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«Ciò che il Concilio ha portato di nuovo si è rivelato dannoso». Mons. Viganò a proposito della risposta ai «Dubia»

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Renovatio 21 pubblica questo testo di Monsignor Carlo Maria Viganò.

 

 

 

« REDDE RATIONEM VILLICATIONIS TUÆ »

A proposito dei «Responsa ad Dubia»

di Traditionis Custodes

 

 

 

Vos estis qui justificatis vos coram hominibus :

Deus autem novit corda vestra :

quia quod hominibus altum est,

abominatio est ante Deum.

Lc 16, 15

 

 

Nel leggere i Responsa ad Dubia pubblicati recentemente dalla Congregazione per il Culto Divino viene da chiedersi a quali infimi livelli sia potuta scendere la Curia Romana, per dover assecondare Bergoglio con tale servilismo, in una guerra crudele e spietata contro la parte più docile e fedele della Chiesa.

 

Mai, negli ultimi decenni di gravissima crisi nella Chiesa, l’autorità ecclesiastica si è mostrata così determinata e severa: non l’ha fatto con i teologi eretici che infestano gli Atenei pontifici e i Seminari; non l’ha fatto con chierici e Prelati fornicatori; non l’ha fatto nel punire esemplarmente gli scandali di Vescovi e Cardinali.

 

Ma contro i fedeli, i sacerdoti e i religiosi che chiedono solo di poter celebrare la Santa Messa tridentina, nessuna pietà, nessuna misericordia, nessuna inclusività. Fratelli tutti? 

 

Mai come sotto questo «pontificato» è stato percepibile l’abuso di potere da parte dell’autorità, nemmeno quando duemila anni di lex orandi sono stati immolati da Paolo VI sull’altare del Vaticano II, imponendo alla Chiesa un rito tanto equivoco quanto ipocrita.

 

Quell’imposizione, a cui corrispose la proibizione di celebrare nell’antico rito e la persecuzione dei dissenzienti, aveva almeno l’alibi dell’illusione che un cambiamento avrebbe forse risollevato le sorti del Cattolicesimo dinanzi a un mondo sempre più secolarizzato.

 

 

Oggi, dopo cinquant’anni di disastri immani e quattordici anni di Summorum Pontificum, quella labile giustificazione non solo non è più valida, ma è sconfessata nella sua inconsistenza dall’evidenza dei fatti.

 

Tutto ciò che il Concilio ha portato di nuovo si è rivelato dannoso, ha svuotato chiese, seminari e conventi, ha distrutto le vocazioni ecclesiastiche e religiose, ha prosciugato ogni slancio spirituale, culturale e civile dei Cattolici, ha umiliato la Chiesa di Cristo e l’ha confinata ai margini della società, rendendola patetica nel suo tentativo maldestro di piacere al mondo.

 

E viceversa, da quando Benedetto XVI ha cercato di sanare quel vulnus riconoscendo pieni diritti alla liturgia tradizionale, le comunità legate alla Messa di San Pio V si sono moltiplicate, i seminari degli Istituti Ecclesia Dei sono cresciuti, le vocazioni aumentate, la frequenza dei fedeli incrementata, la vita spirituale di tanti giovani e di tante famiglie ha trovato uno slancio insperato. 

 

Quale lezione si sarebbe dovuta trarre da questa «esperienza della Tradizione» invocata a suo tempo anche da mons. Marcel Lefebvre? Quella più evidente e allo stesso tempo più semplice: quello che Dio ha dato alla Chiesa è destinato al successo, e quello che vi aggiunge l’uomo crolla miseramente.

 

Un’anima non accecata dal furore ideologico avrebbe ammesso l’errore compiuto, cercando di riparare ai danni e di ricostruire quello che era stato nel frattempo distrutto, di restaurare quanto era stato abbandonato. Ma questo richiede umiltà, uno sguardo soprannaturale e una fiducia nel provvidente intervento di Dio.

 

Questo richiede anche la consapevolezza da parte dei Pastori di essere amministratori dei beni del Signore, e non padroni: essi non hanno il diritto né di alienarne i beni, né di nasconderli o di sostituirli con loro invenzioni; essi devono limitarsi a custodirli e a renderli disponibili ai fedeli, sine glossa, e con il pensiero costante di dover rispondere dinanzi a Dio per ogni pecorella e ogni agnello del Suo gregge. Ammonisce l’Apostolo: « Hic jam quæritur inter dispensatores, ut fidelis quis inveniatur» (I Cor 4, 2), «quanto si richiede negli amministratori è che siano fedeli». 

 

I Responsa ad Dubia sono coerenti con Traditionis custodes, ed esplicitano l’indole eversiva di questo «pontificato», in cui il potere supremo della Chiesa è usurpato per ottenere uno scopo diametralmente opposto a quello per il quale Nostro Signore ha costituito in autorità i Sacri Pastori e il Suo Vicario in terra.

 

Un potere indocile e ribelle a Colui che lo ha istituito e che lo legittima, un potere che si crede fide solutus, per così dire, secondo un principio intrinsecamente rivoluzionario e quindi eretico.

 

Non dimentichiamolo: la Rivoluzione rivendica a sé un potere che si giustifica per il solo fatto di essere rivoluzionario, eversivo, cospiratorio e antitetico al potere legittimo che intende abbattere; e che appena giunge a ricoprire ruoli istituzionali viene esercitato con autoritarismo tirannico, proprio perché non è ratificato né da Dio né dal popolo. 

 

Mi sia permesso sottolineare un parallelo tra due situazioni apparentemente scollegate.

 

Come in presenza della pandemia sono negate le cure efficaci, con l’imposizione di un «vaccino» inutile, anzi dannoso e perfino letale; così la Santa Messa tridentina, vera medicina dell’anima in un momento di gravissima pestilenza morale, viene negata colpevolmente ai fedeli, sostituendole il Novus Ordo.

 

I medici del corpo vengono meno al proprio dovere, pur in presenza di terapie, e impongono tanto ai malati quanto ai sani un siero sperimentale, e si ostinano a somministrarlo nonostante l’evidenza della totale inefficacia e degli effetti avversi.

 

Analogamente i sacerdoti, medici dell’anima, tradiscono il proprio mandato, pur in presenza di un farmaco infallibile testato per oltre duemila anni, e fanno di tutto per impedire che quanti ne hanno sperimentato l’efficacia possano usarlo per guarire dal peccato.

 

Nel primo caso le difese immunitarie del corpo sono indebolite o annullate per creare dei malati cronici in balia delle case farmaceutiche; nel secondo caso le difese immunitarie dell’anima sono compromesse da una mentalità mondana e dalla cancellazione della dimensione soprannaturale e trascendente, in modo da lasciare le anime indifese dinanzi agli assalti del demonio

 

E questo valga come risposta a coloro che pretendono di affrontare la crisi religiosa senza considerare in parallelo la crisi sociale e politica, perché è proprio questa duplicità di attacco che lo rende così tremendo e che ne svela l’unica mente criminale. 

 

Non voglio entrare nel merito dei deliri dei Responsa: basta conoscere la ratio legis per respingere Traditionis custodes come un documento ideologico e fazioso, redatto da persone vendicative e intolleranti, pieno di velleità e di grossolani errori canonici, con l’intenzione di proibire un rito canonizzato da duemila anni di Santi e Pontefici e imporne uno spurio, copiato dai luterani e raffazzonato dai modernisti, che in cinquant’anni ha causato un immane disastro al corpo ecclesiale e che, proprio per questa sua efficacia devastatrice, non deve conoscere deroga. Non c’è solo la colpa: c’è anche il dolo e il duplice tradimento del divino Legislatore e dei fedeli. 

 

Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici si trovano ancora una volta a dover compiere una scelta di campo: o con la Chiesa Cattolica e la sua dottrina bimillenaria e immutabile, o con la chiesa conciliare e bergogliana, con i suoi errori e i suoi riti secolarizzati

Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici si trovano ancora una volta a dover compiere una scelta di campo: o con la Chiesa Cattolica e la sua dottrina bimillenaria e immutabile, o con la chiesa conciliare e bergogliana, con i suoi errori e i suoi riti secolarizzati. E questo avviene in una situazione paradossale in cui la Chiesa cattolica e la sua contraffazione coincidono nella medesima Gerarchia, alla quale i fedeli sentono di dover obbedire in quanto espressione dell’autorità di Dio e contemporaneamente di dover disobbedire in quanto traditrice e ribelle. 

 

Certo, non è semplice disobbedire al tiranno: le sue reazioni sono spietate e crudeli; ma persecuzioni ben peggiori furono quelle che dovettero patire nel corso dei secoli i Cattolici che si trovarono a dover affrontare l’arianesimo, l’iconoclastia, l’eresia luterana, lo scisma anglicano, il puritanesimo di Cromwell, il laicismo massonico della Francia e del Messico, il comunismo sovietico, della Spagna, della Cambogia, della Cina… Quanti vescovi e sacerdoti martirizzati, imprigionati, esiliati. Quanti religiosi massacrati, quante chiese profanate, quanti altari distrutti. E tutto questo perché? Perché i Sacri Ministri non hanno voluto rinunziare al tesoro più prezioso che Nostro Signore ci ha donato: la Santa Messa. La Messa che Egli ha insegnato a celebrare agli Apostoli, che gli Apostoli hanno trasmesso ai loro Successori, che i Papi hanno custodito e restaurato e che da sempre è al centro dell’odio infernale dei nemici di Cristo e della Chiesa.

 

Pensare che quella Santa Messa, per la quale i missionari inviati in terre protestanti o i sacerdoti prigionieri dei gulag rischiavano la propria vita, sia oggi proibita dalla Santa Sede è motivo di dolore e di scandalo, oltre che un’offesa ai Martiri che quella Messa hanno difeso fino all’ultimo respiro. Ma queste cose le può capire solo chi crede, chi ama, chi spera. Solo a chi vive di Dio. 

 

Chi si limita ad esprimere riserve o critiche a Traditionis custodes e ai Responsa cade nel tranello dell’avversario, perché riconosce legittimità ad una legge illegittima e invalida, voluta e promulgata per umiliare la Chiesa e i suoi fedeli, per fare un dispetto ai «tradizionalisti» che osano nientemeno che avversare dottrine eterodosse condannate fino al Vaticano II, da esso fatte proprie e oggi assurte a cifra del pontificato bergogliano. Traditionis custodes e Responsa vanno semplicemente ignorati, respinti al mittente. Vanno ignorati perché è chiara la volontà di punire i Cattolici rimasti fedeli, di disperderli, di farli scomparire. 

 

Rimango sgomento dinanzi al servilismo di tanti Cardinali e Vescovi, che per compiacere Bergoglio calpestano i diritti di Dio e delle anime loro affidate e che si fanno un merito di mostrare la propria avversione per la Liturgia «preconciliare», considerandosi meritevoli del pubblico encomio e dell’approvazione vaticana. A costoro sono rivolte le parole del Signore: «Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio» (Lc 16, 15).

 

La risposta coerente e coraggiosa dinanzi a un gesto tirannico dell’autorità ecclesiastica deve essere la resistenza e la disobbedienza a un ordine irricevibile. Rassegnarsi ad accettare questa ennesima sopraffazione significa aggiungere un altro precedente alla lunga serie di abusi sinora tollerati, e con la propria obbedienza servile rendersi responsabili del mantenimento di un potere fine a se stesso. 

 

Occorre che i Vescovi, Successori degli Apostoli, esercitino la propria sacra autorità, nell’obbedienza e nella fedeltà al Capo del Corpo Mistico, per porre fine a questo colpo di stato ecclesiastico che si è consumato sotto i nostri occhi. Lo richiede l’onore del Papato, oggi esposto al discredito e all’umiliazione da colui che occupa il Soglio di Pietro. Lo richiede il bene delle anime, la cui salvezza è suprema lex della Chiesa. Lo richiede la gloria di Dio, rispetto alla quale nessun compromesso è tollerabile. 

 

L’Arcivescovo polacco mons. Jan Paweł Lenga ha detto che è il momento di una controrivoluzione cattolica, se non vogliamo vedere la Chiesa sprofondare sotto le eresie e i vizi dei mercenari e dei traditori.

 

La promessa del Non prævalebunt non esclude minimamente, anzi chiede e pretende una azione ferma e coraggiosa non solo da parte dei Vescovi e dei sacerdoti, ma anche dei laici, che mai come oggi sono trattati come sudditi, nonostante i fatui appelli alla actuosa participatio e al loro ruolo nella Chiesa.

 

Prendiamone atto: il clericalismo ha raggiunto il proprio apice sotto il «pontificato» di chi ipocritamente non fa altro che stigmatizzarlo. 

 

 

Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

 

Spirito

Vaticano, tra ritardi e sforamenti di spesa, il progetto della nuova caserma della Guardia Svizzera si arena

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L’ammodernamento della caserma della Guardia Svizzera Pontificia sta attraversando un periodo di notevole turbolenza. Secondo le ultime informazioni diffuse dalla fondazione responsabile del progetto e dal sito web specializzato katholisch.de, i lavori sono in netto ritardo rispetto ai tempi previsti e il budget sta sforando ogni controllo, raggiungendo cifre inaspettate.

 

Un budget in forte espansione: da 45 a 70 milioni di franchi svizzeri

Inizialmente stimato in circa 45 milioni di franchi svizzeri (circa 47 milioni di euro), il costo totale dei lavori è stato ora rivisto a 70 milioni di franchi. Questo drastico aumento di 25 milioni – un incremento di oltre il 55% – è dovuto a una situazione economica e tecnica particolarmente sfavorevole.

 

Da un lato, il settore edile a Roma sta vivendo un’inflazione galoppante. Dal 2019, i prezzi dei materiali e della manodopera sono aumentati di oltre il 33%, aggravata dall’intensa attività legata ai preparativi per il Giubileo del 2025.

 

D’altro canto, il progetto stesso ha dovuto essere modificato per adeguarlo agli standard architettonici e di tutela del patrimonio storico. In particolare, si è deciso di preservare la facciata storica rivolta verso l’Italia, il che ha reso necessari rinforzi strutturali delle fondazioni e un completo rifacimento del sistema di drenaggio, con un conseguente aumento significativo dei costi complessivi.

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Un programma posticipato al 2027

Inizialmente, l’inizio dei lavori era previsto subito dopo l’Anno Santo del 2025. Tuttavia, l’incertezza finanziaria dovuta agli sforamenti dei costi ha reso necessaria una nuova tempistica: la prima posa della prima pietra non è prevista prima del 2027. Il completamento del progetto è previsto per il 2029, a condizione che i fondi rimanenti vengano raccolti entro la fine del 2026.

Questo rinvio è una notizia deludente per le Guardie Svizzere, che attualmente vivono in edifici del XIX secolo. Queste strutture sono considerate obsolete, umide e inadatte agli standard di vita moderni, con dormitori a volte condivisi da quattro guardie.

 

La sfida dei finanziamenti e della coesione sociale

La Fondazione per la ristrutturazione della caserma deve ora lanciare una campagna di raccolta fondi «Fase II». Mentre la Confederazione Svizzera ha già contribuito con 5 milioni di franchi e numerosi donatori privati ​​si sono fatti avanti, il sostegno dei Cantoni rimane disomogeneo. Nel 2022, ad esempio, il Canton Lucerna ha respinto gli aiuti finanziari in un referendum, citando la neutralità religiosa dello Stato.

 

Al di là dell’aspetto finanziario, questa nuova caserma sarà una caserma solo di nome. Il progetto prevede stanze singole con bagno privato, una necessità per attrarre nuove reclute. Ancora più sorprendente, la struttura è progettata per essere «modulare» – per stare al passo con i tempi – in modo che, per la prima volta nella storia, possa ospitare anche donne nella Guardia, qualora il Papa ne autorizzasse il reclutamento, cosa che – per fortuna – al momento non avviene.

 

Nel frattempo, le guardie del corpo del papa dovranno attendere ancora diversi anni nei loro alloggi attuali, mentre la Fondazione si impegna a colmare il divario finanziario per trasformare questo progetto di carta in una realtà concreta e pietrosa.

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Già troppo tardi? Risposta FSSPX al cardinale Sarah

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Mettendo l’obbedienza sullo stesso piano della fede, il cardinale Robert Sarah si rifiuta di riconoscere lo sconvolgimento senza precedenti che sta erodendo la Chiesa, il che rende poco convincente il suo appello all’unità.  

Il discorso di un conservatore

La dichiarazione del cardinale Sarah (1), pubblicata la prima domenica di Quaresima, il 22 febbraio, e ripresa da vari media, ha subito suscitato una dura reazione da parte di John-Henry Westen, co-fondatore e caporedattore del sito web americano LifeSiteNews (2).   Sua Eminenza Robert Sarah ha finora goduto di un certo favore tra gli ambienti conservatori della Chiesa cattolica. Le sue posizioni (3) a favore del celibato sacerdotale e contro il matrimonio tra persone dello stesso sesso hanno attirato l’attenzione di cattolici perplessi. Come Prefetto della Congregazione per il Culto Divino sotto Papa Francesco, non ha fatto mistero delle sue riserve riguardo alla direzione intrapresa dal successore di Benedetto XVI. Più di recente, il 24 maggio 2025, inviato da Papa Leone XIV a rappresentarlo alle cerimonie commemorative del quattrocentesimo anniversario delle apparizioni a Sant’Anna d’Auray, ha nuovamente pronunciato dichiarazioni sulla situazione attuale del mondo e della Chiesa che hanno avuto profonda risonanza.

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Un discorso poco convincente

Nonostante tutto, la sua dichiarazione del 22 febbraio, pubblicata sul Journal du Dimanche con l’emozionante titolo «Prima che sia troppo tardi», non è riuscita a mettere in ombra le osservazioni di mons. Schneider (4).  

Teologizzare l’obbedienza

Bisogna riconoscere, infatti, che, rispetto alle riflessioni misurate ma realistiche, precise e dettagliate del vescovo ausiliare di Astana, l’appello appassionato del prelato guineano non è tale da ottenere un sostegno unanime attraverso una credibilità convincente.   Laddove mons. Schneider si sforza, con assoluta chiarezza, di cogliere la portata della stagnazione che ha afflitto la Chiesa dal Concilio Vaticano II, il cardinale Sarah si limita a ripetere lo stesso appello all’obbedienza, che a suo avviso dovrebbe trovare la sua espressione assoluta nell’esempio della Passione di Cristo.   L’obbedienza di Cristo, che, insieme alla sua carità, fu l’anima stessa della sua Passione, è presentata come uno degli oggetti essenziali della nostra fede, con tale insistenza che il lettore non può fare a meno di essere convinto che l’obbedienza alla Chiesa – essa stessa equiparata al Papa – sia imperativa in nome della fede. E, poiché è una questione di fede che Cristo abbia obbedito fino alla morte, diventa anche una questione di fede che i cattolici debbano obbedire al Papa – anche al punto di soccombere alla propria perplessità di fronte agli amari frutti del Vaticano II.   L’obbedienza viene quindi posta sullo stesso piano della fede. Si suppone addirittura che essa porti la salvezza da sola, al punto che l’obbedienza non può essere negata in nome della salvezza delle anime. A tal punto che la sana ragione, anche quando illuminata dalla fede, dovrebbe astenersi dal riconoscere (anche solo in nome del principio di non contraddizione) lo sconvolgimento senza precedenti di un cambiamento nella predicazione degli ecclesiastici.  

La Grande Negazione

Non riuscendo a confrontarsi con l’entità e la gravità di questo sconvolgimento, il Cardinale Sarah ribadisce incessantemente la conclusione autogiustificata già contenuta nelle sue premesse: le consacrazioni episcopali annunciate per il 1° luglio a Ecône porteranno a uno scisma… perché non possono che essere scismatiche: l’obbedienza, confusa con la fede, essendo stata precedentemente elevata al rango di quarta virtù teologale.

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Il vero bene dell’obbedienza

L’esempio di Cristo è quello di un’obbedienza che trova la sua vera misura – e la sua natura di atto autenticamente virtuoso – perché conforme a un comandamento di Dio, contrario ai comandamenti degli uomini. E Cristo ci mostra qui i veri limiti dell’obbedienza, che sono quelli dell’autorità. “Non avresti alcun potere su di me se non ti fosse stato dato dall’alto”, cioè da un’autorità superiore alla tua.   Questa risposta a Pilato ci ricorda il grande principio fondamentale di tutta l’ecclesiologia: il Papa è solo il Vicario di Cristo, e la Chiesa non è il corpo mistico del Papa. San Paolo lo ricordò ai Galati in modo simile (1,8): «Se qualcuno viene a voi e predica un vangelo diverso da quello che vi è stato predicato, sia anatema».   Santa Caterina da Siena denunciò la condotta immorale degli ecclesiastici del suo tempo, la loro mancanza di giustizia e carità, e raccomandò loro l’obbedienza perché predicavano sempre lo stesso Vangelo e lo stesso Credo. Avrebbe forse sostenuto con tanta forza l’obbedienza ad Amoris Laetitia o a Fiducia Supplicans? Leggere il suo Dialogo fa certamente sorgere dubbi.   Troppo tardi? Al Cardinale Sarah, risponderemmo con tutto il rispetto che il suo episcopato esige: è già tardi, troppo tardi dopo sessant’anni e più di rivoluzione nella Chiesa. Troppo tardi per esigere quella che sarebbe una falsa obbedienza a coloro che hanno già scomunicato la Tradizione della Chiesa attraverso tutte queste riforme che impongono la protestantizzazione della fede e della morale.   Don Jean-Michel Gleize     NOTE   1) «Prima che sia troppo tardi!» «Appello all’unità» del cardinale Robert Sarah, articolo d’opinione pubblicato sul Journal du Dimanche il 22 febbraio 2026.   2) John-Henry Westen: «Una lettera aperta al cardinale Sarah sulla FSSPX»,   3) Vedi la voce di Wikipedia consultata il 2 marzo 2026   4) «Mgr Schneider lance un appel au pape Léon XIV au sujet de la FSSPX», FSSPX.News 25 febbraio 2026   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Benedizioni Pasquali in famiglia, una tradizione perduta

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Stiamo entrando nel periodo delle benedizioni delle famiglie nel tempo di Quaresima. Il sacerdote della mia parrocchia – talvolta accompagnato da qualche chierichetto – passa di casa in casa per portare la Parola di Dio e aspergere noi e le nostre abitazioni con l’acqua santa. È un’usanza che oggi si conserva con fatica nelle nostre comunità, ma che, per grazia di Nostro Signore, continua a essere in parte sentita e partecipata.

 

Un improvviso flashback mi ha riportato alla mente il «tempo pandemico», quando persino le acquasantiere erano vietate, figuriamoci le visite domiciliari dei parroci. In quell’epoca che potremmo definire una «info-psico-pandemia», abbiamo assistito a scene inenarrabili e talvolta grottesche. Restando però sul tema delle benedizioni quaresimali, ricordo che una parrocchia perugina predispose un «kit benedizionale», lasciato – per ragioni precauzionali e «in sicurezza» – fuori dalla porta di ogni abitazione del quartiere. La scatola conteneva un opuscolo informativo, una bottiglietta di acqua santa e un foglio con le istruzioni per benedire la casa autonomamente.

 

Non mi stupii più di tanto di questa scivolata dal sapore modernista applicata a una ritualità così significativa, considerando che in quel periodo la Chiesa, nel tentativo di giustificare le restrizioni, disse talvolta tutto e il contrario di tutto.

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Oggi, tornati a una normalità almeno apparente, accade però che a benedire le abitazioni non sia sempre il parroco, bensì dei laici incaricati. Molti sacerdoti giustificano questa supplenza con l’estensione delle parrocchie, troppo vaste per essere coperte capillarmente. È anche vero, tuttavia, che sempre più famiglie scelgono di non ricevere la visita del sacerdote. La scristianizzazione delle nuove generazioni è un fenomeno evidente, spesso accompagnato da una certa vacuità spirituale già presente nei genitori e inevitabilmente trasmessa ai figli, ormai adulti e indipendenti.

 

Mi permetto allora di osservare che, dato il numero non elevato di famiglie desiderose di ricevere la benedizione, si potrebbero raccogliere preventivamente le adesioni e visitare coloro che realmente desiderano accogliere la Parola e la benedizione. In questo modo i sacerdoti potrebbero raggiungere personalmente i propri fedeli, senza delegare.

 

Il mio è un semplice e umile suggerimento. Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che l’evangelizzazione dovrebbe comunque tentare la via del porta a porta, affinché chi si è allontanato possa ritrovarsi spiritualmente attraverso le sacre tradizioni. Del resto, come scrive l’evangelista Luca: «In qualunque casa entrerete, dite prima: Pace a questa casa; e se vi sarà un figlio di pace, la vostra pace riposerà su di lui; se no, ritornerà a voi» (Lc 10,5-6).

 

E ancora: «Ma in qualunque città entriate e non vi accolgano, uscite nelle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino» (Lc 10,10-11).

 

A futura memoria ricordiamo cosa è scritto nel Benedizionale nel paragrafo dedicato alla Benedizione delle famiglie. 

 

«Obbedienti al mandato di Cristo, i pastori devono considerare come uno dei compiti principali della loro azione pastorale la cura di visitare le famiglie per recar loro l’annunzio della pace di Cristo».

 

«I parroci pertanto e i loro collaboratori abbiano particolarmente a cuore la consuetudine di far visita ogni anno, specialmente nel tempo pasquale, alle famiglie presenti nell’ambito della loro giurisdizione. È un’occasione preziosa per l’esercizio del loro compito pastorale: occasione tanto più efficace in quanto offre la possibilità di avvicinare e conoscere tutte le famiglie».

 

«Poiché il rito della benedizione annuale di una famiglia nella sua casa riguarda direttamente la famiglia stessa, esso richiede la presenza dei suoi membri» e «non si deve fare la benedizione delle case senza la presenza di coloro che vi abitano».

 

Ricordiamo inoltre, nei suoi punti essenziali, il rito della benedizione delle case.

 

Quando la famiglia è riunita, il ministro saluta i presenti dicendo: «Pace a questa casa e ai suoi abitanti».

 

«Con la visita del pastore è Gesù stesso che entra nella vostra casa e vi porta la sua gioia e la sua pace. La lettura della parola di Dio e la preghiera della Chiesa sono un segno particolare della sua presenza in mezzo a noi. La grazia dello Spirito Santo disponga i nostri cuori ad accogliere il Signore Gesù, che viene a parlarci e a rianimare la nostra fede».

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Dopo aver letto la Parola, un salmo e fatta una breve esortazione si fa la preghiera dei fedeli. E siccome siamo in tempo di Pasqua ricordiamo, a beneficio di tutti i nostri lettori, queste sante parole:

 

Carissimi, Cristo è risorto e ci riempie della gioia pasquale. Animati dal suo Santo Spirito rivolgiamo la nostra preghiera a lui, che il Padre ha costituito principio e fondamento della nostra unione nella fede e nell’amore.

 

R. Resta con noi, Signore.

 

Signore Gesù Cristo, che dopo la risurrezione ti sei manifestato ai discepoli e li hai allietati con il dono della pace, fa’ che questa famiglia aderendo a te con tutto il cuore gusti la gioia della tua presenza. R.

 

Tu che dall’umiliazione della croce sei giunto alla gloria della risurrezione, fa’ che, tra le prove quotidiane, i membri di questa famiglia si uniscano sempre più nel vincolo dell’amore. R.

 

Tu che sedendo a tavola con i discepoli, ti sei fatto riconoscere nell’atto di spezzare il pane, fa’ che questa famiglia, partecipando alla celebrazione dell’Eucaristia, rafforzi la sua fede e renda testimonianza del suo amore. R.

 

Tu che hai riempito con la potenza dello Spirito Santo la casa in cui erano riuniti i discepoli, con Maria, tua Madre, manda il tuo Spirito anche su questa famiglia, perché si arricchisca della pace e della gioia pasquale. R.

 

Il ministro, stendendo le mani sui membri della famiglia, pronuncia la preghiera di benedizione:

 

Benedetto sei tu, Signore, che nella Pasqua dell’esodo hai preservato incolumi le case del tuo popolo asperse con il sangue dell’agnello. Nella Pasqua della nuova alleanza ci hai donato il Cristo tuo Figlio, crocifisso e risorto, come vero Agnello immolato per noi per liberarci dal maligno e colmarci del tuo Spirito.

 

Benedici + questa famiglia e questa casa, e allieta tutti i suoi membri con l’esperienza viva del tuo amore.

 

Per Cristo nostro Signore.

 

R. Amen.

 

Dopo la preghiera di benedizione, il ministro asperge gli astanti e la casa con l’acqua benedetta, dicendo:

 

Ravviva in noi, Signore, nel segno di quest’acqua benedetta, il ricordo del Battesimo e l’adesione a Cristo Signore, crocifisso e risorto per la nostra salvezza.

 

R. Amen.

 

Il ministro conclude il rito dicendo: «Dio vi riempia di ogni gioia e speranza nella fede. La pace di Cristo regni nei vostri cuori. Lo Spirito Santo vi dia l’abbondanza dei suoi doni.

 

R. Amen.

 

Le nostre tradizioni cattoliche sono un prezioso tesoro da conservare e da preservare. Ricordiamocene non solo in questo tempo quaresimale, ma anche in tutti gli altri giorni dell’anno.

 

Francesco Rondolini

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