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Dignità umana e nuova era della distruzione atomica

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La fantasmagorica produzione vaticana di documenti simildottrinali si è arricchita ultimamente della Dignitas Infinita che già nel titolo ha ingenerato qualche allarmata perplessità. Perché nei più maliziosi è nato spontaneo il sospetto di un supporto concettuale approntato per dare dignità, è il caso di dirlo, all’avventuroso Fiducia Supplicans, nel senso cioè che si sia voluto affermare la dignità estesa in senso quantitativo a qualunque manifestazione umana, in virtù della qualitativa superiorità umana.

 

Il sospetto, fugato a prima vista dalle sacrosante riconferme della morale cattolica per cui va rispettata la dignità dell’uomo in sé in quanto creatura – rispetto ovviamente che non esclude affatto la possibilità di giudicare antiumane le sue azioni – ha trovato poi conferma in certe ambiguità del testo e soprattutto nelle dichiarazioni con cui l’immaginifico custode della dottrina lo ha presentato alla stampa.

 

Purtroppo tutto questo appartiene ormai più al folklore vaticano che alla fede e alla fine lascia il tempo non proprio luminoso che trova.

 

Ma è anche vero, per altri versi, che proprio sul tema della dignità umana, nelle sue articolazioni storiche, teologiche e filosofiche, occorre fermare l’attenzione per decifrare i tanti fenomeni inediti che segnano la contemporaneità e che a quel concetto per vie diritte o distorte si ricongiungono.

 

Infatti, oggi come non mai appare chiaro che siamo giunti alla resa dei conti tra i due modi fondamentali in cui, attraverso una storia millenaria, ha preso forma la idea della dignità umana.

 

Da un lato quella per cui essa deriva all’uomo dall’essere creatura generata, secondo la immagine michelangiolesca, da un Dio che la sovrasta. Dall’altro, l’uomo che col tempo non ha riconosciuto più alcuna dipendenza, nulla più in alto della propria volontà e immaginazione, e che attinge ad essa la propria dignità e il proprio valore.

 

Tra questi due poli passa tutta la parabola di una civiltà che si identifica, appunto, con la storia del proprio pensiero prima teologico, poi filosofico, quindi scientifico. Una parabola che va appunto dalla idea, consacrata nel libro della Genesi, dell’uomo creato da Dio a Sua immagine e somiglianza, trapassata nel dogma della Incarnazione, e poi dissolta a poco a poco fino a rovesciarsi nel dramma moderno «dell’umanesimo ateo».

 

Un rovesciamento che appare a noi in tutta la sua compiutezza, ma che non sfuggì all’occhio attento di chi ne presagiva il compimento.

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Se la creazione in sé apparve al suo creatore «molto buona», questo doveva implicare che anche i suoi frutti futuri sarebbero stati «molto buoni», secondo le aspettative divine. Ma come sappiamo le cose sono andate diversamente. Il peccato di orgoglio ha tradito quelle aspettative con la caduta degli angeli e quella dell’uomo, ed è stato dettato dal desiderio dell’uomo di farsi uguale a Dio e la cui pericolosità era stata presagita lucidamente da un popolo dalle spiccate attitudini speculative e che pure aveva coscienza del grande valore dell’uomo.

 

La tentazione della onnipotenza è stata alla base della perdizione di Adamo. Anche Prometeo si è perduto per avere osato troppo, ma a differenza di Adamo il suo era stato un gesto filantropico, anche se indirettamente aveva indotto nell’uomo «le false speranze». Infatti era stato punito per motivi oggettivi. Adamo invece ha peccato di superbia come chiunque voglia assumere un ruolo che non è suo. La conseguenza punitiva ha avuto presupposti diversi, ma noi siamo metaforicamente figli di entrambi.

 

Dopo la scomparsa del mondo antico e la lunga gestazione di quello cristiano che vi si era innestato, totalmente polarizzato sulla volontà e la legge di Dio, l’umanesimo riapre la finestra sul valore dell’uomo e delle sue opere, sul suo essere «meraviglia» come lo definiva Marsilio Ficino e che, come tale, mostra la propria natura divina.

 

Tuttavia l’esaltazione dell’uomo nella trattatistica più antica, come negli umanisti del XV secolo, come scrive De Lubac, non era al contempo diminuzione di Dio, ma semmai proprio la rappresentazione della bontà e grandezza, della onnipotenza divine.

 

«Attingendo alla Genesi e a San Paolo, i Padri della Chiesa e poi i medievali, avevano trasformato lo gnothi seautòn dell’oracolo di Delfi che invitava l’uomo a comprendere di essere soltanto un essere mediocre separato dagli dei da un abisso incolmabile, prigioniero nel grande universo del quale doveva subire le leggi. Ora con la stessa formula lo invitavano, al contrario, ad esplorare le profondità del proprio essere, certamente non per scoprirvi illusoriamente una essenza divina, niente faceva loro più orrore, ma per cogliervi il segno di un destino superiore, una chiamata al di là di tutti i limiti che sembravano rinchiuderlo».

 

In ogni caso, col tempo ha preso forma la contrapposizione tra due fondamentali punti di vista.

 

Da un lato quello per cui grandezza dell’uomo e grandezza di Dio sono inseparabili. Dall’altro l’idea che l’uomo faber fortunae suae rivendica titanicamente la propria indipendenza da Dio finché arriverà a postulare la sua inesistenza. Per questa via sarà addebitato proprio all’umanesimo di avere gettato le basi per la eliminazione di Dio.

 

Inoltre, e per altro verso, se le regole della convivenza le detta l’uomo che le può fare e disfare a proprio piacimento e a seconda del prevalere di questo o quel potere, lo Stato diventa etico non in quanto custode di un’etica teleologicamente orientata al bene comune, ma perché posta al servizio del potere.

 

La possibilità di questa ambigua trasformazione dell’uomo era già stata osservata da Pico della Mirandola per il quale «nell’uomo nascente il Padre infuse germi di ogni specie di vita», germi che potranno produrre sia l’animale celeste che il bruto, in ragione di una natura cangiante e metamorfica.

 

Pico, convinto di essere in perfetta ortodossia cristiana, nella sua Oratio mette in evidenza la dignità dell’uomo in quanto capacità, in virtù della libertà del volere donatagli da Dio, di farsi angelo o bruto. Non solo dunque di essere libero di scegliere, come voleva sant’Agostino, tra bene e male, ma di essere dotato di natura cangiante e metamorfica e dunque di poter percorrere strade opposte e assumere forme opposte. Tutto ciò sembrò agli occhiuti ma non sprovveduti censori vaticani il presagio pericoloso di pericolose rivendicazioni di autonomia spirituale e di futura totale licenza.

 

Dunque qui già si annidava il possibile equivoco. La dignità è di qualunque creatura umana in quanto tale, per cui solo a Dio è dato disporne (nel senso per cui è stato detto «nessuno tocchi Caino»), o nel senso per cui qualunque manifestazione, qualunque decisione di vita è giustificata in nome di quella dignità, come, a pensar male, forse vorrebbe Tucho Fernandez?

 

Insomma, in prospettiva si poneva già il problema se l’uomo è buono in sé in quanto creatura, e le sue azioni siano di conseguenza anche buone, o in quanto capace di bene e nei limiti in cui agisca per il bene proprio e altrui; inoltre, e infine, che cosa sia veramente il suo bene presente e futuro.

 

Mentre poi ci si è dovuti chiedere, e oggi la domanda è diventata lacerante, se l’uomo faber sia ora in grado di dominare ciò che è diventato capace di produrre, quali siano i frutti buoni della sua acquisita conoscenza del mondo e della natura, se gli sfugge di mano ciò che realizza, o perde la capacità di valutare anche il peso delle proprie idee, dato che anche il pensiero in sé è una forza capace di produrre il bene e il male.

 

E soprattutto cosa può accadere, come accade, se a tenere in mano le leve del potere che domina i mezzi spiritualmente e materialmente distruttivi, siano quelli che, nella visione di Pico, appartengono all’altra faccia dell’umanità, o quanto meno non abbiano nel loro orizzonte il bene comune.

 

Sicché, alla fine, l’esito ultimo della libertà assoluta e della autodivinizzazione, per paradossale eterogenesi dei fini, è quello del trapasso nell’opposto del nuovo paradiso promesso, e l’onnipotenza diventa strumento di distruzione e autodistruzione.

 

Non per nulla, in seguito, il tema della trasfigurazione dell’uomo in demonio, preconizzata da Pico come «iconografia della trascendenza deviata», diventerà un tema molto frequentato nella letteratura moderna, come osserva ancora De Lubac, soprattutto in quella russa dominata proprio dal rapporto con la trascendenza. Basti pensare al Dostoevskji dei Demoni o dei Fratelli Karamazov. Ma l’abisso della perdizione è presente ormai in tutti gli autori cattolici del diciannovesimo secolo, che in ogni caso presuppongono appunto la perdita dell’orizzonte normativo, non la sua inesistenza.

 

Oggi però nella concezione antireligiosa, ateista, libertaria, sostanzialmente nichilista e autoreferenziale, l’uomo, se non intende neppure assomigliare ad un dio in cui non crede, confida ugualmente nella propria onnipotenza, e si riconosce legislatore di se stesso.

 

Prende corpo tangibile l’abisso tra la concezione per cui il valore dell’uomo sta nella propria filiazione divina, e nella sottomissione ad una legge superiore, e quella più euforica che medita di un potere sciolto da limiti persino di ordine naturale.

 

Tuttavia si tratta di una concezione che non appartiene coscientemente ad una massa alle prese con la vita quotidiana, la quale semmai la assorbe per osmosi dallo spirito del tempo, ma ad una minoranza di individui, immersi nella deriva gnoseologica e nella degenerazione culturale propria della cosiddetta civiltà occidentale. Una minoranza di potere diventata capace per contingenze storiche di dominare le vite, ma anche di manipolare gli atteggiamenti mentali altrui.

 

Infatti alle due concezioni, quella che sente il divino come principio creatore e ordinatore, e quella dell’umanesimo ateo impegnato a far valere la forza creatrice della propria libertà, questa è diventata determinante e politicamente egemone, disponendo di tutti i mezzi pratici per realizzare i propri obiettivi.

 

Inutile dire, però, che la disumanizzazione copre dominanti e dominati, se, per dirla con le parole di De Lubac: «non c’è più uomo, perché non c’è più nulla che trascenda l’uomo».

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Ora, la volontà di potenza, che va di pari passo con i miraggi di libertà assoluta e autodeterminazione negatrici di ogni presupposto normativo, comporta anche la necessità di eliminare lo spettro delle conseguenze del proprio agire, impone di non volere vedere e sapere. E questo richiede a sua volta la cancellazione della memoria insieme alla percezione del pericolo incombente: ovvero la cancellazione di tutto ciò che, facendo prendere coscienza della realtà, aiuterebbe i più a ricostruire il proprio orizzonte umano e ad attivare le necessarie difese.

 

Per questo, tra falsa emancipazione e falso umanesimo, si è arrivati alla plausibilità dell’era atomica.

 

Infatti alle due visioni, quella dell’uomo che sente l’obbligo morale di modellare le proprie azioni sulla legge divina, e quella di chi si intende liberato da ogni imperativo trascendente, oggi si è aggiunta quella apocalittica della volontà di potenza distruttiva, che fa dell’uomo un creatore di segno opposto.

 

Grazie alla potenza atomica, l’uomo contemporaneo compensa il vuoto che ha scavato intorno a sé con la propria capacità distruttiva come una creazione rovesciata: se egli non si è creato come specie privilegiata, ora sa di avere il potere di autodistruggersi. E non è poco nella visione allucinata del nuovo superuomo.

 

Quanto tempo rimane per arrivare alla autodistruzione umana? Si chiedeva già Norman Causins in un saggio del 1946, a ridosso delle bombe statunitensi sulle città giapponesi. Se la guerra è ineliminabile perché appartiene al destino umano, sarà ineliminabile l’impiego autodistruttivo dei mezzi ora a disposizione. E aggiungeva: «è un curioso fenomeno naturale che solo due specie pratichino l’arte della guerra: gli uomini e le formiche, ed entrambi viventi in complesse organizzazioni sociali».

 

Solo che ora, la guerra, da mezzo per un qualunque fine pratico, compreso quello della affermazione di potere personale, dettato dallo spirito di conquista che fu di condottieri antichi e moderni, appare dare tragicamente forma estrema alla allucinazione del potere che riscatta la precarietà umana proprio attraverso la sua capacità di distruzione totale. E, al di là di ogni possibile calcolo utilitaristico, tutto ciò assume il significato metafisico, appunto, della capacità distruttiva quale rovescio della potenza creatrice divina. Cosa che si connette naturalmente anche alla dimenticanza alienata e quasi ostentata, o della ignoranza intenzionale, delle conseguenze.

 

Una ignoranza che sembra non risparmiare né gli impresari ufficiali della guerra, né in particolare le masse ad essi sottoposte.

 

Infatti sono queste che dovrebbe teoricamente poter cambiare la rotta della autodistruzione grazie al potere critico che induce a cambiare «perché connesso con l’istinto di sopravvivenza». Un potere critico che, nell’era atomica, di fronte alla potenza distruttiva raggiunta dalla scienza, dovrebbe essere tanto potenziato da essere in grado di scongiurare proprio il pericolo dell’autodistruzione. Invece l’uomo moderno, osservava ancora Causins, «attraversa una crisi della decisione, perché il dilemma che lo riguarda più da vicino è quello tra la volontà di cambiare e la capacità di cambiare, e oggi la volontà di cambiare sembra essere venuta meno».

 

Il fenomeno d’altra parte va letto alla luce del fatto che l’immane potere distruttivo è comunque in mano a pochi decisori, e proprio la volontà dei più è sovrastata e manipolata da quella dei detentori del potere che dimostrano in massimo grado spregiudicatezza e irresponsabilità, sicché la stessa percezione del pericolo è stata ottusa dal frastuono delle mille stimolazioni, che, distraendo le masse dalla realtà effettuale, le immerge nel fumo di quella virtuale.

 

Come nella confusione dei piani concettuali non viene più percepito il valore né la sostanza dei fenomeni, così qui viene meno la capacità di giudizio e di comprensione dei nessi causali.

 

Insomma, tra sottomissione forzata alle decisioni prese dall’alto, e incapacità critica indotta, anche lo istinto di sopravvivenza è messo fuori gioco nella sua funzione conservatrice da un meccanismo che sotto traccia ne inceppa la potenza determinante.

 

Questo quadro di inconsapevolezza autodistruttiva va a congiungersi con quello della guerra che da strumento di sopravvivenza diventa proiezione appariscente della volontà di potenza fine a se stessa, che da un capo si trasferisce ad un popolo o viceversa, o trova nel loro connubio una sintesi poderosa.

 

Ma oggi sembra prevalere in ogni caso quella arroganza solitaria del potere che assume le vesti anonime di uno stolido competitore col divino sempre più stordito dalla ebbrezza di poter tenere in pugno il mondo intero.

 

Nessuna immagine può rappresentare in modo più icasticamente eloquente il senso tragico di questa follia senza speranza come quella ideata dal genio di Stanley Kubrick per il finale del suo Dottor Stranamore, col generale che vola a cavalcioni del suo «ordigno fine di mondo», sventolando inebriato il cappello da cow boy.

 

Eppure la vertigine di questa apocalisse annunciata ci investe di fatto da vicino se, girando per questa Italia che ebbe il benigno destino di diventare culla insuperata e insuperabile di bellezza, pensiamo sgomenti alla sua precarietà.

 

Una bellezza donata ma poi ricreata, che ha allevato un popolo in sé mite e vitale, ma anche ottimista e contemplativo. Un popolo che di quella bellezza ricevuta e restituita, sempre rinnovata si è nutrito magari inconsapevolmente, di città in città, di borgo in borgo, mentre all’ombra di quelle pietre poteva arricchire la propria sensibilità anche con l’arguzia di infiniti linguaggi capaci di fissare esperienze e pensieri nuovi o tramandati come i corredi nelle casse spesso intonse di spose promesse e spose mancate.

 

Un patrimonio di bellezza pubblica e domestica che ha provato già l’acconto immane, feroce e belluino della distruzione totale, e continua ad essere esposto senza difese al suo compimento. Perché il potere distruttivo è governato anzitutto dallo stesso pensiero tragicamente alienato che guidava la guerra aerea angloamericana nel secondo conflitto mondiale. Quello inglese per cui le città d’arte andavano colpite per motivi tattici, e quello statunitense sempre in vigore per cui la distruzione serve alla ricostruzione.

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In una nuova apocalisse distruttiva non si porrà il problema di sopravvivere perché non varrà la pena di sopravvivere. Di fronte alla scomparsa di Venezia per la bestialità dei distruggitori, sarebbe comunque intollerabile condividere ancora con essi la stessa terra.

 

Perché non sarà valso a nulla coltivare la speranza di un lascito fecondo per quel tanto o poco di noi che potrebbe continuare a generare nell’anima di quelli venuti dopo.

 

In passato, anche quando la memoria dei padri si sbiadiva, rimanevano le pietre resistenti al tempo e agli uomini, la terra e le bellezze tramandate dalle mani e dallo spirito nelle prospettive di colline e montagne, acque e cieli benigni.

 

Ora lo stupore e l’incanto rapito, la commozione per la bellezza trovata o cercata, ora li dobbiamo vivere in controluce, ovvero nella luce sinistra del timore, nella angoscia premonitrice di avere di fronte solo immagini fuggevoli perché condannate a sparire.

 

Ora la nuova visione apocalittica non contempla la mano invisibile di un dio che colpisce i peccatori come nella iconografia medievale di Giotto o in quella della Sistina, ma l’inferno che viene dal cielo una volta creato come inviolabile.

 

Ma una domanda sorge spontanea: c’è una vera coscienza di tutto questo? Oppure anche l’idea di questo immane pericolo alimentato dalla irresponsabilità politica viene elusa dai più?

 

Di certo abbiamo a che fare almeno con due fattori decisivi: una consapevolezza della realtà indebolita e la rimozione difensiva.

 

Non bisogna dimenticare come la normalizzazione della follia metafisica della guerra moderna quale premonizione apocalittica sia venuta a maturazione puntualmente proprio con la seconda guerra mondiale. Perché la cancellazione di tanta parte di storia ha sortito l’effetto di cambiare anche un atteggiamento interiore.

 

L’averla subita dalle generazioni che l’hanno vissuta, il suo dejà vu, rimosso però secondo un meccanismo psicologico ben conosciuto, ha fatto rientrare l’indicibile nella plausibilità destinale. In una sorta di interpretazione popolare diffusa e fatalista della fenomenologia hegeliana.

 

L’assuefazione che rende normale l’anormalità e la volontà inconscia di rimuovere la memoria dell’insopportabile, hanno per un certo tempo allontanato il ricordo di quella tragedia vissuta in prima persona. Esso è stato dissotterrato soltanto quando risultava ormai disinnescato perché, estraneo alle nuove generazioni e sterilizzato dalle vecchie in un armadietto ben custodito, aveva perduto la sua capacità di sorreggere l’intelligenza delle cose.

 

Ora che una grande catastrofe di proporzioni inedite si è già verificata, ma è diventata solo un racconto storico, che coinvolge al più la filologia politica, il distacco con cui viene guardata dai più è lo stesso col quale viene vissuta a teatro la più tragica delle vicende. E questo la rende ripetibile, ma proprio nella realtà sempre attuale che non viene colta.

 

Anche in questo caso sembra di toccare con mano un ottundimento della sensibilità collettiva riscontrabile, del resto, in ogni campo della vita pratica. Per diminuita consapevolezza critica, per offuscamento della coscienza, per rimozione, per volontà di non affrontare la realtà, per incapacità di rappresentazione, perché si vive in un mondo alternativo in cui l’effimero è reale e il tragico solo surreale.

 

È questa la chiave di una inconsapevolezza diffusa. È come se nelle voragini aperte dalle bombe di allora sia stata seppellito anche l’istinto di sopravvivenza e il dovere morale della difesa, la capacità di discernere e di valutare con disincanto quanto si muove sopra le nostre teste, e viene sottratto alle nostre anime.

 

Ora, se è vero che solo un Dio ci può salvare, si tratta di recuperare quella ragione donata agli uomini perché capace di assicurare loro una vera dignità. Che non si identifica con la ragione calcolante pseudo scientifica a cui ci siamo asserviti, e tanto meno col compiaciuto adattamento ai falsi miti, ai falsi valori, alle false promesse che tengono banco nell’avanspettacolo di una politica truffaldina e irresponsabile.

 

Patrizia Fermani

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni.

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Nucleare

Ex generale tedesco: ci stiamo avvicinando a una guerra nucleare che distruggerà la civiltà

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In un’intervista su YouTube, il generale tedesco Harald Kujat ha messo in guardia contro l’escalation militare contro la Russia con le seguenti parole.   Il generale Kujat è un generale a quattro stelle in pensione dell’aeronautica militare tedesca, ex capo di stato maggiore delle forze armate tedesche e presidente del Comitato militare della NATO dal 2002 al 2005.   «Abbiamo a che fare con una potenza nucleare, ovvero la più grande potenza nucleare sulla Terra. ttraverso l’uso di armi nucleari, siamo in grado di provocare la fine del mondo. E se questo non è un incentivo a prevenire un’escalation verso una guerra con la più grande potenza nucleare, allora non so cos’altro potrebbe esserlo» ha detto il generale.   «Come minimo, significherebbe che qui in Europa, l’uso di armi nucleari scatenerebbe un inverno nucleare di almeno 50 anni. Come dovrebbe sopravvivere questo continente europeo in caso di guerra? Abbiamo assistito alla distruzione della Seconda Guerra Mondiale. Una guerra futura la supererebbe di gran lunga. Dove è finita questa conoscenza storica tra i nostri politici?” Dove è finita la consapevolezza dei pericoli a cui siamo esposti oggi?» ha dichiarato l’ex alto ufficiale germanico.  

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Il generale in passato aveva avvertito dei pericolo riguardo ad un ritorno al periodo precedente al Trattato di Vestfalia.   Già in passato il generale Kujat ha parlato della fragilità della situazione geopolitica attuale. Alla fine del 2024 il  Kujatto aveva parlato di una «catastrofe centrale del XXI secolo» dicendo che mai l’umanità è stata così prossima alla Terza Guerra, arrivando a definire l’escalation dell’Occidente con la Russia come un «punto di non ritorno».   Come riportato da Renovatio 21, due anni fa fa in un’intervista alla radio Berlino-Brandeburgo (RBB), il generale tedesco aveva definito un’«assoluta assurdità» l’idea che l’Ucraina sarebbe in grado, solo con più munizioni, di respingere le truppe di Mosca, aggiungendo per soprammercato che le forze armate russe sono «più forti che negli anni Ottanta».   L’anno precedente il generale aveva messo in guardia dalla minaccia di guerra se la Germania dovesse soccombere alle pressioni NATO e consegnare missili da crociera Taurus all’Ucraina.   Come riportato da Renovatio 21, il nome del generale Kujat appariva in un appello da parte di generali germanici che si opponevano alla fornitura di carrarmati Leopard all’Ucraina.  

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Nucleare

Gli Stati Uniti pronti a consentire all’Arabia Saudita di arricchire l’uranio

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Gli Stati Uniti hanno accettato di consentire all’Arabia Saudita di sviluppare un proprio programma nucleare e di procedere all’arricchimento dell’uranio. Lo riporta la CNN, che cita bozze di documenti e fonti informate sui negoziati.

 

La bozza dell’accordo è stata negoziata ed è in attesa della firma del presidente Donald Trump, ha scritto l’emittente sabato. Secondo il reportage CNN, l’intesa non richiederebbe le misure di salvaguardia rafforzate dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), note come Protocollo aggiuntivo, che garantiscono agli ispettori un accesso più ampio agli impianti nucleari e sono concepite per contribuire a individuare attività nucleari non dichiarate.

 

L’accordo, di cui si è parlato, darebbe ai sauditi accesso alla stessa tecnologia di arricchimento dell’uranio che è al centro della disputa decennale tra l’Iran e l’Occidente. Washington e Israele sostengono da tempo che il programma di arricchimento di Teheran potrebbe essere utilizzato per produrre armi nucleari e hanno citato tali preoccupazioni quando hanno lanciato attacchi contro le infrastrutture nucleari iraniane all’inizio di quest’anno.

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Teheran ha sempre sostenuto che il suo programma nucleare è esclusivamente pacifico e che, in quanto parte del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), ha un «diritto inalienabile» ad arricchire l’uranio per scopi civili. L’Iran ha applicato in via provvisoria il Protocollo aggiuntivo dell’AIEA, consentendo agli ispettori un accesso più ampio di quello richiesto dalle salvaguardie standard.

 

L’Arabia Saudita aspira da tempo a sviluppare un’industria nucleare, affermando di volerlo fare per sfruttare le risorse interne di uranio, diversificare il proprio mix energetico, aumentare le esportazioni di petrolio greggio e alimentare progetti industriali e di desalinizzazione. Riad ha inoltre sostenuto che, in quanto firmataria del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), ha lo stesso diritto degli altri Stati membri di arricchire l’uranio per scopi pacifici.

 

L’accordo di cui si è parlato segnerebbe una svolta rispetto al consolidato approccio «gold standard» di Washington alla cooperazione nucleare civile. Nel 2009, gli Emirati Arabi Uniti hanno rinunciato definitivamente all’arricchimento dell’uranio e al riprocessamento del plutonio in cambio della cooperazione nucleare americana. Da allora, l’accordo è stato promosso dalle successive amministrazioni statunitensi come modello per le partnership nucleari in Medio Oriente.

 

Esperti di controllo degli armamenti citati dalla CNN hanno avvertito che consentire all’Arabia Saudita di procedere con l’arricchimento dell’uranio potrebbe indebolire il «gold standard» e incoraggiare altri Paesi della regione a perseguire diritti simili, sostenendo inoltre che l’arricchimento interno conferisce a un Paese una capacità latente di produzione di armi nucleari, poiché la stessa tecnologia di centrifugazione utilizzata per produrre combustibile per reattori può essere impiegata anche per produrre uranio arricchito a livelli superiori, qualora il processo continui.

 

L’arricchimento dell’uranio aumenta la percentuale di uranio-235 (l’isotopo fissile) rispetto all’uranio-238. Il minerale grezzo viene convertito in un gas (esafluoruro di uranio) e fatto passare attraverso lunghe serie di ultracentrifughe. La leggera differenza di peso consente di separare gli atomi, concentrando il materiale per reattori (3-5%) o armi (oltre 90%).

 

Dopo l’estrazione e la purificazione nella forma cosiddetta di «yellowcake», l’uranio viene trasformato chimicamente in esafluoruro di uranio (UF₆). Questo composto diventa gassoso a temperature relativamente basse (circa 56 °C), rendendo possibile la separazione degli isotopi. Il gas viene immesso in ultracentrifughe collegate in serie (cascate) e fatte girare a velocità elevatissime. La forza centrifuga spinge l’isotopo più pesante, l’uranio-238, verso le pareti esterne, mentre l’uranio-235 (più leggero) si concentra al centro

 

Il gas arricchito di uranio-235 viene prelevato dal centro della centrifuga e inviato alla fase successiva, mentre il materiale impoverito viene scartato. Poiché il livello di arricchimento ottenuto in un singolo passaggio è molto basso, il gas deve passare attraverso migliaia di centrifughe consecutive per raggiungere la concentrazione desiderata. Il gas finale viene poi riconvertito in polvere e trasformato in pastiglie di ceramica per le barre dei reattori.

 

La questione politica intorno all’arricchimento dell’uranio ruota interamente attorno al concetto di tecnologia a duplice uso, poiché gli stessi impianti possono produrre sia combustibile per l’energia civile sia materiale per armi atomiche. Dal punto di vista del Trattato di Non Proliferazione nucleare (TNP), ogni Stato ha il diritto inalienabile di sviluppare l’energia nucleare per scopi pacifici, e per molte nazioni il possesso di questa tecnologia rappresenta un simbolo di sovranità ed indipendenza energetica.

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Tuttavia, il confine tecnico tra uso civile e militare è estremamente sottile. Per alimentare un normale reattore commerciale basta arricchire l’uranio fino al tre o 5%, mentre per costruire una testata nucleare serve una concentrazione superiore al 90%. Il problema geopolitico nasce dal fatto che il processo per raggiungere il primo 5% richiede circa il 70% dello sforzo totale, rendendo poi il passaggio ai livelli militari un’operazione tecnicamente molto più rapida e difficile da intercettare.

 

Per evitare questa transizione, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) monitora costantemente gli impianti in tutto il mondo. Le crisi internazionali esplodono regolarmente quando alcuni governi limitano l’accesso agli ispettori o costruiscono siti sotterranei segreti, spingendo la comunità globale a imporre pesanti sanzioni economiche nel tentativo di bloccare i programmi sospetti.

 

A complicare il quadro politico vi è anche un forte squilibrio di mercato, dato che la tecnologia industriale è concentrata nelle mani di pochissimi attori globali come Russia, Stati Uniti, Francia e Cina. Questa forte dipendenza commerciale spinge molti Paesi a voler sviluppare una propria catena di approvvigionamento, mentre le grandi potenze cercano di dissuaderli offrendo banche del combustibile internazionali, nel costante tentativo di limitare la diffusione globale di impianti di arricchimento.

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

 

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Nucleare

Mosca chiede all’ente atomico internazionale di intervenire dopo l’assassinio di un ingegnere nucleare di Zaporiggia

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Mosca attende una risposta esplicita dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) dopo l’uccisione di un ingegnere di alto livello presso la centrale nucleare di Zaporiggia (ZNPP) da parte del regime di Kiev, ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova.   La più grande centrale nucleare d’Europa è stata oggetto di attacchi da parte dell’Ucraina in più occasioni da quando la Russia ne ha assunto il controllo nel marzo 2022. Mercoledì, la società nucleare statale russa Rosatom ha reso noto che un drone ucraino ha colpito un veicolo di servizio della centrale nucleare di Zaporiggia ai margini del sito industriale vicino alla città di Energodar, uccidendo l’ingegnere capo Aleksandr Yakovlev e l’autista Dmitrij Filippov.   L’amministratore delegato di Rosatom, Aleksey Likhachev, ha definito l’attacco un «atto terroristico deliberato» del «regime di Kiev», sottolineando che Yakovlev aveva dedicato la sua vita all’industria nucleare ed è «morto, in sostanza, sul posto di lavoro». Likhachev ha aggiunto che attacchi analoghi negli ultimi due mesi e mezzo hanno provocato 13 morti e 48 feriti, avvertendo che rappresentano una «reale minaccia di un incidente nucleare di vasta portata» che potrebbe interessare parti della Russia, dell’Ucraina e dell’UE.   Reagendo all’attacco, Zakharova ha sostenuto che esso dovrebbe finalmente spingere il direttore generale dell’AIEA, Rafael Grossi, a riconoscere il «crimine del regime di Kiev» e a rilasciare una chiara dichiarazione pubblica. Grossi «è obbligato a vedere finalmente questo crimine», ha detto, aggiungendo che Mosca si aspetta che l’agenzia emetta una condanna inequivocabile.   Mercoledì, in tarda serata, l’AIEA ha dichiarato su X che la Russia l’aveva informata degli omicidi e che Grossi aveva condannato l’accaduto, definendolo un «attacco inaccettabile all’impianto e alla sua dirigenza» che «minaccia seriamente la sicurezza nucleare». L’agenzia ha ribadito il suo appello per la «cessazione immediata di tutti gli attacchi contro o in prossimità di siti nucleari e del loro personale».   La Russia ha ripetutamente esortato l’AIEA a rispondere con maggiore fermezza agli attacchi ucraini contro l’impianto. Likhachev aveva già avvertito che «le radiazioni non conoscono confini e non riconoscono passaporti», sostenendo che qualsiasi incidente nucleare rappresenterebbe una minaccia a lungo termine per diversi Paesi.   Negli ultimi mesi, secondo quanto riferito da funzionari russi, Kiev ha preso di mira con frequenza crescente le infrastrutture legate alla centrale e alla vicina città di Energodar. Asili, scuole, strade, aziende di trasporto e veicoli che consegnano rifornimenti alla comunità locale sono stati tutti oggetto di attacchi, ha dichiarato Mosca.   L’AIEA, che mantiene una squadra permanente di esperti presso la centrale nucleare di ZNPP, ha ripetutamente confermato che l’impianto e le aree circostanti sono stati oggetto di attacchi, ma non ha ancora attribuito la responsabilità degli stessi.   La centrale nucleare di ZNPP è gestita da Rosatom dall’autunno del 2022, dopo che le regioni di Zaporiggia e Kherson, insieme alle repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk, hanno votato in referendum per l’annessione alla Russia. Mosca ha sostenuto che gli attacchi alla centrale e al suo personale costituiscono non solo atti di terrorismo, ma anche una sfida diretta alle norme internazionali sulla sicurezza nucleare, che l’AIEA non può permettersi di ignorare.   Come riportato da Renovatio 21, sei mesi fa l’AIEA aveva mediato un cessate il fuoco locale tra le forze russe e ucraine nelle vicinanze della centrale nucleare, permettendo interventi essenziali di riparazione sulle linee elettriche che alimentano l’impianto.   Un attacco da parte di un drone ucraino si era avuto due mesi fa.
Come riportato da Renovatio 21, le forze ucraine hanno bombardato la centrale atomica di Zaporiggia prima del vertice in Alaska tra Putin e Trump.   La centrale di Zaporiggia – che costituisce il più grande impianto di produzione di energia atomica in Europa – si trova sotto sanzioni del dipartimento del Tesoro USA.   La centrale di Energodar è stata subito conquistata dalle forze russe ad inizio conflitto, che hanno epperò lasciato a lavorare il personale ucraino. Da allora è stata oggetto di attacchi continui, persino durante le visite degli ispettori dell’agenzia nucleare ONU AIEA, i quali due anni fa dissero peraltro di aver rinvenuto in loco mine antiuomo.   La Rosatom tre anni fa dichiarò che a Zaporiggia vi era il vero e proprio «rischio di catastrofe nucleare». L’anno scorso un’autobomba aveva ucciso un lavoratore della centrale facente parte della gerarchia, con esultanza da parte di Kiev.   Come riportato da Renovatio 21, mesi fa attacchi ucraini a Kherson e Zaporiggia avevano provocato un blackout nell’area.   Le regioni di Kherson e Zaporiggia, insieme alle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, sono entrate formalmente a far parte della Russia in seguito ai referendum tenutisi nell’autunno del 2022.   Come riportato da Renovatio 21, a fine 2025 i servizi russi del SVR avevano dichiarato che l’Occidente pianificava un grande sabotaggio alla centrale nucleare di Zaporiggia.   Pochi giorni fa Putin ha affermato, durante un incontro con leader aziendali, che Washington è interessata a utilizzare l’energia prodotta dalla centrale nucleare di Zaporiggia per operazioni di cryptomining.  

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Immagine di IAEA Imagebank via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
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