Economia
Blackout in Australia
Lo scorso lunedì notte, diverse aree del nord di Sydney sono state oscurate, dopo che l’operatore del mercato energetico Ausgrid ha avvertito di interruzioni di corrente negli Stati del Nuovo Galles del Sud e del Queensland.
L’energia elettrica era stata disponibile nel corso della giornata.
Le famiglie del Queensland sono quindi state incoraggiate a utilizzare meno energia poiché il principale fornitore di energia Powerlink ha avvertito di una «combinazione insolita» di interruzioni impreviste dei generatori, fresche temperature dell’inverno australe e un’elevata domanda di elettricità.
«Le forniture di gas sono sufficienti, tuttavia i prezzi molto elevati del gas significano che [l’operatore del mercato energetico australiano ] ha già attivato i suoi meccanismi generazione di risposta al mercato», ha affermato Powerlink in una dichiarazione lunedì.
Nel frattempo, l’Australian Energy Market Operator (AEMO) martedì ha confermato che alcuni produttori di energia hanno «rivisto la loro disponibilità sul mercato» nel Nuovo Galles del Sud e nel Queensland a causa di un nuovo limite di prezzo di 300/MWh , risultato dell’aumento dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità.
Un portavoce dell’Australian Energy Council, che rappresenta i principali produttori di energia tra cui AGL, EnergyAustralia e Origin, ha affermato che i suoi membri hanno affrontato un «problema complesso» ma starebbero cercando soluzioni alla crisi energetica, mentre combattono i prezzi del carbone che stanno aumentando a causa delle sanzioni esportazioni russe.
Powerlink Queensland ha incoraggiato le famiglie a risparmiare energia, inclusi suggerimenti per considerare la quantità di riscaldamento utilizzata, spegnere o inserire dispositivi elettronici in standby come TV, computer ed elettrodomestici e anche per spegnere le pompe della piscina.
Alle aziende è stato detto di considerare l’uso dell’illuminazione interna ed esterna e di spegnere i sistemi di riscaldamento dell’acqua.
L’Australia si aggiunge quindi alla lunga lista di Paesi finiti nella morsa dei blackout energetici: Cina, Turchia, Giappone, Kazakistan, Uzbekistan, Taiwan, Kirghizistan, Sri Lanka, Pakistan. L’Indonesia ha proibito l’esportazione di carbone. USA e Gran Bretagna prevedono blackout a breve. Paesi UE come l’Austria e la Romania hanno cominciato a parlare a livello politico e in TV di blackout già lo scorso autunno. La Germania ha mandato in onda spot apocalittici per preparare i tedeschi (e gli immigrati in Germania, a giudicare dal video) ad un inverno in cui poteva venire a mancare il riscaldamento. In Germania, Paese che a causa della privatizzazione ha rischiato a inizio anno un blackout del gas, la scorsa settimana le ferrovie hanno fermato tutti i treni merci a causa della mancanza di corrente elettrica.
Il tema dei blackout era stato trattato da un documento del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (COPASIR), l’organo che controlla i servizi segreti italiani. Il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti 4 mesi fa davanti ad una platea di imprenditori ha parlato apertis verbis di rischio blackout.
Secondo la testata economica Bloomberg, un miliardo di persone sarebbe ora a rischio blackout.
Come già detto da Renovatio 21, il Blackout è una forma più avanzata di lockdown: blocca la Civiltà in modo imbattibile, impedendo quasi tutte le attività economiche e umane tout court.
L’interruzione dell’elettricità corrisponde all’interruzione dei servizi più basilari e delle attività domestiche: la popolazione diverrà dunque disposta a qualsiasi cosa pur di tornare ad una qualche parvenza di normalità, con almeno qualche ora al mese di luce in casa.
L’aumento delle bollette va già in questo senso: il razionamento. Con il blackout, la manipolazione dei cittadini, che cederanno qualsiasi cosa (danaro, proprietà, sovranità) per un briciolo di pace, sarà completa.
Il tema è stato affrontato anche a Davos, ovviamente secondo la prospettiva del Grande Reset.
Durante una discussione al recente World Economic Forum, la manager norvegese Kjerstin Braathen ha giustificato la necessità di trattare «carenze energetiche in arrivo».
«Dobbiamo accettare che ci sarà dolore nel processo… il ritmo di cui abbiamo bisogno aprirà alla possibilità di carenze di energia» ha dichiarato la Braathen al consesso di Klaus Schwab 2022.
La manager di Oslo a Davos ha enunciato la necessità di infliggere dolore nella popolazione. Quindi i blackout globali, ancorché artificiali, paiono a questo punto inevitabili.
Economia
La produzione petrolifera saudita crolla al livello più basso dal 1990
La produzione di petrolio greggio dell’Arabia Saudita è crollata di quasi 2 milioni di barili al giorno ad agosto, toccando il livello più basso degli ultimi 35 anni, a causa dei conflitti in Medio Oriente che hanno messo sotto pressione le rotte di esportazione del regno. Lo riporta Bloomberg.
Secondo il rapporto mensile del gruppo, ottenuto dalla testata finanziaria neoeboracena, Riyadh ha comunicato all’OPEC che la produzione è scesa di 1,9 milioni di barili al giorno il mese scorso, attestandosi a 6,238 milioni di barili al giorno.
Questa cifra rappresenta un nuovo minimo da quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro l’Iran alla fine di febbraio, nonché il livello di produzione più basso del regno dall’inizio della Guerra del Golfo nel 1990.
L’Arabia Saudita è stretta tra le interruzioni di entrambe le principali rotte marittime di esportazione. Il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è stato fortemente limitato per il conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran, costringendo a una maggiore dipendenza dalle rotte del Mar Rosso.
Le forze Houthi, allineate con l’Iran, nello Yemen hanno ripreso la guerra contro le forze governative sostenute dall’Arabia Saudita e hanno dichiarato un blocco marittimo contro il regno.
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Gli Houthi hanno colpito direttamente anche le infrastrutture energetiche saudite. Martedì un attacco missilistico e con droni ha incendiato impianti petroliferi e costretto all’interruzione delle attività in alcuni stabilimenti, secondo le autorità saudite, anche se Riad ha fornito pochi dettagli sull’entità dei danni o sull’impatto sulla produzione.
Secondo quanto riferito, giovedì gli Houthi hanno conquistato la strategica città portuale di Mocha, rafforzando il controllo sulle vie di accesso allo stretto di Bab al-Mandeb, l’ingresso meridionale del Mar Rosso e una rotta cruciale per le esportazioni di petrolio saudita. Il gruppo ha detto che la navigazione resta sicura per le altre navi, ma non per quelle saudite.
La pressione è già visibile nei dati sul trasporto marittimo: i dati provvisori sul traffico di petroliere raccolti da Bloomberg mostrano un calo di circa un terzo delle esportazioni di greggio saudita ad agosto.
Riyad ha comunicato all’OPEC che la sua «offerta sul mercato», che include il greggio prelevato dalle scorte, si attestava a 7,122 milioni di barili al giorno, suggerendo che il regno abbia attinto alle scorte per compensare la riduzione della produzione. Una stima separata dell’OPEC, basata su fonti secondarie esterne, era sostanzialmente più alta e collocava la produzione saudita a 7,276 milioni di barili al giorno ad agosto.
Le crescenti minacce sia per Hormuz sia per Bab al-Mandeb hanno fatto impennare i prezzi del petrolio. Il Brent ha chiuso giovedì in rialzo del 6,3% a 107,63 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate è salito a 102,48 dollari, con entrambi i benchmark ai livelli più alti da maggio.
Nel frattempo gli Stati Uniti si sono assicurati il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili delle riserve petrolifere accertate del Venezuela, grazie a un ampio accordo di investimento. Il presidente Donald Trump ha descritto il petrolio come un «dono» che contribuirà a ricostituire le riserve strategiche americane.
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Immagine di Suresh Babunair via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported
Economia
Il prezzo del petrolio supera i 100 dollari al barile. Dove arriverà il diesel?
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Economia
Stabilimento automobilistico della Volkswagen verrà convertito per la produzione di armi israeliane
Il colosso automobilistico tedesco Volkswagen ha raggiunto un’intesa per la cessione di uno dei suoi impianti e per la sua riconversione in un polo di produzione militare, con il produttore israeliano di armi Rafael Advanced Defense Systems destinato a diventare il primo importante partner industriale.
Una valutazione dell’accordo era sta stata annunciato mesi fa. Lunedì Volkswagen ha comunicato di aver definito con lo Stato della Bassa Sassonia e la società di investimento israeliana Aurelius Capital i termini principali per la vendita dello stabilimento di Osnabrück. In base all’accordo, Aurelius diventerebbe l’azionista di maggioranza, mentre la Bassa Sassonia acquisirebbe una partecipazione nello stabilimento.
L’impianto sarebbe quindi stato convertito progressivamente dalla produzione di automobili in quello che Volkswagen ha definito un «centro di competenza per soluzioni di sicurezza e difesa». Il primo grande progetto avrebbe previsto la collaborazione con Rafael per la produzione di sistemi e componenti di difesa aerea destinati alla Germania e ad altri clienti europei.
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Rafael è l’azienda statale israeliana del settore della difesa che ha sviluppato il sistema missilistico Iron Dome. Lo stabilimento di Osnabrück dovrebbe realizzare componenti, tra cui veicoli militari, lanciatori e generatori impiegati dal sistema, sebbene i missili intercettori Tamir non vengano prodotti in loco, secondo quanto riportato dai media israeliani.
Per significativa coincidenza storica, anche il sito di Osnabrück vanta una storia di produzione militare che risale alla Germania nazista. In origine la fabbrica apparteneva alla carrozzeria Karmann, che realizzava componenti per aerei destinati allo sforzo bellico tedesco e che impiegò manodopera forzata durante la Seconda guerra mondiale.
Volkswagen ha rilevato le attività di Karmann a Osnabrück dopo il fallimento dell’azienda nel 2009 e nel 2024 ha deciso di cessare la produzione di veicoli entro l’estate del 2027. Il nuovo accordo dovrebbe garantire l’occupazione a oltre 1.200 lavoratori, mentre l’amministratore delegato del Gruppo Volkswagen, Oliver Blume, ha affermato che l’intesa aprirà un «nuovo futuro industriale» per il sito.
Nel frattempo il ministro-presidente della Bassa Sassonia, Olaf Lies, ha collegato il cambiamento al più ampio rafforzamento militare della Germania, sostenendo che si è verificato un «cambiamento fondamentale nella nostra situazione di sicurezza e nel nostro bisogno di protezione».
L’accordo avrebbe incontrato la resistenza del fondo sovrano del Qatar, uno dei maggiori azionisti di Volkswagen. La struttura finale prevede che Rafael non detenga la proprietà dello stabilimento, che verrà invece acquisito da Aurelius e dalla Bassa Sassonia.
La riconversione avviene dentro alla «situazione critica» (parole dell’assoindustria tedesca) dell’economia germanica, e nello specifico mentre la stessa Volkswagen sta affrontando una delle più vaste ristrutturazioni della sua storia.
Come riportato da Renovatio 21, negli scorsi giorno l’azienda ha confermato i piani per eliminare fino a 100.000 posti di lavoro in tutto il mondo entro il 2030, a causa della debole domanda europea, degli elevati costi energetici legati alla perdita delle forniture russe a basso costo, dei dazi statunitensi e della crescente concorrenza dei produttori cinesi come BYD, Great Wall, Xpeng, Leapmotor, etc.
Anche altre case automobilistiche europee, tra cui Mercedes-Benz, hanno mostrato un interesse crescente per il settore della difesa. Questa conversione si inserisce in un più ampio rafforzamento militare in tutta l’UE, il piano ReArm lanciato dall’ex ministro della Difesa germanico, ora presidente della Commissione UE, Ursula Von der Leyen.
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Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che un progetto della Commissione Europea per un’«Unione del risparmio e degli investimenti», discusso nel 2025 e sostenuto personalmente dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, ma non attuato all’epoca, sembra ora essere stato ripreso per rendere disponibili fondi aggiuntivi destinati a progetti di riarmo.
L’idea pare essere quella di attingere ai risparmi dei cittadini europei per un totale di circa 10.000 miliardi di euro – 3.400 miliardi dei quali nella sola Germania – inizialmente su base volontaria, per poi passare all’adesione obbligatoria.
Nell’ambito del riarmo totale europeo, l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha avviato iniziative dedicate alla difesa nello spazio, qualificando l’iniziativa come «storica». Una delibera adottata dai suoi 23 Paesi membri riconosce che l’ente possiede le competenze necessarie per elaborare tecnologie spaziali «a fini di sicurezza e difesa». Di qui l’intenzione di creare un vero scudo spaziale contro la Russia.
Papa Leone XIV ha condannato l’aumento delle spese militari europee, avvertendo a maggio che il riarmo tradisce la diplomazia e alimenta le tensioni in un mondo già «devastato dalle guerre».
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha definito la nuova UE armata come «delirante» e «guerrafondaia», nonché prodromica al Nuovo Ordine Mondiale.
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Immagine di Kārlis Dambrāns via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
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