwave si sta muovendo lungo due binari paralleli: da un lato l’uscita dalla nicchia underground per fondersi con il pop e la musica cinematografica di massa, dall’altro una radicale evoluzione tecnica guidata dai produttori di seconda generazione. Sebbene i puristi della prima ora – membri della cosiddetta synthfam, la primigenia comunità mondiale del genere – considerino superata l’età dell’oro nostalgica degli albori (producendo il fenomeno abissale della «nostalgia della nostalgia»), il genere sta dimostrando una forte maturazione artistica e strutturale.
Il successo planetario di brani come Blinding Lights di The Weeknd ha sdoganato le sonorità degli anni Ottanta a livello globale. La synthwave non è più un genere isolato, ma una vera e propria tavolozza di suoni utilizzata dai grandi produttori pop, R&B e trap. Si assiste a una collaborazione sempre più frequente tra i produttori elettronici storici e cantautori o turnisti professionisti in studio, trasformando le vecchie tracce prevalentemente strumentali in canzoni pop strutturate e radiofoniche.
Il sound design attuale si sta distaccando dalla rigida emulazione dell’hardware vintage puro: i produttori attuali preferiscono l’uso di sintetizzatori moderni che uniscono la precisione della sintesi digitale flessibile alla «magia» dei filtri analogici, espandendo la complessità dei suoni oltre i limiti degli anni Ottanta. È inevitabile che anche qui si stia inserendo prepotentemente l’IA, con i quali già molti producono interi trailer, parodistici o meno, di film dal sapore anni Ottanta, colonna sonora di sintetizzatori inclusa.
Il domani di questo genere si regge sulle fondamenta della sua stessa comunità globale, la synthfam. Attraverso piattaforme come Discord, Bandcamp e i canali indipendenti, gli appassionati finanziano direttamente gli artisti scavalcando le grandi etichette discografiche.
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Immagine di Kmeron via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
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Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica
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Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?
Poche ore dal cielo notturno più bello dell’anno: la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi, una densa nube di polveri e detriti lasciati lungo l’orbita della cometa Swift-Tuttle, che ogni 133 anni compie un giro intorno al Sole, perdendo ghiaccio e polveri lungo il suo cammino.
Tali frammenti, grandi come granelli di sabbia, si incendiano istantaneamente per l’impatto con l’aria, consumandosi prima di toccare il suolo.
In pratica, siamo pronti per le stelle cadenti, spettacolo del quale, nei decenni, mai siamo paghi. Chi non ricorda una notte di San Lorenzo passata con i propri genitori a contare le stelle che cadono? Magari con gara annessa, dove l’avvistamento del satellite era un falso allarme che non valeva punti. Chi non ricorda almeno un’estate in cui, guardando le stelle, non ci si è sdraiati su un prato con la persona del batticuore, magari sperando di suggellare le stupende lagrime celesti con un bacio?
Il fatto è che tutte queste belle memorie devono essere difese da un tremendo nemico che vuole spodestarle: la letteratura italiana. Specialmente quella inflitta a tutti i bambini, noi compresi, senza che nemmeno si possa pensare che essa faccia schifo o, ancora peggio, nasconda neanche tanto bene cose che non vanno tanto bene, e che magari, se approfondite neanche di tanto, farebbero capire certe dinamiche occulte e tossiche della storia dell’Italia post-risorgimentale, e di come la scuola dell’obbligo non abbia smesso di iniettarle nell’animo dei cittadini sin da infanti.
Ci riferiamo, ovviamente, alla poesia X agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), composta nel 1896 in memoria della morte del padre Ruggero Pascoli, morto 32 anni prima.
Tutti la conoscono, perché nella scuola dell’obbligo italiana vi sono stati, e probabilmente vi sono ancora insegnanti che pretendono che gli scolari la imparino a memoria.
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla
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Abbiamo il diritto di dire che, già in partenza, questa poesia fa schifo? Le rime sono idiotissime, la forma ebetissima («lo so perché tanto di stelle» era cringe già nell’Ottocento; il «concavo cielo» che «sfavilla» non se lo sarebbero sognati di scrivere neanche quelli che hanno fatto l’adattamento per il doppiaggio de I cavalieri dello Zodiaco).
Ma non è solo la forma ad inquinare la bellezza della notte di San Lorenzo. Pascoli, e con lui la scuola italiana, vuole che associamo le stelle cadenti al decesso del genitore (metodo per individuare un idiota: stasera, davanti al cielo, si mette a recitare i versi pascoleschi a memoria, così per sembrare colti senza contare la nota funebre che rovina tutto).
Perché in classe ti fanno una testa così: guardate qua, la bellezza della metafora ornitologica. L’idea geniale del Pascoli è quella di paragonare suo padre ad un uccello.
Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini
Il cringiometro anche qui va fuori scala, e con «rondinini» abbiamo toccato il fondo, uno pensa. Ma ce n’è ancora. A parte l’augello, il poeta inserisce tra i versi anche delle bambole, dei props di scena che dovrebbero commuovere il lettore, ma che nemmeno gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore (la mitologica fiction fittizia dell’irresistibile serie Boris) sognerebbero di proporci.
Menzione speciale per quel «cadde tra i spini». «I» spini? Con la «i»? Ma come parla il poeta? Portate pazienza: l’italiano che vi fanno studiare a scuola, sulla cui playlist di autori vi diremo a breve, sembra in ogni momento negare se stesso.
Vi fanno studiare la sua grammatica bizantina (un dramma, specie chi viene dalle meravigliose lingue regionali, il veneto, il napoletano, il siciliano, il ladino etc.) per poi decantarvi scrittori che la violano ad ogni momento, e non per licenza poetica, ma, crediamo per ignoranza, o inesistenza di una vera lingua italiana, un costrutto convenzionale recente e asimmetrico che al primo soffio cade come un castello di carte – con buona pace di Crusca ed altre granaglie.
Tuttavia, è sul finale non esattamente edificante che richiamiamo l’attenzione. La sua negatività, confessiamo, ci aveva colpiti ancora da bambini. Il poeta, nella tragedia, non trova una possibile abreazione, una comprensione del dolore, del disegno più grande a cui, talvolta, capita di pensare anche a noi quando muore un nostro caro.
Macché: Pascoli diventa depressivo, vinto… o ancora, diventa gnostico.
E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!
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Ecco, la Terra per il poeta impostoci dallo Stato italiano è un «atomo opaco del Male». Facciamo l’analisi che a scuola non ci è stata offerta: «atomo» richiama una visione materialista, che di lì a breve, proprio con gli atomi, avrebbe ottenuto risultati davvero inquietanti; «opaco» aggiunge una semantica di incomprensione, di mancanza di lucidità dichiarata, oltre che di impotenza e tristezza; infine attenzione al «Male» con la maiuscola, come se il poeta, che tanto cristiano non sembra, creda che esso possa essere un concetto supremo, o perfino un essere personale.
Pascoli con evidenza odia la Terra. Detesta il mondo e le sue dinamiche, cioè la legge naturale, la quale certo non preserva l’uomo e le altre creature dal dolore e dall’ingiustizia. Il poeta non lo può concepire: per questo è impressionato dal cielo «infinito, immortale» che gli sembra indifferente.
E quindi, Pascoli non crede al Cielo. Siamo nell’ateismo più palmare, con evidenze pulsioni anti-cosmiste, cioè gnostiche: l’universo è stato creato da un dio cattivo, l’esistenza è una prigione. Chi conosce le religioni sa che lo gnosticismo (Don Ennio Innocenti, pace all’anima sua, sulla questione aveva scritto volumi definitivi) è la tendenza segreta o pubblica di tutti i culti, meno che quello cristiano. Lo gnosticismo, dove la divinità odia l’uomo, è l’esatto opposto del cristianesimo.
Ora, sveliamo quello che la scuola dell’obbligo non vi ha detto. Giovanni Pascoli fu iniziato alla massoneria il 22 settembre 1882 nella loggia «Rizzoli» di Bologna, introdotto dal maestro Giosuè Carducci, già autore dell’Inno a Satana pure presente in certe nostre antologie, anche lui poeta pessimo (stormi di uccelli neri / Com’esuli pensieri /Nel vespero migrar) inflitto alla popolazione post-unitaria nonché (chissà perché) premio Nobel.
La prova fondamentale del legame del Pascoli con la setta verde è il suo «testamento massonico» autografo a forma di triangolo, con le risposte tradizionali sui doveri verso la patria («La vita»), l’umanità («D’amarla») e se stesso («di rispettarsi»).
L’adesione del Pascolazzo alla massoneria rappresenta uno dei capitoli più dibattuti della sua biografia. Per molti anni questa appartenenza è rimasta in ombra, quasi nascosta dalla critica letteraria tradizionale, per poi essere riscoperta e documentata in modo inconfutabile attraverso il ritrovamento di documenti d’archivio.
Per il giovane Pascoli, l’ingresso nella loggia rappresentava una continuazione naturale del suo impegno civile e delle sue aspirazioni di giustizia sociale, dopo gli anni giovanili segnati dall’attivismo anarchico e socialista che gli erano costati anche tre mesi di carcere nel 1879.
Il poeta rielaborò in chiave intimistica e poetica i valori massonici nella celebre poetica del «Fanciullino», anche quella irrogata ai poveri, indifesi studenti di medie e superiori.
E quindi, visto che abbiamo fatto questa piccola scoperta di retroscena, possiamo farci qualche semplice domanda sulla morte del padre? Si tratta di un vero cold case, lasciato completamente insoluto: rammentiamo quanto ci colpiva come ci facessero memorizzare la poesia ma non vi fosse intenzione di spiegare l’assassinio. Tipo, luna e dito.
Tipo che, come, come abbiamo altre volte scritto, farsi prendere dalla tarantola di un omicidio (penso ai tanti che stanno sotto con i serial killer nostrani e non, dal Mostro di Firenze a Son of Sam, etc.) è un fenomeno naturale per un uomo sano, volontario o involontario che sia, perché nella mente entra automaticamente una dissonanza che chiede di essere risolta affinché la propria esistenza, e quella della comunità, siano al riparo da un bestia sanguinaria misteriosa.
E invece, mai una parola su chi ha ammazzato il Pascoli senior. Il lettore comincia a capire. Però no, non vi sono prove che Ruggero Pascoli (1815-1867) fosse massone. E il poco che dicono gli studiosi di letteratura è che forse dietro c’era solo una bega professionale, un tizio benestante del luogo che voleva assumere il ruolo di Pascoli padre, che era amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia. Il rivale Pietro Cacciaguerra, ad ogni modo, dopo l’omicidio quel posto lo ottenne.
Gli esecutori sarebbero balordi violenti della zona, ma anche qui non v’è certezza. Come neanche in una puntata de I Simpsons, sono stati poi sospettati negli anni il veterinario, l’ingegnere, il postino. Anzi no: sarebbero stati i contrabbandieri di sale, all’epoca mestiere criminale terrificante. Anzi no: è stato un delitto d’onore, una vendetta privata per storie personali.
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In realtà, le autorità all’epoca, un po’ come facciamo noi ora, credeva alla possibilità di una pista politica. Il Ruggero, un tempo di simpatie «repubblicane», aveva accettato di collaborare con il neonato governo monarchico, venendo percepito da alcuni estremisti locali come un «voltagabbana». Insomma, questioni «repubblicane» («laiche», è l’eufemismo orwelliano di oggi con cui ci si riferisce ai grembiulini) nella Romagna appena uscita dalla Legazione delle Romagne, cioè dallo Stato Pontificio del papa re, e già dentro al Regno d’Italia a totale trazione massonica, famiglia regnante compresa.
Di questa pista politica, cioè di una pista massonica, nessuno alla scuola dell’obbligo vi ha mai parlato davvero – l’importante è mandare a memoria la poesiola orrenda sorbendone subliminalmente la visione atea, gnostica, disperata.
Non si tratta dell’unico caso della letteratura scolastica dove ai giovini alunni viene spacciato per capolavoro un qualche componimento agrammaticale dove trionfa una visione gnostica ed anticristiana. Pensiamo al caso più emblematico, quello di Giacomo Leopardi (1798-1837).
Leopardi, se non lo avete ancora capito, è il prototipo dello sfigato, dall’etimo ex privativo e figa, cioè privo di compagnia femminile: A Silvia è un inno incel, anzi è peggio, perché almeno gli incel hanno fatto una qualche riflessione sulla distribuzione della sessualità femminile dopo la dissoluzione dei costumi (voluta chissà da chi), mentre il Giacomino resta a guardare la bella ragazza popolana senza trovare il coraggio di approcciarla – e da conte, da proprietario del villaggio, la cui vita spontanea lo scrittore invidiava nell’altro suo componimento intollerabile, Il Sabato del villaggio, appunto. Sfigato davvero.
Con evidenza, in nessuno dei libri che leggeva, e che lo hanno reso gobbo e triste, vi era scritto come fare. Lo studio «matto e disperatissimo» non gli insegnava come avvicinare una ragazza. E allora a cosa serve lo studio? A nulla, o quasi: quando arrivai all’università uno studioso di letteratura, che, va detto, non faceva molto per nascondere le sue brame omosessuali, mi raccontò che in realtà con i libri Leopardi ci si masturbava, chiudendosi la verga tra le pagine – ecco, mi disse, cosa intendeva davvero quando parlava di «sudate carte».
È evidente come la verve paganeggiante, orientaleggiante (tanti richiamano lo Schopenauer, cioè l’ingresso del pensiero buddista e induista in Europa, tema di cui ho scritto lustri fa in Contro il buddismo) del tizio di Recanati sia stata considerata utile come solvente occulto dei principi cristiani: la vita è dolore, e allora? Il dolore è voluto da Dio, lui stesso vi è passato attraverso – la Croce, dove si incontrano, metafisicamente, fisicamente, il Cielo e la Terra. E il Signore ci dà anche la gioia, terrestre ed eterna. Tutte guide esistenziali sconosciute al Leopardo, che oggi sarebbe sotto Zoloft, e quindi magari pure impotente al punto di non potere «sudare» nemmeno sulle carte.
Un amico scomparso, il filosofo cattolico Piero Vassallo (1933-2022) scriveva che la scuola dell’obbligo di un Paese sano, invece di farlo studiare, «avrebbe dovuto insegnare il disprezzo del gobbo». Vassallo aveva lavorato con il cardinale Siri a Genova negli anni Sessanta alla rivista Renovatio, dove, tra le risate dei benpensanti, si scriveva a chiare lettere che di lì a breve sarebbe arrivato il «diluvio gnostico». Una catastrofe spirituale collettiva preparata anche sui banchi di scuola dallo studio obbligato di gnostici sfigati. (Piero, quanto mi mancano le tue telefonate!)
Tutto vero: una nazione, abbiamo detto, è tale perché, sempre nell’etimo, vi nascono delle persone. Gli sfigati, per una questione tecnica, non possono mandare avanti una nazione, perché la sfiga quando organizzata diventa uno strumento della Necrocultura (homo sine figa est imago mortis). E allora, capiamo che l’effetto della letteratura nazionale è anticoncezionale, cioè antinazionale. Paradosso solo apparente, per un Paese creato con squadra e compasso.
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A questo punto emerge la domanda. Ma questi chi li ha scelti ? Chi ha deciso , in ultima istanza, gli scrittori da far studiare e generazioni di italiani?
La risposta è facilotta anche qui. Sebbene il canone letterario italiano venga fatto nobilmente risalire a Boccaccio e Pietro Bembo, a mettere insieme la hitlist degli scrittori meritevoli di interesse accademico è stato un libro chiamato Storia della letteratura italiana (prima edizione 1870), compilato dal critico e politico irpino Francesco Saverio de Sanctis (1817-1883), anche lui figlio di piccolo proprietari terrieri e, soprattutto, anche lui massonissimo.
Formatosi culturalmente e politicamente nel pieno del Risorgimento italiano, un periodo storico in cui l’adesione alla massoneria era estremamente comune tra intellettuali e membri della classe dirigente che aveva apparentemente sconfitto il papato e il Sacro Romano Impero (quest’ultimo liquidato poi con l’ulteriore guerra massonica, la Prima Guerra Mondiale, concepita proprio alla bisogna, appena morto il santo antimassonico San Pio X), l’appartenenza del de Sanctis alla libera muratoria è rivendicata apertis verbis dal Grande Oriente d’Italia.
Fatta l’Italia (massonica), bisognava fare gli italiani, cioè massonicizzarli, cioè de-cattolicizzarli: ed eccoti scodellata la serqua di scrittori atei e gnostici, panzuti e baffuti, tristi (pardon, pessimisti cosmici) e tronfi, che siamo a subire, per inerzia o cospirazione plurisecolare, ancora ora, perfino nella sera con il cielo più bello dell’anno.
Va ben tutto, capiamo che questo Paese lo hanno fatto loro, e da qualche parte credono ancora di comandarlo.
Ma perché i massoni devono rovinarci anche la notte delle stelle cadenti?
Roberto Dal Bosco
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