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I 50 anni de «Il Padrino». Renovatio 21 recensisce la serie «The Offer»

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Renovatio 21 ripubblica questo articolo apparso su Mondoserie.

 

 

Nel cinquantenario de Il padrino (di cui abbiamo scritto qui e parlato qui nel podcast) una serie, The Offer, parla delle incredibili vicende – umane, artistiche, economiche, politiche – dietro al capolavoro di Francis Ford Coppola.

 

La produce la Paramount, vetusta major hollywoodiana. Che così, in una spinta metacinematografica (meta-seriale) inusitata, produce contenuti per il lancio della sua nuova piattaforma di Streaming – Paramount+ – con un racconto di onestà encomiabile. L’azienda non nasconda di essere stata sull’orlo del baratro, ma ciò è funzionale all’apoteosi finale. Quella che vide The Godfather diventare, per qualche anno, il film di maggior incasso della Storia.

 

Per chi scrive, vi avvertiamo, questa è la serie dell’anno. Che abbiamo visto in anteprima per voi: in Italia dovrebbe arrivare in autunno, con il lancio anche qui della piattaforma Paramount+.

 

 

 

Un po’ di contesto storico-cinematografico

Hollywood, alla fine degli anni Sessanta, era in crisi. La formula dei kolossal, come quella dei filmetti leggeri di tutte le specie, aveva stancato il pubblico, con i gusti giovanili che si allontanavano con decisione dal mainstream a causa del successo della cosiddetta controcultura.

 

A salvare Hollywood fu una generazione di nuovi cineasti, i cosiddetti movie-brats (i ragazzacci del cinema), che cambiarono il modo di fare contenuti cinematografici in ogni genere possibile. Steven Spielberg, Martin Scorsese, Brian De Palma, John Milius, Paul Schrader, William Friedkin, George Lucas – e ovviamente il maggiore del gruppo, quello che aveva già vinto un Oscar (con il film Patton), Francis Ford Coppola.

 

Controintuitivamente, nella serie il Coppola – interpretato piuttosto bene da Dan Fogler – non è il personaggio principale. Il protagonista è l’uomo dietro alle quinte, che lontano dai riflettori ha reso possibile il capolavoro, dall’assicurarsi i talenti (così chiamano gli attori a Hollywood) al fare veri e propri accordi con la mafia: il produttore Albert S. Ruddy.

 

La Paramount era di proprietà della Gulf & Western, un conglomerato che risultava tra le prime 100 società degli USA. E che si occupava, tra le altre cose, delle piantagioni di zucchero a Puerto Rico, di industria di tabacchi nonché di minieri di zinco. La storia di The Offer è anche la storia di come l’azienda sia riuscita a salvare se stessa nonostante disastri e scandali di ogni sorta.

 

Si tratta di pezzi di storia – diciamo pure, storia dell’economia del cinema – da non sottovalutare. La serie mostra che l’idea del block booking (un sistema di vendita alle sale di più film come singole unità, così da intasare il canale con quello che vuole la major), ad esempio, fu inventata proprio da un manager della Gulf & Western, stimolato dal capo della Paramount: l’indimenticato Robert Evans.

 

 

 

Successo e difficoltà

Evans è l’uomo cui dobbiamo, oltre a Il padrinoChinatownCotton ClubIl maratonetaUrban Cowboy e tanti altri filmoni ricoperti di premi e di storia del cinema.

 

La Paramount veniva da un successo clamoroso, Love Story. Dove Evans, la quintessenza del produttore hollywoodiano, aveva piazzato la sua giovanissima moglie dell’epoca, Ali McGraw. Nonostante il film raggiunga incassi astronomici, la situazione della Paramount traballa. Come, parallelamente la love story tra l’ineffabile produttore geniale e cocainomane e la sua invidiatissima moglie. Che finirà tra le braccia di Steve McQueen ma realizzerà il sogno di Evans di arrivare alla prima de Il Padrino tenendo il braccio da una parte la McGraw e dall’altra Henry Kissinger («i russi possono aspettare…»).

 

Il padrino era l’all in di Evans e della major, che avevano per forza bisogno di un altro grande successo per rimanere a galla. Colpisce come tutto il retrobottega della Mecca del cinema dell’epoca – che in The Offer è riprodotto con perizia antropologica e scenografica di livello altissimo – fosse sinceramente interessato alla questione «artistica» del film. Riponendo fiducia nelle scelte estetiche dei registi e nelle performance degli attori di talento. Non sappiamo se oggi, tra algoritmi, ricerche marketing, social media e influencer, il cinema si faccia ancora così.

 

La scelta di Evans di affidare tutto ad uno sconosciuto, un tizio che faceva il programmatore di computer per la Rand Corporation (il grande think tank che analizza e forse decide le guerre degli USA), si rivela un’altra di quelle intuizioni umane che, a guardarle, ora ci sembrano impossibili in un mondo dominato dalle statistiche, dai curriculum, dall’Intelligenza Artificiale che corre tra Linkedin e i programmi di gestione economica delle aziende.

 

 

Ruddy e Puzo

Al Ruddy – l’effettivo produttore incaricato di portare a casa Il padrino, sul cui libro di memorie è costruita la serie (di fatto è produttore anche qui…) –  è un personaggione mica male. Abbandona i segreti militari per la TV. Dove crea la serie Gli eroi di Hogan (la serie vista anche nelle reti Fininvest negli anni Ottanta, cui dicono Silvio Berlusconi si riferisse quando a Bruxelles diede del kapò al socialdemocratico tedesco Martin Schulz) grazie ad un pitch spettacolare.

 

La TV non gli basta, perché – come vediamo in una scena esplicativa – egli comprende la superiorità del film visto in sala come comunicazione che unisce ritualmente la collettività.

 

Il suo primo film, con Robert Redford, va così così. Evans lo mette sul Padrino sin dal principio. È lui che vola a Nuova York per la firma del contratto dell’autore del romanzo Mario Puzo, del quale, nei dieci episodi, viene raccontata lateralmente la parabola artistica. Puzo si mise a scrivere di mafia, senza saperne nulla, perché la sua carriera di scrittore era praticamente fallita, e aveva debiti di giuoco con dei tipacci (epperò meno problematici del suo diabete).

 

Dopo essere stato definito «traditore» dall’intera comunità italoamericana, il successo del film di Coppola – un successo permesso dal patto tra Ruddy e un boss della mafia della Grande Mela – lo porta alle stelle. «Mi hanno dato un milione di dollari per il trattamento di una pagina di Superman» lo si vede dire alla première, «volevano scritto “dall’autore de Il Padrino».

 

Risolto il lato artistico – con Coppola e Puzo che lavorano assieme alla sceneggiatura chiusi da Ruddy in una villa che comincia a puzzare  – il problema con la produzione del film diventa essenzialmente di tipo politico. E criminale.

 

 

Un pezzo di storia della mafia

È stato giudicato non vero il passaggio della serie in cui Ruddy e la sua segretaria Betty McCartt (interpretata da Juno Temple, la figlia di Julian Temple) subiscono un attentato da Mickey Cohen, famigerato mafioso ebreo della Los Angeles dell’epoca. Cohen agisce in realtà per conto della mafia di Nuova York. Che in nessun modo vuole che esca un film che la riguarda in dettaglio.

 

I vecchi gangster-movie, con per lo più attori protagonisti ebrei, non preoccupano quanto questo romanzo di successo. Pieno di dettagli non divulgabili al pubblico dei cinema.

 

La mafia, racconta The Offer, continuerà la campagna di pressione per impedire che si giri il film, facendo trovare un topo morto nella suite dell’albergo di Evans (anche questa, scena contestata dai mafiologi di YouTube come Robert Franzese). Dietro a tutto questo, sembra significare con forza la serie, c’è Frank Sinatra. Il quale è qui dipinto con grande libertà come un uomo totalmente connivente con i boss. Noi aspettiamo il momento quando, con la stessa libertà, mostreranno che era uomo del possibile collegamento tra i Kennedy e la mafia, e di chissà cos’altro.

 

Perfino i politici italoamericani di Nuova York, che pare di capire hanno i loro rapporti oscuri con Cosa Nostra, si oppongono apertamente al film.

 

Qui Ruddy risolve tutto, affrontando, tremante, il boss incaricato di distruggere la produzione del padrino, Joe Colombo (interpretato da un sudaticcio, gonfio Giovanni Ribisi), tirandolo dalla propria parte, con la promessa che dal film sarebbe stata espunta la parola «mafia», che peraltro compariva una sola volta nel copione originale.

 

 

Le feroci guerre delle famiglie newyorchesi 

Di qui parte l’integrazione, rappresentata in The Offer in termini piuttosto bonari, della mafia nell’economia realizzativa del film. Al punto che uno dei bodyguard di Colombo, Lenny Montana (interpretato dal grande fenomeno del culturismo Lou Ferrigno, indimenticato Incredibile Hulko della serie antica) diverrà attore con il ruolo di Luca Brasi.

 

Tra Ruddy e il boss Colombo – a capo della famiglia Colombo, ex Profaci –  si apre un’amicizia nemmeno scalfita dal coma. Colombo infatti subirà un attentato devastante, secondo la vulgata maggioritaria orchestrato dal mafioso Crazy Joe Gallo, che verrà di conseguenza punito. Una scena vista, con sicari diversi, anche in The Irishman.

 

La serie ha il pregio di farci vedere piuttosto bene la dimensione storica in cui si sviluppò l’attentato, con Colombo che aveva iniziato un grande movimento chiamato  Italian-American Civil Rights League. Tale esposizione – Colombo è ucciso sul palco di uno dei suoi comizi affollatissimi – non piaceva ai membri delle altre famiglie del crimine.

 

Non è sbagliato pensare che lo squilibrio portato da Gallo – esecutore della decisione di eliminare Colombo da parte degli altri boss – abbia portato a quella situazione di sospetto e instabilità che degenerò nella guerra di mafia negli anni Ottanta.

 

Si tratta di una dinamica di equilibrio criminale perduto che possiamo dire contenuta, se non preconizzata, proprio ne Il padrino.

 

 

Personaggi eccezionali

Bisogna dire che si guarda Matthew Goode (che avete visto nel film di Watchmen, in Match Point di Woody Allen, o negli spot dei Ferrero Rocher) con estrema voluttà. Vederlo incedere con passo felpato e occhiale da sole nei party a bordo piscina come nel bar dello Chateau Marmont (l’hotel dei divi) è fantastico.

 

La frase «let’s fuck this city in half», rende bene l’idea degli ardori di Evans, il cui vizio nasale non è nascosto dalla serie. Anche se (come per il crimine organizzato…) non se ne fa un dramma. Il suo monologo sulla necessità del cinema nella vita della società della Nazione è da applausi.

 

Evans, belloccio e lucidissimo, è un personaggio a cui si sono ispirati tutti: con la sua sicurezza di sé (relativa, come si vede qui) e i suoi modi precisi e persuasivi. Da Dustin Hoffman in Wag the Dog al Saul Goodman di Breaking Bad.

 

Miles Teller, protagonista di The Offer nel ruolo di Ruddy, rimane un grande mistero. Il suo volto inespressivo – forse per via, oltre che dell’occhietto fessurato, di ferite le cui cicatrici sono ancora ben visibili –  non promette mai nulla di buono. E invece gliela fa sempre. Non c’è una performance di Teller (che, va detto, si fa trovare sempre in opere di spessore) che riusciamo a scartare. Non in Whiplash, non in Too Old to Die Young, nemmeno in War Dogs. Nel ruolo di Ruddy, macinatore di difficoltà produttive e personali, è perfetto.

 

Vogliamo ricordare qui come la serie mostri anche sua moglie, Francoise Glazer.

 

Padrona, grazie ad un divorzio precedente (beccò il marito con Tura Satana, popputissima attrice nippoamericana di Russ Meyer), proprio dello Chateau Marmont dove incontrerà Ruddy. Anche questa, figura fuori dagli schemi: parigina sopravvissuta all’Olocausto, separatasi dal marito produttore, diverrà Ma Prem Hasya, una dei capi del movimento di Osho visibile nella serie documentaria Wild Wild Country.

 

In The Offer, la Glazer-Ruddy è interpretata con eleganza e beltà consistenti dalla cantante ed attrice francese Nora Arnezeder.

 

 

Perché The Offer è la serie dell’anno

Questa per chi scrive è la serie dell’anno. Affermazione impegnativa. Ma che mi sento di fare, e provare a spiegare.

 

Questa serie non assomiglia a quelle che vediamo ora. Non c’è sofisticazione nella trama, né nelle immagini, negli effetti visivi, etc. Detta in maniera semplice, non c’è lavoro per il cervello guardando questa serie. Abbiamo scoperto che questa è una feature potentissima, rarissima: il nostro cerebro, sfinito da ore di lavoro ed esistenze quotidiane assortite, ringrazia.

 

Sappiamo già come andrà a finire: con un successo senza precedenti. I personaggi sono abbastanza monodimensionali, come in quei filmetti anni Sessanta che alla fine proprio Il Padrino contribuì a spazzare via.

 

Attenzione: non stiamo dicendo che si tratta di un contenuto piatto, stupido. Al contrario: abbiamo dimostrato quale profondità storica e microstorica esso sottenda. La facilità con cui si consumano gli episodi è piuttosto dovuta ad un’altra cosa: una regolarità assoluta di tutto l’impianto.

 

In The Offer uomini sono uomini. In quegli anni, facevano cose, risolvevano problemi, passavano meno tempo possibile dentro ai loro dolori (che pure, c’erano). Perché assorbiti in un disegno più grande.

 

In The Offer, gli italiani sono italiani. Gli ebrei sono ebrei. I mafiosi sono mafiosi. I cinematografari sono i cinematografari (e tutti gli altri sono «civili», come dice in una tirata notevole la direttrice casting). La storia è una storia, che va raccontata, tutta dritta, tutta di fila. Senza buchi neri narrativi e artifici da spacciatori di dopamina (i cliffhanger, che magari pure ci sono, non danno effetti disforici).

 

Credetemi, realizzare questa cosa, nell’Anno del Signore MMXII, ha qualcosa di straniante, ma che ha reso la serie l’opera che con più gusto ho veduto nel 2022, e forse nel 2021.

 

 

Abbiamo scoperto che, arrivati dove siamo, questa sorta di  «regressione» intellettuale – pure nel mantenimento di un alto livello cine-estetico – ci dà tanta lietitudine, tanta. Fino alle capriole ad ogni episodio. Sì, è possibile fare intrattenimento senza stressare lo spettatore, consegnando visioni eccezionali.

 

Perché è eccezionale vedere le cose che faceva – e non faceva – Marlon Brando. È eccezionale vedere il disprezzo iniziale che gli studios avevano per Al Pacino. Che a teatro, però, esaltava chiunque. È sempre bello vedere qualche mafioso non capire nulla ma poi picchiare come un fabbro gente a caso. O premere grilletti con allegria contagiosa. Tutto questo secondo verità, e senza i carichi mentali che gli sceneggiatori di oggi mettono in ogni secondo filmato.

 

Ebbasta. Lasciateci vivere, mostrateci piuttosto le grandezze di cui erano capaci gli uomini (assai meno chiusi nella loro mente) del passato recente.

 

Ecco, questa sarebbe un’offerta che non potremmo rifiutare.

 

 

Giudizio: limpido, lineare, irresistibile. Rilassante.

 

 

 

Articolo previamente apparso su Mondoserie.it

 

 

 

Immagine di alexcherrypicks via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

 

 

 

 

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Renovatio 21 saluta Kavinsky, stella della synthwave

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Il produttore e DJ francese Kavinsky, all’anagrafe Vincent Belorgey, è morto all’età di 50 anni lo scorso 28 luglio.

 

Il suo nome dice poco agli ascoltatori di musica mainstream e tantissimo a chi invece ha esplorato i confini della musica elettronica, specie nella sua ramificazione recente chiamata synthwave.

 

Il musicista, icona della scena elettronica internazionale e considerato a capo di un movimento ulteriore chiamato French Touch (un genere musicale nato in Francia nella prima metà degli anni novanta che ha rivoluzionato la musica elettronica mondiale grazie ai successi di Daft Punk, Cassius, Justice, Etienne de Crécy, Stardust  ed altri), è stato trovato senza vita nella serata di martedì 28 luglio 2026 all’interno della sua abitazione nel diciottesimo arrondissement di Parigi.

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A dare l’allarme è stato un vicino di casa. Sebbene le autorità abbiano aperto un’indagine ordinaria per accertare le cause del decesso, le prime ricostruzioni dei soccorritori escludono elementi sospetti e ipotizzano che la causa sia stata un ictus. Insomma, anche lui avrebbe avuto un malore.

 

Il suo brano più celebre del 2010, prodotto insieme a Guy-Manuel de Homem-Christo dei Daft Punk, diventato un cult mondiale grazie alla colonna sonora del film Drive (2011), un film considerato una pietra miliare per la diffusione mondiale della musica Synthwave: vediamo il protagonista Ryan Gosling vagolare poeticamente fra i neoni della notte losangelena al suono dei pezzi dei Desire, College e, appunto, del Kavinsky.

 

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Una delle ultime grandi apparizioni pubbliche dell’artista risale alla cerimonia di chiusura dei Giochi Olimpici del 2024, dove si era esibito insieme ai Phoenix e alla cantante Angèle. Di qui, forse, il fatto che pure il presidente francese Emmanuel Macron ha voluto rendere omaggio all’artista, definendolo pubblicamente come «una fonte di orgoglio francese per sempre».

 

 

Il suo stile consisteva nella sapiente mistura di suoni e temi musicali del decennio degli Ottanta miscelato con le sonorità più recenti del genere detto electro.

 

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Oltre ai numerosi EP e singoli, ha segnato il genere synthwave con gli album in studio OutRun (2013), dal titolo dell’indimenticabile antico gioco coin-op SEGA, e Reborn (2022). Alcuni suoi brani sono stati inseriti nel popolare videogiuoco Grand Theft Auto IV e in Hitman: Absolution. Un’altra canzone trovò il successo perché utilizzata da una pubblicità della BMW i8.

 

Il synthwave (noto anche come retrowave o outrun) è un genere di musica elettronica nato a metà degli anni 2000 che celebra ed emula le colonne sonore, la cultura pop e le atmosfere dei film e dei videogiochi degli anni Ottanta. Non si tratta di musica prodotta in quel decennio, ma di una reinterpretazione moderna basata su una forte nostalgia idealizzata per quell’era.

 

Il suono è dominato da tastiere vintage, drum machine (come la mitica Roland TR-808) ed effetti a emulazione analogica, mentre ritmi di basso incalzanti e continui (chiamati spesso arpeggiati) trasmettono una sensazione di movimento o di guida notturna. Nonostante i suoni siano vintage, la compressione, i bassi e la pulizia del mixaggio sfruttano gli standard tecnologici odierni.

 

La musica synthwave ha generato intorno a sé tutta un’estetica molto specifica, un immaginario visivo specifico, spesso chiamato appunto Outrun (dal videogioco di guida che tutti hanno veduto nelle sale giochi di quaranta anni fa), uno stile visivo rétro-futurista: paesaggi digitali avvolti da sfumature di viola, rosa neon, blu elettrico e nero, tramonti tropicali e griglie geometriche in prospettiva – grandi soli al crepuscolo strizzati da linee nere, griglie vettoriali tridimensionali (dette neon grid), palme stilizzate e vetture sportive dell’epoca come la DeLorean DMC-12 o la Testarossa.

 

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La cultura visiva Outrun Ispirato al cinema sci-fi cyberpunk (come Blade Runner), ai polizieschi d’azione ambientati a Miami e all’archeologia informatica dei primi PC e delle cassette VHS.

 

Il genere è esploso a livello globale all’inizio degli anni 2010. Tra i pionieri e i pilastri spiccano appunto il Kavinsky (, The Midnight, Timecop1983, GUNSHIP e College. Negli anni successivi, influenze synthwave sono sbarcate nel pop mainstream grazie ad artisti come The Weeknd (con la hit Blinding Lights).

 

Il documentario spagnuolo La rebelión de los sintes, conosciuto internazionalmente come The Rise of the Synths (2019) sostiene, tramite testimonianze prese internazionalmente, che l’humus di generazione del syntwave sia stato da qualche parte in Francia a metà fine anni 2000.

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Il synthwave, di cui esistono infinite compilazioni sullo YouTubo, si è ramificato il ulteriori sottogeneri: evvi il dreamwave (più melodico, malinconico, lento e rilassante, focalizzato su atmosfere sognanti e nostalgiche, come ad esempio nel caso di Lazerhawk); havvi il darksynth (sonorità molto più pesanti, aggressive e distorte che uniscono il synthwave a elementi di musica metal, industrial e techno, come per esempio i casi  Perturbator e Carpenter Brut); c’è poi il caso dello sci-fi synthwave (tracce fortemente cinematografiche che sembrano scritte per pellicole fantascientifiche di quegli anni).

 

 

Il futuro della synthwave si sta muovendo lungo due binari paralleli: da un lato l’uscita dalla nicchia underground per fondersi con il pop e la musica cinematografica di massa, dall’altro una radicale evoluzione tecnica guidata dai produttori di seconda generazione. Sebbene i puristi della prima ora – membri della cosiddetta synthfam, la primigenia comunità mondiale del genere – considerino superata l’età dell’oro nostalgica degli albori (producendo il fenomeno abissale della «nostalgia della nostalgia»), il genere sta dimostrando una forte maturazione artistica e strutturale.

 

Il successo planetario di brani come Blinding Lights di The Weeknd ha sdoganato le sonorità degli anni Ottanta a livello globale. La synthwave non è più un genere isolato, ma una vera e propria tavolozza di suoni utilizzata dai grandi produttori pop, R&B e trap. Si assiste a una collaborazione sempre più frequente tra i produttori elettronici storici e cantautori o turnisti professionisti in studio, trasformando le vecchie tracce prevalentemente strumentali in canzoni pop strutturate e radiofoniche.

 

Il sound design attuale si sta distaccando dalla rigida emulazione dell’hardware vintage puro: i produttori attuali preferiscono l’uso di sintetizzatori moderni che uniscono la precisione della sintesi digitale flessibile alla «magia» dei filtri analogici, espandendo la complessità dei suoni oltre i limiti degli anni Ottanta. È inevitabile che anche qui si stia inserendo prepotentemente l’IA, con i quali già molti producono interi trailer, parodistici o meno, di film dal sapore anni Ottanta, colonna sonora di sintetizzatori inclusa.

 

 

Il domani di questo genere si regge sulle fondamenta della sua stessa comunità globale, la synthfam. Attraverso piattaforme come Discord, Bandcamp e i canali indipendenti, gli appassionati finanziano direttamente gli artisti scavalcando le grandi etichette discografiche.

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 Immagine di Kmeron via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

 

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Ecco l’Odissea demo-woke-global-giudaico-massonica

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Non è difficile: più il mainstream pompa un prodotto, più quel prodotto è demo-woke-global-giudaico-massonico.   Anche il solito cieco si renderebbe conto che il film che ci sta sfraganando i maroni in questi giorni torna utile, di fatto, a distruggere archetipi, simboli, valori e ideali su cui è nata e si è sviluppata per millenni la cultura occidentale, riscrivendo storia e letteratura in chiave progressista.   Depotenziare l’eroe, banalizzare la patria, le radici, l’amicizia e la fedeltà, in particolare, torna utile, di fatto, a sabotare la formazione dei più giovani che – complice la mirata, progressiva scomparsa degli studi classici – in futuro non disporranno più degli strumenti necessari a distinguere storia (e cultura) dal letame.   Del resto, dal punto di vista storico, poteva andare peggio. Pensate se la nostra amicona, invece che nera, fosse stata trans…   Un’ultima osservazione. Vi siete chiesti chi ha prodotto il film? Facile: l’Universal Picture. E vi siete chiesti di chi è l’Universal Picture? Facile: della NBCUniversal. E vi siete chiesti di chi è l’NBC Universal? Facile: della Comcast. E vi siete chiesti di chi è la Comcast?   Andate a vedere.   Shalom.   Prof. Luca Marini   Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna  

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Immagine: Testa di Ulisse proveniente da un gruppo scultoreo raffigurante Ulisse che acceca Polifemo. Marmo, greco, probabilmente del I secolo d.C. Villa di Tiberio a Sperlonga. Conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata  
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Perché a San Lorenzo dobbiamo ricordarci l’oscena poesia massonica?

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Poche ore dal cielo notturno più bello dell’anno: la Terra attraversa lo sciame meteorico delle Perseidi, una densa nube di polveri e detriti lasciati lungo l’orbita della cometa Swift-Tuttle, che ogni 133 anni compie un giro intorno al Sole, perdendo ghiaccio e polveri lungo il suo cammino.

 

Tali frammenti, grandi come granelli di sabbia, si incendiano istantaneamente per l’impatto con l’aria, consumandosi prima di toccare il suolo.

 

In pratica, siamo pronti per le stelle cadenti, spettacolo del quale, nei decenni, mai siamo paghi. Chi non ricorda una notte di San Lorenzo passata con i propri genitori a contare le stelle che cadono? Magari con gara annessa, dove l’avvistamento del satellite era un falso allarme che non valeva punti. Chi non ricorda almeno un’estate in cui, guardando le stelle, non ci si è sdraiati su un prato con la persona del batticuore, magari sperando di suggellare le stupende lagrime celesti con un bacio?

 

Il fatto è che tutte queste belle memorie devono essere difese da un tremendo nemico che vuole spodestarle: la letteratura italiana. Specialmente quella inflitta a tutti i bambini, noi compresi, senza che nemmeno si possa pensare che essa faccia schifo o, ancora peggio, nasconda neanche tanto bene cose che non vanno tanto bene, e che magari, se approfondite neanche di tanto, farebbero capire certe dinamiche occulte e tossiche della storia dell’Italia post-risorgimentale, e di come la scuola dell’obbligo non abbia smesso di iniettarle nell’animo dei cittadini sin da infanti.

 

Ci riferiamo, ovviamente, alla poesia X agosto di Giovanni Pascoli (1855-1912), composta nel 1896 in memoria della morte del padre Ruggero Pascoli, morto 32 anni prima.

 

Tutti la conoscono, perché nella scuola dell’obbligo italiana vi sono stati, e probabilmente vi sono ancora insegnanti che pretendono che gli scolari la imparino a memoria.

 

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla

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Abbiamo il diritto di dire che, già in partenza, questa poesia fa schifo? Le rime sono idiotissime, la forma ebetissima («lo so perché tanto di stelle» era cringe già nell’Ottocento; il «concavo cielo» che «sfavilla» non se lo sarebbero sognati di scrivere neanche quelli che hanno fatto l’adattamento per il doppiaggio de I cavalieri dello Zodiaco).

 

Ma non è solo la forma ad inquinare la bellezza della notte di San Lorenzo. Pascoli, e con lui la scuola italiana, vuole che associamo le stelle cadenti al decesso del genitore (metodo per individuare un idiota: stasera, davanti al cielo, si mette a recitare i versi pascoleschi a memoria, così per sembrare colti senza contare la nota funebre che rovina tutto).

 

Perché in classe ti fanno una testa così: guardate qua, la bellezza della metafora ornitologica. L’idea geniale del Pascoli è quella di paragonare suo padre ad un uccello.

 

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra i spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini

 

Il cringiometro anche qui va fuori scala, e con «rondinini» abbiamo toccato il fondo, uno pensa. Ma ce n’è ancora. A parte l’augello, il poeta inserisce tra i versi anche delle bambole, dei props di scena che dovrebbero commuovere il lettore, ma che nemmeno gli sceneggiatori de Gli occhi del cuore (la mitologica fiction fittizia dell’irresistibile serie Boris) sognerebbero di proporci.

 

Menzione speciale per quel «cadde tra spini». «I» spini? Con la «i»? Ma come parla il poeta? Portate pazienza: l’italiano che vi fanno studiare a scuola, sulla cui playlist di autori vi diremo a breve, sembra in ogni momento negare se stesso.

 

Vi fanno studiare la sua grammatica bizantina (un dramma, specie chi viene dalle meravigliose lingue regionali, il veneto, il napoletano, il siciliano, il ladino etc.) per poi decantarvi scrittori che la violano ad ogni momento, e non per licenza poetica, ma, crediamo per ignoranza, o inesistenza di una vera lingua italiana, un costrutto convenzionale recente e asimmetrico che al primo soffio cade come un castello di carte – con buona pace di Crusca ed altre granaglie.

 

Tuttavia, è sul finale non esattamente edificante che richiamiamo l’attenzione. La sua negatività, confessiamo, ci aveva colpiti ancora da bambini. Il poeta, nella tragedia, non trova una possibile abreazione, una comprensione del dolore, del disegno più grande a cui, talvolta, capita di pensare anche a noi quando muore un nostro caro.

 

Macché: Pascoli diventa depressivo, vinto… o ancora, diventa gnostico.

 

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

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Ecco, la Terra per il poeta impostoci dallo Stato italiano è un «atomo opaco del Male». Facciamo l’analisi che a scuola non ci è stata offerta: «atomo» richiama una visione materialista, che di lì a breve, proprio con gli atomi, avrebbe ottenuto risultati davvero inquietanti; «opaco» aggiunge una semantica di incomprensione, di mancanza di lucidità dichiarata, oltre che di impotenza e tristezza; infine attenzione al «Male» con la maiuscola, come se il poeta, che tanto cristiano non sembra, creda che esso possa essere un concetto supremo, o perfino un essere personale.

 

Pascoli con evidenza odia la Terra. Detesta il mondo e le sue dinamiche, cioè la legge naturale, la quale certo non preserva l’uomo e le altre creature dal dolore e dall’ingiustizia. Il poeta non lo può concepire: per questo è impressionato dal cielo «infinito, immortale» che gli sembra indifferente.

 

E quindi, Pascoli non crede al Cielo. Siamo nell’ateismo più palmare, con evidenze pulsioni anti-cosmiste, cioè gnostiche: l’universo è stato creato da un dio cattivo, l’esistenza è una prigione. Chi conosce le religioni sa che lo gnosticismo (Don Ennio Innocenti, pace all’anima sua, sulla questione aveva scritto volumi definitivi) è la tendenza segreta o pubblica di tutti i culti, meno che quello cristiano. Lo gnosticismo, dove la divinità odia l’uomo, è l’esatto opposto del cristianesimo.

 

Ora, sveliamo quello che la scuola dell’obbligo non vi ha detto. Giovanni Pascoli fu iniziato alla massoneria il 22 settembre 1882 nella loggia «Rizzoli» di Bologna, introdotto dal maestro Giosuè Carducci, già autore dell’Inno a Satana pure presente in certe nostre antologie, anche lui poeta pessimo (stormi di uccelli neri / Com’esuli pensieri /Nel vespero migrar) inflitto alla popolazione post-unitaria nonché (chissà perché) premio Nobel.

 

La prova fondamentale del legame del Pascoli con la setta verde è il suo «testamento massonico» autografo a forma di triangolo, con le risposte tradizionali sui doveri verso la patria («La vita»), l’umanità («D’amarla») e se stesso («di rispettarsi»).

 

L’adesione del Pascolazzo alla massoneria rappresenta uno dei capitoli più dibattuti della sua biografia. Per molti anni questa appartenenza è rimasta in ombra, quasi nascosta dalla critica letteraria tradizionale, per poi essere riscoperta e documentata in modo inconfutabile attraverso il ritrovamento di documenti d’archivio.

 

Per il giovane Pascoli, l’ingresso nella loggia rappresentava una continuazione naturale del suo impegno civile e delle sue aspirazioni di giustizia sociale, dopo gli anni giovanili segnati dall’attivismo anarchico e socialista che gli erano costati anche tre mesi di carcere nel 1879.

 

Il poeta rielaborò in chiave intimistica e poetica i valori massonici nella celebre poetica del «Fanciullino», anche quella irrogata ai poveri, indifesi studenti di medie e superiori.

 

E quindi, visto che abbiamo fatto questa piccola scoperta di retroscena, possiamo farci qualche semplice domanda sulla morte del padre? Si tratta di un vero cold case, lasciato completamente insoluto: rammentiamo quanto ci colpiva come ci facessero memorizzare la poesia ma non vi fosse intenzione di spiegare l’assassinio. Tipo, luna e dito.

 

Tipo che, come, come abbiamo altre volte scritto, farsi prendere dalla tarantola di un omicidio (penso ai tanti che stanno sotto con i serial killer nostrani e non, dal Mostro di Firenze a Son of Sam, etc.) è un fenomeno naturale per un uomo sano, volontario o involontario che sia, perché nella mente entra automaticamente una dissonanza che chiede di essere risolta affinché la propria esistenza, e quella della comunità, siano al riparo da un bestia sanguinaria misteriosa.

 

E invece, mai una parola su chi ha ammazzato il Pascoli senior. Il lettore comincia a capire. Però no, non vi sono prove che Ruggero Pascoli (1815-1867) fosse massone. E il poco che dicono gli studiosi di letteratura è che forse dietro c’era solo una bega professionale, un tizio benestante del luogo che voleva assumere il ruolo di Pascoli padre, che era amministratore di una tenuta dei principi di Torlonia. Il rivale Pietro Cacciaguerra, ad ogni modo, dopo l’omicidio quel posto lo ottenne.

 

Gli esecutori sarebbero balordi violenti della zona, ma anche qui non v’è certezza. Come neanche in una puntata de I Simpsons, sono stati poi sospettati negli anni il veterinario, l’ingegnere, il postino. Anzi no: sarebbero stati i contrabbandieri di sale, all’epoca mestiere criminale terrificante. Anzi no: è stato un delitto d’onore, una vendetta privata per storie personali.

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In realtà, le autorità all’epoca, un po’ come facciamo noi ora, credeva alla possibilità di una pista politica. Il Ruggero, un tempo di simpatie «repubblicane», aveva accettato di collaborare con il neonato governo monarchico, venendo percepito da alcuni estremisti locali come un «voltagabbana». Insomma, questioni «repubblicane» («laiche», è l’eufemismo orwelliano di oggi con cui ci si riferisce ai grembiulini) nella Romagna appena uscita dalla Legazione delle Romagne, cioè dallo Stato Pontificio del papa re, e già dentro al Regno d’Italia a totale trazione massonica, famiglia regnante compresa.

 

Di questa pista politica, cioè di una pista massonica, nessuno alla scuola dell’obbligo vi ha mai parlato davvero – l’importante è mandare a memoria la poesiola orrenda sorbendone subliminalmente la visione atea, gnostica, disperata.

 

Non si tratta dell’unico caso della letteratura scolastica dove ai giovini alunni viene spacciato per capolavoro un qualche componimento agrammaticale dove trionfa una visione gnostica ed anticristiana. Pensiamo al caso più emblematico, quello di Giacomo Leopardi (1798-1837).

 

Leopardi, se non lo avete ancora capito, è il prototipo dello sfigato, dall’etimo ex privativo e figa, cioè privo di compagnia femminile: A Silvia è un inno incel, anzi è peggio, perché almeno gli incel hanno fatto una qualche riflessione sulla distribuzione della sessualità femminile dopo la dissoluzione dei costumi (voluta chissà da chi), mentre il Giacomino resta a guardare la bella ragazza popolana senza trovare il coraggio di approcciarla – e da conte, da proprietario del villaggio, la cui vita spontanea lo scrittore invidiava nell’altro suo componimento intollerabile, Il Sabato del villaggio, appunto. Sfigato davvero.

 

Con evidenza, in nessuno dei libri che leggeva, e che lo hanno reso gobbo e triste, vi era scritto come fare. Lo studio «matto e disperatissimo» non gli insegnava come avvicinare una ragazza. E allora a cosa serve lo studio? A nulla, o quasi: quando arrivai all’università uno studioso di letteratura, che, va detto, non faceva molto per nascondere le sue brame omosessuali, mi raccontò che in realtà con i libri Leopardi ci si masturbava, chiudendosi la verga tra le pagine – ecco, mi disse, cosa intendeva davvero quando parlava di «sudate carte».

 

È evidente come la verve paganeggiante, orientaleggiante (tanti richiamano lo Schopenauer, cioè l’ingresso del pensiero buddista e induista in Europa, tema di cui ho scritto lustri fa in Contro il buddismo) del tizio di Recanati sia stata considerata utile come solvente occulto dei principi cristiani: la vita è dolore, e allora? Il dolore è voluto da Dio, lui stesso vi è passato attraverso – la Croce, dove si incontrano, metafisicamente, fisicamente, il Cielo e la Terra. E il Signore ci dà anche la gioia, terrestre ed eterna. Tutte guide esistenziali sconosciute al Leopardo, che oggi sarebbe sotto Zoloft, e quindi magari pure impotente al punto di non potere «sudare» nemmeno sulle carte.

 

Un amico scomparso, il filosofo cattolico Piero Vassallo (1933-2022) scriveva che la scuola dell’obbligo di un Paese sano, invece di farlo studiare, «avrebbe dovuto insegnare il disprezzo del gobbo». Vassallo aveva lavorato con il cardinale Siri a Genova negli anni Sessanta alla rivista Renovatio, dove, tra le risate dei benpensanti, si scriveva a chiare lettere che di lì a breve sarebbe arrivato il «diluvio gnostico». Una catastrofe spirituale collettiva preparata anche sui banchi di scuola dallo studio obbligato di gnostici sfigati. (Piero, quanto mi mancano le tue telefonate!)

 

Tutto vero: una nazione, abbiamo detto, è tale perché, sempre nell’etimo, vi nascono delle persone. Gli sfigati, per una questione tecnica, non possono mandare avanti una nazione, perché la sfiga quando organizzata diventa uno strumento della Necrocultura (homo sine figa est imago mortis). E allora, capiamo che l’effetto della letteratura nazionale è anticoncezionale, cioè antinazionale. Paradosso solo apparente, per un Paese creato con squadra e compasso.

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A questo punto emerge la domanda. Ma questi chi li ha scelti ? Chi ha deciso , in ultima istanza, gli scrittori da far studiare e generazioni di italiani?

 

La risposta è facilotta anche qui. Sebbene il canone letterario italiano venga fatto nobilmente risalire a Boccaccio e Pietro Bembo, a mettere insieme la hitlist degli scrittori meritevoli di interesse accademico è stato un libro chiamato Storia della letteratura italiana (prima edizione 1870), compilato dal critico e politico irpino Francesco Saverio de Sanctis (1817-1883), anche lui figlio di piccolo proprietari terrieri e, soprattutto, anche lui massonissimo.

 

Formatosi culturalmente e politicamente nel pieno del Risorgimento italiano, un periodo storico in cui l’adesione alla massoneria era estremamente comune tra intellettuali e membri della classe dirigente che aveva apparentemente sconfitto il papato e il Sacro Romano Impero (quest’ultimo liquidato poi con l’ulteriore guerra massonica, la Prima Guerra Mondiale, concepita proprio alla bisogna, appena morto il santo antimassonico San Pio X), l’appartenenza del de Sanctis alla libera muratoria è rivendicata apertis verbis dal Grande Oriente d’Italia.

 

Fatta l’Italia (massonica), bisognava fare gli italiani, cioè massonicizzarli, cioè de-cattolicizzarli: ed eccoti scodellata la serqua di scrittori atei e gnostici, panzuti e baffuti, tristi (pardon, pessimisti cosmici) e tronfi, che siamo a subire, per inerzia o cospirazione plurisecolare, ancora ora, perfino nella sera con il cielo più bello dell’anno.

 

Va ben tutto, capiamo che questo Paese lo hanno fatto loro, e da qualche parte credono ancora di comandarlo.

 

Ma perché i massoni devono rovinarci anche la notte delle stelle cadenti?

 

Roberto Dal Bosco

 

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