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Immigrazione

I festeggiamenti per la nazionale del Marocco: simbolo perfetto del fallimento dell’integrazione

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Il Marocco ha vinto 3-0 contro la Spagna, passando ai quarti di finale dell’osceno mondiale qatariota.

 

L’avere vinto con la Spagna deve dare ai vicini marocchini, con cui non sono poche le frizioni (Ceuta, Melilla) un certo gusto.

 

Così, per festeggiare, i marocchini immigrati in Ispagna hanno pensato bene di mettere in piedi rivolte e devastazioni in varie città del Paese.

 

 

 

 

 

Non è una novità: il tollerante Belgio, dove ha sede l’ineffabile paradiso di bontà umanitaria che è l’Unione Europea, era stato messo a ferro e fuoco per i festeggiamenti del passaggio agli ottavi. Ricordiamo che Bruxelles è nota per le sue no-go zones, come il quartiere di Molenbek, da cui sarebbero partiti anche membri del commando ISIS che sterminò i ragazzini al Bataclan nel 2015.

 

 

 

Non è noto se per il trauma, anche stavolta, i poliziotti belgi hanno organizzato un’orgia in caserma, così per farsela passare.

 

Qualche fuocherello lo si è visto anche in Francia. Celerini in tenuta antisommossa bersagliati da razzi e petardi. Incendi. Urla d’inferno. Così festeggiano, se perdono non abbiamo idea.

 

 

Gustose anche le rivolte per la vittoria calcistica all’Aia ed Amsterdam – dove, come sa il lettore di Renovatio 21, i marocchini, con la loro mafia detta «Mocro», controllano il traffico di droga e sono la criminalità organizzata più efferata e spudorata, che fanno dei Paesi Bassi «un narco-Stato 2.0».

 

 

Ma veniamo a noi. Ecco l’Italia marocchina in festa perché hanno vinto contro la Spagna. Tanti ragazzotti felici. I marocchini in Italia sono tantissimi, al punto tale che, impropriamente e in modo politicamente scorrettissimo, alcuni chiamano qualsiasi immigrato nordafricano «marocchino».

 

Il censimento 2011 segnalava che vi sarebbero nel nostro Paese 452.424 marocchini, cioè 0,74% del totale degli abitanti dello Stivale. Ovviamente, questi sono quelli registrati. Non abbiamo idea di quanto dobbiamo moltiplicare questo numero se vogliamo provare a pensare quanti sono con gli irregolari: il doppio, il triplo, dieci volte? Non sappiamo. Ma sono tantissimi. E, ad occhio, non sono molto diversi da quelli che stanno in Belgio o in Spagna.

 

Ecco Milano l’altra sera, con una folla immensa di marocchini che festeggia i quarti di finale andando giù per Corso Buenos Aires.

 

 

 

 

 

 

Questa parrebbe essere la famosa piazza Gae Aulenti a Milano, dove è stato allestito un megaschermo. Singolare modo di festeggiare, tirando oggetti.

 

 

Bologna, fumogeno con inedito coretto «Allahu Akbar» in versione stadio. Eccezio.

 

 

Questa è la città di Vicenza. Il traffico di viale Milano, la zona degli immigrati, con le sue laterali piene di negozietti per stranieri, bloccato da auto con il clacson continuo.

 

 

Insomma è festa grande.

 

Dobbiamo dire che sono immagini che ci ricordano altro: la finale del mondiale 2006, quando migliaia di milanesi si riversavano verso piazza San Babila e piazza Duomo.

 

Chi scrive viveva a Milano all’epoca e ricorda perfettamente quel momento: c’era. In viale Venezia, dove la fiumana partita da Buenos Aires transitava per buttarsi nella fontana della divinità padana voluta da Formentini protoleghista, nessuna macchina veniva strattonata. Nessun fumogeno, nessun petardo, razzetto: e avevamo vinto la coppa del Mondo contro la Francia, squadra nemesi della nostra nazionale, in una partita pazzesca (testate, rigori, Materazzi…)

 

La cosa più strana che si potè vedere, testimoniamo, fu che ad una certa da un balcone di un palazzo di viale Venezia spuntò fuori Dino Meneghin. Altissimo, altissimissimo, tirò fuori una bandiera dell’Italia, con il sorrisone che gli riconosciamo. Sotto, un gruppetto di tifosi lo acclamavano. Bum: la vittoria ai mondiali aveva unificato perfino chi al calcio preferisce (giustamente) il basket.

 

Diciamo pure, l’atmosfera era tanto, tanto diversa da quella che si vedono in queste immagini, che, di fatto, non è che fanno molto per farci evitare di pensare ad una vera «grande sostituzione» in corso. Laddove c’erano i tifosi italiani, che festeggiavano civilmente, ora ci sono i marocchini, che tirano roba.

 

Non che la cosa stupisca. Renovatio 21 ha parlato del caso bizzarro della Bocconi, che ha un servizio per riaccompagnare a casa gli studenti attraverso il parco antistante, pubblicizzando la cosa senza mai dire perché ve ne sia bisogno.

 

E abbiamo presente cosa è diventata, a capodanno, viale Milano. Negli anni duemila abbiamo visto il bombardamento di petardi dei gruppetti di giovani (ma anche uomini maturi, a dire il vero), dall’aspetto maghrebino, rendere inavvicinabile la piazza della Madonnina a San Silvestro.

 

Non che all’estero sia diverso: ricordo, nel 2001, un capodanno ad Amsterdam: fuggimmo da Piazza Dam, divenuta un inferno di nordafricani che tiravano petardi addosso alla gente – lo posso testimoniare, perché lo vidi con i miei occhi: quei fuochi di artificio che in Italia si mettono in un angolo per allontanarsi con le dita nelle orecchie, quelli li scagliavano apposta contro gruppi di persone inconsapevoli. Poi ridevano.

 

Ricordo bene quella sera: scappando da quella situazione, finimmo in una piazzetta interna, dove assistemmo ad un alterco tra due levantini circondati da un gruppo; quando uno dei due che urlava fece vedere che aveva una pistola infilata nei pantaloni sotto la maglietta, presi con forza la mano della fidanzata, e ce ne andammo anche da lì con rapidità.

 

Il pomeriggio del 1° gennaio, quando tutto sembrava più calmo perché gli stronzi che hanno fatto le ore piccole magari sono a letto, facemmo una passeggiata. Ad un angolo della strada un ragazzo seduto a terra suonava un didgeridoo, lo strumento a fiato australiano, come una grande pipa di legno che, appoggiata al suolo, fa quei suoni tipo bordone – drone. Feci in tempo a vedere tutta la scena: un tizio, anche quello levantino, con il gruppetto di amici levantini, gli buttò un raudo di quelli belli potenti dentro il didgeridoo, senza che il ragazzo si accorgesse o avesse il tempo di reagire. Gli scoppiò praticamente a pochi centimetri dalla bocca, facendogli prendere un colpo. Reagì solo urlando «Happy New Year» in modo sarcastico, mentre i tizi stranieri lo deridevano.

 

Il problema è che si è andati molto oltre, poi. È l’escalation «Eros e Thanatos» che possiamo aspettarci: Dopo i petardi, le violenze sessuali.

 

Prima vi fu Colonia, dove durante il capodanno furono molestate qualcosa come 650 donne. Dapprima, silenzio. Poi emerse che erano in maggioranza provenienti dal Nordafrica, e che avevano usato violenza contro una quantità crescente di donne che, superate le reticenze, cominciarono a parlare: in tutta la Germania, saltò fuori che erano 1200 le donne che avevano sporto denuncia, con 400 nella sola Amburgo – la punta dell’iceberg, ovviamente,

 

Dal Duomo di Colonia al Duomo di Milano: ecco le violenze sessuali in serie sotto il Duomo di Milano, dove agli stranieri con evidenza il petardo molesto non basta più. Almeno dieci ragazze vengono circondate ed aggredite dal branco. I nomi dei fermati paiono tutti nordafricani.

 

Ma tranquilli, va tutto bene. Il fenomeno avrebbe pure un nome in arabo: taharrush gamea, la «molestia collettiva», che abbiamo visto al Cairo violare la giornalista Lara Logan, salvatasi per miracolo da una violenza sessuale di massa di crudeltà incomprensibile.

 

Non ci vuole davvero molto a comprendere, quindi, che queste immagini di incontenibile «gioia» delle masse immigrate marocchine che mettono a soqquadro tutte le città d’Europa siano la prova definitiva del fallimento dell’integrazione, e del fatto che l’immigrazione è solo un programma di distruzione e sostituzione della società preesistente.

 

Perché mai un marocchino, che vive in Italia, mangia in Italia, magari pure vota in Italia – ius soli! Ius scholae subito! – dovrebbe gioire devastando la città che lo ospita? Ubi panem ibi patria, dicevano gli antichi, ma ciò non sembra essere vero per i nostri immigrati. Sono andati via del Marocco, per venire da noi. Epperò tifano il Marocco, e vandalizzano la nostra terra se questo vince.

 

Che cosa ci stiamo perdendo del ragionamento?

 

La verità è che, con buona pace delle balle propalate dall’oligarcato con contorno di PD, cooperative-mangiatoia, giornali e chiesa cattolica, l’immigrato in nessun modo vuole integrarsi.

 

Non lo dice Renovatio 21, ma un rilievo dell’ISTAT dell’ottobre 2016: due immigrati di seconda generazione su 3 non si identificano nella Nazione o nel popolo italiani: si sente italiano il 38% e il 43% dichiara di «non sentirsi di appartenere all’Italia per quanto riguarda i doveri che avere la cittadinanza comporta».

 

Avete letto bene: il 66,6% dei figli degli immigrati non si sente italiano – e sono quelli cresciuti con la nostra lingua, la nostra scuola, la nostra TV, etc. Non sente di dover sottostare, quindi, alla legge italiana.

 

Ricordate l’origine del concetto di cittadinanza: nell’antichità, lo status di cittadino romano apparteneva ai membri della comunità politica romana, in quanto cittadini della città di Roma (civis romanus); non era legato all’essere un abitante di uno dei domini romani, almeno fino alla Constitutio Antoniniana, emanata dall’imperatore Caracalla nel 212, che concedeva la cittadinanza a tutte le popolazioni abitanti entro i confini dell’Impero.

 

Dire «civis romanus sum», «sono un cittadino romano», era motivo di orgoglio, perché era qualcosa che si era guadagnati duramente, e che dava prestigio e diritti.

 

Oggi invece, secondo la statistica, i figli degli immigrati ci dicono in faccia «civis romanus non sum», e godono.

 

Ora, vi è più chiaro da dove vengono le immagini che stiamo vedendo.

 

Uno chiede: ma allora, se non si sentono italiani, cosa si sentono? In queste sere, magari, si identificano come marocchini. Ma abbiamo visto altre forme acute di dis-identificazione con il Paese che li ospita: Peschiera del Garda. Ricordate? L’estate scorsa, il Garda invaso da migliaia e migliaia di ragazzini richiamati da uno strano messaggio «panafricano» diffuso sul social cinese TikTok, con volontà dichiarata di invadere la località lacustre per liberarla, provvisoriamente, dal controllo «italiano». Ricorderete anche cosa successe alle ragazze in treno: molestate nemmeno più per questioni sessuali, ma perché «italiane» che non potevano stare nel vagone occupato dallo sciame di teenager africani e nordafricani.

 

Come avevamo scritto all’epoca, questa identità «africana», che esiste solo come artificio per opporsi al nemico italiano, sparirà dalle vite dei bimbi nordafricani in pochi anni; a sostituirla, sarò magari un’identificazione con la ummah, la comunità islamica, secondo qualche predicazione salafita o wahabita dell’imam locale, e di lì il senso di appartenenza ancora più grande – più grande del calcio, della musica trap, della spavalderia giovanile – sarà fornito loro dalla jihad.

 

Quindi, vedere i marocchini che spaccano le città europee perché la loro squadra vince non è solo la plastica immagine del fallimento definitivo dell’integrazione e di ogni sua aspettativa: no, è il prodromo di una violenza molto più grande, e organizzata, che potrà essere portata sulle nostre città – e magari con qualche arma «scappata» all’Ucraina.

 

Qualcuno ci ha fatto finire qui. C’è un disegno, lo sapete.

 

Sarebbe anche arrivato il momento di cominciare a combatterlo davvero – perché la destra al governo, se non l’avete capito, sta facendo finta anche qui.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

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Il vescovo Strickland contro i vescovi americani per il loro loro silenzio sul traffico di bambini

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Il vescovo Joseph Strickland, già vescovo della diocesi di Tyler, Texas, rimosso da Bergoglio con l’aiuto dell’allore cardinale Prevost, ha affrontato i vescovi statunitensi in merito al loro silenzio sul traffico di bambini che attraversano illegalmente il confine.

 

Durante la cerimonia di premiazione organizzata da Catholics for Catholics per Tom Homan, lo «zar» della frontiera statunitense, in onore del suo impegno nel salvare oltre 62.000 bambini dalla tratta di esseri umani, Strickland ha sottolineato i circa 250.000 bambini che ancora perdono la vita durante gli attraversamenti della frontiera sotto l’amministrazione di Joe Biden.

 

Il vescovo ha sottolineato che se i nascituri non vengono protetti, le minacce per i bambini «si ripercuotono su ogni età».

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«Come ha detto il generale Flynn, c’è una certa compiacenza in cui è molto facile cadere», ha continuato, sottolineando che persino i leader della Chiesa «hanno chiuso un occhio su molte di queste questioni di confine».

 

Strickland ha esortato gli ascoltatori a pregare il rosario ogni giorno, come la Beata Vergine ci ha «implorato» di fare. «Questa è la nostra speranza più forte. Con tutto il grande lavoro di uomini e donne come Tom Homan, dobbiamo pregare come popolo di Dio e ricordare che siamo tutti figli davanti a Lui».

 

E preghiamo in modo speciale per i nostri pastori, da Roma alla Conferenza Episcopale degli Stati Uniti. Preghiamo affinché i cuori dei pastori siano veramente pastori. Non politici. Non amministratori delegati di una grande azienda.

 

«Non possiamo fingere che le frontiere aperte siano una benedizione per qualcuno», ha detto Strickland. «Dobbiamo avere legge e verità, altrimenti ci troveremo nel caos. E di caos ne abbiamo visto troppo, e questi bambini stanno soffrendo a causa del caos che ho permesso, che abbiamo permesso in qualsiasi modo ci siamo mostrati compiacenti».

 

«Quando i ministeri dipendono dai finanziamenti statali fino al silenzio, la voce profetica della Chiesa si indebolisce. La Chiesa non deve mai trarre profitto dalle sofferenze altrui», ha affermato Strickland, criticando il silenzio dei vescovi statunitensi sul traffico di minori derivante dagli attraversamenti illegali delle frontiere.

 

Durante l’evento di giovedì sera, il presidente di Catholics for Catholics, John Yep, ha sottolineato che la «prova senza tempo» di una società o di una cultura è «il modo in cui quella nazione tratta i suoi cittadini più vulnerabili».

 

«Come hanno trattato quelle persone senza voce? Gli indifesi. I bambini. Nel 2025, il 250° anniversario del Paese, saremo giudicati in base a come ci prenderemo cura di quei bambini», ha detto lo Yep.

 

I lettori di Renovatio 21 conoscono Strickland per l’intransigenza mostrata dal prelato nei confronti dei vaccini ottenuti da linee cellulari di feto abortito.

 

«Preferisco morire piuttosto che beneficiare di qualsiasi prodotto che utilizzi un bambino abortito» aveva dichiarato a inizio 2022, quando la campagna vaccinale mondiale e i sistemi di sottomissione alla siringa genica, come il green pass, impazzavano. Monsignor Strickland aveva cominciato a parlare di rifiuto del vaccino fatto con linee cellulari di feto abortito ancora a inizio 2020, quando si era lontani dalla realizzazione dei vaccini ora in distribuzione globale.

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Come riportato da Renovatio 21, nel 2020 fa il vescovo texano aveva dichiarato su Twitter: «Rinnovo la mia richiesta di rifiutare qualsiasi vaccino sviluppato utilizzando bambini abortiti (…) anche se ha avuto origine decenni fa, significa ancora che la vita di un bambino era finita prima che nascesse e quindi il suo corpo era usato come pezzi di ricambio (…) Tragicamente, le persone non sono a conoscenza o hanno scelto di chiudere un occhio sui progressi della scienza medica che consentono lo sviluppo di vaccini con l’uso all’ingrosso di corpi di bambini abortiti».

 

In una puntata del The Bishop Strickland Show il vescovo texano, mai pago nell’attaccare i «vaccini» COVID contaminati dall’aborto, ha evidenziato anche il fallimento dei vescovi, incapaci di compiere il loro dovere di opporsi agli obblighi totalitari di vaccinazione vaccinazioni.

Subito dopo la rimozione, una dichiarazione ufficiale di sostegno a Strickland era arrivata da parte di monsignor Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana (Kazakistan) e nome assai noto nei circoli tradizionalisti.

 

A seguire era arrivato anche il messaggio dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che aveva già incoraggiato Strickland con un messaggio di due mesi fa in cui parlava dell’«essere vescovi al punto dell’eroismo».

 

«Forze nella chiesa vogliono cambiare la Verità del Vangelo» ha avvertito lo scorso novembre il prelato.

 

Come riportato da Renovatio 21, monsignor Strickland celebra una Messa per contrastare l’attività dei nemici di Cristo prevista durante l’eclissi solare dell’aprile 2024, in riparazione per l’aumento dell’attività massonica e satanica prevista durante l’evento astrologico.

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Immigrazione

Le nostre città ridisegnate dagli immigrati

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C’era una volta, nella mia città, una bella stazione ferroviaria. Lo stile fascista dell’edificio è stato via via camuffato da ritocchi continui, mentre l’interno prima si è riempito, e poi si è svuotato, di negozi e attività: niente più edicola, libreria, minimarket, chiosco di bigiotteria, banca (pure): solo delle teche di vetro vacue con extracomunitari che vagolano tra vetri e sedili che paiono messi a caso. Non è rimasto davvero nulla, né storia, né economia, né vita – solo il brulicare incomprensibile della massa immigrata.   Fuori dalla stazione, eravi un bel vialone conducente alla città. Nella prima parte, c’erano, ai lati, due bellissimi e antichi parchi, dove si portavano i bambini, il cane, le prime morosette, dove si passeggiava, si faceva jogging, etc.: uno dei primi ricordi della mia vita è mio padre che legge il giornale seduto sulla panchina, mentre io scendo uno scivolo del parco giochi annesso; una memoria ulteriore che mi emerge adesso e neanche so perché, è Giorgia – una complicata ragazza bionda occhiocerulea che piaceva a tutti, ma non a me – che, adolescentissimi, mi prende per un braccio camminando nella nebbia (allora ve n’era tanta) di quel parco, che per qualche ragione un sabato sera avevamo deciso di traversare.   I parchi di cui sto parlando sono in questi anni divenute vere no-go zone, anche se nessuno ha il coraggio di chiamarle per quello che sono. Vi circolano orde di immigrati che spacciano e si accoltellano, e, dato per noi più importante, di fatto non consentono la libera circolazione del cittadino italiano (come previsto dalla Costituzione, art.16): ho fatto io stesso un esperimento, una sera d’inverno di anni fa, ed erano se tutto va bene le sette e mezza massimo, sono stato di fatto prima guardato, poi seguito, poi mi è stato urlato addosso. Ho proseguito senza voltarmi, fossi stato una ragazza, o anche solo fossi stato con Giorgia a 14 anni, forse sarebbe andata diversamente.

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All’umiliazione dei parchi ad un certo punto ha concorso anche la pubblica amministrazione – di destra, di sinistra: mai vista la differenza – , che ha deciso di recintarli: nei luoghi dove da bambino giocavo, la regressione democratica ha portato sbarre acuminate e senso di pericolo. Di più: vi era una bella statua del grande Antonio Pigafetta, diarista di Magellano, il personaggio che ha dato il nome al mio prestigioso liceo ed è ancora oggi onorato nelle Filippine (a lui, sapete, dobbiamo la prima descrizione dell’ananas, definito «il frutto più delizioso»): con un colpo di genio, ecco che il monumento è stato posto dietro le sbarre. Per effetto dell’immigrazione e del degrado, Pigafetta è, tipo, arrestato. O forse ad essere dietro le sbarre siamo proprio noi: come se ora i noi cittadini, suoi grati discendenti, dobbiamo esserne separati – e forse ce lo meritiamo.     Che poi non è che il recinto serve a qualcosa: appena finisce, ecco diecine di africani che bivaccano. Nei capannelli neri che poltriscono senza un perché si vedono, elemento che fa capire il passaggio di fase, anche delle donne, talvolta col passeggino marca ius soli.   Proseguiamo in linea retta , e avremo fatto poco più di cento metri: sulla sinistra, un grande cinema chiuso da decadi. Il bar all’angolo, dove si consumava qualcosa prima o dopo il film, è rimasto, ma ovviamente lo gestiscono i cinesi. Dall’altro lato, ai bordi del parco, un caffè con la sua architettura da primi del Novecento – tipo, la Belle Epoque, già – che, se non rimane chiuso, cambia di mano spesso, perché con probabilità il degrado è soverchiante, invincibile.   Poco più avanti ecco i resti di quello che forse era il miglior (una volta dentro vi vidi Roberto Baggio con sulle spalle il figlio appena nato) negozio di dischi di sempre: aveva tutto, aveva soprattutto commessi che consigliavano in modo stupendo, e rammento sabati pomeriggi passati a scartabellare i CD o i vinili, all’epoca erano investimenti ingenti, e li facevi senza algoritmi e Spotify e YouTube, compravi per sentito dire o (addirittura!) guardando le copertine. Ora non c’è più niente, vetrina vuota, polvere. Era sopravvissuto in qualche modo all’avvento della musica digitale: ora chiude i battenti mentre tutt’intorno aprono, una attaccato all’altro, ridde di kebabbari, o, questa la nuova slatentizzazione, fast food di pollo fritto.   È stato il destino della libreria che sta dieci metri più su: un’idea di una famiglia patrizia locale, da generazioni nel business librario, di concentrare tutti i libri in edizione economica in un negozio dove passavano tanti studenti, perché di fronte ci sono le fermate degli autobus che li riportano a casa da scuola. Io ragazzino ci avevo comprato, a botte di mille lire, tutto Nietzsche, Freud, Jung, Proust, Dostoevskij, Shakespeare – una certa porzione della cultura che mi porto dietro viene, più che dal liceo, dai Newton Compton ammassati dietro quelle vetrine.   Ora lì ci vendono il pollo fritto, e per il motivo che in USA è considerato offensivo anche solo considerare: agli africani – ai neri – piace da pazzi, e ho pensato che non fosse una coincidenza che il primo punto vendita della grande multinazionale del pollo fritto l’ho visto sorgere davanti alla stazione di Padova, dove l’Africa perdigiornista deambula ad abundantiam.   Appena dietro alla fermata del bus c’era un baretto senza fronzoli, che era strategico per comprare i biglietti qualora ti fossi dimenticato: è stato sostituito, guarda guarda, da un altro punto vendita di pollo fritto, tanto per capire che con la natura locale oramai è stata disintegrata. La città, è chiaro, non è più per i suoi cittadini – che mai nella vita hanno sentito il bisogno di mangiare per strada petti impanati.   Ancora: il negozio di giocattoli, chiuso per sempre. Chiusa l’edicola (ovvio). Chiudono perfino le banche, che lasciano altre vetrine vuote che attendono di diventare spacci di pollo fritto per immigrati zonali raminghi.   Nei luoghi limitrofi la storia non cambia: il viale che esce dalla città ha visto sparire tutto, il negozio di animali, i negozi di alimentari, altri giornalai, altre filiali di banche, storici locali in stile liberty, il bowling, il biciclettaio, il negozio di roba da ufficio, perfino le vetrine di computer e telefonia. Nell’altro viale che porta la stazione, descritta dai giornali come «triangolo rosso» per l’insicurezza patente, circolano praticamente solo stranieri, e i negozi sono sostituiti da uffici di pratiche per stranieri, alimentari esotici e non pulitissimi, ancora kebabbari – non una traccia visibile di un’attività che possa servire ad un cittadino italiano. Un amico che vive lì – dove gli appartamenti costano poco, anche perché alle volte, viste le morosità degli stranieri, tolgono la corrente a tutto il palazzo – due anni fa mi ha mandato un video dei festeggiamenti per la partita ai mondiali del Marocco: un embrione del vandalismo che poi si è visto a Milano, Parigi, Bruxelles, o nei vari capodanni di Berlino, Amsterdam, etc.

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Si dirà: è «solo» il centro della città, le stazioni son così, e poi ci sono sempre stati i brutti quartieri. La realtà è diversa: è la città nel suo insieme ad essere trasformata attivamente dagli immigrati.   Leggo la notizia da un giornale locale. Parla di una zona che conosco bene, perché non lontano vi viveva mia nonna, ai confini della città. Titolo: «Scoperto deposito di motoveicoli rubati: trovata merce per 130 mila euro».   In pratica, un milanese cui avevano rubato il motorino lo ha localizzato grazie ad un airtag. «Giunti sul posto, gli agenti hanno notato un complesso di capannoni apparentemente chiuso da tempo» scrive il quotidiano locale. «Raggiunta la parte posteriore dell’area, i poliziotti hanno notato tre uomini che, alla vista della volante, hanno tentato di nascondersi entrando in uno dei capannoni. I tre – un 52enne originario del Burkina Faso, un 25enne marocchino e un 43enne senegalese – sono stati immediatamente fermati e identificati». Dato interessante: vive nelle nostre città un panafricanismo del crimine?   «All’interno dell’immobile gli operatori hanno rinvenuto numerosi oggetti di vario genere e, lungo un corridoio, un motoveicolo azzurro con dettagli gialli e il portatarga parzialmente divelto. (…) La presenza, nello stesso capannone, di altri motoveicoli parzialmente imballati con cellophane blu, privi di targa e occultati sotto un telo, ha portato gli agenti a procedere a una perquisizione dell’area (…) Le verifiche hanno consentito di accertare che tutti i mezzi rinvenuti, in totale 13 motoveicoli, risultavano rubati. I tre uomini non hanno saputo fornire alcuna spiegazione sulla provenienza dei veicoli, di cui avevano la disponibilità».   Non c’erano solo moto e auto rubate: nel capannone «sono stati trovati numerosi altri materiali: vestiario, pneumatici, parti di veicoli, motoveicoli radiati o in pessimo stato di conservazione, oltre a materassi, sedie e oggetti di ogni tipo». Chissà che non vi sia anche qualche oggetto sparito a chi legge queste righe.   Scrivo di questo piccolo fatto di cronaca non per la sua gravità giudiziaria, ma, anche qui, per il dato urbanistico: il luogo di cui parliamo è probabilmente ricavato dal conglomerato dove, per un secolo ed oltre, aveva imperato uno dei primi lanifici d’Italia, un tempio del lavoro e del progresso, che aveva dato da mangiare a migliaia di famiglie. Sapevo che da qualche parte c’erano tentativi di riconversione (le startup… come no) ma alla fine ecco cosa a cosa è stato convertito questo posto: da teatro dell’industria e dell’operosità a centrale di decadenza criminale, dove invece che dare prosperità alle famiglie italiane si procede alla loro rapina.   Il lettore può capire quello che sto cercando di significare: le nostre città stanno venendo totalmente ridisegnate dagli immigrati.   No, gli immigrati non sono un elemento passivo della società: è stupido illudersi che, pagandoli per far niente, il loro impatto rimanga limitato. Guardatevi intorno, guardate come è cambiata la vostra città, guardate come certe zone siano diventate orrende e pericolose, o persino interdette a voi che siete autoctoni. L’immigrazione calergista è riprogettazione urbana: e voi, ora, la state solo subendo. Altro che archistar e grandi lavori pubblici: è la massa immigrata che adesso decide dove e come vivete. Altro che assessorati: le nostre città sono effetto dell’urbanistica della violenza e del pollo fritto, del motorino rubato e dell’accoltellamento, dello spaccio e della panchina dei balordi.   Questo non è, come vuole far credere la sociologia d’accatto della sinistra, di un processo inevitabile: dietro c’è una precisa volontà, e ancora più evidentemente, sottolineo qui, una disposizione emotiva degli invasori.   Nel parco accanto alla stazione di cui parlavo sopra un paio di anni fa ci sono stati parcheggiati, in quantità impressionante, carrarmati, elicotteri, mezzi d’assalto di ogni tipo: è stato per il raduno annuale degli alpini, un evento che ha bloccato l’intera città, divenuta per qualche ora il più grande, in teoria felice, concentrato di militari del Paese.   Ci avevo portato mio figlio: nella bolgia dei cappelli con le penne, l’ho fatto salire sul Lince, il veicolo multiruolo usato in Afghanistan, l’ho fatto salire nell’abitacolo dell’elicottero, mentre – presente in tribuna poco più in là il ministro della Difesa – sfilavano le delegazioni di ogni possibile gruppo alpino del territorio italiano.   È stato a quel punto che ho notato che, tra le migliaia di persone, stavano tranquillamente gli africani balordi che occupano di solito quel parco. Come dire: la massa non li aveva fatti scappare. Tanto meno, la presenza di militari – che di solito, pensavo, impaurisce gli immigrati – li spaventava: macché, eccoli che, treccioline belle e vestiti alla moda, si fotografano – come bambini, appunto – sui veicoli militari con lo smartphone nuovo di zecca.

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Osservai il fenomeno capendo che era più grave di quello che sembrava: gli stessi poco dopo chiedevano l’elemosina, sigarette, qualsiasi cosa agli alpini presenti, pure quelli giovani e tatuatissimi. Poi si raccoglievano nei loro capannelli, sghignazzavano, magari pure puntavano qualche ragazza. Nessuno li fermava. Nessuno li metteva a posto. Nessuno sentiva la necessità si far capire loro che no, non potevano disturbare in quel momento (certo, non avevano idea di cosa fosse), né che pera accettabile che si comportassero con quella plateale mancanza di rispetto.   Era chiaro che non temevano nulla, perché nulla a loro era mai successo. Né questo rispetto è mai stato chiesto: vitto, alloggio, telefonino, avvocato arrivano gratis, senza che abbiano dovuto fare nulla. Perché mai quindi dovrebbero rispettare questo popolo, i suoi simboli? L’immagine che ho davanti agli occhi, mentre spingo via mio figlio, è quella di un africano che, con boria irricevibile, chiede spicci ad un alpino alticcio, seduto in panchina gonfissimo, incapace di mandarlo via, come sottomesso al fatto che no, l’immigrato non lo può mandare a quel Paese… Nel frattempo, a poca distanza i compagni africani se la ridono. È un gioco. Si prendono gioco di noi. letteralmente.   Tutto questo accadeva mentre dal palco, ministro della Repubblica sempre lì, si irradia il verbo militare nazionale: i nostri nonni, caduti per la nostra libertà… i sacrifici per la Nazione… i soldati in guerra che ci proteggono… e ancora, l’onore. Sì, l’onore.   Il cortocircuito di senso è intollerabile: se le guerre e i loro sacrifici umani ci hanno dato un Paese invaso da barbari che ci derubano, ci stuprano, ci irridono… a cosa sono servite? A cosa sono serviti davvero quei sacrifici? La nostra società è davvero più libera? È più protetta? È migliore?   E quindi, la valutazione da fare è ancora più abissale: non solo la catastrofe migratoria riformula le nostre città, essa ridisegna pure la nostra storia.   Cosa dobbiamo pensare della storia dell’Italia, e dell’Europa, se il frutto finale è il caos?   Cosa dobbiamo pensare della democrazia, se il suo effetto visibile è l’anarco-tirannia?   Che cos’è la Repubblica, se essa conduce – sotto i nostri occhi – all’umiliazione e alla distruzione del suo popolo?   La risposta la lascio al lettore. Ricordandogli, sempre, la cosa fondamentale: da nessuna parte è scritto che le cose debbono andare così.   Le città, con la storia, sono nostre. Dobbiamo solo riprendercele.   Roberto Dal Bosco

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Il recente crimine verificatosi alla Stazione Termini e perpetrato da una ghenga di immigrati che ha lasciato in fin di vita un funzionario statale, non è altro che uno dei tanti episodi di violenza e spudorata prevaricazione che ormai da alcuni anni si verificano su treni e stazioni.

 

Le stazioni di treni, metro ed autobus in particolare possono ormai essere definite «non luoghi» per usare un concetto coniato dall’antropologo francese Marc Augé (1935-2023) ossia spazi privi d’identità, di valore relazionale e di storia. Non-luoghi dell’anarco-tirannia e gangli grandi suoi motori nel contesto urbano europeo, aggiungiamo noi.

 

Pensiamo alle grandi stazioni attorno alle quali gravitano in Italia e in tutta Europa, ceffi e genghe di ogni sorta pronte ad avventarsi sullo studente o sul pendolare di turno ma anche a piccole stazioni di paese, prive di personale ferroviario, fornite di biglietterie automatiche e sostanzialmente non sottoposte ad alcun tipo di controllo.

 

Pensiamo anche al fatto che molti di noi prendono il treno per andare a lavorare, per ragioni personali o anche solo per una gita fuoriporta. Quasi tutti prima o poi passano da una stazione o prendono un mezzo pubblico.

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Per cui il pendolare, spesso e volentieri esponente di una classe media lavoratrice oppressa da tasse, balzelli e multe di ogni genere si trova a dover temere per la vita sua o dei suoi cari, a causa di un vero e proprio percorso di guerra giornaliero in cui può incappare in belve su due gambe che anche lui mantiene con i suoi contributi.

 

Quindi potremmo definire le stazioni non-luoghi fondamentali dell’anarcotirannia, spazi in cui si ricorda al cittadino onesto che la sua vita è esposta ad un pericolo inimmaginabile fino a qualche anno fa, tanto nelle grandi città quanto in quella che abbiamo più volte definito «provincia sonnacchiosa».

 

Molte stazioni, soprattutto durante gli orari notturni appartengono ormai anche alle cosiddette «no go-zone», quei luoghi in cui lo Stato anarcotirannico abdica a sè stesso, non riesce a controllare o decide scientemente di non farlo, dicendo praticamente ai cittadini «lasciate ogni speranza voi che entrate».

 

Ed ecco che la stessa libertà di movimento, di uscire di casa e vivere la propria vita, sparisce completamente ed ecco che molti pianificano viaggi che non arrivino a destinazione la notte per evitare guai con conseguente dispendio di denaro e di tempo.

 

Sappiamo bene che il potere anarcotirannico non è alieno a ciò, basti pensare ai lockdowns della dittatura biotica di cui abbiamo parlato negli anni passati, considerando che anche alle bestie selvatiche si lascia la libertà di andarsene in giro per la foresta. Oggi anche le belve hanno più libertà e più importanza di noi basti pensare a quanti lupi scorrazzino indisturbati fuori dalle nostre case.

 

Lo abbiamo scritto più volte, il problema ha ormai risvolti di controllo, reale, pratico del territorio, quindi di tipo militare, sembra però che nessuno sia disposto a farsene carico.

 

E torniamo a parlare anche di necrocultura, perché l’anarcotirannia è intimamente collegata ad essa, ne è parte integrante. Come sempre le vittime da sacrificare, le vittime designate siete voi. Qualcuno, da qualche parte vi vuole morti, vuole la vostra rovina.

 

Ancora una voltra: siete disposti ad accettarlo?

 

Victor García

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Immagine di AMANO Jun-ichi via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

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