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Politica

Assalto al Campidoglio, nuovi filmati provano che i poliziotti hanno aiutato i rivoltosi

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Il presidente della Camera Mike Johnson ha rilasciato al pubblico oltre 40.000 ore di filmati del 6 gennaio 2021.

 

Alcuni filmati erano già stati pubblicati dall’ex presidente della Camera Kevin McCarthy, avevano portato alla scarcerazione di Jacob Chansley, meglio noto come il QAnon Shaman, dopo un passaggio sul canale televisivo Fox News nella trasmissione di Tucker Carlson, poi licenziato dall’emittente.

 

In questa nuova serie inclusi filmati delle telecamere del corpo della polizia della capitale, nell’interesse della trasparenza, un’azione che avrebbe dovuto essere intrapresa anni fa.

 

Ogni nuovo filmato non fa altro che confermare ciò che molti americani già sapevano, e cioè che i pochi scarsi minuti di video disponibili riciclati dai media dipingono un quadro falso di ciò che è realmente accaduto. Molti sostengono infatti che il cosiddetto J6 non sia stato altro che una protesta trasformata in rivolta dall’incitamento della polizia e dalla propaganda dell’establishment: non una «insurrection» («insurrezione»), ma una «fedsurrection», ossia una rivolta guidata da agents provocateurs delle agenzie federali dello Stato americano.

 

Va rammentato che ci sono molte persone che ora languono in prigione a causa di questa narrativa propalata dai media e rinforzata da una commissione d’inchiesta partecipata anche da parlamentari repubblicani – e guidata da Liz Cheney, figlia di Dick Cheney, l’uomo dietro le guerre americane da milioni di morti, da alcuni considerabile alla stregua di un criminale di guerra.

 

Gli ultimi filmati mostrano la polizia della capitale che invita i manifestanti nell’edificio mentre si radunavano pacificamente nei corridoi (le stesse persone che sarebbero poi state perseguite ed etichettate come «insorti».

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Nelle immagini è possibile vedere alcuni manifestanti stringere la mano dei poliziotti tra amichevoli pacche sulle spalle.

 

 

«Un maledetto concerto di Celine Dion genera più caos» dice un utente di Twitter.

 

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I conservatori sui social media chiedono indagini sul Comitato del 6 gennaio alla luce delle prove a discarico che dimostrano che la violazione del Campidoglio è stata una situazione facilitata dalla polizia.

 

Il filmato inedito pubblicato venerdì dal presidente della Camera Mike Johnson è devastante per la narrazione del Comitato del 6 gennaio secondo cui una violenta insurrezione si è verificata al Campidoglio degli Stati Uniti il ​​6 gennaio 2021.

 

Allo stesso modo, il senatore repubblicano dello Utah Mike Lee e il deputato repubblicano del Texas Troy Nehls hanno invitato i repubblicani alla Camera a indagare sul Comitato del 6 gennaio.

 

«Perché Liz Cheney e Adam Kizinger [un deputato repubblicano considerato vicino ai democratici, e non rieletto, ndr] non hanno mai fatto riferimento a nessuno di questi nastri? Forse non li hanno mai cercati. Forse non hanno nemmeno mai messo in discussione la propria narrativa. Forse erano semplicemente troppo occupati a far trapelare selettivamente i messaggi di testo dei repubblicani che volevano sconfiggere», ha scritto Lee sabato su Twitter.

 

Resta da vedere se i repubblicani alla Camera riterranno il comitato democratico J6 responsabile delle loro bugie, ma la decisione del presidente Johnson di rendere pubbliche tutte le 44.000 ore è un segnale incoraggiante.

 

Nei video è visibile anche Matthew Perna, un giovane entrato nel Campidoglio che, incriminato dal Dipartimento di Giustizia di Biden, si era dichiarato colpevole, aspettandosi una pena di massimo un anno di reclusione. Durante il processo, i procuratori fecero capire che avrebbero portato nuove accuse spostando il reato verso il terrorismo, cosa che avrebbe inflitto al ragazzo decenni di galera.

 

Matthew Perna, visibile qui con la sua felpa rossa, si tolse nella vita impiccandosi nel suo garage prima della sentenza. La sua storia, davvero straziante, è stata raccontata da documentari della giornalista Lara Logan.

 

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In rete c’è anche chi creativamente ha comparato la situazione di quel 6 gennaio – definito peggio delll’11 settembre – con ciò che succede al Campidoglio ad ogni Giorno del Ringraziamento.

 

 

Molti video mostrano come la folla fosse rispettosa ed ordinata, e i poliziotti sembrano in alcuni casi davvero guide turistiche, che scortano ed indicano la direzione ai «rivoltosi»

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Esistono poi filmati non ancora spiegati, come quello del manifestante portato via ammanettato dalla polizia per poi, lontano da sguardi indiscreti, essere liberato facendo fist-bum con un agente.

 

 

 

Le menzogne sul 6 gennaio stanno cadendo una ad una, ma non è detto che ciò sia sufficiente, perché lo Stato profondo è oramai programmaticamente scollato dalla popolazione, e sa di poter continuare anche sacrificandone una grande parte, accontentandosi della massa vaccina, ossia di quel segmento di popolo che continuerà bovinamente a seguire ordini e bugie del sistema.

 

Una guerra «calda» in arrivo potrebbe aiutare a serrare i ranghi, e magari ottenere ancora più strumenti per liquidare la dissidenza. La piovra di Washington ha solo l’imbarazzo della scelta: Ucraina (Cioè Russia), Hamas (cioè, Iran), Taiwan (cioè, Cina)…

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Politica

La polizia israeliana strappa i pantaloni agli ebrei ultraortodossi

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La polizia israeliana è intervenuta contro ebrei ultraortodossi che avevano bloccato un’importante autostrada nei pressi di Tel Aviv per protestare contro l’arresto di un renitente alla leva appartenente alla comunità ultraortodossa.   Mercoledì mattina, decine di manifestanti hanno ostruito il traffico in entrambe le direzioni sulla Strada Statale 4 a est di Tel Aviv, sedendosi sulla carreggiata e strisciando sotto i veicoli mentre le forze dell’ordine tentavano di disperderli. La polizia ha fatto ricorso a granate stordenti e manganelli contro i dimostranti, come documentano le immagini girate sul posto.   Alcuni agenti sono stati ripresi mentre trascinavano fuori dalla strada i manifestanti ultraortodossi afferrandoli per i vestiti, e a diverse persone sono stati strappati i pantaloni nel corso dell’operazione. Almeno cinque individui sono stati fermati sul posto, mentre circa otto manifestanti hanno riportato ferite lievi durante gli scontri.  

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La Fazione di Gerusalemme, tra i gruppi promotori della protesta, ha espresso una ferma condanna contro l’operato della polizia del Ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, accusandola di «applicazione selettiva della legge» e di «violenza umiliante e incontrollata» nei confronti della comunità Haredi. Il gruppo ha promesso di portare la questione dinanzi all’Alta Corte di Giustizia qualora «questa condotta inaccettabile» dovesse persistere.   Ben-Gvir, che in passato aveva apertamente plaudito a pratiche di polizia repressive, ha rilasciato una dichiarazione misurata sull’incidente, affermando di aver tenuto una «riunione urgente» per garantire che la polizia utilizzi le granate stordenti solo in «casi eccezionali».   Nel corso della giornata, migliaia di ebrei ultraortodossi si sono radunati fuori dal carcere militare di Beit Lid, gestito dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF), dove era detenuto l’obiettore di coscienza. La manifestazione ha apparentemente suscitato timori che i manifestanti potessero fare irruzione nella struttura, con il conseguente dispiegamento di ulteriori unità di polizia militare e truppe per presidiarne il perimetro.   Sebbene il servizio militare sia obbligatorio per la maggior parte dei cittadini israeliani, sia uomini che donne, i membri della comunità Haredi hanno storicamente goduto di un’esenzione. Tale esenzione è terminata nel 2014, portando a ripetuti arresti di renitenti alla leva da parte delle autorità e a conseguenti proteste di massa. La situazione è ulteriormente peggiorata durante la guerra di Gaza, con la sentenza della Corte Suprema del 2024 che ha disposto la coscrizione di migliaia di ebrei ultraortodossi. Tuttavia, la coscrizione di massa dei membri della comunità è stata finora rinviata.

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Come riportato da Renovatio 21, a gennaio un adolescente è morto e altri tre sono rimasti feriti quando un autobus si è schiantato contro un gruppo di ebrei ultraortodossi che protestavano contro la coscrizione a Gerusalemme.   Come riportato da Renovatio 21, nei mesi precendenti  l’esercito israeliano ha annunciato l’intenzione di arruolare forzatamente 54.000 studenti di seminario ultra-ortodossi.   Come riportato da Renovatio 21, dopo lunghe discussioni dell’opinione pubblica israeliana, l’anno scoro l’Alta Corte di Israele aveva stabilito che anche gli ortodossi devono essere arruolati nell’esercito dello Stato Ebraico. Nel 2025 centinaia di manifestanti ultraortodossi avevano bloccato una delle principali arterie stradale di Tel Aviv, Bnei Brak, per protestare contro la leva obbligatoria.   Come riportato da Renovatio 21, l’anno passato la rivista ebraica Ha-kom, rivolta agli ebrei ortodossi, aveva pubblicato una serie di articoli sulla demoralizzazione dei soldati israeliani.

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Politica

Politici israeliani furiosi per l’accordo di Trump chiedono le dimissioni di Netanyahu e un vero «cambio di regime» in Iran

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Praticamente la politica israeliana tutta, dall’opposizione alle stesse fazioni sioniste presenti nel governo Netanyahu, attacca l’accordo di Trump con l’Iran e promette di rovesciare la Repubblica Islamica.

 

L’ex primo ministro Naftali Bennett ha dichiarato che il conto alla rovescia per il cambio di regime in Iran inizia nel momento in cui Israele avrà un nuovo governo. Intervenendo alla Knesset, Bennett ha criticato duramente la leadership del premier Benjamin Netanyahu, dichiarando che il suo mandato «è iniziato con una guerra civile, è proseguito con il massacro del 7 ottobre e si conclude con uno storico fallimento contro l’Iran», qualsiasi qualsiasi serio tentativo di rovesciare il regime iraniano direttamente a un cambiamento politico nello Stato Ebraico.

 

Bennett ha promesso che, sotto la nuova leadership, avrebbe rilanciato la «Dottrina del Polpo» – colpendo l’Iran con ogni mezzo disponibile e bloccando il suo programma nucleare – e risolto la crisi di personale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ponendo fine alle esenzioni dalla leva per gli ultraortodossi. «Quando non ci sono soldati, bisogna riconquistare sempre lo stesso punto, e in questo modo non si può vincere», ha affermato. «Possiamo ripristinare la sicurezza in Israele».

 

Come il Bennett, falchi e gli intransigenti criticano aspramente l’accordo. Diverse voci del radicalismo sionista hanno inveito furiosamente contro il presunto accordo di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran mediato da Trump, definendolo un’ancora di salvezza per gli ayatollah che lascia in gran parte intatte le infrastrutture nucleari, i missili balistici e i gruppi alleati dell’Iran.

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«L’accordo di Trump non ci vincola. Israele non è soggetto agli Stati Uniti e siamo una nazione indipendente e sovrana!» ha dichiarato su X il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir, leader di Otzma Yehudit, partito sionista secolarista. «Non siamo partner di questo accordo che non garantisce la nostra sicurezza… Non dobbiamo scendere a compromessi su nulla che non sia lo smantellamento di Hezbollah, non dobbiamo ritirarci da nessun territorio che i nostri combattenti abbiano conquistato e ripulito dalle infrastrutture terroristiche» .

 

«L’accordo con l’Iran è un male per Israele e per tutto il mondo libero. Punto e basta» ha scritto su X il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, leader del partito sionista religioso. «Dovremo continuare la campagna per rovesciare il regime da soli e con metodi creativi, e garantire che l’Iran non possieda mai armi nucleari».

 

Yair Golan, leader di HaDemokratim («i Democratici), si è spinto oltre, definendo l’accordo un disastro strategico orchestrato mentre Netanyahu era «debole, malato, isolato e privo di influenza». Per il democratico, Netanyahu di essere «buono per Hamas… buono per l’Iran… buono per Hezbollah Sostituirlo non è solo una necessità politica, ma un imperativo di sicurezza esistenziale».

 

L’ex capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), Gadi Eisenkot, ha descritto un «abisso» tra le vuote promesse di «vittoria totale» del governo e la realtà di una leadership fallimentare che ha abbandonato i residenti israeliani. Il centrista Benny Gantz ha avvertito che qualsiasi restrizione alla libertà d’azione di Israele in Libano o ritiro che metta in pericolo il nord sarebbe inaccettabile.

 

Da queste dichiarazioni emerge un filo conduttore chiaro: l’attuale governo è troppo debole, troppo vincolato dalle pressioni americane e troppo compromesso per sferrare il colpo decisivo contro l’Iran e Hezbollah. Bennett e Golan inquadrano esplicitamente la reale pressione per un cambio di regime come qualcosa che potrà avvenire solo dopo la partenza di Netanyahu. Ben-Gvir e Smotrich, ancora nella coalizione, stanno già segnalando che non si sentiranno vincolati dall’accordo e che perseguiranno comunque obiettivi massimalisti.

 

Il ministro della Difesa Israel Katz ha cercato di adottare una linea più dura promettendo che l’IDF rimarrà nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza «a tempo indeterminato». Tuttavia il coro più forte, proveniente da Bennett, dall’ala più conservatrice e da parte dell’opposizione, è che solo una nuova leadership – o almeno una rottura completa con l’approccio di Netanyahu – possa realizzare la campagna aggressiva su più fronti che ritengono necessaria.

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Immagine di Kobi Gideon / Government Press Office of Israel via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

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Politica

«Erratico»: il candidato del partito della Le Pen contro Trump

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Jordan Bardella, leader del principale partito di opposizione francese, il Rassemblement National (RN), ha escluso la possibilità di chiedere l’appoggio del presidente statunitense Donald Trump per le elezioni presidenziali del 2027, definendolo imprevedibile e sempre più difficile da decifrare.   Il trentenne euroscettico e anti-immigrazione è ampiamente considerato il favorito per sostituire Marine Le Pen qualora quest’ultima venisse esclusa dalla corsa elettorale. La leader di lunga data del partito RN è stata condannata lo scorso anno per appropriazione indebita di fondi europei e interdetta dalle cariche pubbliche per cinque anni. Lei nega ogni addebito e la corte dovrebbe pronunciarsi sul suo ricorso a luglio.   In un’intervista a Politico pubblicata lunedì, il Bardella ha descritto il comportamento di Trump come «non solo erratico, ma anche estremamente instabile e in continuo cambiamento» («erratique, mouvant et changeant»). Alla domanda su come vedesse il presidente degli Stati Uniti, Bardella lo ha definito incoerente, scherzando: «C’è il suo atteggiamento del lunedì, l’atteggiamento del martedì, l’atteggiamento del mercoledì».   «Donald Trump n’est pas mon modèle» ha dichiarato il vertice del partito della destra francese. «Trump non è un modello»

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Il Bardella ha respinto qualsiasi ipotesi di voler cercare l’appoggio di Trump, nonostante quest’ultimo abbia in passato sostenuto politici affini all’estero, tra cui il polacco Karol Nawrocki e l’ungherese Viktor Orban.   «L’unico sostegno che io e Marine Le Pen cerchiamo è quello del popolo francese e degli elettori francesi», ha affermato, aggiungendo di non aver bisogno di «alcun appoggio esterno» e di non avere alcuna intenzione di aprire la porta a «qualsiasi forma di interferenza straniera».   Queste dichiarazioni segnano un cambiamento rispetto alle precedenti lodi di Bardella nei confronti di Trump, che ammirava pubblicamente per la sua energia e il suo successo politico. Secondo il politico francese, il secondo mandato di Trump si è discostato nettamente dal primo, non dando più priorità agli interessi interni, ma essendo invece plasmato da una visione degli Stati Uniti come «un impero con un’influenza dominante sull’emisfero occidentale».   Ciò rende Trump «più pericoloso» e crea incertezza in tutta Europa, che non può più fare affidamento su Washington senza riserve. Bardella ha fatto riferimento alle minacce tariffarie di Trump, che hanno portato all’accordo commerciale tra Stati Uniti e UE dello scorso anno, un accordo che ha descritto come «vassallaggio economico, finanziario e industriale».   Le relazioni tra Washington e i suoi alleati europei sono tese da quando Trump è tornato alla Casa Bianca nel 2025, con ricorrenti dispute su commercio, spese per la difesa, regolamentazione digitale e Ucraina. Trump ha ripetutamente accusato i membri europei della NATO di approfittarsi delle garanzie di sicurezza statunitensi, minacciando al contempo nuove tariffe sul blocco. Lunedì, ha dichiarato al New York Post che avrebbe imposto dazi del 100% sul vino francese se Parigi non avesse abolito la sua tassa sui servizi digitali, che colpisce i ricavi generati dai giganti tecnologici statunitensi.   La Strategia di Sicurezza Nazionale 2026 di Trump, che descrive l’UE come strategicamente inaffidabile, ha ulteriormente ampliato la frattura, così come la sua spinta ad acquisire la Groenlandia dalla Danimarca. La guerra israelo-americana contro l’Iran ha acuito le tensioni dopo che Washington ha annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania e ha minacciato ulteriori tagli in Spagna e Italia a seguito delle critiche al conflitto.

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Immagine di European Parliament via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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