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Il cardinale Eijk: «diversi cardinali e vescovi esprimeranno le loro obiezioni a Roma»

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Anche il cardinale olandese Willem Eijk ha espresso la sua contrarietà al rapporto finale del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo sulla Sinodalità. In un articolo di opinione pubblicato il 14 maggio 2026 dal National Catholic Register, l’arcivescovo di Utrecht e primate dei Paesi Bassi afferma che questo documento non è semplicemente una riflessione pastorale, ma un attacco diretto alla dottrina morale cattolica.

 

Fin dalle prime righe del suo testo, il cardinale Eijk denuncia «una preoccupante rottura con il costante insegnamento morale della Chiesa cattolica». Afferma che, anche se «gli autori sostengono di non possedere ‘le competenze o, soprattutto, la necessaria autorizzazione ecclesiastica’ per affrontare in modo definitivo specifiche questioni morali, la metodologia e la struttura del rapporto minano sistematicamente la capacità della Chiesa di proclamare e applicare la propria dottrina morale».

 

Il cardinale ha subito aggiunto: «non si tratta semplicemente di una carenza tecnica, bensì di una contraddizione fondamentale con l’insegnamento cattolico che esige una risposta energica».

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«Gli atti omosessuali sono intrinsecamente sbagliati»

Il cardinale Eijk inizia denunciando il trattamento riservato alle relazioni omosessuali nella relazione sinodale. Il prelato sottolinea in particolare un passaggio in cui si afferma che un testimone «dichiara di aver scoperto che il peccato, alla sua radice, non consiste nella relazione di coppia omosessuale, ma nella mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra realizzazione».

 

Il cardinale ha immediatamente denunciato tale affermazione: «il ragionamento di questo testimone è fondamentalmente errato. Gli atti omosessuali sono intrinsecamente malvagi: questa è una dottrina cattolica consolidata. Un cristiano credente che commette tali atti certamente manca di fede nella misura in cui non confida nella grazia di Dio, che gli permette di evitare il peccato. Ma questo non significa che il peccato risieda principalmente nella mancanza di fede piuttosto che nell’atto stesso, come suggerisce questo testimone».

 

Il cardinale si è poi concentrato sulla seconda testimonianza presentata nella relazione, quella di una persona che inizialmente si era rivolta a Courage International, un apostolato cattolico che aiuta le persone con tendenze omosessuali a vivere secondo la castità cristiana.

 

Secondo lui, il rapporto presenta questo apostolato in modo profondamente ingiusto: «il rapporto ritrae Courage in modo negativo, suggerendo che ‘separi fede e sessualità’ e affermando falsamente che offra terapie di conversione».

 

Il cardinale riassume quindi la logica della testimonianza scelta dagli autori: il testimone trova infine rifugio nelle comunità cristiane e presso sacerdoti che accolgono «persone rifiutate perché appartenenti alla comunità LGBT». L’implicazione ovvia è che questo secondo testimone, che vive una relazione omosessuale, lo fa con il sostegno e l’approvazione di questi sacerdoti e di queste comunità».

 

Il cardinale Eijk ritiene che il rapporto contribuisca direttamente alla normalizzazione delle unioni omosessuali nella vita ecclesiastica: «evidenziando tali testimonianze senza un commento dottrinale, il rapporto di fatto normalizza le relazioni omosessuali in un contesto ecclesiastico. Ciò rappresenta un chiaro tentativo di indebolire la proclamazione della dottrina morale cattolica».

 

«Una rottura radicale con la teologia morale cattolica»

Per il cardinale Eijk, il problema va ben oltre le questioni puramente sessuali. La sua principale critica riguarda il quadro metodologico complessivo adottato dagli autori del rapporto: «gli autori subordinano tutto alla descrizione di un “processo sinodale” incentrato sulle pratiche e sulle esperienze delle persone. Rifiutano esplicitamente ciò che definiscono “la proclamazione astratta e l’applicazione deduttiva di principi stabiliti in modo immutabile e rigido”. Al contrario, auspicano il mantenimento di “una feconda tensione tra quanto stabilito dalla dottrina della Chiesa, la sua prassi pastorale e le esperienze vissute”».

 

Il cardinale denuncia questo approccio: «Questo linguaggio appare pastorale e cristocentrico, ma cela una rottura radicale con la teologia morale cattolica».

 

Il cardinale critica poi l’uso che il rapporto fa delle parole di Cristo: «il sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il sabato». Gli autori le usano per suggerire che le norme morali non sono assolute e che dovrebbero essere ammesse delle eccezioni in base alle circostanze individuali.

 

Il cardinale replicò con fermezza: «Questa è un’interpretazione fondamentalmente errata delle Scritture». Spiegò poi: «L’insegnamento di Gesù sul sabato riguardava la legge positiva divina, ovvero le norme rivelate nelle Scritture che non sono intrinsecamente assolute, se non quando coincidono con la legge naturale. Le leggi liturgiche ebraiche sono effettivamente scomparse nel Nuovo Testamento. Ma la legge morale riguardante il matrimonio e la sessualità è di natura completamente diversa».

 

Il cardinale spiega: «Queste norme derivano dal diritto naturale, che riflette le intenzioni di Dio nella creazione dell’umanità, del matrimonio e della sessualità stessa». Il cardinale ribadisce che «ogni atto che violi le intenzioni creative di Dio riguardo al matrimonio e alla sessualità è sempre inammissibile, senza eccezioni».

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«Un’ambiguità deliberata»

Il cardinale accusa gli autori del rapporto di aver deliberatamente creato confusione dottrinale. Cita in particolare questo passaggio del documento: «la verità universale dell’uomo, nella sua espressione storica, non può essere determinata una volta per tutte, ma si trova nelle forme concrete delle diverse culture, in un dialogo continuo». Il cardinale risponde categoricamente: «Questo è semplicemente falso».

 

Poi spiega: «Le intenzioni con cui Dio ha creato la persona umana nel contesto del matrimonio e della sessualità sono verità universali, stabilite una volta per tutte, che gli esseri umani possono conoscere spontaneamente attraverso la legge morale naturale e che si trovano nella Sacra Scrittura. San Paolo insegna che quando i Gentili «adempiono naturalmente i precetti della legge, essi, che non hanno la legge, sono legge a se stessi. Dimostrano che i precetti della legge sono scritti nei loro cuori» (Rom 2,14-15).

 

Il cardinale critica la nozione di «cura pastorale» utilizzata nella relazione. Gli autori cercano di evitare «un approccio orientato alla risoluzione dei problemi», rifiutano anche «una soluzione generalizzabile» e preferiscono «modalità concrete per avviare un processo attraverso l’ascolto».

 

Il cardinale ha quindi riassunto il loro approccio: «Questo rappresenta ‘andare oltre il modello teorico che deriva la prassi da una dottrina “preconfezionata”». Ha poi commentato duramente: «In altre parole, la relazione rifiuta l’applicazione della dottrina della Chiesa e della teologia morale classica nella cura pastorale e nella confessione».

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Un errore che ha avuto origine negli anni Sessanta

Il cardinale vede in questo approccio l’eredità diretta di un vecchio errore teologico: «Deriva da un persistente fraintendimento che ha afflitto la teologia pastorale fin dagli anni Sessanta: l’idea che la cura pastorale consista nel trovare compromessi tra l’insegnamento morale della Chiesa e la realtà concreta della vita delle persone. Questo approccio presuppone che la verità morale abbia un duplice statuto: da un lato, una verità dottrinale astratta, dall’altro, una verità esistenziale concreta, con priorità data a quest’ultima per consentire eccezioni alle norme universali».

 

Rifacendosi all’enciclica Veritatis Splendor (1993) di Giovanni Paolo II, che cercava di affrontare la crisi morale emersa negli anni Sessanta – l’epoca del Concilio Vaticano II e degli eventi del maggio ’68 – ma che purtroppo tentava di rifondare la morale cattolica in una nuova ed errata prospettiva personalista, il cardinale contrappone questo falso approccio pastorale, derivante da quel periodo, alla vera missione del pastore: «Il vero accompagnamento pastorale non cerca compromessi con la verità morale. Il pastore conduce le persone alla verità, che si trova in ultima analisi nella Persona di Gesù Cristo. Egli deve incoraggiare coloro che gli sono affidati a conformare le proprie azioni alla verità espressa nelle norme morali. Non c’è vera carità pastorale nell’oscurare la verità morale o nel suggerire che le norme universali ammettano eccezioni basate sulle circostanze individuali».

 

«Questa notizia deve essere categoricamente smentita»

In conclusione, il cardinale Eijk sostiene che le conseguenze del documento si estendono ben oltre le questioni sessuali: «il rapporto del Gruppo di Studio n. 9 contraddice radicalmente la dottrina morale cattolica e ne mina profondamente l’applicazione alla condotta morale. Relativizza la dottrina morale della Chiesa, con conseguenze che vanno ben oltre le questioni di sessualità e che riguardano persino la tutela della vita umana stessa. Questo rapporto deve essere fermamente confutato».

 

Infine, egli afferma che «i fedeli possono essere certi che numerosi cardinali e vescovi faranno conoscere le loro obiezioni al Magistero Romano. L’insegnamento della Chiesa non è né oscuro né soggetto a revisione tramite processi sinodali. È la verità che ci rende liberi».

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Prima messa pontificale tradizionale

La posizione del cardinale Eijk è accompagnata, nel prelato olandese, da un chiaro interesse per la liturgia tradizionale della Chiesa.

 

Il 15 marzo, l’Arcivescovo di Utrecht ha celebrato pubblicamente la prima Messa pontificale solenne nei Paesi Bassi secondo il rito romano tradizionale, nella Chiesa dell’Immacolata Concezione di Oss, in occasione della Domenica Laetare . Questa cerimonia, che ha attirato molti fedeli nonostante le critiche di alcuni media progressisti, è stata descritta dallo stesso cardinale come «un’esperienza impressionante e indimenticabile».

 

Il prelato ha sottolineato in particolare la massiccia presenza di giovani e famiglie, evidenziando anche l’importanza del silenzio liturgico, le numerose confessioni ascoltate in questa occasione, nonché l’orientamento del sacerdote verso Dio: «il sacerdote non celebra ‘dando le spalle al popolo’, ma rivolto verso l’altare e, di conseguenza, verso Cristo».

 

Il cardinale Eijk ha inoltre osservato un fenomeno che molti sacerdoti stanno riscontrando oggi in diversi paesi europei: il ritorno di alcuni giovani alla fede cattolica attraverso la liturgia tradizionale. «È sorprendente che un numero significativo di loro stia ritrovando la via verso Cristo e la sua Chiesa attraverso la Messa tridentina».

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Diocesi americana chiede alle parrocchie di dichiarare bancarotta per finanziare i risarcimenti per gli abusi sessuali

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La diocesi di Buffalo, Nuova York, ha rilasciato un mese fa una dichiarazione annunciando di aver invitato tutte le sue parrocchie a presentare istanza di fallimento per raggiungere un accordo con le vittime di abusi sessuali. Lo riporta LifeSite.   In una dichiarazione del 30 maggio, la diocesi ha affermato di aver chiesto a tutte le sue parrocchie di presentare istanza di fallimento «accelerato pre-concordato» ai sensi della procedura fallimentare chiamata Chapter 11, che consentirebbe a ciascuna parrocchia di ristrutturare le proprie finanze ed evitare la liquidazione dei propri beni, al fine di pagare un risarcimento di 150 milioni di dollari a oltre 800 vittime di abusi da parte del clero e chiudere il caso. La diocesi ha sottolineato che ogni parrocchia sarà in stato di fallimento solo per circa 48 ore e che la procedura potrà procedere solo se e quando tutte le parrocchie avranno approvato la proposta.   Questo sviluppo giunge quasi un anno dopo che la diocesi aveva annunciato l’intenzione di licenziare circa il 22% del proprio personale per contribuire a finanziare l’accordo.

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«Questo approccio è stato discusso tra tutti i parroci ed è quello seguito dalle parrocchie della diocesi di Rockville Centre e dell’arcidiocesi di Nuova Orleans, che ha portato alla risoluzione positiva e all’uscita dai rispettivi casi di fallimento ai sensi del Chapter 11», ha scritto la diocesi nel suo annuncio.   «Forniremo ulteriori aggiornamenti man mano che questo processo progredirà e siamo incoraggiati dalla possibilità di offrire finalmente alle vittime-sopravvissute la possibilità di trovare pace e guarigione», prosegue la dichiarazione. «Con la prospettiva di raggiungere finalmente questo obiettivo, guardiamo al futuro con rinnovato impegno e concentrazione sulla nostra missione e sul nostro lavoro al servizio dei fedeli cattolici in tutto lo stato di New York occidentale e nella nostra comunità più ampia».   Durante un’intervista con ABC7 Buffalo, monsignor Robert Zapfel, membro del Consiglio finanziario diocesano, ha affermato che, poiché la procedura fallimentare è «di portata limitata», il merito creditizio delle parrocchie non subirà ripercussioni negative.   Monsignor Zapfel ha inoltre chiarito alla rete televisiva che se anche una sola parrocchia votasse «no», l’intera proposta fallirebbe «perché le compagnie assicurative non accetterebbero mai di assicurare quella parrocchia, che potrebbe essere esposta a uno o due sinistri, o addirittura a nessuno, ma (potrebbe averne) in futuro». Il monsignore ha aggiunto che se questo piano fallisse, la diocesi sarebbe costretta a ricominciare da capo perché al momento non esiste un «piano B».   I parrocchiani della diocesi di Buffalo hanno dichiarato ad ABC7 di non essere convinti dall’affermazione di monsignor Zapfel secondo cui il fallimento non avrebbe gravi ripercussioni finanziarie per le parrocchie di Buffalo.   I sacerdoti accusati in modo credibile avevano precedentemente concelebrato la messa nella parrocchia di monsignor Zapfel.   Un sopravvissuto ad abusi sessuali da parte del clero e difensore delle vittime nella diocesi di Buffalo, aveva precedentemente dichiarato a LifeSiteNews che la diocesi avrebbe potuto facilmente pagare il risarcimento senza prelevare un centesimo dai parrocchiani, licenziare dipendenti o danneggiare i fedeli che non avevano nulla a che fare con questi casi di abuso, attingendo alla Mother Cabrini Health Foundation, un’organizzazione no-profit che sostiene l’assistenza sanitaria e il benessere dei «newyorkesi vulnerabili» con un patrimonio di circa 4 miliardi di dollari. La Cabrini Foundation è nata dalla vendita, nel 2018, per 3,75 miliardi di dollari, di un ente no-profit, Fidelis Care, un’assicurazione sanitaria cattolica gestita dai vescovi delle otto diocesi di New York, il cui presidente era il cardinale Timothy Dolan.   Nell’agosto del 2025 la diocesi annunciò il licenziamento di circa il 22% del personale per contribuire a finanziare l’ingente risarcimento di 150 milioni di dollari concordato con centinaia di vittime di abusi solo pochi mesi prima.   Due mesi prima, a giugno, la diocesi aveva anche chiesto alle parrocchie di contribuire all’accordo con una percentuale compresa tra il 10% e l’80% delle loro entrate.

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Nel 2018, iniziarono a emergere notizie secondo cui la diocesi di Buffalo, sotto la guida di diversi vescovi, aveva insabbiato per decenni gli abusi commessi da sacerdoti, tra cui quello dell’allora vescovo Richard J. Malone. L’anno successivo, monsignor Malone si dimise in seguito allo scandalo scoppiato dopo che un’inchiesta vaticana rivelò che aveva coperto gli abusi sessuali su diversi seminaristi e aveva reintegrato nel ministero un sacerdote sorpreso due volte a consumare materiale pornografico omosessuale, tra le altre accuse.   Siobhan O’Connor, ex segretaria di monsignor Malone, contribuì alla sua caduta dopo aver denunciato la sua condotta corrotta durante un’intervista al programma televisivo di giornalismo d’inchiesta 60 Minutes sul canale CBS nel 2019.   Nel 2020, mentre si trovava ad affrontare oltre 900 cause legali relative a casi di abusi, la diocesi ha dichiarato bancarotta ai sensi del Chapter 11, che ha portato infine all’accordo da 150 milioni di dollari di aprile. Nel settembre 2024, il successore di monsignor Malone, il vescovo Michael Fisher, ha anche annunciato la chiusura di quasi 80 chiese e «luoghi di culto» nell’ambito di un più ampio piano di ristrutturazione chiamato «Road to Renewal» (La strada verso il rinnovamento).  

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Concistoro di giugno: Messa tradizionale accantonata, «guerra giusta» all’ordine del giorno

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Il prossimo concistoro straordinario convocato da Papa Leone XIV il 26, 27 e 29 giugno 2026 sta prendendo forma. E con esso si conferma una direzione già percepibile dall’inizio del nuovo pontificato: la questione liturgica, pur cruciale nell’attuale crisi della Chiesa, rimane in secondo piano. I cardinali saranno invece invitati a riflettere sulla situazione internazionale, sulla pace, sulla dottrina della «guerra giusta» e sulla prosecuzione del processo sinodale.

 

Secondo una lettera pubblicata dal blog italiano Messa in Latino e indirizzata il 3 giugno ai membri del Sacro Collegio dal Cardinale Giovanni Battista Re, Decano del Collegio Cardinalizio, i lavori del concistoro si struttureranno attorno ad alcuni temi: la situazione internazionale nel mondo e nella Chiesa, l’enciclica Magnifica Humanitas, recentemente pubblicata da Papa Leone XIV, e l’attuazione della prossima fase del Sinodo sulla Sinodalità. La liturgia, tuttavia, non è all’ordine del giorno.

 

Da gennaio a giugno: una graduale marginalizzazione

Il concistoro di gennaio aveva già fornito una prima indicazione. I cardinali erano stati invitati a scegliere due temi prioritari tra i quattro proposti dal Papa. Missione e sinodalità avevano ricevuto una priorità significativa, mentre la liturgia e la riforma della Curia erano state relegate in secondo piano.

 

Ai cardinali era stato inoltre distribuito un documento del cardinale Arthur Roche, Prefetto del Dicastero per il Culto Divino. Questo testo difendeva fermamente la Traditionis custodes e presentava il Messale di Paolo VI come «unica espressione della lex orandi del Rito Romano». Il Messale latino tradizionale era considerato solo una concessione temporanea, strettamente regolamentata, e non un diritto fondato sulla tradizione liturgica della Chiesa.

 

Questo documento aveva il merito di essere chiaro. Mostrava che, nella mente del dicastero romano responsabile della liturgia, la riforma post-conciliare non era una mera riforma disciplinare: era considerata la necessaria traduzione dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II.

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La relazione Roche non ha trovato spazio

Per diversi mesi, ci si aspettava che il cardinale Roche tornasse ai cardinali con una difesa più elaborata della Traditionis custodes. Il concistoro imminente sembrava offrire l’opportunità per un dibattito più approfondito, in particolare sull’applicazione delle restrizioni riguardanti la Messa tradizionale. Ciò non accadrà.

 

L’ordine del giorno inviato ai cardinali non include alcuna sessione dedicata alla liturgia. La relazione del prefetto del Culto Divino non sarà quindi discussa ufficialmente. Questo silenzio è tanto più sorprendente se si considera la scottante questione: le tensioni relative all’applicazione della Traditionis Custodes, le crescenti divisioni tra i vescovi e il contesto molto particolare delle consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X per il 1° luglio, appena due giorni dopo il concistoro.

 

Il paradosso del messaggio indirizzato ai vescovi di Francia

L’assenza della liturgia al concistoro giunge, tuttavia, quasi due mesi dopo un importante intervento della Santa Sede.

 

Durante l’assemblea plenaria primaverile della Conferenza Episcopale di Francia, svoltasi a Lourdes dal 24 al 27 marzo, il Cardinale Pietro Parolin ha indirizzato una lettera ai vescovi francesi a nome di Papa Leone XIV.

 

Il testo affrontava esplicitamente «il delicato tema della liturgia» e riconosceva l’esistenza di una «dolorosa ferita riguardante la celebrazione della Messa, il sacramento stesso dell’unità». La lettera invitava i vescovi a cercare «soluzioni concrete» che consentissero loro di «includere generosamente coloro che sono sinceramente legati al Vetus Ordo», pur rimanendo soggetti alle linee guida del Concilio Vaticano II.

 

Se la questione liturgica costituisce davvero una «ferita» abbastanza grave da giustificare l’intervento della Santa Sede presso l’episcopato francese, come si spiega che non sia stata ritenuta sufficientemente importante da essere inserita nell’ordine del giorno del concistoro straordinario dei cardinali?

 

Nel metodo sinodale ormai prediletto, l’organizzazione dei temi determina in larga misura la direzione delle conclusioni. Un argomento assente dall’ordine del giorno diventa una questione marginale, anche se menzionato di sfuggita. Si perde in una riflessione generale sulle tensioni ecclesiali, senza che ne venga riconosciuta la gravità dottrinale.

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Il futuro del cardinale Roche in bilico

L’assenza del dossier liturgico solleva anche interrogativi sul futuro del cardinale Arthur Roche. Il prefetto del Dicastero per il Culto Divino ha superato la normale età pensionabile (fissata a 75 anni). Rimane uno dei principali artefici diLa politica perseguita contro la Messa tradizionale durante il precedente pontificato.

 

Il suo documento di gennaio ha espresso in modo inequivocabile la logica di questa politica: la riforma liturgica post-conciliare è presentata come la necessaria espressione del Concilio Vaticano II, mentre il vecchio messale è tollerato solo nella misura in cui non metta in discussione l’adesione al Concilio e alla nuova liturgia.

 

Il fatto che questa linea non sia stata posta al centro del concistoro di giugno potrebbe essere interpretato da alcuni come un indebolimento della sua influenza. Sarebbe imprudente concludere troppo frettolosamente che stia per lasciare l’incarico. Ma è chiaro che Papa Leone XIV non sembra voler fare della difesa pubblica di Traditionis Custodes una delle priorità immediate del suo pontificato. Questo è un punto da tenere d’occhio.

 

Il vero problema rimane dottrinale.

Tuttavia, sarebbe illusorio ridurre la crisi liturgica a una questione di singoli individui. Il problema non risiede solo nel Cardinale Roche, né tantomeno in Traditionis Custodes. È più profondo.

 

Fin dalle riforme liturgiche di Paolo VI, la Messa tradizionale è stata troppo spesso trattata da Roma come una concessione da revocare o limitare a seconda delle circostanze. Sebbene gli indulti – Ecclesia Dei, Summorum Pontificum e poi Traditionis Custodes – abbiano certamente adottato toni e disposizioni diverse, non hanno mai pienamente riconosciuto il ruolo normativo della Messa tradizionale nella vita della Chiesa.

 

La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha sempre respinto questa logica di concessione. La Messa di sempre non è un privilegio concesso a pochi fedeli. È un tesoro della Chiesa, l’espressione liturgica della fede cattolica trasmessa e uno dei baluardi più sicuri contro le ambiguità dottrinali introdotte o alimentate dal Concilio Vaticano II e dalle sue riforme.

 

Il dibattito non può essere risolto con accordi pastorali. Non basta concedere una Messa tradizionale qua e là, per placare certi istituti o per ammorbidire la disciplina. Finché Roma continuerà a presentare la riforma post-conciliare come criterio di unità ecclesiale, il problema persisterà. La questione fondamentale è semplice: la Messa tradizional è pienamente legittima perché esprime la fede cattolica di sempre, oppure è solo una tolleranza temporanea destinata a scomparire una volta che i fedeli interessati avranno accettato la riforma conciliare? Tutto il resto deriva da questa risposta.

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Pace liturgica impossibile senza verità

Il concistoro di giugno evita quindi la questione liturgica. Forse per prudenza. Forse per tattica. Forse per il desiderio di non riaprire una questione estremamente delicata. Ma l’evitamento non è affatto una soluzione.

 

La Chiesa non troverà la pace aggirando le questioni che la feriscono più profondamente. Né la troverà dissolvendo le questioni dottrinali nel linguaggio della sinodalità, dell’ascolto e della riconciliazione. La vera pace presuppone la verità. E in ambito liturgico, la verità esige che riconosciamo ciò che la Messa tradizionale è veramente: non una reliquia del passato, ma la viva espressione della Tradizione cattolica.

 

Scegliendo di discutere della «guerra giusta» anziché della liturgia, il prossimo concistoro presenta l’immagine di una Roma preoccupata dalle dinamiche delle grandi potenze mondiali, ma esitante di fronte alla crisi interna della Chiesa. Prima o poi, però, il pontificato di Leone XIV dovrà affrontare questa questione: può esserci una vera unità cattolica finché la Messa tradizionale, che ha santificato la Chiesa per secoli, continua a essere considerata una concessione sospetta piuttosto che un bene comune di tutta la Chiesa?

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

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Mons. Schneider: un numero considerevole di leader della Chiesa ha perso la fede

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Il vescovo Athanasius Schneider di Astana, in Kazakistan, ha affermato che un «numero considerevole di alti prelati» ha «perso la fede cattolica». Lo riporta LifeSite.   «Vogliono un’altra Chiesa: metà protestante, metà mondana, adattata all’impressione del mondo», ha detto Schneider allo scrittore e podcasterro cattolico Matt Gaspers durante una discussione più ampia sul Concilio Vaticano II e la Fraternità Sacerdotale San Pio X.   «Negli ultimi 60 anni ce ne sono stati un numero considerevole. Hanno influenza nella Chiesa (…) Hanno promosso tutto ciò con convinzione interiore, con il desiderio di cambiare veramente la fede cattolica, di adattarla completamente al mondo e di avere una nuova religione che sia relativistica, una sorta di sincretismo», ha affermato il vescovo.   Il lasso di tempo da lui indicato fa riferimento alla conclusione del Concilio Vaticano II nel 1965 come punto di svolta per l’apparente ortodossia dei leader cattolici. Monsignor Schneider ha infatti criticato apertamente il Vaticano II e la perdita di un insegnamento chiaro e tradizionale – e della fede – che ne è conseguita.  

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Il prelato ha affermato che è «difficile» accertare quali membri del clero abbiano l’atteggiamento di «cambiare la fede cattolica», ma che possiamo dichiararne il risultato, i «frutti»: «Un’enorme confusione generale, offuscamento, oscurità riguardo alla dottrina, alla morale e alla liturgia».   Durante l’intervista, Gaspers e monsignor Schneider hanno concordato sul fatto che il Concilio Vaticano II stesso fosse problematico a causa delle sue affermazioni ambigue che potevano essere interpretate in modo eretico.   Gaspers ha chiesto al vescovo kazako perché il cardinale Victor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), stia chiedendo alla Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) di accettare incondizionatamente il Concilio Vaticano II come condizione per essere considerata «cattolica».   Il vescovo ha fatto notare che i papi del passato avevano chiesto la stessa cosa al fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X, l’arcivescovo Marcel Lefebvre. Anche solo chiedere a qualcuno di affermare che il Concilio Vaticano II è coerente con la tradizione significa chiedere «violenza alla propria ragione» o «un esercizio di acrobazie mentali», ha detto monsignor Schneider.   Infatti, papa Francesco, come papa Leone, ha presentato le sue innovazioni dottrinalmente «discutibili» come uno «sviluppo degli insegnamenti del Concilio Vaticano II», ha sottolineato il vescovo.   «Ma vediamo che è un disastro. Se il frutto è solo confusione, ambiguità, come può l’ambiguità essere la voce dello Spirito Santo?» ha detto monsignore. «Nessuno dà la vita per qualcosa di ambiguo», ha aggiunto.

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Come riportato da Renovatio 21, in un testo pubblicato giorni fa monsignor Schneider aveva dichiarato che le generazioni future rimpiangeranno le scomuniche della FSSPX. In un’altra comunicazione di questa primavera il vescovo aveva esortato a sostenere la Fraternità fondata da monsignor Lefebvre, arrivando a dire che la scomunica sarebbe invalida.   Precedentemente monsignor Schneider aveva dato una risposta al cardinale Fernandez e lanciato un appello a Leone XIV riguardo il tema delle nuove consacrazioni FSSPX del prossimo primo luglio. Il vescovo aveva inoltre raccontato che lo stesso pontefice regnante gli avrebbe detto di aver incontrato tanti giovani convertiti attraverso la Messa in latino.   Il mese scorso in un’intervista aveva dichiarato che la crisi nella Chiesa è provocata dall’infiltrazione della massoneria al suo interno. In una conversazione con un vaticanista aveva rivelato che vari vescovi segretamente non si sottomettono agli insegnamenti di Bergoglio.   Il vescovo, che è etnicamente tedesco, due mesi fa aveva accusato i vescovi germanici coinvolti nel progetto del «Cammino Sinodale», dicendo che passeranno alla storia come una «grande vergogna» per aver tradito la fede cattolica.    

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