Droga
Dietro al rave dello scandalo: l’opportunismo, le politiche di Soros e i traffici internazionali di pastiglie
Il rave in Toscana è finito. Il più grande pugno tirato nella faccia della popolazione internata dal COVID – dai gestori di discoteche chiuse, agli attivisti ora denunciati perché scesi in piazza a protestare contro il green pass – si è spento.
La faccenda in apparenza ha dell’incredibile. Un gruppo franco-spagnolo organizza una mega-festa con 15 palchi e almeno 10 mila partecipanti su di una proprietà privata – un altro diritto che probabilmente è evaporato nel bienni pandemico.
Di più: lo fanno su un campo dell’ex sindaco del Paese, un uomo di destra che assiste stupefatto allo svolgersi degli eventi. C’è scappato il morto, forse due. Una ragazza ha avuto le doglie e partorito. I cani hanno ucciso le pecore che pascolavano, ma si parla anche di vari poveri fido morti di caldo. Chetamina a 5 euro, LSD a 10. Le farmacie della zona, hanno detto, hanno finito le siringhe. Ricoveri per coma etilico e overdose. Due presunti stupri denunciati.
Non vogliamo nemmeno immaginare cosa il povero proprietario – un allevatore – si troverà a dover pulire. Vetri, preservativi usati, qualche siringa. La bonifica potrebbe non finire mai. Gli animali dovrebbero tornare a pascolare lì?
Tuttavia, le domande che premono sono altre.
Il ministero degli Interni potrebbe aver scelto di non interrompere la festa perché i possibili conseguenti tafferugli, cioè l’ultima cosa che vuole un governo in questo preciso momento
Soprattutto, perché non è stato fermato con la forza? Di rave bloccati dalla polizia si ha memoria. Questa volta non è successo, e i raver sono andati avanti indisturbati – come zombie, a vedere dalle foto – a ballare drogati per giorni anche dopo che lo scandalo era sui telegiornali delle otto. È la TAZ – la zona temporaneamente autonoma teorizzata dal filosofo anarco-pedofilo Hakim Bey – realizzata nell’estate 2021. Tunz-tunz-tunz…
Ci sono diverse risposte a questa domanda.
La prima: il ministero degli Interni potrebbe aver scelto di non interrompere la festa perché i possibili conseguenti tafferugli. Cioè, l’ultima cosa che vuole un governo, e specie un ministro apertamente schierato con le politiche sociali e migratorie di sinistra, in questo preciso momento.
Il lettore che segue Renovatio 21 sa che un esempio di recente c’è già stato, in Francia, due mesi fa: la battaglia al rave di Ille-et-Vilaine, in Bretagna, dove negli scontri «di estrema violenza» tra la polizia e i festaioli ad un ragazzo è stata mozzata la mano.
« Tout le monde déteste la police » crient les teufeurs qui sont de plus en plus nombreux. Importantes tensions toujours en cours. #Teknival #SteveMaiaCanico #FeteDeLaMusique2021 https://t.co/f1P451iGM5 pic.twitter.com/VJpg8JnoRB
— Clément Lanot (@ClementLanot) June 18, 2021
Il bagno di sangue, così poco telegenico, è stato risparmiato
Per fronteggiare una massa di 10 mila persone ci vogliono quantità di manganelli poco fotogeniche, soprattutto di questi tempi, dove in molti sta montando l’idea di vivere in una società repressiva. Creare nel cuore di agosto una Tien’An Men techno non è l’ideale per la carriere di molti, e la tenuta del governo (nonostante abbiamo visto che siano proprio talvolta i «sinceri democratici» delle testate dell’oligarcato chiedere il golpe militare).
Che il ministro e la sua cintura di decisori abbia preso nota? Difficile a dirlo, considerando la superficialità con cui ha trattato la questione del green pass, passando da mezzi avvertimenti a frasi confusionarie in pochi giorni..
Tuttavia, il bagno di sangue, così poco telegenico, è stato risparmiato.
Un’altra risposta potrebbe essere che si tratti di un favore elettorale: anche i techno-fattoni, pensano i ministri di area PD, votano, come votavano i centri sociali, che talvolta sono perfino riusciti a mandare in Parlamento qualche loro non indimenticabile sgherro.
Eppure, sarebbe anche questo un errore. Chi conosce il mondo dei Technival sa quanto siano apolitici, perché il nichilismo neuronale risultante dalla combo anfetamina più musica elettronica occupa tutta la loro vita, e non hanno davvero tempo di pensare a cose complicate come le elezioni, le leggi, il futuro, la famiglia, etc. Ma tant’è: i no-vax in piazza (che, invece, votano eccome) si possono reprimere, i raver smandibolatori no.
Quindi: non hanno caricato per l’illusione ottica di un possibile opportunismo politico?
Quindi: non hanno caricato per l’illusione ottica di un possibile opportunismo politico?
La verità è che ci sarebbe un’altra domanda da farsi. Che è forse ancora più basilare.
Chi c’è dietro ai rave? Sono davvero un fenomeno spontaneo, senza padroni, senza finanziatori?
Difficile dirlo, perché si tratta di eventi ed organizzazioni di per sé davvero opache, nomadi, chiuse – segrete al punto che anche i luoghi delle feste . Tuttavia, ci ha colpita una delle descrizioni del rave finita sui giornali: «c’erano i “laboratori” della riduzione del danno dove le sostanze venivano preventivamente analizzate per non correre rischi inutili» scrive il Corriere di oggi.
Cioè, vi erano dei banchetti dove testavano la droga che si acquistava, con «opuscoli con informazioni di base diffusi fra i presenti per evitare comportamenti dannosi». Cioè, ripetiamo l’espressione, quella che si chiama «riduzione del danno».
Qui bisogna alzare le antenne: la «riduzione del danno» è da sempre uno dei cavalli di battaglia di George Soros, per i cui programmi ha versato miliardi. La gente oggi tende a dimenticarlo, ritenendolo solo il miliardario dietro a certe rivoluzioni colorate, all’attacco alla lira e alla sterlina, e all’immigrazione totale che stiamo vivendo: no, Soros è stato anche uno dei più grandi sostenitori globali della droga libera.
Anni fa Soros scrisse di suo pugno un articolo per il Financial Times in cui ricordava come il suo approccio fosse diverso da quello dei governi nazionali:
Chi c’è dietro ai rave? Sono davvero un fenomeno spontaneo, senza padroni, senza finanziatori?
«La guerra alla droga è stata un fallimento da mille miliardi di dollari… Per oltre quarant’anni i governi di tutto il mondo hanno speso enormi somme su politiche repressive. Questo a discapito di programmi che funzionano». L’allusione è alle politiche della cosiddetta riduzione del danno, delle quali il Soros è munifico sostenitore. «Non è stato solo uno spreco di danaro: è stato controproducente»
«Il proibizionismo e la lotta alle droghe hanno fatto più male che bene… Per anni, la mia Open Society Foundation ha supportato programmi di riduzione del danno come lo scambio di siringhe…»
Insomma, dietro all’idea che la droga sia inarrestabile, e quindi non vada in alcun modo combattuta, ma ne vadano solo mitigati gli effetti, ci sono i miliardi del solito miliardario Soros.
Al momento, non sappiamo quale associazione che si interessa di «riduzione del danno» abbia stampato i dépliant in libera distribuzione al rave della Tuscia, né se quei «volontari» ai banchetti fossero in qualche modo stipendiati…
Sappiamo però che l’interesse delle forze globaliste per l’argomento c’è – eccome. Un mondo con la droga libera è un mondo di intossicati; un mondo di intossicati è davvero più facile da comandare (e anche: più economico) rispetto ad uno fatto di famiglie e cittadini responsabili…
Un altra domanda che nessuno si fa è: da dove viene quella immane quantità di droga consumata nei rave, così come nelle discoteche italiane dove ogni anno, in genere, ci scappa il morto con relativo e transeunte scandalo?
«Il proibizionismo e la lotta alle droghe hanno fatto più male che bene… Per anni, la mia Open Society Foundation ha supportato programmi di riduzione del danno come lo scambio di siringhe…» George Soros
Negli anni Novanta si bisbigliava che a produrla fossero le stesse farmaceutiche: del resto, come l’eroina fu inventata e commercializzata dalla Bayer, l’ecstacy, o MDMA – cioè la droga principalmente consumata con la musica elettronica – fu sintetizzata dalla Merck. Non c’è prova del fatto che Big Pharma produca oggi queste droghe e le smerci sottobanco: si tratta di una sorta di cospirazionismo drogastico-farmaceutico, che si diffonde tra le chiacchiere notturne di ragazzini storditi.
Tuttavia, ci sono invece prove del fatto che nel traffico di pastiglia siano attivi cittadini di un determinato Paese mediorientale, lo Stato di Israele.
Il quotidiano francese Liberation scriveva il 23 luglio 2001 che la mafia israeliana «ha dirottato il mercato delle droghe sintetiche». L’11 agosto dello stesso anno, anche Le Figaro confermava che «l’Ecstasy è il campo di caccia privato del sottobosco criminale israeliano».
«Gli Israeliani sono al centro del commercio dell’ecstasy» scrive il 1 novembre 2009 Haaretz analizzando un documento dello U.S. State Department. «Negli anni recenti, il crimine organizzato israeliano, con qualche legame presso le organizzazioni criminali della Russia, hanno preso controllo della distribuzione della droga in Europa, secondo un documento del Bureau for International Narcotics and Law Enforcement Affairs». Lo stesso documento mostra pure come «gruppi criminali israeliani hanno le mani sulla distribuzione di ecstasy in Nordamerica»
Grazie alla multinazionalità israeliana – i cittadini dello stato ebraico hanno in genere più di un passaporto, e legami con USA, Russia, Europa – la rete di traffico messa in piedi dagli israeliani e vastissima e profonda
Sono coinvolte diverse famiglie, coinvolte in faide con autobombe, esecuzioni, e omicidi vari.
Una delle principali famiglie, Abergil sono oggetto negli USA di ogni capo di imputazione: assassinii, riciclaggio, estorsioni, frode, controllo di casinò illegali, collusione con una gang di Latinos (i Vineland Boyz) nella sua guerra criminale contro un cartello di rivali messicani.
«Gli Israeliani sono al centro del commercio dell’ecstasy» scrive il 1 novembre 2009 Haaretz
L’Olanda è uno degli snodi principali per gli israeliani, con milioni di pasticche spedite ovunque, dall’Europa a ogni Stato degli USA.
Perfino in luoghi dove i tentacoli della diaspora non dovrebbero arrivare compaiono kapò dello smercio israeliano di metanfetamina: nel settembre del 2000, la polizia giapponese arresta un cittadino israeliano per lo smuggling di almeno 25.000 pastiglie su suolo nipponico.
Se non credete alla vastità del fenomeno, è sufficiente rammentare il caso del ministro Gonen Segev, un pediatra della zona di Haifa che fu non solo deputato alla Knesset (il parlamento israeliano), ma pure ministro dell’energia e delle infrastrutture 1995 sia sotto il governo di Yitzhak Rabin e sotto il successivo governo presieduto da Shimon Peres. Non un politico qualsiasi: si considera che il suo voto fu fondamentale per il passaggio degli accordi di Oslo presso la Knesset.
Ebbene, nel 2004 l’ex-ministro di Tel Aviv viene arrestato all’aeroporto di Amsterdam mentre si imbarca su di un volo per Israele. Dice alle autorità aeroportuali che quelle pillolette colorate che gli hanno trovato siano delle M&Ms, avete presente, i variopinti cioccolatini che piacciono ai bambini. Invece erano migliaia e migliaia di pasticche di ecstasy.
Non fermare il rave, indirettamente, corrisponde al non fermare questa marea di psicofarmaci illegali che infiltrano il cervello della nostra gioventù
Insomma, l’onorevole, già ministro di un Paese che dispone di almeno 200 testate atomiche non dichiarate», trasportava ecstasy in quantità.
Ora, sarebbe bello capire quali percorsi hanno seguito le pastiglie consumate per istupidire e tenere in piedi i 10 mila raver del viterbese. Sarebbe bello sapere questo, e tante altre cose.
Del resto, attraverso i confini italiani, con gli ultimi governi, sono entrati milioni di clandestini – figuriamoci dunque quante pasticchette potrebbero essere passate.
Non fermare il rave, indirettamente, corrisponde al non fermare questa marea di psicofarmaci illegali che infiltrano il cervello della nostra gioventù.
E chi si droga ad una festa d’estate con psicofarmaci legali, mai dirà di no a quelli legali, soprattutto in annate in cui il lockdown ne ha moltiplicato il consumo – in perfetta legalità civile ed etica medica.
Per noi, da dovunque la si guardi, si tratta di un unico fenomeno, una vera catastrofe cerebrale generazionale, con i ragazzi trasformati sempre più consapevolmente in zombie assuefatti a sostanze sintetiche.
Altro che «riduzione del danno».
Roberto Dal Bosco
Droga
Le droghe che governano il mondo
Il 26 giugno 2026 l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine ha presentato a Vienna il suo rapporto annuale. Nel 2024 hanno usato droghe illegali 331 milioni di persone, il 6,2% della popolazione mondiale tra i 15 e i 64 anni, contro il 5,2% di dieci anni prima. È un record assoluto. La direttrice esecutiva Monica Juma ha parlato di un’impennata senza precedenti di nuove sostanze, alcune «più potenti o pericolose di prima».
Eppure quel numero racconta solo una parte della storia. Le Nazioni Unite contano soltanto le sostanze proibite: restano fuori il caffè, il tè, la birra, il vino, la sigaretta. Se si mettono tutte insieme, legali e illegali, la classifica delle droghe più usate dall’umanità si capovolge. Le sostanze più diffuse sono proprio quelle che compriamo al bar o dal tabaccaio, con lo Stato che incassa le accise.
L’etnobotanico italiano Giorgio Samorini ha raccolto in uno studio le datazioni archeologiche più antiche per ciascuna pianta inebriante. Il primato spetta all’alcol. In una grotta del Monte Carmelo in Israele i granuli d’amido rimasti sugli utensili mostrano le deformazioni tipiche della fabbricazione della birra: l’uomo si ubriaca da almeno 13.000 anni.
Le altre seguono a distanza. La cannabis compare in Giappone su frammenti di ceramica dell’8200 avanti Cristo. Le foglie di coca sono documentate nel pavimento di una casa del Perù settentrionale intorno al 6000 a.C. Il papavero da oppio sarebbe addirittura nato in Italia: in un villaggio neolitico vicino a Roma sono state trovate forme intermedie tra il papavero selvatico e quello narcotico, selezionate intorno al 5600 a.C. Il tè risale al 3500 a.C. nella provincia cinese dello Zhejiang.
Le due grandi droghe legali dei nostri giorni sono arrivate tardi sulla scena globale. Il caffè si diffonde dallo Yemen nel Quattrocento, raggiunge Costantinopoli poi l’Europa. La prima bottega del caffè dell’Occidente apre a Venezia nel 1683 sotto i portici di Piazza San Marco. Il tabacco, fumato da millenni nelle Americhe, sbarca in Europa dopo i viaggi di Cristoforo Colombo (1451-1506). La nicotina deve il nome a Jean Nicot (1530-1600), l’ambasciatore francese che portò la pianta alla corte di Caterina de’ Medici (1519-1589). Il fumo diventa però un consumo di massa soltanto dal Settecento.
Il vero salto arriva con la chimica dell’Ottocento. Nel 1804 il farmacista tedesco Friedrich Sertürner (1783-1841) isola la morfina dall’oppio. Nel 1860 Albert Niemann (1834-1861) ricava la cocaina dalla foglia di coca. Nel 1898 la Bayer mette in commercio l’eroina come sciroppo per la tosse. Le piante che gli sciamani usavano a piccole dosi diventano polveri purissime prodotte in fabbrica.
Volendo costruire una classifica, sulla vetta più alta del mondo c’è la caffeina, la sostanza psicoattiva più consumata del pianeta. Ogni giorno nel mondo si bevono circa 3,1 miliardi di tazzine di caffè, senza contare il tè, le bibite alla cola o gli energy drink.
Al secondo posto c’è l’alcol. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità nel 2019 beveva più della metà degli uomini adulti del pianeta insieme a oltre un terzo delle donne: ben più di due miliardi di persone. Circa 400 milioni di loro convivono con un disturbo da uso di alcol, 209 milioni sono dipendenti. Terzo è il tabacco, che conta ancora oltre 1,3 miliardi di consumatori anche se la quota scende da un quarto di secolo: nel 2000 lo usava un adulto su tre, oggi uno su cinque.
Solo dopo arrivano le droghe proibite. La cannabis ha 256 milioni di consumatori, cresciuti del 40% in dieci anni. Seguono gli oppiacei con 63 milioni, le anfetamine con 32 milioni, la cocaina con 25 milioni, l’ecstasy con 21 milioni. La somma supera i 331 milioni del totale perché molti consumatori usano più di una sostanza. Tutte le sostanze illegali messe insieme raccolgono appena un quarto dei consumatori di tabacco.
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Anche sul piano del denaro le droghe legali stravincono. L’alcol muove circa 1.900 miliardi di dollari l’anno, circa quattro quinti del prodotto interno lordo italiano. Segue il tabacco con 926 miliardi di dollari nel 2025. Il caffè secondo la FAO genera un giro d’affari superiore ai 200 miliardi di dollari, dando da vivere a circa 25 milioni di agricoltori.
Il narcotraffico gioca nella stessa categoria del tabacco. Secondo la stima più recente, pubblicata nell’ottobre 2025 da un centro studi di Washington, nel 2024 il traffico di droga valeva tra 840 e 1.440 miliardi di dollari. È il terzo mercato criminale del pianeta dopo la criminalità informatica e la contraffazione, oltre un decimo del giro d’affari di tutto il crimine transnazionale.
Due terzi del valore vengono dalla cannabis, che da sola rappresenta anche l’82% delle droghe sequestrate. La cocaina vale invece un quarto del mercato pur pesando appena l’8% dei sequestri: a parità di peso vale molto di più. Il resto si divide tra oppioidi con il 4%, anfetamine con il 2% e nuove sostanze psicoattive con circa l’1%.
Il tabacco uccide ogni anno più di 8 milioni di persone, senza contare 1,2 milioni di vittime del fumo passivo. L’alcol ne uccide 2,6 milioni, il 4,7% di tutti i decessi del pianeta. Tutte le altre droghe psicoattive messe insieme ne causano 600.000. Le due sostanze vendute con licenza dello Stato fanno dunque quasi diciotto volte i morti di quelle contro cui si combatte da mezzo secolo una guerra planetaria.
In quarant’anni gli Stati Uniti hanno attraversato due epidemie che mostrano come nasce una droga di massa. La prima arriva negli anni Ottanta. Secondo la DEA il crack, cocaina cotta con il bicarbonato per essere fumata, compare nel 1981 a Los Angeles, San Diego e Houston. Nel 1986 è segnalato in 28 Stati, nel 1988 in quasi tutto il Paese: una dose costa 10 dollari contro i 100 di un grammo di cocaina in polvere. Nei pronto soccorso i casi legati alla cocaina passano da 8.201 nel 1984 a 32.776 nel 1987. Tra chi l’aveva fumata tre pazienti su quattro erano neri.
Nel 1986 il Congresso approva una legge che punisce il crack cento volte più della cocaina in polvere. Gli arresti per droga salgono da 937.400 nel 1987 a 1.361.700 nel 1989. Il consumo poi cala senza scomparire: nel 2024 lo hanno usato 749.000 americani secondo l’indagine federale annuale. Solo nel 2010 il rapporto tra le pene scende a 18 a 1.
Nel 1996 il giornalista Gary Webb (1955-2004) collegò l’arrivo del crack a Los Angeles alla rete di trafficanti nicaraguensi che finanziava i Contras, in una serie di articoli intitolata Dark Alliance poi diventata un libro. Le sue conclusioni furono contestate dalla grande stampa oltre che da due inchieste federali. Morì nel 2004 con due colpi di pistola alla testa, un bizzarro caso archiviato come suicidio.
La seconda arriva negli anni Novanta, questa volta dalle farmacie: negli Stati Uniti la chiamano opioid crisis. Nel 1996 la Purdue Pharma della famiglia Sackler lancia l’OxyContin, un antidolorifico a base di ossicodone presentato ai medici come poco capace di creare dipendenza. La campagna per farlo prescrivere su larga scala le frutterà circa 30 miliardi di dollari.
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Dalle pillole si passa all’eroina di strada, poi al fentanyl: un oppioide sintetico circa 50 volte più potente dell’eroina, prodotto nei laboratori clandestini messicani con precursori chimici cinesi.
Dal 1999 oltre un milione di americani sono morti per overdose da oppioidi. I decessi per overdose hanno toccato il picco di 112.000 nel 2022 per scendere a 80.391 nel 2024, il calo più forte mai registrato. La Purdue si è dichiarata colpevole due volte, nel 2007 poi nel 2020. I Sackler non hanno mai ammesso illeciti: nel 2025 hanno chiuso le cause civili con un accordo da 7,4 miliardi di dollari, contro i circa 12 miliardi ricavati dalla famiglia tra il 1995 e il 2017.
Oggi l’America mostra due movimenti opposti. Il primo riguarda i numeri. Nel 2024 la cannabis è stata usata da 64,2 milioni di americani, 2,4 milioni in più dell’anno prima secondo l’indagine federale. Tra i 19 e i 30 anni la usa ogni giorno un giovane su dieci, il livello più alto mai registrato. Da cinque anni crescono anche gli allucinogeni come l’LSD o i funghi a base di psilocibina, mentre calano cocaina, crack, oppioidi da prescrizione.
Il secondo movimento riguarda la chimica. Nel maggio 2026 la DEA ha avvertito che il fentanyl venduto per strada è sempre più spesso mescolato con sostanze nuove. La medetomidina è un sedativo veterinario fino a 300 volte più potente della xilazina. I nitazeni sono oppioidi sintetici spediti per posta dalla Cina in piccole quantità: dal 2020 ne sono stati identificati 22 tipi diversi. La cicloclorfina, circa dieci volte più potente del fentanyl, non compare nei normali test ospedalieri. Chi le assume di solito non sa di averle comprate.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Droga
Storia geopolitica dell’oppio
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Droga
Le carceri canadesi forniranno ai detenuti kit per l’inalazione sicura di droghe
Il Servizio penitenziario del Canada, l’ente che gestisce le carceri federali, userà denaro pubblico per mettere gratuitamente a disposizione dei detenuti kit pensati per «sniffare in modo più sicuro». Lo si apprende da una nota interna rivolta al personale, poi circolata sui social media, nella quale il dipartimento annuncia l’introduzione di cannucce di carta «destinate all’inalazione di sostanze in polvere o di vapori derivanti da sostanze riscaldate». Lo riporta LifeSite.
Secondo il documento, le cannucce di carta «ridurranno i danni», dal momento che i reclusi oggi ricorrono a cannucce di plastica o ad altri strumenti di fortuna per assumere le sostanze in polvere. L’amministrazione penitenziaria sostiene inoltre che questo accorgimento contribuirà a contenere la trasmissione di malattie come l’epatite B e C. La nota prevede infine la distribuzione di strisce di alluminio per «fumare in modo più sicuro».
L’autenticità del memorandum è stata confermata dal quotidiano canadese National Post, al quale il dipartimento ha spiegato di averlo redatto per fornire «informazioni a tutti i dipendenti in merito all’ampliamento dell’utilizzo di prodotti per la riduzione del danno».
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Resta il fatto che, pur essendo illegali le droghe pesanti, in carcere i detenuti non sembrano avere alcuna difficoltà a procurarsele. Nella nota si legge che il Servizio penitenziario dispone di «misure efficaci» per contrastare «l’introduzione, il traffico, il finanziamento e la distribuzione di sostanze non autorizzate… all’interno dei propri istituti, e ritengono responsabili coloro che vi sono coinvolti».
L’amministrazione si è spinta a precisare che, nel caso in cui un detenuto venga sorpreso con i dispositivi «più sicuri» per il consumo di droga «insieme a sostanze illecite o attrezzature non autorizzate, è necessario seguire le procedure operative standard».
I nuovi kit per l’inalazione «più sicura» e le confezioni in alluminio saranno disponibili a partire dal 13 ottobre.
Dai documenti emerge che il governo liberale guidato dall’ex premier Justin Trudeau ha investito circa 820 milioni di dollari, tra il 2017 e il 2022, nella «Strategia canadese contro le droghe e le sostanze stupefacenti». Eppure lo stesso ministero della Salute, in un rapporto del 2023, ha dovuto riconoscere che il programma antidroga dei liberali ha prodotto risultati soltanto «minimi».
Lo scorso dicembre il ministero della Salute canadese ha confermato che denaro pubblico è stato impiegato per acquistare accessori per il consumo di stupefacenti, tra cui pipe per il crack e altri oggetti rientrati nel cosiddetto programma di «fornitura sicura» voluto dall’esecutivo liberale.
Nel 2024 il governo liberale è stato costretto a interrompere un esperimento triennale di depenalizzazione nella Columbia Britannica, che consentiva ai cittadini di detenere piccole quantità di cocaina e di altre droghe pesanti senza conseguenze penali. Nel corso della sperimentazione, le proteste dell’opinione pubblica per il degrado e il disordine sociale sono cresciute in maniera vertiginosa.
Iil ministero della Salute canadese ha ammesso di recente che quella sperimentazione dell’era Trudeau, volta a legalizzare il consumo di droghe pesanti, si è rivelata un disastro e in alcune località ha portato al collasso dell’ordine pubblico.
I dati ufficiali indicano un aumento delle overdose durante il periodo di depenalizzazione: 3.313 decessi in quindici mesi, contro i 2.843 registrati nello stesso arco di tempo prima che le droghe fossero temporaneamente legalizzate.
L’obiettivo dichiarato è, come sempre, sanitario – in apparenza. Dietro alla spinta per le droghe libere nelle carceri c’è ovviamente il famigerato concetto di «riduzione del danno»: ci viene detto che la droga circola già negli istituti nonostante i divieti, e la diffusione di HIV, epatiti e dipendenze tra i detenuti è molto più alta che fuori. Chi sostiene queste misure ritiene che ridurre contagi e morti protegga anche la società, dato che quasi tutti i detenuti prima o poi escono.
A promuoverle sono soggetti pubblici e dichiarati: OMS, UNODC e UNAIDS, che raccomandano programmi simili anche nelle carceri; reti come Harm Reduction International. In Italia abbiamo enti come Antigone, i Radicali e la Società della Ragione, insieme a operatori dei servizi per le dipendenze. Alcuni di loro difendono anche una depenalizzazione più ampia, ed è qui che nasce lo scontro politico.
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I critici, tra cui sindacati della polizia penitenziaria e parte del mondo politico e cattolico, temono che si normalizzi il consumo, si complichi la sicurezza e si abbandoni l’obiettivo della cura e dell’astinenza.
La riduzione del danno (harm reduction) è un approccio di sanità pubblica nato negli anni Ottanta, quando l’epidemia di HIV tra chi si iniettava droghe spinse alcuni paesi, come i Paesi Bassi, la Svizzera e il Regno Unito, a cambiare strategia. L’idea di fondo è che, se una persona non può o non vuole smettere di usare sostanze, si possono comunque ridurre i rischi per lei e per la collettività. Gli strumenti principali sono i programmi di scambio siringhe, le terapie sostitutive con metadone e buprenorfina, la distribuzione di naloxone contro le overdose, il drug checking e, in alcuni paesi, le sale del consumo supervisionato, come per le famose «stanze del buco» in Isvizzera. Le principali evidenze scientifiche riguardano il calo dei contagi di HIV ed epatite C e la riduzione dei decessi per overdose, mentre sull’effetto sul consumo complessivo i risultati sono più discussi.
Un ruolo rilevante, oltre agli enti onusiani, è quello svolto dalle Open Society Foundations di Giorgio Soros, che da decenni finanziano programmi di riduzione del danno, ricerca e spinta per la riforma delle politiche sulle droghe. Si tratta di finanziamenti pubblici e rendicontati, e la fondazione stessa rivendica questa linea come parte della propria missione sui diritti umani e sulla salute pubblica.
I critici, tra cui parte solo una parte della destra, obiettano che questi approcci rischiano di normalizzare l’uso di droghe e di sostituire la prevenzione e il recupero con la semplice gestione della dipendenza, contestando l’influenza di grandi fondazioni private sulle politiche pubbliche, sostenendo che finanzino anche campagne per la depenalizzazione.
Materiale proveniente dal mondo della «riduzione del danno» compaiono anche ai rave party in tutta Europa. All’estero il caso più noto è Techno Plus in Francia, associazione che da decenni opera proprio nelle free party e nei teknival (i raduni non autorizzati) con informazione, materiale di prevenzione e, in alcuni casi, analisi delle sostanze. Altri esempi sono Kosmicare nel Regno Unito, nata nei festival e specializzata nell’assistenza a chi ha esperienze difficili con le sostanze, The Loop (drug checking in contesti di festa), Eve & Rave in Germania e DanceSafe negli Stati Uniti.
Il Corriere della Sera riportava che nel disastroso rave illegale che sconvolse l’Italia a metà agosto 2021 occupando terreni privati per giorni «c’erano i “laboratori” della riduzione del danno dove le sostanze venivano preventivamente analizzate per non correre rischi inutili»: in pratica vi erano dei banchetti dove testavano la droga che si acquistava, con «opuscoli con informazioni di base diffusi fra i presenti per evitare comportamenti dannosi».
Anni fa Soros scrisse di suo pugno un articolo per il Financial Times in cui ricordava come il suo approccio fosse diverso da quello dei governi nazionali:
«La guerra alla droga è stata un fallimento da mille miliardi di dollari… Per oltre quarant’anni i governi di tutto il mondo hanno speso enormi somme su politiche repressive. Questo a discapito di programmi che funzionano». L’allusione è alle politiche della cosiddetta riduzione del danno, delle quali il Soros è munifico sostenitore. «Non è stato solo uno spreco di danaro: è stato controproducente».
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«Il proibizionismo e la lotta alle droghe hanno fatto più male che bene… Per anni, la mia Open Society Foundation ha supportato programmi di riduzione del danno come lo scambio di siringhe…» rivendicò il Sorosso.
La liberalizzazione della droga non può non sembrare come un grande processo di narcotizzazione massiva ad uso dell’oligarcato, il quale con la popolazione istupidita (gli «inutili», prospettava il filosofo delle élite davosiane Yuval Harari, vanno drogati) possono procedere alle loro gozziviglie: non solo il traffico di bene pubblico – su cui si basano i miliardi del Soros e non solo – ma anche lo sfruttamento degli esseri umani oppure, volendo, la loro eliminazione.
In un Paese come il Canada dove come la Svizzera e la Catalonia l’eutanasia diventa sempre più chiaramente un’opzione per i carcerati, la droga penintenziaria arriverà subito. Noi seguiremo a ruota.
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