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I 50 anni de «Il Padrino». Renovatio 21 recensisce la serie «The Offer»
Renovatio 21 ripubblica questo articolo apparso su Mondoserie.
Nel cinquantenario de Il padrino (di cui abbiamo scritto qui e parlato qui nel podcast) una serie, The Offer, parla delle incredibili vicende – umane, artistiche, economiche, politiche – dietro al capolavoro di Francis Ford Coppola.
La produce la Paramount, vetusta major hollywoodiana. Che così, in una spinta metacinematografica (meta-seriale) inusitata, produce contenuti per il lancio della sua nuova piattaforma di Streaming – Paramount+ – con un racconto di onestà encomiabile. L’azienda non nasconda di essere stata sull’orlo del baratro, ma ciò è funzionale all’apoteosi finale. Quella che vide The Godfather diventare, per qualche anno, il film di maggior incasso della Storia.
Per chi scrive, vi avvertiamo, questa è la serie dell’anno. Che abbiamo visto in anteprima per voi: in Italia dovrebbe arrivare in autunno, con il lancio anche qui della piattaforma Paramount+.
Un po’ di contesto storico-cinematografico
Hollywood, alla fine degli anni Sessanta, era in crisi. La formula dei kolossal, come quella dei filmetti leggeri di tutte le specie, aveva stancato il pubblico, con i gusti giovanili che si allontanavano con decisione dal mainstream a causa del successo della cosiddetta controcultura.
A salvare Hollywood fu una generazione di nuovi cineasti, i cosiddetti movie-brats (i ragazzacci del cinema), che cambiarono il modo di fare contenuti cinematografici in ogni genere possibile. Steven Spielberg, Martin Scorsese, Brian De Palma, John Milius, Paul Schrader, William Friedkin, George Lucas – e ovviamente il maggiore del gruppo, quello che aveva già vinto un Oscar (con il film Patton), Francis Ford Coppola.
Controintuitivamente, nella serie il Coppola – interpretato piuttosto bene da Dan Fogler – non è il personaggio principale. Il protagonista è l’uomo dietro alle quinte, che lontano dai riflettori ha reso possibile il capolavoro, dall’assicurarsi i talenti (così chiamano gli attori a Hollywood) al fare veri e propri accordi con la mafia: il produttore Albert S. Ruddy.
La Paramount era di proprietà della Gulf & Western, un conglomerato che risultava tra le prime 100 società degli USA. E che si occupava, tra le altre cose, delle piantagioni di zucchero a Puerto Rico, di industria di tabacchi nonché di minieri di zinco. La storia di The Offer è anche la storia di come l’azienda sia riuscita a salvare se stessa nonostante disastri e scandali di ogni sorta.
Si tratta di pezzi di storia – diciamo pure, storia dell’economia del cinema – da non sottovalutare. La serie mostra che l’idea del block booking (un sistema di vendita alle sale di più film come singole unità, così da intasare il canale con quello che vuole la major), ad esempio, fu inventata proprio da un manager della Gulf & Western, stimolato dal capo della Paramount: l’indimenticato Robert Evans.
Successo e difficoltà
Evans è l’uomo cui dobbiamo, oltre a Il padrino, Chinatown, Cotton Club, Il maratoneta, Urban Cowboy e tanti altri filmoni ricoperti di premi e di storia del cinema.
La Paramount veniva da un successo clamoroso, Love Story. Dove Evans, la quintessenza del produttore hollywoodiano, aveva piazzato la sua giovanissima moglie dell’epoca, Ali McGraw. Nonostante il film raggiunga incassi astronomici, la situazione della Paramount traballa. Come, parallelamente la love story tra l’ineffabile produttore geniale e cocainomane e la sua invidiatissima moglie. Che finirà tra le braccia di Steve McQueen ma realizzerà il sogno di Evans di arrivare alla prima de Il Padrino tenendo il braccio da una parte la McGraw e dall’altra Henry Kissinger («i russi possono aspettare…»).
Il padrino era l’all in di Evans e della major, che avevano per forza bisogno di un altro grande successo per rimanere a galla. Colpisce come tutto il retrobottega della Mecca del cinema dell’epoca – che in The Offer è riprodotto con perizia antropologica e scenografica di livello altissimo – fosse sinceramente interessato alla questione «artistica» del film. Riponendo fiducia nelle scelte estetiche dei registi e nelle performance degli attori di talento. Non sappiamo se oggi, tra algoritmi, ricerche marketing, social media e influencer, il cinema si faccia ancora così.
La scelta di Evans di affidare tutto ad uno sconosciuto, un tizio che faceva il programmatore di computer per la Rand Corporation (il grande think tank che analizza e forse decide le guerre degli USA), si rivela un’altra di quelle intuizioni umane che, a guardarle, ora ci sembrano impossibili in un mondo dominato dalle statistiche, dai curriculum, dall’Intelligenza Artificiale che corre tra Linkedin e i programmi di gestione economica delle aziende.
Ruddy e Puzo
Al Ruddy – l’effettivo produttore incaricato di portare a casa Il padrino, sul cui libro di memorie è costruita la serie (di fatto è produttore anche qui…) – è un personaggione mica male. Abbandona i segreti militari per la TV. Dove crea la serie Gli eroi di Hogan (la serie vista anche nelle reti Fininvest negli anni Ottanta, cui dicono Silvio Berlusconi si riferisse quando a Bruxelles diede del kapò al socialdemocratico tedesco Martin Schulz) grazie ad un pitch spettacolare.
La TV non gli basta, perché – come vediamo in una scena esplicativa – egli comprende la superiorità del film visto in sala come comunicazione che unisce ritualmente la collettività.
Il suo primo film, con Robert Redford, va così così. Evans lo mette sul Padrino sin dal principio. È lui che vola a Nuova York per la firma del contratto dell’autore del romanzo Mario Puzo, del quale, nei dieci episodi, viene raccontata lateralmente la parabola artistica. Puzo si mise a scrivere di mafia, senza saperne nulla, perché la sua carriera di scrittore era praticamente fallita, e aveva debiti di giuoco con dei tipacci (epperò meno problematici del suo diabete).
Dopo essere stato definito «traditore» dall’intera comunità italoamericana, il successo del film di Coppola – un successo permesso dal patto tra Ruddy e un boss della mafia della Grande Mela – lo porta alle stelle. «Mi hanno dato un milione di dollari per il trattamento di una pagina di Superman» lo si vede dire alla première, «volevano scritto “dall’autore de Il Padrino».
Risolto il lato artistico – con Coppola e Puzo che lavorano assieme alla sceneggiatura chiusi da Ruddy in una villa che comincia a puzzare – il problema con la produzione del film diventa essenzialmente di tipo politico. E criminale.
Un pezzo di storia della mafia
È stato giudicato non vero il passaggio della serie in cui Ruddy e la sua segretaria Betty McCartt (interpretata da Juno Temple, la figlia di Julian Temple) subiscono un attentato da Mickey Cohen, famigerato mafioso ebreo della Los Angeles dell’epoca. Cohen agisce in realtà per conto della mafia di Nuova York. Che in nessun modo vuole che esca un film che la riguarda in dettaglio.
I vecchi gangster-movie, con per lo più attori protagonisti ebrei, non preoccupano quanto questo romanzo di successo. Pieno di dettagli non divulgabili al pubblico dei cinema.
La mafia, racconta The Offer, continuerà la campagna di pressione per impedire che si giri il film, facendo trovare un topo morto nella suite dell’albergo di Evans (anche questa, scena contestata dai mafiologi di YouTube come Robert Franzese). Dietro a tutto questo, sembra significare con forza la serie, c’è Frank Sinatra. Il quale è qui dipinto con grande libertà come un uomo totalmente connivente con i boss. Noi aspettiamo il momento quando, con la stessa libertà, mostreranno che era uomo del possibile collegamento tra i Kennedy e la mafia, e di chissà cos’altro.
Perfino i politici italoamericani di Nuova York, che pare di capire hanno i loro rapporti oscuri con Cosa Nostra, si oppongono apertamente al film.
Qui Ruddy risolve tutto, affrontando, tremante, il boss incaricato di distruggere la produzione del padrino, Joe Colombo (interpretato da un sudaticcio, gonfio Giovanni Ribisi), tirandolo dalla propria parte, con la promessa che dal film sarebbe stata espunta la parola «mafia», che peraltro compariva una sola volta nel copione originale.
Le feroci guerre delle famiglie newyorchesi
Di qui parte l’integrazione, rappresentata in The Offer in termini piuttosto bonari, della mafia nell’economia realizzativa del film. Al punto che uno dei bodyguard di Colombo, Lenny Montana (interpretato dal grande fenomeno del culturismo Lou Ferrigno, indimenticato Incredibile Hulko della serie antica) diverrà attore con il ruolo di Luca Brasi.
Tra Ruddy e il boss Colombo – a capo della famiglia Colombo, ex Profaci – si apre un’amicizia nemmeno scalfita dal coma. Colombo infatti subirà un attentato devastante, secondo la vulgata maggioritaria orchestrato dal mafioso Crazy Joe Gallo, che verrà di conseguenza punito. Una scena vista, con sicari diversi, anche in The Irishman.
La serie ha il pregio di farci vedere piuttosto bene la dimensione storica in cui si sviluppò l’attentato, con Colombo che aveva iniziato un grande movimento chiamato Italian-American Civil Rights League. Tale esposizione – Colombo è ucciso sul palco di uno dei suoi comizi affollatissimi – non piaceva ai membri delle altre famiglie del crimine.
Non è sbagliato pensare che lo squilibrio portato da Gallo – esecutore della decisione di eliminare Colombo da parte degli altri boss – abbia portato a quella situazione di sospetto e instabilità che degenerò nella guerra di mafia negli anni Ottanta.
Si tratta di una dinamica di equilibrio criminale perduto che possiamo dire contenuta, se non preconizzata, proprio ne Il padrino.
Personaggi eccezionali
Bisogna dire che si guarda Matthew Goode (che avete visto nel film di Watchmen, in Match Point di Woody Allen, o negli spot dei Ferrero Rocher) con estrema voluttà. Vederlo incedere con passo felpato e occhiale da sole nei party a bordo piscina come nel bar dello Chateau Marmont (l’hotel dei divi) è fantastico.
La frase «let’s fuck this city in half», rende bene l’idea degli ardori di Evans, il cui vizio nasale non è nascosto dalla serie. Anche se (come per il crimine organizzato…) non se ne fa un dramma. Il suo monologo sulla necessità del cinema nella vita della società della Nazione è da applausi.
Evans, belloccio e lucidissimo, è un personaggio a cui si sono ispirati tutti: con la sua sicurezza di sé (relativa, come si vede qui) e i suoi modi precisi e persuasivi. Da Dustin Hoffman in Wag the Dog al Saul Goodman di Breaking Bad.
Miles Teller, protagonista di The Offer nel ruolo di Ruddy, rimane un grande mistero. Il suo volto inespressivo – forse per via, oltre che dell’occhietto fessurato, di ferite le cui cicatrici sono ancora ben visibili – non promette mai nulla di buono. E invece gliela fa sempre. Non c’è una performance di Teller (che, va detto, si fa trovare sempre in opere di spessore) che riusciamo a scartare. Non in Whiplash, non in Too Old to Die Young, nemmeno in War Dogs. Nel ruolo di Ruddy, macinatore di difficoltà produttive e personali, è perfetto.
Vogliamo ricordare qui come la serie mostri anche sua moglie, Francoise Glazer.
Padrona, grazie ad un divorzio precedente (beccò il marito con Tura Satana, popputissima attrice nippoamericana di Russ Meyer), proprio dello Chateau Marmont dove incontrerà Ruddy. Anche questa, figura fuori dagli schemi: parigina sopravvissuta all’Olocausto, separatasi dal marito produttore, diverrà Ma Prem Hasya, una dei capi del movimento di Osho visibile nella serie documentaria Wild Wild Country.
In The Offer, la Glazer-Ruddy è interpretata con eleganza e beltà consistenti dalla cantante ed attrice francese Nora Arnezeder.
Perché The Offer è la serie dell’anno
Questa per chi scrive è la serie dell’anno. Affermazione impegnativa. Ma che mi sento di fare, e provare a spiegare.
Questa serie non assomiglia a quelle che vediamo ora. Non c’è sofisticazione nella trama, né nelle immagini, negli effetti visivi, etc. Detta in maniera semplice, non c’è lavoro per il cervello guardando questa serie. Abbiamo scoperto che questa è una feature potentissima, rarissima: il nostro cerebro, sfinito da ore di lavoro ed esistenze quotidiane assortite, ringrazia.
Sappiamo già come andrà a finire: con un successo senza precedenti. I personaggi sono abbastanza monodimensionali, come in quei filmetti anni Sessanta che alla fine proprio Il Padrino contribuì a spazzare via.
Attenzione: non stiamo dicendo che si tratta di un contenuto piatto, stupido. Al contrario: abbiamo dimostrato quale profondità storica e microstorica esso sottenda. La facilità con cui si consumano gli episodi è piuttosto dovuta ad un’altra cosa: una regolarità assoluta di tutto l’impianto.
In The Offer uomini sono uomini. In quegli anni, facevano cose, risolvevano problemi, passavano meno tempo possibile dentro ai loro dolori (che pure, c’erano). Perché assorbiti in un disegno più grande.
In The Offer, gli italiani sono italiani. Gli ebrei sono ebrei. I mafiosi sono mafiosi. I cinematografari sono i cinematografari (e tutti gli altri sono «civili», come dice in una tirata notevole la direttrice casting). La storia è una storia, che va raccontata, tutta dritta, tutta di fila. Senza buchi neri narrativi e artifici da spacciatori di dopamina (i cliffhanger, che magari pure ci sono, non danno effetti disforici).
Credetemi, realizzare questa cosa, nell’Anno del Signore MMXII, ha qualcosa di straniante, ma che ha reso la serie l’opera che con più gusto ho veduto nel 2022, e forse nel 2021.
Abbiamo scoperto che, arrivati dove siamo, questa sorta di «regressione» intellettuale – pure nel mantenimento di un alto livello cine-estetico – ci dà tanta lietitudine, tanta. Fino alle capriole ad ogni episodio. Sì, è possibile fare intrattenimento senza stressare lo spettatore, consegnando visioni eccezionali.
Perché è eccezionale vedere le cose che faceva – e non faceva – Marlon Brando. È eccezionale vedere il disprezzo iniziale che gli studios avevano per Al Pacino. Che a teatro, però, esaltava chiunque. È sempre bello vedere qualche mafioso non capire nulla ma poi picchiare come un fabbro gente a caso. O premere grilletti con allegria contagiosa. Tutto questo secondo verità, e senza i carichi mentali che gli sceneggiatori di oggi mettono in ogni secondo filmato.
Ebbasta. Lasciateci vivere, mostrateci piuttosto le grandezze di cui erano capaci gli uomini (assai meno chiusi nella loro mente) del passato recente.
Ecco, questa sarebbe un’offerta che non potremmo rifiutare.
Giudizio: limpido, lineare, irresistibile. Rilassante.
Articolo previamente apparso su Mondoserie.it
Immagine di alexcherrypicks via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)
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Wim Wenders ritira un film di 50 anni fa: compariva Nastassja Kinski nuda a 13 anni
Il regista tedesco Wim Wenders ha ritirato dalla circolazione il suo film del 1975 Falso Movimento (Falsche Bewegung) e ha presentato scuse «senza riserve» all’attrice Nastassja Kinski per una scena in cui appare a seno nudo all’età di 13 anni.
Il road movie ha segnato il debutto cinematografico della figlia dell’attore Klaus Kinski. Nel cast figura anche Rudiger Vogler, che interpreta un aspirante scrittore in viaggio per la Germania. Tra i suoi incontri spicca quello con un’adolescente acrobata apparentemente muta, interpretata da Kinski.
In una breve scena, Vogler, all’epoca trentenne, fa visita alla tredicenne nella sua camera da letto, dove lei è sdraiata su un letto indossando solo le mutandine. Si spoglia fino alle mutande e si sdraia sopra di lei, schiaffeggiandola prima di accarezzarle il viso.
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In una dichiarazione rilasciata mercoledì, Wenders, 80 anni, si è scusato con la Kinski e ha affermato che la fondazione no-profit Wim Wenders, proprietaria del film, lo avrebbe ritirato dalla distribuzione. Ha inoltre ordinato alle piattaforme di streaming, alle emittenti televisive e ai distributori di interrompere la diffusione pubblica del film.
«Essendo l’unica persona all’epoca responsabile di Falso Movimento ancora in vita, riconosco che Nastassja Kinski avrebbe dovuto essere protetta meglio a quel tempo», ha affermato Wenders, uno dei registi tedeschi più influenti del dopoguerra, che in seguito ha lavorato con Kinski come protagonista dei suoi acclamati film Paris, Texas (1984) e Così lontano, così vicino (1993).
«Per questo, Nastassja, ti chiedo scusa senza riserve, senza se e senza ma», ha aggiunto. Il film rimarrà non disponibile, ha dichiarato Wenders, finché non verrà trovata una soluzione di comune accordo.
La decisione arriva dopo che Kinski, ora 65enne, ha dichiarato il mese scorso al quotidiano Süddeutsche Zeitung di aver trascorso 15 anni cercando invano di convincere Wenders a rimuovere la scena dal film.
«Sebbene a 13 anni non ne sapessi molto, già allora capivo che qualcosa non andava», ha dichiarato alla testata, aggiungendo: «Quello era il mio primo film, lui era il mio primo regista e non mi ha protetta».
Il Wenders aveva risposto pubblicamente per la prima volta alle richieste della Kinski nel 2024, affermando di comprendere le sue «percezioni e i suoi sentimenti attuali» e aggiungendo che oggi non girerebbe la scena in quel modo.
La Kinski si era già battuta con successo contro un film televisivo del regista di Das Boot, Wolfgang Petersen, in cui appariva nuda all’età di 15 anni. Il suo avvocato ha dichiarato a Spiegel di aver raggiunto un accordo con l’emittente NDR in merito alla distribuzione del film.
Figlia del leggendario attore Klaus Kinski (1926-1991), la Kinski (nata nel 1961) interpretò il ruolo della protagonista nel film di Roman Polanski Tess, adattamento del romanzo di Thomas Hardy Tess dei d’Urberville. Aveva 17-18 anni durante le riprese (cominciate nel 1978): compì 18 anni sul set e il film uscì nel 1979, quando era ancora diciottenne. La sua performance, intensa e delicata, le valse un Golden Globe come Migliore Attrice Esordiente e lanciò la sua carriera internazionale.
Polanski, che all’epoca era già fuggito dagli USA per le accuse di minorenne, la scelse dopo averla conosciuta nel 1976 (quando la Kinski aveva 15 anni) e l’allenò a lungo, facendola studiare recitazione e accento inglese. Vi fu, secondo la stampa, una relazione sentimentale con Polanski stesso che confermò in interviste di aver avuto una storia d’amore con lei quando era molto giovane. La Kinski in seguito minimizzò parlando di flirt senza arrivare a una relazione sessuale vera e propria, sottolineando il rispetto reciproco.
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L’attrice nel 1984 sposò Ibrahim Moussa, un produttore e regista egiziano (a volte descritto come egiziano-americano o di origine araba), da cui ebbe due figli. Dopo la separazione, la sua relazione più nota è stata con il leggendario musicista e produttore Quincy Jones (1992-1995), con cui ha avuto la figlia Kenya Kinski-Jones, oggi modella affermata. Il Jones è noto per aver dato, qualche anno fa, forse la più incredibile intervista del secolo, in cui spazia, con giudizi eccezionali sui Beatles («Erano i peggiori musicisti del mondo. Paul era il bassista peggiore che avessi mai sentito. Ringo? Non ne parliamo nemmeno»), su Michael Jackson (che definiva avido e machiavellico, «ladro» di canzoni e praticante di chirurgia plastica), sull’assassinio di JFK (indicando Sam Giancana e la mafia di Chicago, per poi parlare di Sinatra e Joe Kennedy) e su Mussolini (di cui dà analisi inaspettate, forti della conoscenza del figlio, il celeberrimo jazzista Romano).
Il tema dei nudi minorili nel vecchio cinema era già emerso anni fa quando i due attori del Romeo e Giulietta cinematografico firmato da Franco Zeffirelli nel 1968, oramai anziani, avevano fatto causa sostenendo che una scena di nudo che avevano girato durante l’adolescenza costituiva pornografia infantile e che erano stati abusati sessualmente durante le riprese.
Il giudice americano aveva archiviato una causa.
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Renovatio 21 saluta Zeudi Araya
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«I like Chopin» per sempre. Renovatio 21 intervista Gazebo
Il nome di Gazebo, al secolo Paul Mazzolini, evoca le atmosfere raffinate, elettroniche e sognanti che hanno ridefinito la musica pop dei primi anni Ottanta. Figlio di un diplomatico, l’artista nato a Beirut incarna alla perfezione la figura del cosmopolita grazie a un’infanzia trascorsa interamente all’estero. È stata proprio questa sua anima internazionale, unita a una solida formazione nella chitarra classica e a un’innata curiosità per il movimento musicale New romantic della scena londinese, a permettergli di firmare alcune delle pagine più memorabili e sofisticate del fenomeno Italo disco.
Lontano dai cliché commerciali dell’epoca, il suo approccio alla composizione è sempre stato guidato da una spiccata sensibilità letteraria e cinematografica: dalle suggestioni hollywoodiane di Master Piece al romanticismo ottocentesco di I like Chopin – un successo planetario da milioni di copie vendute – fino all’intuizione testuale dietro l’iconica Dolce vita interpretata da Ryan Paris.
Lo abbiamo incontrato a Perugia, al cinema Méliès, dove ha presenziato – insieme al critico Fabio Melelli – alla proiezione di un documentario sulla Italo disco.
In questa intervista, Gazebo ci ha accompagnato in un viaggio nel tempo dietro le quinte delle sue hit più famose, raccontandoci la genesi dei suoi brani, il rapporto con i pionieri dell’industria discografica dell’epoca e quell’euforia irripetibile degli anni Ottanta, di cui è stato indiscusso protagonista.
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Il tuo primo singolo di successo è Master Piece uscito nel 1982. Qual è il tuo percorso musicale e come nasce questa tua prima canzone?
Ho cominciato a fare musica da bambino, intorno ai 9 anni, quando ero in Danimarca. Musica pop e rock del tempo. Mio padre era un diplomatico e ogni tre o quattro anni cambiavamo paese: dopo la Danimarca ci siamo spostati in Francia, per poi stabilirci a Roma nel 1974. Lì nacque la passione per la musica progressive, sia internazionale che italiana, che andava tanto in quel periodo. Quegli ascolti mi hanno avvicinato alla musica classica e il mio sogno era quello di fare il chitarrista in una band. Per poter suonare in questi gruppi ci voleva una certa educazione musicale, non bastava essere rockettari. Iniziai così a studiare seriamente chitarra classica ma poi, una volta raggiunta la maturità, ho capito che non sarei mai diventato un virtuoso delle sei corde, perché ciò avrebbe implicato uno studio giornaliero costante di diverse ore ed io non ne ero capace! [ride]
Il mio approccio alla musica è più creativo che strumentale. Non sono uno strumentista, sono un creativo. Pertanto, quando ho a disposizione un giro armonico o un arpeggio, ecco che entra in azione la mia fantasia ed esce un’idea, una canzone, bella o brutta che sia. Per cui alla fine degli anni Settanta, anche con la grande rivoluzione del punk e del post-punk, avevo iniziato ad ascoltare e ad apprezzare un’altra tipologia di gruppi con l’avvento dell’elettronica. Gruppi quali i Kraftwerk, gli Ultravox, gli Human League… ero entrato in quest’ottica qua. Apprezzavo anche i lavori solisti di Peter Gabriel.
Dopo il liceo mi iscrissi a Lettere alla Sapienza e tra un esame e l’altro andavo spesso a Londra, dove vedevo e sentivo cose interessanti. Nel mentre a Roma c’era un noto DJ che si chiama Paolo Micioni [Paul Micioni, ndr] che mi chiedeva se ogni tanto lo aiutavo per le sue produzioni discomusic; non era esattamente ciò che io avevo in mente di fare, ma pur di stare nell’ambiente discografico gli davo una mano. C’era anche Pierluigi Giombini, tastierista con cui suonavo.
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Un giorno di rientro da Londra, in un pomeriggio del 1981, incontro Pierluigi e gli comincio a raccontare quella che era la scena londinese della New wave e della nuova ondata del New romantic. Ero andato per caso in un club che si chiamava The Blitz, dove è nato il fenomeno del New romantic: erano questi pazzi scatenati che si truccavano, si vestivano strano, mettevano i brani dei Kraftwerk a metà velocità… c’era un forte senso di trasgressione in un contesto di musica elettronica molto interessante. Lì è anche nato e cresciuto Steve Strange, il cantante dei Visage. Era molto preponderante l’attenzione al look e all’immagine, un’idea molto anglosassone.
Quindi, parlando con Pierluigi, gli dissi: «Sarebbe bello fare anche noi una cosa del genere, però mettendoci le nostre caratteristiche musicali italiane, come la melodia e l’armonia, che sono diverse da quello che è il mondo anglofono del rock». Un pomeriggio lavorammo io e lui e nacque Master Piece. Lui aveva una piccola parte strumentale e io il giorno prima avevo visto, in un piccolo cinema come questo dove siamo oggi, un film in lingua originale che si intitola Viale del tramonto di Billy Wilder. Mentre cercavamo di comporre la nostra musica, mi passavano per la testa le immagini del film e ho immaginato l’attrice Gloria Swanson compiere il suo capolavoro di recitazione, il suo masterpiece. Così nacque la canzone.
Pierluigi era militare e la sera rientrò in caserma. Io presi questa cassettina e cominciai a girare per farla sentire a più persone possibili, ma fu bocciata da tutti.
Nasce come produzione indipendente quel brano, prima di essere distribuito dalla Baby Records.
Esatto. Quando la feci ascoltare a Paolo Micioni, s’innamorò del brano e decise di produrlo. Uscì nel circuito dei grossisti per DJ come mix 12”. Per me era già un piccolo successo averlo fatto e non potevo immaginare che i disc jockey lo stessero già passando in discoteca. Così il pezzo ha iniziato a crescere da solo e a quel punto è subentrato Freddy Naggiar [fondatore della Baby Records, ndr]. Noi lo stavamo cercando perché in quel momento la sua etichetta era potentissima.
Mi ricordo la label dei vinili quando ero piccolo. Logo iconico.
Era indipendente, ma al tempo stesso potente. Naggiar era uno che decideva da solo la scelta dei brani da produrre e lo faceva all’istante: «Mi piace» o «Non mi piace». Non era come le major, che avevano tempi di attesa lunghi. Pertanto Naggiar s’innamorò di Master Piece e ci cercò lui. Ci incontrammo e mi disse: «Ti voglio mettere sotto contratto come artista». Una volta firmato, mi fece fare passaggi televisivi e radiofonici con una promozione fatta a dovere. Il pezzo esplose! Nell’inverno 1982 arrivò fino alla seconda posizione in classifica, dietro a Der Kommissar di Falco.
Un bel risultato.
Purtroppo non arrivò al numero uno! [ride]
Nel 1983 esce I like Chopin. Un brano con un giro di piano iconico e riconoscibile. Ricordo nel film Vacanze di Natale la scena in cui Jerry Calà entra al club, apre il pianoforte e partono le note della tua canzone.
Eh sì!
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Quel brano ha segnato positivamente la tua carriera e ha segnato parte della storia dell’Italo disco.
I like Chopin è diventato uno dei pezzi più famosi di questo nuovo genere musicale che si stava affermando in Italia e all’estero.
Come nasce questa canzone?
Dopo il successo di Master Piece dovevo incidere un album intero. La Baby Records mi chiamò a fare dei provini musicali. A quei tempi un pezzo lento doveva essere inserito per forza nel disco, mentre gli altri sette o otto dovevano essere più ritmati. I like Chopin nasce come lento, con gli archi e il pianoforte. Quando andai a far sentire i demo a Naggiar, gli feci ascoltare tutti i brani più dance, saltando quello. Lui non ne fu per niente impressionato e mi disse: «Non hai un altro brano?». Io risposi: «Guarda, ho un lento, ma non sono convinto». Glielo feci sentire e lui rimase di stucco. Ecco come nasce questo grande successo.
Quando l’avete composta, assieme a Pierluigi Giombini, non immaginavate che potesse arrivare a diventare una hit famosa in tutto il mondo.
No. La cosa bella di I like Chopin è che non è nata con il condizionamento di dover essere per forza un brano di successo. È un pezzo che contiene moltissima libertà creativa, sia da parte mia che da parte di Pierluigi. Per comporlo abbiamo parafrasato il grandissimo compositore Fryderyk Chopin, appunto. Andai a ricercare la sua storia d’amore con George Sand per raccontare un po’ la Parigi dell’Ottocento, la Parigi dei grandi poeti maledetti e dei pittori impressionisti. Fu l’occasione per assemblare tutto questo.
Come hai gestito quella grande popolarità che ti è arrivata all’improvviso?
Ero molto giovane. I like Chopin è stato un successo travolgente in tutta Europa, nel Sud-est asiatico, in Giappone e in America Latina. Peccato che non sia uscito negli Stati Uniti. Non fu facile la gestione di tanta popolarità, perché non avevo un vero manager né un discografico che mi seguisse passo dopo passo, anche se Naggiar era indubbiamente un genio nel vendere i suoi prodotti. Lui riusciva a vendere i frigoriferi agli esquimesi, tanto per darti un’idea del personaggio.
Il fenomeno dell’Italo disco è stato un qualcosa che ha segnato gli anni Ottanta e la pop culture. È una musica dance che non rientra prettamente nella nostra tradizione musicale, ma siamo riusciti a darle un’identità, ad arrangiarla bene e ad esportarla con successo in tutto il mondo. Come ci descriveresti oggi quel mondo che tu hai vissuto da protagonista?
È stata una bella avventura. Venivamo dagli anni Settanta, lasciandoci dietro il progressive, il rock e gli anni di piombo. Ad un tratto gli anni Ottanta hanno cambiato tante cose. La gente ha cominciato a uscire, è tornato di moda vestirsi bene, mentre prima il vestiario curato in un certo modo era secondario. Le persone hanno iniziato a divertirsi la sera. Mi ricordo il sabato sera a Piazza Navona, che a un tratto si riempiva di gente. Contemporaneamente vincevamo i Mondiali di calcio del 1982, la Roma vinceva lo Scudetto e c’era veramente un’atmosfera di allegria e di euforia; quella musica è stata perfetta per quel tipo di situazione. È stata un’ottima combinazione.
Un catalizzatore per i giovani.
Assolutamente! I giovani di allora si sono differenziati da quelli della generazione precedente, trovando una propria identità nel modo di vestirsi e nel movimento dei paninari. C’è stata una differenziazione netta con gli anni Settanta.
Per promuovere i tuoi successi hai girato il mondo, trovandoti in contesti musicali con altre star del music business già affermate quali Elton John, i Culture Club, gli Human League… Che effetto ti ha fatto essere catapultato in quel mondo un po’ all’improvviso?
Era surreale [ride]! Considero Elton John un mio maestro musicale e trovarlo sul palco – mentre io salivo e lui scendeva – che mi faceva l’in bocca al lupo… mi sembrava irreale. Era il frutto anche di una mia convinzione, perché quando giravo con la mia cassettina cercando di farmi conoscere pensavo: «Ma perché non possiamo fare musica in inglese partendo dall’Italia?». Siamo persone come gli inglesi o come gli americani, alla fine. Forse per me non c’era differenza visto che sono cresciuto in scuole internazionali, per cui non ho mai distinto le persone per la loro nazionalità o per la loro etnia.
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Negli anni Ottanta le discoteche sono state un punto fondamentale per l’aggregazione e il divertimento. In quegli anni lì, che fotografia ci puoi fare delle discoteche che hai frequentato? Molte tue canzoni sono state dei riempipista.
Erano locali con le innovazioni tecnologiche del tempo. I giradischi Technics 1200 con il pitch sono stati fondamentali per i disc jockey. Rappresentarono una grande rivoluzione, perché con i piatti di prima era molto più difficile mettere a tempo i brani, rallentarli o accelerarli. Quella tecnologia ha permesso a molti DJ di potersi esprimere al meglio. Io andavo spesso a vedere Marco Trani a Roma, un dj straordinario. Solo vederlo lavorare era come vedere Santana fare un assolo di chitarra! Era la vera arte del dj.
Oggi sarebbe replicabile un movimento musicale così importante come l’Italo disco?
Oggi siamo un po’ troppo globalizzati. Il rap che si fa in Italia è lo stesso che si fa in Ucraina o in Argentina… cambia solo la lingua. Stiamo usando tutti la stessa applicazione, gli stessi strumenti. Non c’è varietà.
Non c’è una vera caratterizzazione.
Esatto! Negli anni Ottanta c’era la sperimentazione. Se tu prendi una classifica a caso di inizio anni Ottanta, ci trovi Michael Jackson, i Police, Gazebo, i Trio – grande gruppo tedesco – insomma, c’era spazio per tutti. Oggi, se non usi certi standard di suoni e cose preconfezionate, non passi in radio. Non c’è spazio per chi fa cose diverse.
Oggi per qualcuno che fa un percorso come il tuo è molto più difficile riuscire a emergere. Sono cambiate le dinamiche per cercare e scovare talenti.
Certamente! Io dico sempre che oggi difficilmente verrebbe fuori un Lucio Battisti, un Lucio Dalla o un Franco Battiato. Sarebbero considerati troppo fuori schema e non potrebbero trovare spazio in televisione o in radio. Intendo dire per i giovani di adesso, all’interno del mercato attuale.
Le parole del brano dance Dolce vita di Ryan Paris sono le tue. Come nasce quella tua intuizione nello scriverle? E la domanda sorge spontanea per i più: perché non hai cantato tu quel brano?
Stavo pensando al seguito di Master Piece. Siccome Master Piece è ambientata a Hollywood, un giorno, passeggiando per Roma, mi venne in mente che qua abbiamo avuto la Dolce vita e Cinecittà. Mi pareva assurdo che nessuno avesse mai pensato di scriverci un pezzo. Chiamai Pierluigi e gli proposi l’idea. «Che figata! Facciamola!», mi disse. Andai subito a casa sua e il brano nacque partendo proprio dalle parole. Di solito il testo viene dopo la musica, invece in questo caso fu l’inverso. La strofa contiene già tutta l’idea della canzone. Non l’ho cantata io perché Naggiar non la considerava un singolo potenziale di successo e forte quanto I like Chopin. Allora il mio coautore mi disse: «Facciamola cantare a un altro e magari la facciamo diventare comunque un successo». A malincuore acconsentii.
Grazie Paul, sei stato molto gentile.
Grazie a te!
Francesco Rondolini
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Immagine di giorgioerriquez via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic; immagine tagliata
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