Geopolitica
Ankara, economia e diplomazia: la «nuova era» dei rapporti fra Erdogan e al-Sisi
Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Il presidente egiziano ricevuto dall’omologo turco con l’obiettivo di archiviare un decennio di divisioni, a partire dallo scontro sui Fratelli musulmani. Firmati 17 accordi di collaborazione fra due Paesi che non avevano in realtà mai interrotto i legami. Il «riallineamento» favorito anche da una visione comune su Gaza.
La prima visita del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ad Ankara, accolto ieri con tutti gli onori dall’omologo turco Recep Tayyip Erdogan dopo anni di tensioni e divisioni, si è concluso con la firma di 17 accordi di collaborazione. L’incontro fra i due leader del mondo musulmano e della regione Mena (Nord Africa e Medio oriente) sembra dunque aver archiviato un decennio di distanza, aprendo una nuova era nei rapporti – soprattutto istituzionali – fra Egitto e Turchia. Al contempo ha confermato un legame economico e commerciale che, anche nell’ultima fase di tensione e ostilità, non si era in realtà mai interrotto.
Una nutrita delegazione ha accompagnato al-Sisi, giunto ad Ankara per una visita di un giorno dopo che i due capi di Stato avevano tenuto il loro primo incontro ufficiale dopo anni di gelo al Cairo lo scorso febbraio. «La mia prima visita in questo Paese amico è un’indicazione che le relazioni tra i due Paesi si svilupperanno ulteriormente», ha dichiarato il presidente egiziano ai giornalisti durante una conferenza stampa congiunta, al termine di una tre ore di colloqui fra i leader e le delegazioni.
Ankara e Il Cairo avevano interrotto i rapporti nel 2013 dopo che il presidente al-Sisi, allora ministro della Difesa, aveva spodestato il presidente Mohamed Morsi, alleato della Turchia e appartenente al movimento dei Fratelli musulmani.
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All’epoca Erdogan aveva detto che non avrebbe mai parlato con «nessuno» come al-Sisi, il quale un anno più tardi è diventato presidente della nazione più popolosa del mondo arabo. La fase di profonda tensione e divisioni è proseguita, ma negli ultimi due anni le relazioni hanno registrato una ripresa grazie al «riallineamento» su diversi dossier di primo piano, non ultimo la guerra a Gaza fra Israele e Hamas su cui vi è una visione comune.
Del resto pur a fronte di una certa distanza fra leader del passato, nell’ultimo decennio gli scambi commerciali fra Egitto e Turchia non si sono mai interrotti, tanto che Ankara risulta il quinto partner commerciale dell’Egitto, mentre l’Egitto è il primo partner della Turchia in Africa.
Tornando all’incontro di ieri, i due Paesi hanno firmato accordi per approfondire la loro cooperazione su una serie di questioni, dall’energia alla cultura.
«La mia visita al Cairo ha segnato una nuova svolta nelle nostre relazioni» ha dichiarato Erdogan. «Con la restituzione della visita oggi del mio caro fratello» al-Sisi, ha aggiunto il leader turco «stiamo facendo progredire ulteriormente le nostre relazioni».
Questo linguaggio rappresenta certo una svolta per Erdogan, che nel 2013 aveva giurato che non gli avrebbe mai stretto la mano per la cacciata dei Fratelli musulmani. Nel tempo sono però prevalse ragioni economiche e di opportunità, che hanno spinto i due capi del mondo musulmano a rinsaldare anche a livello politico e diplomatico le relazioni. Un cambiamento di rotta che ha riavvicinato Ankara non solo all’Egitto, ma pure all’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (EAU).
Sfruttando la sua posizione strategica, la Turchia cerca di partecipare a progetti regionali di carattere energetico di primaria importanza e che puntano a trasportare il gas naturale egiziano in Europa, nel contesto degli sforzi occidentali per diminuire la loro dipendenza dalla Russia. «Siamo ansiosi di rafforzare la nostra cooperazione energetica con l’Egitto, soprattutto per quanto riguarda il gas naturale e il nucleare» ha dichiarato Erdogan.
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Il leader turco ha inoltre ribadito l’obiettivo di aumentare il volume degli scambi commerciali tra i due Paesi a 15 miliardi di dollari dagli attuali 10 miliardi, in una fase in cui gli investimenti esteri diretti delle imprese turche in Egitto sono aumentati fino a toccare tre miliardi di dollari nell’ultimo anno.
Infine, i due leader hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui ribadiscono la volontà di aumentare il coordinamento su una serie di questioni regionali tra cui Gaza, la Libia e il Corno d’Africa. Sono questi segnali di una progressiva riduzione delle distanze nei vari dossier di politica estera fra Ankara e il Cairo, in particolare nel conflitto libico dove le due capitali hanno sostenuto gruppi rivali nella guerra civile.
«Dobbiamo lavorare insieme, soprattutto nell’affrontare le questioni regionali, per prevenire le crisi umanitarie» ha detto Sisi. Del resto, nel tentativo di spianare la strada alla ricucitura delle relazioni nella regione Ankara ha abbandonato le politiche di sostegno palese e aperto ai Fratelli Musulmani, designati come organizzazione terroristica dal Cairo e da diverse capitali del Golfo.
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Geopolitica
Trump minaccia di ritirare le truppe dalla Germania
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che potrebbe ritirare alcune truppe americane dislocate in Germania, dopo un acceso scambio di battute con il cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla guerra in Iran.
«Gli Stati Uniti stanno studiando e valutando la possibile riduzione delle truppe in Germania, con una decisione da prendere a breve», ha scritto Trump su Truth Social mercoledì.
Nel 2020, verso la fine del suo primo mandato, Trump aveva pianificato il ritiro di circa 12.000 dei circa 36.000 militari americani di stanza in Germania all’epoca. L’ex presidente Joe Biden in seguito ha inviato ulteriori truppe in Germania, motivando la scelta con il conflitto in Ucraina.
Secondo la CBS, oltre 36.000 soldati in servizio attivo e 1.500 riservisti sono attualmente dislocati nelle basi militari tedesche.
Trump ha criticato gli alleati europei per non aver sostenuto la guerra israelo-americana contro l’Iran e per aver rifiutato di contribuire alla riapertura dello Stretto di Ormuzzo, chiuso da Teheran al traffico marittimo «ostile» a febbraio. Il conflitto ha inoltre spinto il presidente a rinnovare le sue critiche di lunga data alla NATO, che questo mese ha definito «una tigre di carta».
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Lunedì, parlando agli studenti di una scuola tedesca, Merz ha sostenuto che gli Stati Uniti venivano «umiliati» dall’Iran e che l’amministrazione Trump non aveva una strategia chiara nel conflitto, evidenziando come la Germania stia subendo pesanti ripercussioni a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia provocato dalla guerra.
Trump ha risposto attaccando Merz sui social media. «Non sa di cosa sta parlando!», ha scritto Trump su Truth Social, aggiungendo: «Non c’è da stupirsi che la Germania stia andando così male, sia economicamente che in altri ambiti!».
Mercoledì Merz ha cercato di ridimensionare la faida, affermando che il suo rapporto personale con il presidente degli Stati Uniti «rimane buono».
«Fin dall’inizio ho avuto dei dubbi su ciò che è stato scatenato con la guerra in Iran. Per questo l’ho chiarito», ha affermato Merz, secondo quanto riportato da Reuters.
Nel frattempo, mercoledì i prezzi del petrolio hanno superato i 120 dollari, il livello più alto dal 2022, mentre persiste l’incertezza sulle prospettive dei negoziati tra Stati Uniti e Iran.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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