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Stato

Elon Musk rigetta l’ordine di censurare dai suoi satelliti i canali russi

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L’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, ha twittato sabato mattina presto che «alcuni governi (non l’Ucraina)» avrebbero detto alla sua società di satelliti Starlink «di bloccare le fonti di notizie russe».

 

Musk avrebbe quindi risposto: «Non lo faremo se non sotto la minaccia delle armi».

 

«Mi dispiace, ma sono un assolutista della libertà di parola».

 


Plaudiamo al coraggio di Elon Musk, che altre volte ci aveva sorpreso, come nelle sue tirate contro il denatalismo e a favore dell’aumento della popolazione, o dei suoi discorsi a pro libertà vaccinale e contro i lockdown, nonché nella sua posizione a favore dei camionisti canadesi.

 

C’è da considerare che con Biden il giovane geniale magnate ha un conto aperto: in molteplici eventi presidenziali sull’auto elettrica, un punto essenziale della folle agenda green del goscismo statunitense, invita Ford, GM e chiunque altro ma non Tesla, che nemmeno nomina, e che le macchine elettriche le fa davvero, oltre che possedere un valore di borsa superiore ai giganti dell’automotive di Detroit.

 

Anche per questo, Musk ha recentemente definito Biden «un calzino-pupazzo bagnato in forma umana».

 


La questione della censura dei canali di Mosca è tuttavia qualcosa di enorme, che ci spinge a rivalutare per intero le «democrazie» occidentali

 

Come riportato da Renovatio 21, le principali fonte di informazione russe in Occidente come i canali Russia Today e Sputnik sono stati bloccati dall’Unione Europea e dalle autorità americane, e non solo: tutti le grandi aziende Big Tech sono allineate con il governo americano per far sparire ogni informazione alternativa sul conflitto.

 

«Google sta  bloccando le loro app.  Apple sta  bloccando le loro app. YouTube, Facebook, Twitter e Telegram  hanno vietato o limitato l’accesso ai propri account. Twitter ha iniziato a «verificare i fatti» e ridurre la portata  dei loro collegamenti.  YouTube ha  demonetizzato i loro video.  Reddit ha  «messo in quarantena» la community /r/russia. Namecheap, un registrar di domini,  ha tagliato fuori TUTTI i clienti russi» scrive Andrew Torba, il CEO del social media Gab, che di censura se ne intende.

 

È giusto parlare, quindi, della depiattaformazione di un’intera Nazione, la Russia.

 

Si tratta di un’ulteriore prova della fine delle democrazie costituzionali, ridotte a oligarcati dove i diritti dei cittadini non esistono più e la libertà (biologica, politica e perfino interiore, di pensiero) è oramai un fantasma.

 

Si tratta inoltre, come scritto da Renovatio 21, della riprova che ci troviamo già coinvolti in una guerra: si oscurano fonti di informazioni di un Paese straniero solo se con questo non si è più in tempo di pace.

 

Kremlin.ru, il sito ufficiale della Presidenza della Federazione russa, è stato per giorni irraggiungibile, e non solo dall’Italia. Non si tratta di un canale di news, ma di un sito puramente istituzionale, con foto e discorsi di Putin.

 

Proprio così: ad essere depiattaformata non è una testata, è un’intera Nazione.

 

 

 

 

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Pensiero

Palantir e monopolio dell’AI: la democrazia è l’Ancien Régime

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Se si presta attenzione ai cambiamenti avvenuti nella nostra sfera pubblica nelle ultime settimane, risulta evidente che tutto il presunto dissenso – di destra, di sinistra e ipotetici estremi – è in difesa della stessa concezione totalitaria, plebeofobica e oligarchica della democrazia.

 

In questo senso, lo scandalo che il manifesto tecnocratico-repubblicano firmato da Alex Karp (CEO di Palantir e discepolo di Habermas) e Nikolas Zamiska ha provocato nell’establishment democratico è, oltre che ipocrita, del tutto incomprensibile, dato che la sua logica illuminata e interventista è, punto per punto, quella della democrazia liberale.

 

I ventidue tweet della dichiarazione di Palantir propongono una modernizzazione della struttura di base della democrazia, volta ad adattarla all’era dell’intelligenza artificiale. L’ideologia di questa inquietante democrazia 6G è, di fatto, identica a quella recentemente difesa in Spagna in nome del mondo libero, sia da coloro che hanno diffamato Sánchez in modo folle e traditore per aver incontrato Xi Jinping (la destra e l’estrema destra) sia dallo stesso Sánchez e dai sostenitori decoloniali di Hillary Clinton (Lula, Boric, Sheinbaum, Petro) che si sono riuniti a Barcellona sotto i benevoli auspici di Alex Soros per tenere il IV Incontro in Difesa della Democrazia (la sinistra e l’estrema sinistra).

 

Possiamo affermare, senza ombra di dubbio, che questa controversa ideologia, riassunto di La Repubblica Tecnologica (2025) di Karp e Zamiska , è la partitura che la nostra destra e la nostra sinistra stanno giocando da più tempo di quanto ci rendiamo conto.

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La tesi più rivelatrice del manifesto si trova nella Proposizione IV, dove, per rivitalizzare la moribonda democrazia occidentale, gli autori propongono qualcosa di simile a un passaggio dal patriottismo costituzionale habermasiano al patriottismo algoritmico della Silicon Valley. La logica di Karp e Zamiska su questo punto non potrebbe essere più istituzionale, poiché, come il nostro Torquato Fernández de Miranda, promuovono una transizione dalla democrazia analogica a quella digitale secondo il motto «dal diritto al diritto attraverso il diritto».

 

In altre parole, i diritti formali (la Costituzione) caratteristici del mondo democratico analogico ormai quasi estinto devono essere sostituiti dalla loro versione digitale (algoritmi o software), poiché «la capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede più di un appello morale» come quello che i diritti formali hanno rappresentato finora.

 

In quanto membri di spicco dell’oligarchia democratica, Karp e Zamiska non hanno remore ad ammettere che i diritti formali sono sempre stati «un’attrazione morale», ovvero una seducente strategia tipica di una Circe che ha lavorato e sofferto di alitosi (la democrazia) per dominare e saccheggiare le società attraverso le promesse distruttive promosse dalle loro leggi luciferine e segregazioniste (legge sul divorzio, legge sull’aborto o legge sul matrimonio omosessuale) che promettono illusoriamente la deificazione dell’uomo.

 

Nonostante sia scritto in un registro apparentemente esoterico, il manifesto è piuttosto trasparente a questo riguardo, riconoscendo implicitamente che l’elemento distintivo della democrazia rispetto ad altri regimi politici (in particolare, rispetto allo stato-civiltà cinese, considerato il nemico da sconfiggere) è la completa assenza di un nucleo di idee permanenti sull’umanità, la società o la storia.

 

Questo inquietante e nichilista «appello morale» della democrazia, invocato a suo tempo dal parafilo kantiano Habermas in un celebre dibattito con Ratzinger, presuppone che la democrazia non sia ancorata ad alcun fondamento morale o religioso preesistente, ma si affermi piuttosto come produttrice di leggi morali.

 

Questa catastrofe antropologica, che sia Habermas che il suo discepolo palantiano Alex Karp considerano un risultato senza precedenti, trasforma la democrazia in un pericolo di portata atomica per la vita umana civilizzata. Poiché la democrazia si fonda esclusivamente sulla sua capacità industriale di produrre diritti, trasforma le leggi in beni di consumo obsoleti (ovvero, strumenti di propaganda e controllo) che, pur promettendo di liberare il cittadino, lo rendono schiavo in modo sempre più subdolo, riducendolo infine a un essere aspirazionale privo di radici se non nei suoi desideri sfrenati.

 

Inoltre, i diritti formali che la democrazia produce devono, per pura necessità, contraddire i diritti naturali, poiché questi ultimi sono visti come un ostacolo al progresso della specie umana, presentandosi come legami trans-storici con le antiche tradizioni stabilite dai nostri antenati.

 

Karp e Zamiska sono dunque consapevoli che l’unico modo in cui la democrazia occidentale può sopravvivere è attraverso continue strategie di propaganda che promettono ai cittadini paradisi sempre rimandati nel tempo (forse falsamente appetibili sotto forma di consumo spazzatura di beni e diritti), offrendo al contempo inferni di isolamento, controllo e sofferenza.

 

La strategia del bastone e della carota permea i ventidue punti del testo, che avvertono i cittadini (non i governi, che sono già sotto il controllo di Palantir) che per preservare la democrazia e affrontare «la minaccia cinese» è necessario sviluppare un’IA occidentale patriottica che non esiti a proteggere la sicurezza nazionale e militare (punti V e VI), ma anche a combattere la criminalità interna.

 

Queste misure eccezionali, concepite per rafforzare la democrazia, sono giustificate dal fatto che, come proclamato al punto XII, l’era atomica sta già volgendo al termine e viene sostituita da un’era di deterrenza tramite IA in cui l’Occidente diventerà obsoleto nella sua battaglia contro un sistema non democratico come quello cinese, estraneo secondo Karp e Zamiska ai nostri «dibattiti teatrali» sulla moralità.

 

Tuttavia, nonostante tutto il clamore, questo approccio intransigente in stile Palantir non si basa sull’ascesa della Cina a potenza mondiale di prim’ordine, bensì sulla dottrina democratica di successo post-11 settembre esposta da Peter Thiel in The Straussian Moment (2007), dove questo tecnosuprematista, co-fondatore di Palantir, affermava che dopo gli attacchi alle Torri Gemelle, di fronte a terroristi ignari dei principi morali più elementari, era necessario riformulare le garanzie democratiche, aumentando la sorveglianza in nome della sicurezza (sorveglianza attraverso la raccolta e l’interpretazione massiccia di dati, che è precisamente ciò che la società di Thiel fornisce tramite contratti multimilionari).

 

Il controllo totale della società che Palantir aspira a instaurare sfrutta quindi la normalizzazione, tra i cittadini, del regime di capitalismo della sorveglianza implementato dopo attentati – molto probabilmente operazioni sotto falsa bandiera – come l’11 settembre a New York o gli attentati ai treni di Madrid.

 

L’unica differenza è che questo sistema di monitoraggio continuo, che cancella il confine tra cittadino e straniero, così come tra innocente e presunto criminale, sottoponendo la popolazione stessa a uno scrutinio che viola i principi fondamentali del diritto pubblico, viene ora attuato con il pretesto di combattere rivali geopolitici «pericolosi», «nemici della libertà», come la Cina o la Russia.

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Il manifesto di Karp e Zamiska si presenta come il copione da seguire in questo nuovo scenario di scontro di civiltà, invocando uno stato di eccezione perpetuo in cui le democrazie occidentali, per rafforzare la difesa dei valori progressisti che le caratterizzano, dovrebbero instaurare un patriottismo algoritmico in cui i loro cittadini, oltre ad accettare la sorveglianza, siano costretti ad arruolarsi nel servizio militare universale, in modo che nella «prossima guerra» «tutti condividiamo il rischio e il costo» (punto VI).

 

Tuttavia, come se la limitazione dei diritti in questa repubblica tecnologica, dove un monopolio come Palantir o un gruppo di monopoli sostituisce lo Stato, non fosse sufficiente, gli autori auspicano un sostanziale ampliamento dell’immunità dei nostri politici e personaggi pubblici, chiedendo loro non solo una maggiore remunerazione (punto VIII), ma anche il nostro perdono e la «tolleranza verso le complessità e le contraddizioni della psiche umana» che le loro azioni più controverse potrebbero rivelare (punti IX e XVIII).

 

Quest’intera serie di misure repressive – inseparabile, come vedremo, dalla natura oligarchica e antirepubblicana della democrazia moderna – deve essere intrapresa, per quanto strano possa sembrare, in difesa delle libertà di cui noi occidentali godiamo. Per suggellare questa impossibile apologia di una democrazia moderna tirannica, Karp e Zamiska ricorrono ad argomenti tanto assurdi quanto suprematisti, inseparabili dall’ideologia protestante, gli stessi che ritroviamo nelle insensate difese della democrazia scarabocchiate dai giornalisti e dai politici di basso livello dei quotidiani spagnoli.

 

In questo senso, scommettendo sull’ideologia imperialista yankee del Destino Manifesto, Karp e Zamiska chiariscono che gli USA sono il Paese che meglio rappresenta nella storia i valori progressisti occidentali per i quali bisogna combattere, evidenziando tra questi due tesi illusorie: che gli USA, in quanto baluardo delle essenze civilizzatrici del mondo libero, abbiano donato al pianeta per la prima volta nella storia quasi cento anni di pace, permettendo a ben tre generazioni di crescere senza guerre (punto XIV), e che gli USA siano, nonostante tutti i loro problemi, la nazione più egualitaria di tutte quelle esistenti perché è lì che «ci sono più opportunità per coloro che non appartengono alle élite ereditarie» (punto XIII).

 

Questa propaganda, facilmente smascherabile considerando semplicemente i milioni di morti causati dagli Stati Uniti negli ultimi ottant’anni, le dinastie ereditarie che saccheggiano sadicamente il Paese, o il suo sistema educativo stratificato, è rafforzata dalla forte tesi propagandistica della democrazia moderna, sia nella sua versione americana che in quella giacobina; ovvero, che si debba presumere che alcune culture (naturalmente, quelle democratiche o anglo-sioniste) o persino sottoculture (ad esempio, i geek neo-tecnologici e neurodivergenti della Silicon Valley) siano superiori ad «altre [che] si sono rivelate mediocri e, quel che è peggio, regressive e dannose» (punto XXI) e che, pertanto, debbano essere sostituite ed eliminate dalla faccia della terra.

 

Tuttavia, Karp e Zamiska, dimenticando che la superbia è il più grande difetto dell’umanità, sembrano non rendersi conto che il vero tallone d’Achille della democrazia moderna e del progetto palantiriano risiede proprio in questa cieca fede nella propaganda, comprensibile solo da una prospettiva protestante che, negando il libero arbitrio e affermando la predestinazione, crede, contro ogni logica, che le élite prescelte possano ingannare perfettamente una popolazione gregaria e priva di discernimento.

 

Il mondo della democrazia moderna è, infatti, inseparabile dalle illusioni propagandistiche ideate dai Bernays, dagli Hearst, dai Lippmann, dai Gates o dai Thiel di oggi, che finiscono per ingannare i loro creatori, portandoli a credere che il loro effetto sia inevitabile. Tuttavia, come il nostro Segismundo ha già dimostrato ne La vita è sogno di Calderón, la libertà umana non solo esiste, ma negarla conduce i suoi carcerieri, nel migliore dei casi, alla disillusione e alla redenzione, e nel peggiore e più probabile, all’autodistruzione.

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Fedeli al detto secondo cui la storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa, gli autori del Manifesto Palantir sembrano trascurare il fatto che la Cina non è solo il carnefice che svela la natura totalitaria delle democrazie moderne, ma anche l’antica civiltà che per prima ha testimoniato con il martirio le trappole mortali della democrazia moderna, vittima delle Guerre dell’Oppio (1839-1860), che segnarono l’inizio ufficiale del cosiddetto mondo libero su scala globale.

 

Come risultato di questo intervento, volto a ridurre forzatamente il deficit commerciale in nome del «libero scambio», l’Impero britannico occupò i porti cinesi con il fuoco dei cannoni e indusse la popolazione a consumare oppio saccheggiato dall’India, facendo sì che la Cina, da uno dei Paesi più prosperi al mondo, precipitasse nella più abietta povertà.

 

Dopo questo lungo periodo, noto come il Secolo dell’Umiliazione, e dopo essersi ricostruita attraverso un traumatico adattamento alla modernità, è ora proprio la Cina che, con calma ma senza sosta, smaschera la natura totalitaria e ipocrita delle società democratiche, le quali affermano di difendere il commercio, la pace e i diritti attraverso dazi doganali, guerre di sterminio o un rigido controllo demografico che antepone gli interessi dei monopoli aziendali a quelli di tutti i cittadini.

 

Se il mondo democratico occidentale sta diventando così aggressivo nei confronti della Cina, è perché il gigante asiatico dimostra che un’economia pianificata e uno Stato-civiltà che fonda la propria bussola morale su un’antica tradizione come il confucianesimo sono di gran lunga superiori, in qualsiasi parametro misurabile (giustizia, efficienza, innovazione, etc.), alla distopia liberale della democrazia moderna, la quale, insistiamo, è comprensibile nel suo impegno per la deregolamentazione solo da una prospettiva nichilista protestante.

 

In questo senso, il Manifesto di Palantir non è antidemocratico, ma piuttosto un’esposizione realistica delle poche vie di sopravvivenza rimaste per la democrazia moderna. Gli autori partono dal presupposto che il principale nemico da sconfiggere sia la Cina, uno stato-civiltà che non è soggetto ai capricci della democrazia e che può progettare e attuare piani a lungo termine con il sostegno della maggioranza della sua popolazione.

 

Pertanto, correttamente ma in modo sinistro, Karp e Zamiska presumono che se la democrazia liberale si differenzia dai regimi non democratici difendendo il mercato come vera e legittima entità politica, l’unica possibilità di sopravvivenza della democrazia (e di competizione con stati di lunga data come la Cina) sia l’adesione al monopolio, che sarebbe anche garanzia di sostenibilità per generazioni.

 

In altre parole, in una democrazia dobbiamo accettare con orgoglio che la sovranità popolare non sia più detenuta dallo Stato, bensì da un monopolio o da un gruppo di aziende monopolistiche che garantiscono il dogma liberale della predominanza degli interessi commerciali. Da qui l’urgente necessità di Palantir di passare dal patriottismo costituzionale di Habermas al patriottismo algoritmico di Karp, attraverso il quale la popolazione è tenuta a difendere gli interessi del monopolio di Palantir come se fossero i propri (fino al punto di dover consegnare i propri dati e persino la propria vita arruolandosi nell’esercito).

 

Questa richiesta non è così inverosimile come sembra, poiché gli algoritmi di Palantir costituiscono di fatto uno Stato globale, che non solo controlla la difesa e l’Intelligence di gran parte del mondo occidentale, ma, in casi come quello degli Stati Uniti, controlla anche la catena alimentare (la prova che Palantir aspiri a esercitare pienamente le funzioni dello Stato nel mondo libero è data dalla sua richiesta di riarmo di Germania e Giappone, riecheggiando posizioni simili a quelle dell’UE).

 

Consideriamo, ad esempio, che in Spagna Palantir si è infiltrata nelle nostre forze armate e nei servizi segreti dopo aver firmato un contratto opaco di oltre 16,5 milioni con il ministero della Difesa del governo di Pedro Sánchez, e che da lì ha stipulato contratti con società diverse come Mutua Madrileña o Mahou.

 

Tuttavia, il monopolio, anziché rappresentare una delle tante vie di sopravvivenza per il sistema liberaldemocratico, costituisce la destinazione finale del ciclo capitalistico. Come ha già dimostrato Piketty, esso segue necessariamente una fase iniziale di capitalismo industriale e una fase intermedia di capitalismo finanziario. Pertanto, chiunque consideri Karp, Musk o Thiel come rappresentanti del male, mentre i difensori decoloniali dello stesso modello liberaldemocratico, come Sánchez, Petro, Boric o Sheinbaum, in stile Hillary Clinton, rappresentino il katechon che garantirà il prevalere del bene, si sbaglia completamente. Essi fanno tutti parte dello stesso sistema che, nella sua furia di stampo NATO e guidata da alleanze, ha promosso, per troppi decenni – nonostante l’emergere dei BRICS – la manipolazione degli Stati da parte dei monopoli attraverso il cosiddetto filantrocapitalismo.

 

Un buon esempio di ciò, e di come il Manifesto Palantir rappresenti anche l’ABC della politica più in opposizione all’estrema destra e al trumpismo, si può riscontrare nel IV Incontro in Difesa della Democrazia, organizzato poche settimane fa da Sánchez a Barcellona con i già citati sostenitori di Hillary Clinton, sotto l’egida di Soros e l’occhio vigile di Bill Gates (le cui fondazioni noi spagnoli abbiamo arricchito con milioni grazie alla benevola mano di Sánchez).

 

L’elemento più sconcertante del vertice è stato senza dubbio il fatto che i presidenti decoloniali lì riuniti abbiano affrontato l’estrema destra offrendo una difesa reazionaria della democrazia liberale che, in modo fuorviante, ha confuso sovranità con democrazia e giustizia con liberalismo. Tra i tre principali accordi raggiunti per difendere la democrazia dalla barbarie, il più rilevante è stata la richiesta, in stile Palantir, di una governance digitale per stabilire regole per lo spazio digitale, perché, hanno affermato, «sarà democratico o non esisterà».

 

Come è evidente, l’imposizione di regole digitali, già promossa dal Digital Services Act dell’UE, che soffoca la libertà, o da misure di controllo algoritmico come HODIO approvate dal governo Sánchez, è il miglior esempio del potere coercitivo del software propugnato dal manifesto Palantir per digitalizzare la democrazia attraverso un regime di sorveglianza dei cittadini. (Le altre due misure principali per difendere la democrazia scaturite da questo incontro sono state la promozione dell’inclusività con la nomina di una donna alla presidenza delle Nazioni Unite per la prima volta, e la richiesta di attuazione del sanguinoso Ordine Internazionale Basato sulle Regole, in base al quale la vile democrazia liberale ha ricattato l’intero pianeta)

 

Tuttavia, la sinistra e la destra sono così unite nella loro difesa in stile occidentale dei monopoli aziendali contro gli interessi della maggioranza che, una settimana prima del Quarto Incontro in Difesa della Democrazia, la destra, l’estrema destra e l’establishment geronto-meridionale spagnolo hanno lanciato un attacco contro Sánchez perché questi, fingendo strategicamente patriottismo, aveva usato il buon senso e tenuto un vertice in Cina con Xi Jinping.

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Se si leggono gli articoli scritti in quei giorni che condannavano il regime cinese e difendevano la democrazia liberale da autori come Antonio Caño, Martín Varsavsky, Esperanza Aguirre e Juan Luis Cebrián, tra molti altri, si vedrà chiaramente lo stato terminale della farsa democratica totalitaria che il manifesto Palantir cerca di prolungare imponendo politiche contrarie al bene comune.

 

L’elemento più sconvolgente di tutte queste difese della democrazia liberale è che sono apertamente filoamericane e contrarie agli interessi del popolo spagnolo. Ma altrettanto sconcertante è il fatto che, pur difendendo i principi liberali, plaudano ai dazi e alle tattiche intimidatorie del governo statunitense contro qualsiasi paese che non si sottometta ai suoi diktat, salvo poi inveire contro l’impegno della Cina a favore del commercio, a scapito della guerra, come strategia per le relazioni tra le nazioni. Di fatto, uno dei principali argomenti usati per opporsi al riavvicinamento della Spagna alla Cina era, secondo questi fautori del libero scambio da salotto, il deficit commerciale che il nostro paese ha con il gigante asiatico.

 

Questo, sostenevano, era il motivo per cui l’incontro con Xi Jinping (che, paradossalmente, ha ridotto questo deficit attraverso degli accordi) equivaleva a un suicidio e a un’approvazione della Russia di Putin. Questi esperti di media e fanatici atlantisti non hanno detto nulla sull’enorme deficit (molto maggiore di quello spagnolo) che gli Stati Uniti stessi hanno con la Cina, né sul deficit della Polonia, il paese più filo-NATO e anti-russo dell’UE. Senza contare, ovviamente, che è molto difficile capire come un liberale possa considerare un problema il fatto che un paese riesca a esportare più di un altro.

 

Ma, tutto considerato, l’argomentazione più ridicola usata per denunciare il vertice con Xi Jinping è stata la preoccupazione di tutti questi autoproclamati apostoli del mondo libero per la mancanza di libertà di espressione in Cina. Ognuno dei democratici spagnoli che ha usato queste argomentazioni è un individuo che ha trascorso decenni a occupare colonne di giornali e studi televisivi, impedendo al nostro Paese di avere anche solo una sfera pubblica minimamente pluralista (ecco un altro punto di convergenza con il Manifesto Palantir, che al punto XX esprime il suo rifiuto del pluralismo, ritenendolo inefficace).

 

Il loro lavoro come giornalisti o piccoli politici trasformati in ingegneri sociali è la negazione stessa della libertà di espressione e persino della libertà politica. Si consideri, ad esempio, che questi architetti del falso consenso cercano di manipolare mentalmente noi cittadini, facendoci credere, per esempio, che ciò che difendiamo sia un’opinione minoritaria e che in Spagna ci sia una maggioranza favorevole all’intervento statunitense in Iran, contraria al riavvicinamento con la Cina o a favore dei genocidi democratici perpetrati dall’anglo-sionismo.

 

In realtà, è bene che tu sappia che questi difensori della libertà di espressione hanno già più di una volta ammonito i nostri editorialisti di questa testata a moderare le nostre critiche a Israele o le nostre denunce dei vili piani postumani di uomini d’affari come Martín Varsavsky.

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In breve, tutto sembra indicare che in quest’ultimo periodo di agonia la democrazia moderna stia tornando alle sue origini, confermando pienamente la diagnosi di Tocqueville. Nel 1856, egli non poté fare a meno di riconoscere che la democrazia aveva perfezionato gli strumenti di controllo demografico e di soppressione della libertà individuale e collettiva caratteristici dell’Ancien Régime francese del XVIII secolo.

 

La democrazia è, in definitiva, l’Ancien Régime.

 

Lo stesso Tocqueville affermò, infatti, che la natura repressiva di questo sistema radicato nell’Illuminismo era di gran lunga superiore a quella dell’età moderna e medievale, persino considerando casi estremi come il feudalesimo tedesco. Nulla di tutto ciò dovrebbe sorprenderci, poiché la democrazia si è sempre caratterizzata per aver mascherato la logica estrattiva dell’Ancien Régime, espandendola sotto le spoglie di diritti formali per servire le varie fasi della Rivoluzione Industriale, da allora fino ad oggi.

 

Il potere assoluto del monarca e delle cricche dell’Ancien Régime è lo stesso potere assoluto che le oligarchie capitaliste esercitano con pugno di ferro, mantenendo la loro presa sul potere attraverso i secoli tramite dinastie regnanti come i Rothschild e i Rockefeller, che facilitano l’ingresso controllato di nuove generazioni di oligarchi sul modello di Soros, Gates e Thiel. Il filantrocapitalismo (una grottesca versione del dispotismo illuminato) è il cavallo di Troia attraverso il quale questi figli di Satana si impadroniscono delle nostre società, parassitando lo Stato e rendendo il monopolio il destino ultimo della democrazia.

 

Nonostante tutto, è del tutto possibile che qualcuno che abbia assorbito grandi dosi di propaganda democratica moderna, che ci assicura che il progresso esiste e, per di più, è lineare, sostenga che la situazione attuale sia un’anomalia che necessita semplicemente di essere corretta, e che i sistemi democratici dispotici contemporanei di Tocqueville – sia nella loro forma americana mitizzata, sia nella vituperata versione francese, sia nelle sfortunate repubbliche ispaniche – non siano paragonabili alla miracolosa democrazia liberale emersa (prima come stato sociale, poi come stato terapeutico e infine come stato eutanasico) dopo i traumi delle due Guerre Mondiali.

 

Per rispondere alle legittime obiezioni che questi lettori potrebbero sollevare, ho scritto in passato una serie di articoli critici nei confronti del feticismo democratico, come ad esempio «La democrazia è diventata una forma di superstizione?». «Il fantasma della libertà» o «Il volto nascosto della democrazia», tra gli altri, in cui mostro come l’idea di democrazia moderna sia inseparabile, in qualsiasi forma fondamentalista abbia assunto, dal totalitarismo, come dovrebbe essere dimostrato dal fatto tutt’altro che paradossale che il XX secolo, il grande secolo delle promesse rivoluzionarie-democratiche (ovvero delle ideologie), è stato il secolo dei genocidi.

 

David Souto Alcalde

 

Articolo ripubblicato con permesso da Brownstone Spain

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Necrocultura

Volontà politica e Stato moderno: Renovatio 21 saluta Bossi il disintegratore

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È morto Umberto Bossi. Con lui se ne va qualcosa di più di un pezzo di storia italiana: sparisce assieme all’uomo anche una volontà politica rarissima, quella di riformulare lo Stato italiano dalle fondamenta – se è necessario anche distruggendolo.   Prima di «populista», l’insulto contorto e contraddittorio per chi sfidava i ranghi della burocrazia politica era «anti-politica», o ancora «anti-Stato»: espressione in teoria dispregiativa che Bossi e la Lega dei primordi si beccarono dai politici e dai giornali dell’establishment, che, immersi nella palude fatta di corruzioni e salari (e tanta mediocrità), non si possono rendere conto che questo è un complimento – e non è un caso se agli esordi Bossi si alleò con il più fine politologo studioso dello Stato, Gianfranco Miglio.   Essere anti-Stato significa avere una visione politica radicale: non si vuole «entrare» nel giuoco della politica, ma rifondarlo, cambiarlo integralmente, riprogrammare la realtà a partire dalla volontà propria e del popolo che ti dà il voto – una concezione umana, attiva dello Stato lontana anni luce da quella, comune a tutti i partiti del mondo (Lega Nord odierna compresa), per cui semplicemente i politici devono adeguarsi, integrarsi allo Stato-macchina.

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Il lettore di Renovatio 21 sa che proprio qui sta il cuore del problema della nostra Civiltà: se allo Stato bisogna conformarsi, lo Stato può fare a meno di noi, può fare a meno non solo dell’etica, ma del suo stesso popolo. Lo Stato moderno diventa quindi assassino e genocida, e, sapendo della morte dispensata nei suoi ospedali da aborti ed espianti a cuor battente, riconosciamo che questa sua funzione sterminatrice antiumana è già all’opera da tempo, in attesa di sviluppare altre forme, anche più spudorate, di strage degli esseri umani.   Ecco perché la carica del primo Bossi era unica: perché metteva in dubbio l’essenza stessa dello Stato, quantomeno su base popolare. «La Lombardia è una nazione, l’Italia è solo uno Stato (…) Tutti i milanesi sono stufi grazie al potere romano che ci ha imposto sistemi di vita che noi non vogliamo» diceva nel 1985 ad un giornalista di Repubblica. Umberto aveva compreso tanto, e cominciato ad intuire di più…   Si tratta di una comprensione che va ben al di là della rottura, ottenuta con i successi elettorali clamorosi della Lega nel 1992 e nel 1994, della Prima Repubblica e del pentapartito soggiacente: la differenza tra Stato e nazione, tra supermacchina burocratica e popolo (cioè, essenza biologica umana di un Paese) era non solo elaborata, ma pure agita politicamente, ed elettoralmente.   Se lo Stato prevarica il popolo, la conseguenza è giocoforza la perversione della società. Perché lo Stato anti-umano deve, per preservare se stesso, sradicare psicologicamente, culturalmente e financo fisicamente i propri abitanti. L’immigrazione, in apparenza il grande, sempiterno cavallo di battaglia del leghismo, è solamente uno degli strumenti per ottenere la corruzione del popolo.   Lo aveva detto apertis verbis nel discorso di apertura del Congresso della Lega Lombarda nel 1989: «se la portata dei cambiamenti etnici e culturali supera la velocità di integrazione della società allora essa interrompe la consapevolezza della identità collettiva che si fonda sul sentire dei cittadini che c’è una componente di continuità nella società che convoglia attraverso i tempi un patrimonio di valori culturali: dagli atteggiamenti spirituali alle forme della cultura materiale».   «In quest’ultimo caso la società va incontro alla disgregazione, sviluppa comportamenti patologici dell’omosessualità, della devianza giovanile, della droga, crea condizioni psicologiche che favoriscono ad esempio la sterilità per cui non nascono più figli. Si realizza in altre parole la “società deviata”, asociale, egoista». Sì, Umberto quaranta anni fa aveva compreso l’origine della Necrocultura.   Realizzare lo Stato-pervertitore lo aveva portato necessariamente oltre, al piano planetario. In un discorso a Crema del 1999 alludeva alle dinamiche dell’ordine mondiale: «Il progetto mondialista americano è chiaro: vogliono importare in Europa 20 milioni di extracomunitari, vogliono distruggere l’idea stessa di Europa garantendo i propri interessi attraverso l’economia mondialista dei banchieri ebrei e attraverso la società multirazziale. Ma noi non lo consentiremo. (…) Il disegno dei 20 potenti americani non passerà, anche se usano armi potenti come droga e televisione».   Poco dopo cominciò a parlare del piano per creare «lo Stato unico mondiale, un’ unica razza, un’ unica religione, un unico utero, una sola lingua e magari una sola taglia per i vestiti». Nel 2000 si scagliò contro «i comunisti e i massoni che hanno in mano l’Europa, insieme alla lobby dei gay, hanno teso una trappola […] Hanno cercato di far passare in Europa l’assegnazione dei bambini alle coppie omosessuali (…) Se passano le famiglie omosessuali che non fanno figli, è necessaria l’immigrazione e con essa l’ideologia che riesce a scardinare l’identità dei popoli. (…) Se invece ritorna la famiglia eterosessuale, e con essa i figli, vincono i popoli e la democrazia».

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È ricca di significato, oggi che il PD è incontrovertibilmente divenuto quello che Augusto Del Noce chiamava «Partito Radicale di massa», l’idea di Bossi, proferita sempre al volgere del millennio, tra PCI e decadenza civile: «Io vedo una relazione tra il paese che aveva il più forte partito comunista dell’Occidente e il basso coefficiente di fertilità che oggi ci relega nell’abisso. Dai oggi e dai domani, un’ideologia come quella comunista che aveva come obiettivo primario quello di scardinare la società occidentale, ha cominciato a sferrare colpi contro la famiglia».   Viviamo, diceva Bossi in un’era in cui «gli uomini abbandonano la famiglia, le coppie divorziano per motivi egoistici e superficiali, gli interessi dei figli diventano incompatibili con quelli dei genitori». Sappiamo che, divorziato, a travolgerlo anni dopo sarebbero stati proprio scandali sui figli.   Appunto, sappiamo che questa carica, questa lucidità politica e metapolitica, si stinsero. Bossi si romanizzò. Con lui la Lega, e tutti gli altri: da qualche parte Andreotti aveva predetto che i barbari calati dal Nord sarebbero, ad un certo punto, stati digeriti dal Palazzo.   Non è la cosa peggiore, non è la cosa che davvero rimpiangiamo: abbiamo nostalgia, e bisogno, di quella volontà politica radicale, quella’idea di poter riscrivere da capo lo Stato, rifiutandone i meccanismi e le origini massoniche, di poter avere uno Stato a misura del suo popolo, che ne possa garantire la libertà, la prosperità, la vita.   Nessuno oggi ha una simile idea: qualsiasi potere vuole procedere con l’integrazione, allo status quo, Stato vigente, al super-Stato europeo, al super-Stato NATO, al super-Stato globale, e a tutte le sue burocrazie.   Non ne possiamo più di politici integratori . Noi vogliamo qualcuno in grado di parlare di disintegrazione. Vogliamo tribuni disintegratori.   Bossi ne è stato capace, per un po’. Questa era la sua cifra unica, virile come nient’altro. Questo è il Bossi che, tra il diluvio di coccodrilli inutili, salutiamo ora.   Onore ad Umberto il disintegratore. E pace all’anima sua.   Roberto Dal Bosco

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Famiglia

Mons. Viganò sta con la famiglia nel bosco. Ma perché lo Stato si sta accanendo in questo modo?

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha commentato su X in merito al tema della famiglia Trevallion, con i figli separati dai genitori da assistenti sociali e magistratura.

 

«Nell’esprimere il mio pieno sostegno alla Famiglia del Bosco, ricordo le immortali parole di Pio XI, che dovrebbero suonare di condanna per tutti coloro che si sono resi responsabili di gravissime violazioni dei più elementari principi della civiltà e dell’umanità» scrive Viganò, che prosegue citando l’enciclica Divini illius Magistri pubblicata da Pio XI il 31 dicembre 1929.

 

«La famiglia (…) detiene direttamente dal Creatore la missione e quindi il diritto di educare la prole, diritto inalienabile perché inseparabilmente congiunto all’obbligo stretto, diritto anteriore a qualunque diritto della società civile e dello Stato, e perciò inviolabile da parte di qualunque potere terreno».

 

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La lettera enciclica di Pio XI «sull’educazione cristiana e la gioventù» scriveva che «tre sono le società necessarie, distinte e pur armonicamente congiunte da Dio, in seno alle quali nasce l’uomo; due società di ordine naturale, quali sono la famiglia e la società civile; la terza, la Chiesa, di ordine soprannaturale. Dapprima la famiglia, istituita immediatamente da Dio al fine Suo proprio, che è la procreazione ed educazione della prole, la quale perciò ha priorità di natura, e quindi una priorità di diritti, rispetto alla società civile» scriveva papa Ratti.

 

«Con la missione educativa della Chiesa concorda mirabilmente la missione educativa della famiglia, poiché entrambe procedono da Dio, in modo assai somigliante. Infatti alla famiglia, nell’ordine naturale, Iddio comunica immediatamente la fecondità, principio di vita e quindi principio di educazione alla vita, insieme con l’autorità, principio di ordine».

 

«La storia è testimone come, segnatamente nei tempi moderni, sì sia data e si dia da parte dello Stato violazione dei diritti conferiti dal Creatore alla famiglia, laddove essa dimostra splendidamente come la Chiesa li ha sempre tutelati e difesi» prosegue l’enciclica.

 

Il caso della famiglia Trevallion sta sconvolgendo l’Italia, che pare spaccarsi su nette linee politiche: da una parte la sinistra che assicura la preminenza dello Stato e dall’altra parte la destra che invece pare avere adottato il caso dei Trevallioni, con il primo ministro Giorgia Meloni che si è detta «senza parole» per le ultime notizie che giungono dalla triste vicenda.

 

Le dichiarazioni della Meloni costituiscono, amaramente, una proclamazione di impotenza: laddove ci sono la magistratura e la filiera di affidi e compagnia, nemmeno il presidente del Consiglio del Ministri della Repubblica Italiana può nulla. Già questo dovrebbe fornire all’osservatore le proporzioni del problema attuale dello Stato italiano.

 

In molti accusano le autorità di accanimento nei confronti della famiglia nel bosco, ignorando invece i problemi e i reati che con evidenza vi possono essere nelle situazioni famigliari di tanti campi nomadi. Per farsene un’idea, il lettore può guardare un vecchio film di Emir Kusturica, Tempo di gitani (1988), con la storia ambientata tra la Jugoslavia e un campo nomadi fuori Milano. Il film vinse il premio per la miglio regia al Festival di Cannes, ma non ha per qualche ragione avuto troppi passaggi sulla TV italiana.

 

C’è da ricordare che i Trevallion, nome che pare uscito dalla lingua elfica del glossoteta J.R.R. Tolkien, non sono l’unica famiglia nel bosco in Italia. Esistono da decadi sugli appennini comunità di sedicenti «elfi», appunto. Lo chiamano «Popolo degli Elfi», è sorto negli anni Ottanta nell’Appennino Pistoiese, tra Treppio e Sambuca. Composta da oltre 150 persone, la comunità degli elfi appenninici vive in case coloniche abbandonate, puntando su uno stile di vita autarchico, sostenibile, in profonda connessione con la natura e privo di comodità moderne.

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Sarebbe d’uopo notare che negli anni la comunità degli elfi, che pare non distante nemmeno visivamente dalla storia dei Trevallioni, abbia avuto gli immani problemi con lo Stato che sta affrontando invece la famiglia nel bosco. I tempi sono cambiati: con l’avanzamento dello Stato-partito piddino, una tacita primazia dello Stato sulla famiglia, in teoria contraria alla Costituzione, si è installata sempre più in profondità, mentre le strutture pubbliche per gli affidi (cooperative, uffici pubblici, etc.) aumentavano dai primi anni 2000, divenendo quella forza invincibile che abbiamo visto anche nei noti casi visti in Emilia.

 

I Trevallion sono essenzialmente vittime dello zeitgeist antifamiglia che si è caricato silenziosamente come programma politico dello Stato Italiano. Delle origini di tale fenomeno, che passa per il PCI e per i suoi psichiatri, Renovatio 21 aveva scritto anni fa.

 

«Se non si distrugge la famiglia, dicono gli psichiatri di sinistra, avremo una società di psicotici, oppure, ancora, peggio di “cittadini conformisti” e “mediocri”» scrivevamo nella nostra analisi, che toccava anche l’intoccabile idolo della psichiatria italiana Franco Basaglia. «Basaglia era il fronte italiano di una «scuola» internazionale di medici dell’epoca che prese il nome di “antipsichiatria” per la quale la famiglia era una istituzione di violenza, vera responsabile delle malattie mentali»

 

Un ulteriore papavero dell’antipsichiatria italiana, Giovanni Jervis nel suo Manuale critico di psichiatria, dove alle pagine 84-85 scrive: «la famiglia nucleare è la macchina che costantemente fabbrica e riproduce forza-lavoro, sudditi consumatori, carne da cannone, strutture di ubbidienza al potere; e anche nuovi individui condizionati in modo tale da ricostituire nuove coppie stabili, procreare altri figli, ricreare altre famiglie, e così perpetuare il ciclo».

 

Distruggendo la famiglia, si apre l’abisso della perversione, che vediamo oggi istituzionalizzata con sempre maggio prepotenza. «Con il 1968 e l’avvento della cosiddetta «liberazione sessuale», cioè quando la promiscuità e la devianza divennero parte integranti delle lotte della sinistra».

 

«Gratta la superficie di una cultura che rifiuta Dio e la morale, il sacrificio e il Logos, e ci trovi una storia oscura, una volontà di ribaltare completamente l’ordine del creato, e ci trovi, sempre, alla fine, un abisso mostruoso, furioso, dove la morale può capovolgersi» scrivevamo nel lontano 2019.

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