Pensiero
Il diritto e il suo fondamento. Dall’antica Roma al COVID, da Hegel a Gaza
Il senso logico e deontologico del diritto quale «regolamento normativo dei rapporti sociali» è stato spesso complicato dalla incomprensione della sua origine, ovvero dalla frequente dimenticanza della sua formazione che, al di là di tante variabili, non può non essere ritenuta sempre identica per ogni agglomerato umano costretto dalle contingenze a convivere e a darsi per questo delle regole.
Anche l’eterna diatriba, spesso sterile, sugli elementi distintivi del diritto rispetto ad altre manifestazioni della vita dello spirito, in primis alla morale, ha finito spesso per oscurare questa verità elementare, contribuendo ad alimentare i tanti ultimi paradossi cui è approdato il fenomeno giuridico, legislativo e giudiziario.
La necessità della convivenza implica la necessità di un ordine, quindi richiede che vi sia una autorità capace di porre le regole, e di garantirne il rispetto, condizione indispensabile perché esse rimangano effettive. Ma implica altresì che si sia formata una coscienza comune di come esista già un ordine naturale che va messo in forma secondo quella naturalis ratio ciceroniana che distingue e dovrebbe sempre distinguere l’umano.
Ora, se occorre un potere che imponga le regole, siamo già nel campo della politica come azione di governo della comunità, ovvero le regole sono un prodotto della politica. Ma il potere, e quindi la politica, sono esposti alla possibilità dell’arbitrio e il diritto, da strumento di garanzia della ordinata convivenza sociale, può diventare strumento a sua volta di dominio e di arbitrio, tradendo la propria funzione.
Insomma, si innesca il fatale circolo vizioso per cui il diritto è prodotto della politica, dalla quale deve però difendersi. Secondo l’ineccepibile schema aristotelico, è un prodotto della razionalità umana che si esprime nella politica, ma finisce per potere essere travolto dalla stessa irrazionalità da cui viene travolta l’azione politica quando essa devia da quella funzione di governo che è anch’essa indispensabile per una ordinata vita di relazione.
Insomma, si pone il problema della giustizia delle regole, della loro imposizione e applicazione, ovvero della loro rispondenza alla finalità, sorretta dalla ragione, di realizzare il bene oggettivo. L’episodio di Salomone e delle due donne che rivendicavano la propria maternità sul medesimo bambino riassume in modo esemplare questo schema ideale della retta ragione che riconosce e salva a vantaggio di tutti un valore superiore di verità, per metterla a guardia del bene comune.
E il criterio della giustizia secondo ragione deve guidare il diritto e il potere, altrimenti esposti alla minaccia della prepotenza e della irragionevolezza. Di qui anche la esigenza, sentita fin dai tempi più antichi, di ancorare la legge umana ad un parametro oggettivo che, stando al di sopra di ogni soggettivismo ed egotismo, garantisca la fedeltà della legge alla sua vocazione ordinatrice e pacificatrice, e dunque ad una volontà superiore incontrovertibile.
Di qui il senso del diritto va ricercato in una dimensione metafisica che rifletta esigenze umane superiori. Anche la legge mosaica è stata dettata perché il popolo era di dura cervice, ed è rimasta valida al di là e al di sopra della storia.
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I greci non svilupparono per nulla un sistema giuridico organico quale quello partorito dalla razionalità pratica romana, ma la loro attitudine filosofica colse l’aspetto spirituale che ogni attività normativa poteva scoprire condizionando la direzione dell’operato umano.
Dunque, è sempre una divinità, Temi, madre di Dike a rappresentare lo spirito e la volontà di giustizia (Walter Otto, Gli dei della Grecia, pag. 157), ovvero a dare ordine alle cose attraverso la giustizia.
Infatti, attraverso le sue tre figlie, le Ore, Eunomia, Dike, e Irene – ovvero buon ordine, giustizia e pace – guida l’operato degli uomini. E Dike in particolare, che siede accanto a Zeus, ha il compito di indicare all’uomo il modo di condurre la propria esistenza secondo giustizia (dicaiusine), che vuol dire secondo la stessa armonia con cui si muove il mondo iscritto nel cosmo. Ed è costretta a vagare piangendo e strepitando quando qualcuno dei mortali contravviene a quelle indicazioni, guidato dalla propria insana hybris. In questo senso il concetto oggettivo e soggettivo di giustizia si saldano, e uomo giusto è chi pratica la giustizia secondo i criteri superiori preordinati.
Ulpiano tradurrà lo stesso concetto, con linguaggio pratico, nel suum cuique tribuere, da intendere in senso metaforico ampio, come regola di equilibrio oggettivo e non certo nel senso ristretto contabile della giustizia distributiva.
La giustizia suggerita da Dike è dunque equilibrio di rapporti e di azioni, quella misura che, se rotta dall’hybris, porta l’uomo alla perdizione, ovvero porta alla perdizione le genti governate dall’hybris.
Insomma, il mito richiamava felicemente ai criteri che debbono essere rispettati perché si abbia una vita buona e quindi anche un buon governo degli uomini. E quei criteri sono di origine divina, trascendono le volontà umane. Ma è anche evidente che l’esigenza di fissare questi criteri a priori non si sarebbe manifestata a sua volta, se l’esperienza non avesse mostrato che un ordine normativo implica il potere di attuarlo e il potere è sempre esposto al pericolo dell’arbitrio.
Ovvero al pericolo che le finalità pacificatrici e ordinatrici delle norme vengano tradite o stravolte da chi detiene il potere e lo impiega per scopi che nulla hanno a che fare con esse. Ogni forma di imposizione delle leggi per scopi che non sono quelli del bene della comunità, produce la degenerazione del diritto e la perdita della sua funzione sostanziale.
Di qui la necessità di predeterminare i criteri che debbono guidare un buon esercizio del potere e la sua valutazione in concreto. Di qui la necessità di ancorare la legge a una autorità superiore trascendente l’umano, non esposta ai capricci del tempo e delle passioni tristi, che non può e non deve essere messa in discussione e tanto meno disattesa.
Dunque, al di là della genesi che si può attribuire in generale al fenomeno giuridico e alle diverse disposizioni antropologiche, vi sono delle costanti evidenti, come è appunto il presupposto religioso quale fondamento che garantisce stabilità e coerenza al sistema normativo.
Tutti i concetti fondamentali afferenti al mondo del diritto possono poi essere ricercati nella eredità giuridica di Roma che è stata capace di creare il sistema più compiuto e geniale, generalmente accolto o riconosciuto nel tempo quale archetipo indiscusso ed esemplare.
Possiamo osservare anzitutto che, se dal medievale «directum» si è imposta una terminologia diventata corrente per definire ogni sistema normativo dell’Europa continentale, è lo jus romano originario a riportarci alla sua più profonda prospettiva concettuale.
La radice comune con jussum implica il comando e quindi il potere e l’autorità di imporre l’obbedienza alle regole e garantirne l’osservanza attraverso i necessari mezzi coercitivi, morali e all’occorrenza materiali. Ma ha anche la stessa radice di Juppiter ed è anzitutto una formula religiosa quella che all’inizio ha forza di legge, per lungo tempo appannaggio del Pontifex, il quale interpreta e trasmette al popolo la volontà divina.
Abbiamo visto come la regola porti con sé anche l’esigenza di un contenuto adeguato alla sua funzione, e in questo senso sia buona, cioè giusta. Dallo jus deriva anche la romana justitia arrivata anche nella terminologia fino a noi.
Dunque anche il diritto arcaico romano ebbe un fondamento squisitamente religioso e proprio da quello che sarebbe diventato il più grandioso sistema giuridico mai creato vediamo come il diritto abbia richiesto fin dall’origine un forte e rassicurante ancoraggio in una volontà superiore e trascendente, secondo una connessione che ha accompagnato tutta la storia umana sia pure in forme e misura variabile, e che sono state rimesse alla volontà degli dei le regole della vita sociale, alla quali si è voluta dare stabilità.
Insomma, nella visione in cui Dio vuole il bene degli uomini e la loro ordinata sopravvivenza, la legge divina quale legge naturale che precede la legge umana pone ad essa i criteri indefettibili sui quali deve essere modellata per presentarsi anche come giusta. Il criterio della giustizia ha bisogno di essere formulato al di là e al disopra delle particolarità e delle contingenze storiche e sociopolitiche, dei venti di dottrina, e modellato sulle leggi eterne del buon vivere comune.
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Tuttavia, bisogna anche precisare che un conto è il piano del diritto interno, che regola la vita di una comunità omogenea e autonoma, e, prima ancora, quello della coscienza che guida il comportamento individuale, e un conto quello dei rapporti tra comunità estranee fra loro e tendenzialmente in conflitto.
Qui il campo dell’etica si articola secondo criteri che spesso hanno poco a che fare con quelli della morale individuale e dell’etica collettiva in cui va la prima a riflettersi. Di fatto qui prende corpo quella che impropriamente chiamiamo legge del più forte, perché non rappresenta un qualche principio normativo, quanto un fenomeno oggettivo della realtà effettuale e che, se proprio gli si volesse conferire un contenuto normativo, andrebbe avvicinata alle leggi da cui sono governate le specie animali, leggi che chiamiamo naturali in quanto rispecchiano una realtà empiricamente verificata.
A proposito di Roma, è stato osservato come, al pari del diritto privato, dominato dai principi della buona fede e dell’equità, la vita privata continuò a svolgersi secondo principi etici consolidati, mentre nella vita pubblica dominava già l’homo homini lupus. Segno che la logica e la coerenza interna al sistema, e allo stesso tempo la miracolosa capacità di armonizzare l’ancoraggio ai principi del mos maiorum con la necessità di modellare nuovi istituti alle sempre mutevoli contingenze socioeconomiche, attraverso la creatività delle proprie magistrature, assicurò la sopravvivenza secolare del sistema al di là delle fortissime turbolenze interne ed esterne.
«Religione, Politica e Diritto, configurano tre aspetti della Norma i quali risulteranno a Roma strettamente vincolati tra loro». E questa connessione rispondeva e risponde oggettivamente ad una esigenza profonda la cui dimenticanza può generare mostri, come ha dimostrato e continua a dimostrare la storia. Ma, come vedremo presto, può generare mostri anche quella torsione particolare tra religione e politica che si è verificata ab antiquo nell’ebraismo e in tempi più vicini con il protestantesimo specie calvinista.
D’altra parte, se Dio è anche il legislatore dichiarato, il problema del fondamento della legge è stato posto nei suoi termini teorici. Ma questo non esaurisce di per sé ancora quello dei contenuti, della bontà delle leggi, che si trasferisce sul dio legislatore. Dunque, si pone il problema della teodicea e della sua possibile contraddizione interna. Ed è evidente come si profili ancora l’ombra di un circolo vizioso quando la legge che si fa discendere da Dio contraddica proprio quella funzione ordinatrice e pacificatrice che le era stata attribuita.
Circolo vizioso dal quale è possibile uscire soltanto mettendo a fuoco quale sia la legge fondamentale che sostanzia la volontà divina. Più semplicemente, di fronte ad una molteplicità di teodicee, occorre affrontare la realtà di un diverso spirito che sostanzia l’una o l’altra. E soprattutto la diversità dei canoni ermeneutici a seconda dei campi di applicazione, ovvero delle regole che debbono guidare la vita interna di una società da un lato e quelle da applicare nei rapporti tra le diverse società e culture.
Non per nulla oggi si torna a parlare molto di teologia politica di fronte a fenomeni a volte contraddittori, a volte persino malignamente coerenti afferenti al rapporto tra religione, diritto e politica.
A questo proposito è particolarmente interessante rileggere quello Spirito del Cristianesimo e il suo destino che raccoglie alcuni scritti giovanili di Hegel, pubblicati postumi, e che offre non pochi spunti di riflessione sulle terribili vicende mediorientali.
Occorre subito precisare anzitutto che per «destino» vi si intendono le conseguenze che certi presupposti religiosi determinano nella realtà sociopolitica. Infatti, nella visione ideale offerta dal cristianesimo, letto ovviamente in chiave protestante come Chateubriand lo leggeva in chiave cattolica, poiché il presupposto su cui si fonda e da cui muove è l’amore, le conseguenze che ne derivano razionalmente sono la tendenza verso una pace universale che, se non è quella perpetua della utopia kantiana, guida la vita dei popoli nella direzione del bene comune interno e della convivenza pacifica all’esterno.
Ora, mettendo da parte questo assunto per il momento, è interessante fermare l’attenzione sul paragone che egli propone con l’ebraismo e con la cultura abramitica.
Se da un lato il cristianesimo ha come legge fondamentale quella dell’amore, pur declinato e di fatto interpretato in una grande varietà di accezioni, «il Dio di Abramo disprezza tutto il mondo tranne il popolo eletto unico favorito, con il corollario che questo sceglie con Abramo di vivere in assoluta separatezza ideale dagli altri, mentre la sua liberazione è espressione del favore di Dio e non frutto della propria volontà».
Dunque, secondo questa interpretazione, il destino del popolo ebraico è quello di una profonda scissione anche rispetto alla natura, mentre ogni sua liberazione sarà fonte di inimicizia aggressiva nei confronti degli altri popoli con cui verrà in contatto.
Inutile dire come questa analisi teologico politica si adatti alla tragica realtà che abbiamo ora sotto gli occhi, e possa spiegare scelte che appaiono insensate e incomprensibili anche da un punto di vista dell’utile meramente politico. Ma i fatti di Gaza e il fine di annientamento che guidano i comandi israeliani e non impensieriscono i loro concittadini sembrano inverare la analisi hegeliana della separatezza ancestrale anche dagli altri uomini e dal comune sentire, ma con in più la allucinata determinazione psicotica che fu propria, per ironia della sorte, dei famigerati persecutori degli ebrei nel cuore dell’Europa.
Segno che affermare il fondamento trascendente delle azioni umane è necessario e plausibile soltanto in quanto orienti al bene l’operato degli uomini che hanno il compito di attivare a questo scopo il dono della ragione. Questa è stata anche la lezione di Benedetto XVI a Regensburg, il cui monito era ad ampio spettro e si rivolgeva di certo a tutti quanti cerchino di agire con ingiustizia nel nome di Dio.
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Va anche osservato come le stesse ascendenze religiose di quel protestantesimo che condivide con l’ebraismo l’elezione divina sembrano produrre in molti casi i medesimi effetti insensati e altrettanto devastanti, ben al di là del campo della economia capitalistica in cui il fenomeno è stato rilevato da Weber.
Quella stessa elezione divina che dal calvinismo all’inizio è stata riservata all’individuo, alla fine ha potuto diventare genericamente, specie nella autostima angloamericana, elezione di popolo. Ma soprattutto ha potuto tradursi, in oligarchie dinastiche e di censo sostanzialmente atee, nella ipertrofia di un ego onnipotente e legibus solutus. E dunque capace di tutto.
Di qui la consonanza di sensi e visione del mondo che lega la oligarchia statunitense a Israele. Una oligarchia che cerca nel conflitto procurato e perpetuo la conferma del proprio destino di potere su uomini e cose. Salvo poi incappare negli imprevisti della storia e negli errori di calcolo che distruggono spesso i teoremi e le allucinazioni della volontà di potenza.
Del resto, come è stato osservato, Hegel nel riferirsi all’ebraismo proponeva semplicemente un modello negativo da non seguire, un paradigma dal quale bisognava staccarsi nella certezza che il bene individuale e collettivo può venire soltanto dalla conciliazione tra Dio, uomo e natura, che sola può contribuire ad una vita buona per tutti.
Il problema del rapporto tra Cristianesimo, diritto e politica, non è proponibile in uno spazio limitato. Esso è stato molto articolato anche in ragione di un pensiero teologico in perenne affanno filosofico e dei travagli politici della Chiesa fino alla sua secolarizzazione avviata col Concilio Vaticano II e quasi completata ormai da Bergoglio nel plauso degli ateisti che confondono la religione con la religiosità della ideologia.
Del resto, la connessione stessa tra religione, diritto e politica e i loro condizionamenti reciproci si articola sempre in modi molto diversi, nel tempo e nello spazio.
Basti pensare ad esempio alla capacità singolare dimostrata dal diritto romano di mantenere nel tempo la propria coerenza concettuale in una articolata rete di istituti consolidati e paradigmatici, al di là di ogni turbolenza politica e di ogni convulsione della storia. Forse è stata proprio questa solidità persistente della creazione giuridica romana a far sì che il concetto stesso di diritto sia rimasto definito e incontaminato nella sua sostanza concettuale e ideale e sia vissuto di luce propria almeno fino ai giorni nostri dove, svuotato di ogni contenuto di valore, ma caricato soltanto della funzione coercitiva utile al potere dominante, si riduce a mero e brutale instrumentum regni al quale regno assicura una suggestionata e cieca obbedienza.
Ora infatti abbiamo a che fare con fenomeni normativi contingenti quanto aberranti che del diritto tradiscono il senso e la funzione e condividono abusivamente con esso solo il nome. Norme positive, cioè poste, che traggono la propria cogenza soltanto dalla validità formale e ottengono quindi obbedienza indipendentemente dalla loro intima contraddizione con il senso e la funzione propria del diritto, e con il dettato costituzionale.
Perché la stessa Costituzione, da legge fondamentale scritta, è diventata manu militari, cioè in via politica, un vaporoso insieme di massime estemporanee liberamente interpretabili in senso favorevole al demagogo di turno, come l’oroscopo di un settimanale femminile.
In altri termini, del perverso, e sempre in agguato, circolo vizioso tra politica e diritto sottomesso al suo arbitrio, oggi viviamo ulteriori e spettacolari manifestazioni, in ragione anche di fenomeni inediti. Infatti, oggi, dopo secoli di elaborazione del pensiero giuridico e del pensiero politico, di impennate verso il superamento e l’uscita dal circolo vizioso attraverso l’utopia democratica, ci vediamo precipitati, all’interno come all’esterno, nel punto più basso della degenerazione del diritto pubblico e privato e, nei suoi limiti, internazionale, almeno in proporzione con quelli che ne erano stati ritenuti i progressi.
Per non dire della devastazione dei principi etici che dal diritto debbono essere messi in forma. Il diritto soggettivo, che dovrebbe rappresentare la tutela accordata ad un interesse meritevole per la collettività, diventa la coccarda appuntata sul petto di ogni fenomeno contro ragione e contro natura.
L’arbitrarietà con cui viene tradita la morale cristiana, la funzione sostanziale del diritto e della politica, riproducono le insensatezze, le imposture o le mostruosità etiche che corrispondono perfettamente a quelle estetiche. Queste spesso si presentano con l’etichetta di arte contemporanea, mentre distano dal concetto di arte che ha potuto formarsi su modelli storicamente riconosciuti dallo spirito, dall’intelletto e dalla sensibilità umana fino a quando questi non sono stati prima confusi e poi del tutto ottusi da corrive quanto plateali imposture.
Parimenti il concetto di diritto oggettivo, come quello di diritto soggettivo che dal primo nasce per filiazione quando una pretesa del soggetto, individuale o collettivo, viene riconosciuta meritevole di tutela, è ormai radicalmente contraffatto. Primo perché non ricava la propria validità da un base razionale, ma semplicemente dal potere che lo pone. Valga per tutti l’esempio delle restrizioni imposte con la cosiddetta pandemia non sulla base della conoscenza dei fatti, ma per la sudditanza di fronte a sistemi di potere incontrollati riconosciuti superiori una tantum. Tutto riassunto in un compendio, abbiamo trovato la abolizione della sovranità normativa, la confusione tra i poteri dello Stato. la degenerazione degli assetti istituzionali.
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La riduzione del diritto a mero strumento di potere arbitrario sta soprattutto nella distruzione di ogni principio etico fondamentale per la tenuta e la sopravvivenza di qualunque società umana. La nostra si vota alla autodistruzione perché violenta la natura, normalizzando omosessualità e genderismo e imponendo questa violenza anche ai più indifesi. Eleva a diritto la soppressione dei nascituri e dei superflui ingombranti, o dei fornitori di pezzi di ricambio che servono soltanto se espiantati ai vivi. E altre amenità rese possibili dallo spaccio di parole truffaldine, falsi sentimenti e ragionamenti fasulli.
Le leggi non servono più a governare il caos, ma ad alimentarlo. Prodotto obbligato del deterioramento fatale di un pensiero religioso, giuridico e politico, una volta innescato, il caos sembra oggi divenuto proprio l’obiettivo costante che il potere utilizza per consolidarsi. Perché in mezzo ad esso, nella notte in cui tutte le vacche sono nere è difficile che gli individui riescano ad aggregarsi, a trovare la coerenza di una forza d’urto capace di squarciare il buio della ragione e mettere a nudo la mancanza di senso in cui è gettata la vita individuale e collettiva, sulla quale viene organizzato e amministrato proprio il caos.
In mezzo ad esso il potere infatti può sussistere e mantenersi in piedi, grazie alla cieca e irresponsabile accondiscendenza di alcuni, alla miope rassegnazione di molti, alla impermeabile e colpevole inconsapevolezza dei più.
Infatti, questo caos non turba troppo la ben oleata ignavia di una società in coma, o la turba quel tanto che le è concesso per ritenersi ancora padrona di sé, illudersi della propria esistenza, e non avere quindi motivo per rivendicare la propria autodeterminazione culturale e politica.
Viviamo nella società dei non pensanti, forse in restringimento quantitativo, ma pur sempre capace di dare al potere una certa fiducia in se stesso. Altrimenti l’Occidente avrebbe altre classi dirigenti. Un altro ministro degli esteri, e un altro ministro del merito, un altro apparato di governo in generale, altri soggetti istituzionali.
Saremmo un popolo memore di una storia, di un’etica comunitaria e di una morale individuale, di una eredità di pensiero religioso, giuridico e filosofico di prim’ordine, prima che venisse il tempo, non tanto degli sciacalli, e delle jene, quanto quello dei piccoli uomini insignificanti quanto pericolosi perché servi sciocchi e senza volto, ovvero senza responsabilità.
Patrizia Fermani
Articolo previamente apparso su Ricognizioni.
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Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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Immagini © Renovatio 21
Pensiero
Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori
Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.
Ci troviamo a un punto di svolta storico. E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero. Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.— Brivael Le Pogam (@brivael) July 7, 2026
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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri
Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier. La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato. Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri. Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà. Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
L’altra specie di uomo: il costruttore
Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi. Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé. E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.It’s the Age of Builders.
(sorry financiers and talkers) — Naval (@naval) June 18, 2026
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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole
Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci. Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti. Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo. Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella. Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Un aneddoto che dice tutto
Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai. Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera. Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Quel mondo sta morendo
Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire. Ma in fondo, sa già di aver perso. Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.L’IA ha rimescolato le carte
Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale. L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani. È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.Il vero reset
Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso. La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione. Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato. Brivael Le PogamIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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