Economia
Il Distributismo di Belloc, un antidoto alla crisi contemporanea
Sono felice di annunziare che la casa editrice Fede&Cultura ha recentemente pubblicato la traduzione di un breve ma significativo libro, inedito nella nostra lingua, del distributista Hilaire Belloc (1870-1953), scritto nel 1938, originalmente denominato The Way Out ed intitolato nella versione italiana Distributismo. La Via d’Uscita dallo Stato Servile. La pubblicazione è nata da un’iniziativa degli amici del Movimento Distributismo Italiano, di cui mi onoro di essere presidente.
Che ci azzecca un libro scritto 83 anni fa, nell’Inghilterra di Chamberlain e Churchill, con l’Italia di Draghi, Salvini e Letta? Nulla, potrebbe pensare qualcuno! Ad uno sguardo più attento però ci si può facilmente accorgere che le cose non stanno così. The Way Out fu infatti elaborato da Hillaire Belloc in un frangente della storia molto simile a quello attuale.
La grande crisi del 1929, soprattutto nelle nazioni permeate dal liberal-capitalismo, aveva aperto ferite sociali ed economiche che erano ben lungi dall’essere state rimarginate, proprio come succede oggi dopo la crisi sistemica del 2007. Nei Paesi in cui la finanza internazionale svolgeva un ruolo centrale nella gestione degli affari e della politica, le diseguaglianze sociali si erano allargate e la ricchezza confluiva inesorabilmente nelle mani di un gruppo sempre più ristretto di persone, proprio come avviene ora. La maggioranza della popolazione, soggetta a gravi privazioni economico-sociali, ad una costante instabilità lavorativa, ai continui scandali del sistema partitocratico, aveva ormai perso ogni reale fiducia nel sistema di rappresentanza politica allora dominante, proprio come oggi è universalmente diffuso il malcontento verso le principali istituzioni che regolano la nostra esistenza.
L’opposizione capitalismo-socialcomunismo è una falsa opposizione in quanto si tratta di due diverse modalità di manifestazione di una stessa realtà, due facce di una stessa medaglia che, dopo un periodo di falsa alternanza durata per decenni, sono destinate ad avviarsi verso una fase finale di sostanziale alleanza, costituendo lo Stato Servile
Senza scomodare le teorie stoiche e poi nietzschiane dell’eterno ritorno, è indubbio che la situazione in cui lo storico, giornalista, scrittore e politico cattolico Hilaire Belloc scriveva, presentava certamente elementi di analogia con quella attuale ma la ragione che rende il suo libro quanto mai attuale non sta solo in questo ma anche e soprattutto nello sguardo, nella prospettiva che Belloc suggerì circa un secolo fa, una prospettiva che, cogliendo alcune dimensioni atemporali, o meglio sovra-temporali, del vivere civile, è in grado di offrire paradigmi interpretativi utilissimi a comprendere quanto sta succedendo oggi e soprattutto di indicare una possibile via di uscita -da cui il titolo- all’impasse della crisi generalizzata in cui ci troviamo.
Le pagine di Belloc non rappresentano infatti tanto un’analisi specifica e omnicomprensiva del quadro sociale di allora, sforzo che avrebbe richiesto una mole di dati ben superiore a quelli contenuti in questo volume, ma un’agile e ben organizzata mappa in grado di orientare il viaggiatore/lettore nel territorio delle problematiche di quei tempi che, guarda caso, sono gli stessi di oggi. La mappa non è uno strumento che in sé può esaurire tutta la complessità e il dinamismo della realtà/ territorio ma è in grado invece di offrire un orientamento, di chiarire quali siano i punti cardinali in base a cui muoversi, la direzione da intraprendere alla luce dei principali elementi presenti.
Senza mappa si rischia di girare a vuoto, di prendere strade sbagliate che non portano a nulla, di non raggiungere la meta voluta. Così, sembra suggerire Belloc, senza una visione chiara ed unitaria di quello che è il senso e la direzione di marcia dei vari avvenimenti economici, politici e sociali si rischia di essere sommersi e sopraffatti dal mero resoconto dei fatti e da un eccesso di informazioni, senza più la capacità di coglierne il significato profondo.
Fortemente radicato nella tradizione del pensiero realista aristotelico-tomista e grande estimatore delle encicliche sociali Rerum Novarum (1891) e Quadragesimo Anno (1931) e del pensiero sociale cattolico in generale, Belloc, insieme a tutti gli autori distributisti suoi contemporanei, aveva infatti cercato di andare oltre le apparenze della fenomenologia del vivere sociale per coglierne invece le essenze che ne orientano gli scopi e le direzioni.
Nelle circa centossessanta pagine del suo libro, Belloc, con un linguaggio molto semplice ed immediato, ci dice che l’essenza del capitalismo e del social-comunismo, contrariamente alle apparenze, di fatto è la stessa e che essa coincide con la tendenza a concentrare potere politico e proprietà produttiva nelle mani di pochi, siano questi pochi gli esponenti di un’oligarchia economico-finanziaria, nel caso del capitalismo, o di una burocrazia statalista e partitocratica, nel caso del social-comunismo.
Belloc fu in grado di prevedere, quasi un secolo fa, quello che sta succedendo oggi davanti ai nostri occhi, cioè la convergenza tra grande capitale e grande Stato in un sistema in cui il cittadino medio viene sempre più spossessato di ogni potere politico reale e di ogni proprietà produttiva, per finire col tornare ad essere quel servo e quello schiavo che era stato durante i lunghi secoli del mondo pagano.
L’opposizione capitalismo-socialcomunismo è quindi una falsa opposizione in quanto si tratta di due diverse modalità di manifestazione di una stessa realtà, due facce di una stessa medaglia che, dopo un periodo di falsa alternanza durata per decenni, sono destinate ad avviarsi verso una fase finale di sostanziale alleanza, costituendo lo Stato Servile.
Belloc fu cioè in grado di prevedere, quasi un secolo fa, quello che sta succedendo oggi davanti ai nostri occhi, cioè la convergenza tra grande capitale e grande Stato in un sistema in cui il cittadino medio viene sempre più spossessato di ogni potere politico reale e di ogni proprietà produttiva, per finire col tornare ad essere quel servo e quello schiavo che era stato durante i lunghi secoli del mondo pagano.
Rimanendo in Italia, si chiariscono così eventi apparentemente inspiegabili quali la vicinanza del partito erede del PCI al mondo della finanza nazionale ed internazionale, il fatto che esponenti di spicco del PD – quali Prodi ed Enrico Letta – partecipino a gruppi elitari come il Gruppo Bilderberg e collaborino con banche speculative internazionali quali Goldman Sachs, mentre sembra abbiano completamente abbandonato i progetti di riscatto del mondo del lavoro rispetto a quello del capitale, accettando come un bene supremo ed intangibile la prevalente separazione tra capitale e lavoro, tra lavoratori e proprietari.
Nel suo libro Belloc descrive già allora le figure del piccolo agricoltore, dell’artigiano, del piccolo imprenditore e del piccolo negoziante come vere e proprie specie in via d’estinzione, da tutelare e difendere in nome della libertà economica e della prosperità generale, contro le tendenze monopoliste del grande capitale e del grande Stato.
Descrive le gilde o corporazioni di arti e mestieri come l’unica soluzione plausibile e realistica alla gestione del potere da parte di istituzioni fortemente ideologizzate e lontane dalla gente, quali i partiti, nella maggior parte dei casi legate a doppio filo con gli interessi dell’oligarchia economica.
Descrive una moneta libero da debito ed interesse quale sensata alternativa al denaro-debito imposto dalla speculazione delle grandi banche, che con il loro potere di emissione e di credito di fatto controllano e gestiscono la maggioranza delle attività umane, politica, informazione ed educazione comprese.
Si chiariscono così eventi apparentemente inspiegabili quali la vicinanza del partito erede del PCI al mondo della finanza nazionale ed internazionale, il fatto che esponenti di spicco del PD – quali Prodi ed Enrico Letta – partecipino a gruppi elitari come il Gruppo Bilderberg e collaborino con banche speculative internazionali quali Goldman Sachs, mentre sembra abbiano completamente abbandonato i progetti di riscatto del mondo del lavoro rispetto a quello del capitale, accettando come un bene supremo ed intangibile la prevalente separazione tra capitale e lavoro, tra lavoratori e proprietari
Come non pensare a quanto sta avvenendo oggi, al grido disperato dei ristoratori e delle partite IVA, dei piccoli commercianti, dei liberi professionisti ed in generale dei lavoratori autonomi, che si sentono abbandonati dai partiti nelle mani di un mercato gestito dai pochi monopolisti delle grandi multinazionali, che risultano sempre e comunque tutelati e supportati dall’apparato legislativo statale.
Si vuol far credere che l’estinzione della piccola proprietà sia il prodotto di una sorta di selezione naturale basata sulle ferree leggi naturali del mercato mentre in realtà si tratta del fatto che un’intera classe politica, cedendo alle pressioni dei signori del denaro, ha di fatto abbandonato ogni seria ed autentica progettualità, per ripetere pappagallescamente i mantra loro imposti dalle varie centrali di potere saldamente nelle mani dell’oligarchia finanziaria. Così, parità di genere, svolta digitale e rivoluzione verde sono assurti a priorità incontestabili, prendendo il posto di principi basilari quali giustizia ed equità.
Quegli esponenti di partito che sporadicamente si battono per tutelare i residui interessi dei piccoli proprietari ingaggiano in realtà una battaglia già persa in partenza, all’insegna per lo più della conquista del consenso elettorale a breve termine ma priva di una chiara visione politica d’insieme in grado di condurre un’opposizione serrata, coerente e ferma all’avanzata dello Stato Servile.
Così i partiti scendono in piazza insieme ai ristoratori ma poi non fanno nulla per ridare dignità politica ai ristoratori stessi, organizzandoli in gilde o corporazioni e consentendogli di recuperare la capacità e la libertà di gestire e regolare al massimo grado, attraverso un’ampia partecipazione dal basso basata anche sulle competenze, il loro ambito socio-lavorativo.
Politicanti di vario colore si schierano accanto ai piccoli agricoltori della piana di Vittoria ma poi rimangono indifferenti di fronte alla legislazione nazionale ed europea che favorisce la grande distribuzione e le grandi multinazionali alimentari contro gli interessi delle aziende a conduzione famigliare. Mentre si cerca di tutelare il posto dei lavoratori delle grandi industrie, non si fa nulla per salvaguardarli strutturalmente dall’arbitrio del capitale speculativo, favorendone il passaggio da lavoratori a lavoratori-proprietari, ma si osanna inesorabilmente come salvatore della patria il grande capitale, estero o italiano che sia, in una sterile coazione a ripetere che non ha alcuna realistica via d’uscita. Gli esempi di questo tipo potrebbero essere infiniti.
Nel suo libro Belloc descrive già allora le figure del piccolo agricoltore, dell’artigiano, del piccolo imprenditore e del piccolo negoziante come vere e proprie specie in via d’estinzione, da tutelare e difendere in nome della libertà economica e della prosperità generale, contro le tendenze monopoliste del grande capitale e del grande Stato
Come non pensare all’attualità del concetto di capitalismo assistenziale, che per Belloc costituisce una delle forme più evolute, perfide e sotterranee di Stato Servile, quando si assiste un po’ da tutti i podi dei vari partiti al richiamo insistente e ripetuto alla necessità dell’intervento massiccio statale in tutte le sfere della vita sociale, famiglia inclusa.
Quello che Belloc contesta non è certo l’attuazione del principio di solidarietà ma la tendenza a trasformare ogni attore sociale, in un modo o nell’altro, in un dipendente statale, dove la parola «dipendente» dice già tutto sulla perdita di quello che per Belloc stesso rimane uno dei massimi valori: la libertà, una libertà intesa non gnosticamente come liberazione da tutti i vincoli ma come pieno compimento della propria verità di uomini e donne.
Al capitalismo assistenziale, che lascia inalterato lo squilibrio dei rapporti di forza tra capitale e lavoro e poi concede un’elemosina di sopravvivenza alla maggior parte della popolazione, Belloc oppone così la solidarietà concreta delle gilde o corporazioni di arti e mestieri, vicine ai territori e gestite dalla gente, in grado di venire incontro capillarmente ai bisogni reali dei singoli individui.
Belloc dipinge poi nel suo libro una serie di pennellate che ci avvicinano alla concretezza della vita socio-lavorativo, pennellate che richiamano ad una prospettiva basata su pochi ed elementari principi, i principi distributisti di equità e giustizia sociale.
Tali principi non rimangono sterili rimandi ad un mondo astratto di valori – secondo una certa logica che purtroppo ha permeato numerosi ambienti cattolici – ma si incarnano concretamente intorno a pochi paradigmi in grado di orientare fattivamente l’azione, quali appunto l’unità tra capitale e lavoro e la massima possibile diffusione della proprietà produttiva, la restituzione di poteri politici reali ai lavoratori attraverso le gilde o corporazioni di arti e mestieri, l’abolizione del denaro-debito bancario e l’introduzione di una moneta libera da debito ed interesse.
Si vuol far credere che l’estinzione della piccola proprietà sia il prodotto di una sorta di selezione naturale basata sulle ferree leggi naturali del mercato mentre in realtà si tratta del fatto che un’intera classe politica, cedendo alle pressioni dei signori del denaro, ha di fatto abbandonato ogni seria ed autentica progettualità, per ripetere pappagallescamente i mantra loro imposti dalle varie centrali di potere saldamente nelle mani dell’oligarchia finanziaria
La proposta di Belloc in fondo è semplicemente quella di prendere sul serio la realtà che ci circonda e cogliere in profondità l’ordine intrinseco e finalistico che da essa traspare, riscoprendo così, grazie alla retta ragione, che il mondo in cui viviamo può tornare ad essere un kosmos, un tutto ordinato intorno a sani principi, piuttosto che quella giungla della selezione naturale così ben descritta da Darwin.
Quest’ultimo infatti, nella metà del XIX secolo, uscito dagli ambienti visceralmente anticattolici della Royal Society londinese, traspose più o meno consapevolmente in chiave naturalistica quella filosofia della legge del più forte che si era già imposta da secoli sul piano socio-economico e politico con il capitalismo e che mancava ancora di ogni forma di riconosciuta autorevolezza.
Non è un caso quindi che il fondatore del distributismo e grande amico di Belloc, G.K.Chesterton, fu definito, in alternativa a questa deviazione della ragione, il profeta del senso comune.
Il Distributismo. La Via di Uscita dallo Stato Servile rappresenta quindi un antidoto quanto mai necessario ai mali del mondo moderno, in grado di risvegliare le coscienze sopite dei nostri contemporanei a quei valori di sempre che da molto tempo sembrano eclissati ma che non aspettano altro che di essere riscoperti per riplasmare ancora la vita delle nostre comunità.
Mattteo Mazzariol
Articolo previamente apparso su Ricognizioni
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Trump ha revocato il divieto sui carburanti russi dopo che Zelens’kyj ha respinto le sue richieste
La decisione del presidente americano Donald Trump di concedere una deroga temporanea alle sanzioni sulle esportazioni di carburante russo è intervenuta dopo che il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha ignorato ripetute richieste di cessare gli attacchi alle raffinerie petrolifere russe. Lo riportata la testata americana Axios, citando un funzionario statunitense a conoscenza diretta dei fatti.
Trump ha più volte accusato l’Ucraina e personalmente Zelens’kyj di aver aggravato la crisi globale dei carburanti, ritenendo che Kiev abbia deliberatamente colpito le raffinerie russe facendo lievitare i prezzi per i consumatori americani. Nonostante i ripetuti avvertimenti di Washington, il leader ucraino aveva promesso all’inizio del mese di intensificare gli attacchi a lungo raggio.
«Gli attacchi alle raffinerie causano dolore in Russia, ma causano dolore anche agli Stati Uniti», ha dichiarato il funzionario statunitense all’agenzia.
Secondo le ricostruzioni, gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner avrebbero avvisato i negoziatori ucraini, nel corso di otto ore di colloqui a Miami all’inizio della settimana, che Trump intendeva parlare con il presidente russo Vladimir Putin e revocare le sanzioni sulle esportazioni di diesel russo.
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Un funzionario ucraino ha riferito ad Axios che Witkoff e Kushner avrebbero minacciato di interrompere la condivisione di informazioni di intelligence tra Stati Uniti e Kiev se quest’ultima avesse continuato a ignorare le richieste di Trump di sospendere gli attacchi alle raffinerie; il funzionario statunitense ha però smentito che una simile minaccia sia stata formulata.
La controversia sull’accordo sul diesel sarebbe emersa mentre i mediatori americani conducevano colloqui costruttivi per porre fine al conflitto con diplomatici ucraini ed europei. I negoziati si sarebbero concentrati sulla finalizzazione delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina da parte di Stati Uniti, Europa e NATO, nonché su nuove proposte territoriali. Witkoff e Kushner avrebbero presentato piani per il dopoguerra relativi alla ricostruzione dell’Ucraina, al finanziamento militare e al deficit di bilancio, mentre si discuteva della potenziale adesione di Kiev all’UE, del futuro rapporto con la NATO e di un possibile quadro di sicurezza postbellico tra Europa e Russia.
Venerdì Trump e Putin hanno avuto una conversazione telefonica, al termine della quale il dipartimento del Tesoro statunitense ha annunciato una deroga temporanea alle sanzioni sul commercio di carburante russo, consentendo la vendita, la consegna e l’esportazione di gasolio, anche verso gli Stati Uniti, almeno fino al 7 aprile 2027.
Trump ha affermato che la Russia avrebbe fornito immediatamente oltre 300.000 tonnellate di gasolio agli Stati Uniti e ai mercati globali, seguite da altre 500.000 tonnellate a novembre e un milione di tonnellate in seguito, con la possibilità di ricevere fino a tre milioni di tonnellate aggiuntive «in breve tempo».
Il Cremlino ha dichiarato che Mosca è pronta a fornire petrolio e prodotti petroliferi ai mercati globali, con benefici per l’economia mondiale. Il vice primo ministro Aleksandr Novak ha confermato che la Russia revocherà anticipatamente le restrizioni all’esportazione di gasolio, avviando subito la procedura.
Come riportato da Renovatio 21, Zelens’kyj aveva reagito al patto attaccando Trump.
In precedenza la Russia aveva esteso le restrizioni sulle esportazioni di gasolio, carburante per navi e gasolio fino al 31 ottobre per stabilizzare il mercato interno a fronte della domanda stagionale legata al raccolto. Ai produttori è vietato esportare fino al 31 ottobre, mentre i rivenditori sono soggetti a un divieto fino al 31 gennaio 2027. Anche le esportazioni di benzina restano vietate fino alla fine di gennaio.
Come riportato da Renovatio 21, anche gli USA hanno valutato un divieto di esportazione del diesel, che danneggerebbe in particolare l’Europa.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Economia
Washington sospende le sanzioni sul commercio di carburante russo
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Economia
Trump accusa l’Ucraina dell’impennata dei prezzi del carburante
Il presidente statunitense Donald Trump ha incolpato Kiev per i prezzi record del carburante negli Stati Uniti, sostenendo che non dipendono più dalla guerra con l’Iran, bensì dagli attacchi dell’Ucraina contro le raffinerie russe. Ha indicato anche le politiche degli Stati a guida democratica come fattore determinante.
In un post su Truth Social di lunedì ha scritto: «Ciò che sta facendo aumentare il prezzo della benzina non è più lo Stretto di Ormuzzo, perché ormai ogni giorno vengono rilasciati quantitativi record di barili, ma la parola ‘raffinerie’», aggiungendo che le raffinerie russe «vengono fatte saltare in aria dall’Ucraina».
Negli ultimi mesi l’Ucraina ha ripetutamente colpito raffinerie russe e altri impianti legati al petrolio, interrompendo la produzione e contribuendo alla carenza di carburante e al rialzo dei prezzi. Mosca ha risposto limitando le esportazioni di benzina, gasolio e altri prodotti petroliferi. Il divieto sull’export di gasolio è in vigore fino alla fine di ottobre. Vladimir Putin ha riconosciuto perdite pari a circa l’1% del PIL, ma ha detto che gli impianti danneggiati vengono ripristinati in fretta e che il sistema energetico dispone di riserve significative.
Non è la prima volta che Trump attacca Kiev per questi raid. Durante una visita in Irlanda il mese scorso ha puntato il dito contro Volodymyr Zelens’kyj: «Zelens’kyj deve fare una cosa. Deve smettere di colpire i depositi di gasolio in Russia… Non colpite i depositi di gasolio, perché questo sta danneggiando il mondo».
Due settimane fa vi fu il caso dell’attacco alla raffineria russa poco dopo che Trump aveva chiesto pubblicamente di non farlo.
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In precedenza aveva detto che gli attacchi ucraini avevano fatto perdere alla Russia il «controllo della sua industria del gasolio», chiedendo la fine di «questa guerra ridicola e senza fine», poiché «il mondo intero ne soffre». Anche il segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che i colpi ucraini a infrastrutture energetiche e prodotti raffinati russi contribuiscono a un più ampio «shock energetico».
Nonostante i ripetuti avvertimenti sulle ripercussioni globali, nel fine settimana Zelens’kyj ha promesso di intensificare gli attacchi agli impianti petroliferi russi. Il Ministero della Difesa ucraino ha affermato che i raid a lungo raggio hanno messo fuori uso il 51% della capacità di raffinazione russa, cifra che Mosca non ha confermato. La Russia, che ha risposto intensificando i colpi a impianti militari e industriali ucraini e perturbando logistica e trasporti marittimi nel Mar Nero, ha promesso domenica di alzare il livello della propria campagna.
A poche settimane dalle elezioni di medio termine, Trump ha attribuito gli alti prezzi del carburante anche ai Democratici, attaccando i «Dumocrati» per aver messo a repentaglio le forniture «negli Stati a maggioranza democratica, come la California» con la chiusura delle raffinerie.
La California ha perso circa il 17% della capacità di raffinazione dopo la chiusura di due grandi impianti. L’Agenzia statunitense per l’informazione energetica (EIA) ha avvertito che ciò può ridurre l’offerta e aumentare la volatilità dei prezzi. I funzionari statali respingono l’idea che le chiusure dipendano solo da politiche governative e citano cambiamenti più ampi del settore, anche se le raffinerie hanno indicato pressioni legate al contesto normativo californiano.
Trump ha cercato anche di minimizzare l’impatto della guerra con l’Iran. L’interruzione, durata mesi, dello Stretto ormusino — che un tempo gestiva circa il 20% delle forniture petrolifere globali — aveva spinto il greggio oltre i 100 dollari al barile. I flussi di greggio si sono in gran parte ripresi grazie a oleodotti e trasferimenti da nave a nave, ma le forniture di prodotti raffinati, in particolare il gasolio, restano limitate. Il 22 settembre i prezzi del gasolio negli Stati Uniti hanno toccato il record di 6,52-6,53 dollari al gallone e restano vicini ai massimi, con punte oltre gli 8,21 dollari in Stati come la California. La benzina normale si attestava intorno ai 4,36 dollari al gallone il 5 ottobre.
L’impennata ha spinto a misure d’emergenza. In Texas il governatore Greg Abbott ha dichiarato lo stato di calamità per i costi record del gasolio, autorizzando in via temporanea l’uso del gasolio colorato di rosso, più economico e di norma riservato a macchinari agricoli e fuoristrada, e alzando il limite di peso dei camion a 95.000 libbre (circa 43 tonnellate) per ridurre viaggi e consumi. Altri nove Stati hanno poi autorizzato in via temporanea il gasolio colorato per alcuni impieghi su strada.
Lunedì Trump ha firmato un ordine esecutivo che estende la misura a livello nazionale e rinvia l’applicazione della tassa federale sui carburanti fino a fine anno. Un sondaggio AP-NORC ha però rilevato che il 65% degli americani attribuisce gli alti prezzi alle politiche di Trump e che il 69% ritiene l’economia peggiore rispetto a quando è tornato alla Casa Bianca.
Come riportato da Renovatio 21, in settimana gli Stati Uniti hanno spinto Francia e Germania ad attingere alle proprie riserve di emergenza di gasolio per contribuire ad abbassare i prezzi mondiali, minacciando di bloccare le esportazioni di carburante in caso di rifiuto. Trump sta valutando un divieto di esportazione del diesel.
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Il diesel resta un pilastro dell’economia industriale grazie a una combinazione unica di densità energetica, affidabilità ed efficienza. Nel trasporto pesante alimenta camion, autobus e navi che muovono la gran parte delle merci, garantendo autonomia e coppia elevate anche a pieno carico.
In agricoltura è il carburante di trattori e mietitrebbie, macchine che richiedono potenza costante per ore in condizioni difficili. L’edilizia e le miniere dipendono da escavatori e gru diesel, capaci di lavorare dove non arriva una rete elettrica.
Anche la logistica portuale e ferroviaria ne fa largo uso, così come i gruppi elettrogeni che assicurano energia di emergenza a ospedali, data center e cantieri.
Il carburante è un costo di base del trasporto merci: quando sale, aumentano i prezzi di alimentari, materiali da costruzione, beni di consumo e prodotti online, creando un diffuso fenomeno inflattivo. L’effetto arriva con qualche settimana o mese di ritardo e colpisce di più i beni voluminosi e a basso margine.
Se i costi di trasporto e di produzione salgono, i consumatori spendono di più per beni essenziali e meno per il resto, e le imprese rinviano gli investimenti. Storicamente i picchi del prezzo del gasolio hanno preceduto o aggravato periodi di stagnazione economica. Trasporto marittimo e aereo diventano più costosi, il che indebolisce i vantaggi delle produzioni delocalizzate e può favorire filiere più corte e regionali.
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