Sorveglianza
Il green pass è per marchiarvi
Che il green pass non servisse a controllare il contagio era ormai chiaro da mesi: le persone vaccinate sono contagiose ma ottengono un pass permanente senza dover sostenere tamponi.
Anzi, il pass potrebbe per questo motivo addirittura essere controproducente.
Ma una questione ancora più incredibile torna alla luce: una persona vaccinata in possesso del green pass – qualora si ammali – continua ad avere il green pass valido.
Una persona vaccinata in possesso del green pass – qualora si ammali – continua ad avere il green pass valido
Cioè, nonostante il nome «green pass» suggerisca un sistema di semafori per regolare il traffico dei contagi, abbiamo che per i vaccinati (anche malati) il semaforo rimane sempre verde.
Ebbene, non si tratta di un bug (cioè di un difetto, come nei sistemi informatici) o di una grossolana svista; si tratta piuttosto di un limite intrinseco allo strumento di marchiatura.
Pochi riconoscono che la tecnologia con cui il pass è stato progettato non è pensata per monitorare, bensì soltanto per marchiare.
D’altra parte ce lo hanno anche detto esplicitamente: il green pass serve a rendere la vita impossibile a coloro che non si vaccinano.
Lo scopo dunque non è – per adesso – controllare le persone in tempo reale, ma forzarle a ricevere il vaccino.
Pochi riconoscono che la tecnologia con cui il pass è stato progettato non è pensata per monitorare, bensì soltanto per marchiare
In altri termini, la tecnologia con cui è stato implementato il green pass dimostra che lo scopo non è mai stato quello di monitorare il contagio, ma semplicemente quello di marchiare i cittadini.
Il green pass non è una semaforo, è una marchiatura del bestiame. Lo si può capire dagli strumenti tecnici su cui è stato implementato.
Per spiegare la tecnologia con cui funziona la marchiatura del green pass conviene descrivere brevemente che cosa non è. Per farlo citeremo come esempio il sistema di assicurazioni automobilistiche della Svizzera.
Nella Confederazione Elvetica la motorizzazione gestisce il controllo delle assicurazioni sui veicoli. Quando un cittadino sottoscrive una polizza (obbligatoria) con una certa compagnia assicurativa , questa lo comunica alla motorizzazione, la quale associa la polizza alla targa del veicolo.
Ce lo hanno anche detto esplicitamente: il green pass serve a rendere la vita impossibile a coloro che non si vaccinano
Se alla motorizzazione non risulta la copertura assicurativa attiva per un veicolo, la polizia si reca a sequestrare il veicolo entro poche settimane dalla mancata assicurazione. Viceversa, quando si paga, scatta il dissequestro. In Svizzera fate attenzione a non pagare le polizze RC auto in ritardo: il semaforo diventa rosso in tempo reale.
Veniamo ai controlli. Quando la polizia elvetica ferma per strada un veicolo con targa svizzera, prende la targa e interroga il database centrale della motorizzazione, la quale risponde in tempo reale sullo stato assicurativo del veicolo.
Se la polizia non avesse la connessione internet o il telefono, il controllo non potrebbe essere svolto, dato che non ci sarebbe modo di accedere alla informazioni aggiornate della motorizzazione.
Quindi c’è un controllo che interroga un database centrale per verificare lo stato di qualcosa (nel nostro caso lo stato assicurativo del veicolo).
La tecnologia con cui è stato implementato il green pass dimostra che lo scopo non è mai stato quello di monitorare il contagio, ma semplicemente quello di marchiare i cittadini
Ora, il sistema green pass non è stato pensato per verificare lo stato di qualcosa in tempo reale, ma solo per attestare che qualcosa è avvenuto in passato. Si tratta, pertanto, di una marchiatura.
Il marchio imprime in modo più o meno permanente su un oggetto il fatto che un certo evento si è verificato. Nel caso del bestiame, l’evento del passaggio di proprietà viene impresso col fuoco sulla pelle dell’animale venduto.
I green pass sono dei certificati digitali che sono timbrati digitalmente dallo Stato, così da non poter essere contraffatti. A meno che non si entri illegalmente in possesso dei timbri digitali (chiavi crittografiche private) che usa lo Stato.
Le applicazioni su smartphone che verificano il green pass non interrogano nessuna anagrafe centrale, bensì verificano che il timbro digitale contenuto nel QR code sia autentico.
Il green pass non è una semaforo, è una marchiatura del bestiame. Lo si può capire dagli strumenti tecnici su cui è stato implementato
Le app di controllo infatti non devono essere collegate a internet per effettuare il controllo, ma devono solo avere dei pezzi del timbro digitale (chiavi pubbliche) che lo Stato ha usato per firmare tutti i green pass emessi.
Dunque, le app di controllo dei QR code devono collegarsi a internet soltanto una volta ogni 24 ore per scaricare i pezzi dei timbri digitali nuovi (chiavi pubbliche) e riconoscere anche i certificati rilasciati il giorno precedente: lo Stato ogni 24 ore cambia il timbro digitale con cui sigilla i nuovi green pass.
Per capire in dettaglio facciamo un parallelo con le banconote di grosso taglio. Il QR code di un green pass contiene una specie di filigrana al suo interno. Lo Stato aggiorna la filigrana ogni giorno sulle nuove banconote emesse. Le applicazioni di controllo sono aggiornate per riconoscere l’autenticità delle filigrane usate dall’inizio fino all’ultimo giorno.
Come nel caso di una banconota però, il green pass – una volta emesso – è di per sé valido al portatore senza possibilità di revoca.
Hanno implementato un sistema di controllo del contagio (che dovrebbe essere in tempo reale – e al massimo grado) su una tecnologia che da un punto di vista logico-funzionale non consente la revoca sui singoli oggetti, cioè i certificati
Provate a pensarci, se avete in mano una banconota da 100 euro potete spenderla ovunque; come farebbero a revocare la validità di una banconota da 100 euro? Dovrebbero revocare la validità della filigrana di tutte le banconote emesse in un certo lotto. I dispositivi per il controllo delle banconote infatti leggono la filigrana, e quella risulterebbe sempre valida. Quindi, una volta che qualcuno vi consegna 100 euro, voi potrete spenderli in qualsiasi momento. A meno che, daccapo, non venga revocata la validità della filigrana di un certo lotto di banconote. Cosa impraticabile per ovvi motivi.
Ci sarebbe solo un modo per rendere non spendibile la vostra singola banconota: segnalare il numero di serie sulla stessa. Peccato che le macchinette anti contraffazione non siano pensate per leggere il numero di serie delle banconote, ma solo la filigrana. Senza considerare il fatto che sarebbe demenziale che ogni singolo dispositivo di contraffazione dovesse contenere la lista aggiornata di tutte le banconote segnalate in Italia.
Per quanto demenziale possa essere, tuttavia è l’unico modo che ora possono usare per mettere una toppa al limite intrinseco del green pass:
«Rispetto ad agosto – racconta l’esperto di sicurezza informatica Mattea Flora – è cambiata solo una cosa: l’app, da circa un mese, è abilitata per avere una revocation list, ma solo per i pass falsi. I famosi certificati a nome Hitler o Topolino sono stati revocati, ma solo perché eliminare un falso non crea alcun problema di privacy». (Il Fatto Quotidiano, 10 dicembre)
Con un sistema di marchiatura come il green pass la pattuglia potrebbe verificare la validità del vostro documento anche in assenza di telecomunicazioni.
Per farla breve, hanno implementato un sistema di controllo del contagio (che dovrebbe essere in tempo reale – e al massimo grado) su una tecnologia che da un punto di vista logico-funzionale non consente la revoca sui singoli oggetti, cioè i certificati.
Ci chiediamo se sia possibile che questa sia una svista.
A questo punto conta infatti osservare che: la funzionalità di revoca è la prima domanda che sarebbe venuta in mente a qualsiasi informatico che ha implementato l’architettura del sistema green pass. Certo, sempre che lo Stato non abbia commissionato un sistema di marchiatura che debba funzionare al meglio anche senza connessione internet.
Sorge un dubbio abissale: non è che prevedono che internet venga spenta? O che vi sia un blackout totale?
In tal caso si spiegherebbe molto bene perché abbiano implementato un sistema di identità digitale che non richiede controlli centralizzati.
Sorge un dubbio abissale: non è che prevedono che internet venga spenta? O che vi sia un blackout totale?
Come vi sarete accorti negli anni, quando vi fermano a un posto di blocco l’autenticità dei vostri documenti viene verificata dalla pattuglia consultando un’anagrafe centrale. Questa operazione richiede la presenza di telecomunicazioni funzionanti. Mentre con un sistema di marchiatura come il green pass la pattuglia potrebbe verificare la validità del vostro documento anche in assenza di telecomunicazioni.
Vuoi vedere che forse non sono così fessi come sembrano?
Gian Battista Airaghi
Sorveglianza
L’orologio Apple ora può registrare automaticamente le conversazioni quotidiane
Apple ha annunciato due nuove funzioni del suo smartwatch in grado di registrare tutto quanto detto durante la giornata.
Le nuove funzioni Apple annunciate il 9 settembre per Apple Watch Series 12 e Ultra 4 restano facoltative: il possessore dell’orologio decide se autorizzare la memorizzazione dei riassunti delle conversazioni, mentre l’interlocutore non ha alcuna possibilità di intervenire.
Le funzioni Live Rewind e Siri Recap arriveranno in versione beta entro fine anno. Live Rewind assomiglia a un comando «ripeti»: chi indossa l’orologio, premendo due volte la Digital Crown, può leggere sul quadrante gli ultimi 15 secondi di dialogo in forma di testo.
La funzione Siri Recap, invece, genera brevi sintesi delle conversazioni consultabili in un secondo momento. Siri Recap «può essere impostato per essere sempre attivo», oppure l’utente può programmarne l’accensione o spegnerlo. Apple dichiara che lo scopo è aiutare a ricordare quanto detto senza dover prendere appunti.
La pagina di supporto Apple cerca di rassicurare su privacy e sicurezza. Con Live Rewind l’audio viene elaborato in locale sull’Apple Watch, all’interno dell’enclave sicura (Secure Exclave) del chip S11, isolata a livello hardware, e cancellato subito dopo. Per Siri Recap l’iPhone associato trascrive e riassume la conversazione; il testo crittografato e sintetizzato viene inviato al cloud privato Apple per un’ulteriore elaborazione e poi restituito all’orologio.
Apple assicura di non poter accedere ai dati nel cloud e che il testo crittografato si sincronizza su tutti i dispositivi dell’utente via iCloud. Precisa inoltre che l’audio non viene conservato e che Live Rewind non trascrive in continuo le conversazioni di sottofondo.
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La stessa pagina spiega che i riassunti sono «paragonabili agli appunti che si potrebbero prendere dopo una conversazione» e vengono cancellati dopo sette giorni, salvo salvataggio o esportazione. I frammenti di Live Rewind spariscono circa 30 secondi dopo lo spegnimento del display, a meno che non vengano salvati o inviati a Chiedi a Siri. Nei riassunti possono comparire i nomi delle persone citate, senza attribuzione degli interlocutori. Si afferma che i dettagli sensibili vengono filtrati, ma Apple avverte che il filtro potrebbe non funzionare sempre.
Chi porta l’orologio può salvare o esportare i riepiloghi, prolungandone la conservazione oltre i sette giorni. Apple aggiunge che Live Rewind è segnalato da un suono (anche in modalità silenziosa), da un’animazione e dall’indicatore del microfono.
La notizia arriva mentre monta lo scandalo per i televisori prodotti da LG, che continuerebbero a raccogliere dati anche quando sono spenti o in standby, scansionando le reti Wi-Fi vicine, registrando tramite i microfoni e usando il campionamento audio-video per identificare con precisione i contenuti visualizzati attraverso i vari ingressi.
Da anni circola il sospetto che smart TV, telefoni e smartwatch ci ascoltino di nascosto per bombardarci di pubblicità mirata.
Il fenomeno dell’ACR (Automatic Content Recognition) — la tecnologia che «fotografa»ciò che appare sullo schermo per profilare gli utenti — non riguarda solo LG: pratiche simili di raccolta dati sono state contestate in passato anche a Samsung, con un accordo raggiunto con il Texas nel marzo 2026. Già in precedenza Vizio aveva pagato una sanzione milionaria negli Stati Uniti per aver tracciato le abitudini di visione di milioni di televisori senza consenso esplicito, rivendendo i dati a fini pubblicitari.
Sul fronte assistenti vocali, tra il 2019 e il 2020 emerse che sia Apple (Siri) sia Amazon (Alexa) sia Google Assistant impiegavano appaltatori esterni per ascoltare e trascrivere manualmente frammenti di registrazioni vocali degli utenti, allo scopo dichiarato di migliorare il riconoscimento linguistico. Le rivelazioni, riportate da Bloomberg e dal Guardian, mostrarono che tra questi audio finivano anche conversazioni private, rapporti sessuali e discussioni mediche captate per errore. Le aziende introdussero poi opzioni per disattivare la revisione umana.
Il precedente più clamoroso resta quello di Cox Media Group, che nel 2023 pubblicizzò un servizio chiamato «Active Listening», presentato come capace di sfruttare l’IA per intercettare le conversazioni tramite smartphone e smart speaker a fini pubblicitari. La pagina fu rimossa in fretta dopo il clamore mediatico, e l’azienda ha poi precisato di non ascoltare direttamente gli utenti, ma di usare dati aggregati e anonimizzati di terze parti.
Apple, Google e Amazon negano sistematicamente l’uso dei microfoni per scopi pubblicitari, e nessuna indagine indipendente ha finora trovato prove concrete di un ascolto sistematico su larga scala.
La popolazione, tuttavia, ha un’altra opinione: vi sono persone non solo rassegnate ad essere ascoltate, ma pure entusiaste della cosa: Renovatio 21 ha veduto casi di persone che quando vogliono acquistare qualcosa, lo dicono semplicemente ad alta voce, sperando che il telefonino senta così da mandargli della pubblicità del prodotto.
Immagine di MIKI Yoshihito via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Sorveglianza
Gran Bretagna, Oltre 60.000 arrestati per «reati legati alle comunicazioni», come «la visione di video su TikTok»
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Sorveglianza
Washington proibisce i robot aspirapolvere stranieri: potrebbe spiare gli americani
Mentre le imprese del settore robotico si trovano ad affrontare il recente divieto varato dall’amministrazione Trump sui robot umanoidi di origine cinese, Tanche un prodotto di largo consumo0 rientrerà nel nuovo bando tecnologico anti-Pechino: gli aspirapolvere robot. Lo riporta la testa di tecnologia statunitense The Verge.
La FCC (Federal Communications Commission, l’agenzia governativa indipendente degli Stati Uniti che regola le telecomunicazioni) ha confermato che gli aspirapolvere robot come i Roomba, realizzati con componenti di origine estera, rientrerebbero nel nuovo divieto di importazione negli Stati Uniti.
Il provvedimento interessa tutti i robot umanoidi provenienti dalla Cina, definiti dalla FCC «rischi inaccettabili» per la sicurezza nazionale americana. Non riguarda i dispositivi già in mano ai consumatori, né vieta ai rivenditori di commercializzare i modelli che hanno già ottenuto l’autorizzazione della FCC.
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«I dispositivi robotici avanzati raccolgono dati che potrebbero essere sfruttati da soggetti malintenzionati per sorvegliare i cittadini americani, potenziare le capacità dei servizi segreti stranieri o per controllare i robot a distanza», ha dichiarato la FCC. L’agenzia elenca diversi ambiti di impiego dei robot: la tutela dei data center e di altre «infrastrutture critiche», la produzione industriale e il «dominio militare statunitense», elementi che a suo avviso evidenziano la necessità di una «catena di approvvigionamento nazionale sicura per la robotica avanzata».
Il testo del documento della FCC non cita esplicitamente la Cina, ma rimanda a articoli di stampa incentrati sulla tecnologia cinese. «Le capacità di rete dei sistemi robotici avanzati creano ampie vulnerabilità e vettori di attacco in grado di manipolare i dati e il funzionamento fisico del sistema robotico avanzato», sostiene la FCC.
La definizione di ciò che cade sotto il divieto — robot di peso superiore a 2 kg e «capaci di locomozione, evitamento degli ostacoli, navigazione o movimento sul terreno» — potrebbe estendersi anche ad altre tipologie di robotica oltre agli umanoidi e ai quadrupedi, come i cani robot, compresi i (molesto) robot per le consegne sui marciapiedi e i robot tagliaerba.
Numerosi marchi leader di aspirapolvere robot, tra cui Roborock ed Ecovac, hanno sede in Cina o si approvvigionano di componenti da Paesi esteri, compreso il Roomba di iRobot. Tra le altre funzioni, questi apparecchi sono spesso in grado di mappare l’abitazione e si sono già verificati episodi di violazioni della sicurezza che ne evidenziano la vulnerabilità.
L’amministrazione Trump ha comunque proseguito nella sua linea di allontanamento dei prodotti cinesi e di altre provenienze estere dal territorio e dalle catene di approvvigionamento americane. All’inizio di quest’anno la FCC ha proibito l’importazione di nuovi router di fabbricazione cinese e ha avviato iniziative per limitare i modelli di intelligenza artificiale di origine cinese.
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Gli apparentemente innocui apirapolvere automatici hanno in realtà giù suscitato timori negli anni passati.
Come riportato da Renovatio 21, nel 2024 i proprietari di robot aspirapolvere in diverse città degli Stati Uniti hanno denunciato che i loro dispositivi erano stati hackerati, tanto che gli elettrodomestici hanno iniziato a gridare oscenità ed epiteti razzisti.
Come riportato da Renovatio 21, due anni fa emerse il caso di una roomba che scattò una foto ad una donna seduta sul water di casa, foto che poi finì in rete.
La più grande azienda del settore, Roomba, è stata acquistata nei primi anni Venti dal colosso Amazon, tra commenti di critici che sostenevano che l’operazione servissero a spirare ancor di più le abitazioni degli utenti.
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