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Cina

In Cina chi nomina i vescovi, Roma o Pechino?

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Il 20 gennaio 2025, un vescovo è stato consacrato in Cina, secondo i termini dell’Accordo [provvisorio e segreto] firmato nel 2018 tra il governo di Pechino e la Santa Sede. Anthony Ji Weizhong è ora vescovo della diocesi di Lüliang, un nuovo distretto ecclesiastico istituito da Papa Francesco nella provincia dello Shanxi, nella Cina settentrionale. Questo l’annuncio molto neutrale del Vaticano.

 

Per maggiori informazioni, fare riferimento al sito web Bitter Winter del 5 febbraio, dove apprendiamo: «ancora una volta, il Partito Comunista Cinese (PCC) ha annunciato di aver “eletto” un vescovo tre mesi prima che il Papa lo nominasse. Il mandato papale non è stato menzionato durante la cerimonia di consacrazione».

 

«Vediamo all’opera il seguente schema, che difficilmente corrisponde all’accordo [l’accordo del 2018, rinnovato per quattro anni nel 2024]: in primo luogo, il PCC “elegge” un vescovo e annuncia pubblicamente la notizia. In secondo luogo, per diversi mesi, non c’è alcuna reazione da parte della Santa Sede, il che suggerisce fortemente che non fosse stata precedentemente informata dell’elezione».

 

«In terzo luogo, dopo una pausa di mesi, il Papa “nomina” il vescovo, la cui elezione il PCC aveva già annunciato mesi prima. In quarto luogo, si tiene una cerimonia di consacrazione in cui il mandato papale non viene affatto menzionato, come se fosse irrilevante, mentre viene letta una lettera di approvazione dalla “Conferenza episcopale” della Chiesa cattolica patriottica, che non è riconosciuta come tale da Roma».

 

Nel numero del 30 gennaio di Settimo Cielo, Sandro Magister ha offerto un’analisi comparativa molto istruttiva: «Se si analizza solo il modo in cui Pechino e Roma danno notizia di ogni nuova nomina, è facile notare significativi elementi di differenza, in primo luogo il silenzio totale da parte cinese sul papa e sul ruolo che svolge, come se non esistesse».

 

«Per quanto riguarda il nuovo vescovo di Lüliang, Anthony Ji Weizhong, 52 anni, ordinato il 20 gennaio, il bollettino vaticano pubblicato lo stesso giorno in cui la sua nomina è stata fatta dal Papa il 28 ottobre 2024. Ma il comunicato stampa contemporaneo emesso dal sito ufficiale in mandarino della “Chiesa cattolica in Cina” tace sulla nomina papale».

 

Si racconta invece che Ji «è stato eletto vescovo il 19 luglio 2024». Come a dire, leggendo insieme i due comunicati, che ci sono voluti più di tre mesi perché Roma digerisse la nomina decisa unilateralmente da Pechino».

 

«La dichiarazione cinese non specifica da chi o come è stato eletto il nuovo vescovo. Ma cita, come al solito, una “lettera di approvazione” della conferenza episcopale cinese, un organismo spurio mai riconosciuto dalla Santa Sede, ma solo dalle autorità di Pechino».

 

«E fornisce un elenco dettagliato – che il bollettino vaticano omette – dei vescovi che hanno preso parte alla cerimonia di ordinazione, con i rispettivi ruoli nell’Associazione patriottica cattolica cinese, il principale organo di controllo del regime sulla Chiesa, che è anche il vero proprietario del sito web della “Chiesa cattolica in Cina”».

 

E fornisce una schiacciante precisazione alle autorità romane: «D’altronde, il bollettino vaticano – ma non il comunicato cinese – riferisce che il 28 ottobre 2024, lo stesso giorno della nomina del nuovo vescovo, il Papa ha proceduto anche all’erezione della nuova diocesi di Luliang, con una precisa descrizione della sua estensione geografica, e alla soppressione della precedente diocesi di Fenyang, istituita da Pio XII nel 1948».

 

«Diverse volte prima, dopo la firma dell’accordo nel 2018, la Santa Sede ha dovuto ridisegnare i confini di una o dell’altra diocesi cinese, facendoli coincidere con i confini amministrativi come li avrebbero voluti le autorità di Pechino. Il risultato finale sarà la riduzione del numero di diocesi da 135, come nella vecchia mappatura vaticana, a poco meno di un centinaio, circa un terzo delle quali sono ancora senza vescovo, più o meno come erano sette anni fa prima della firma dell’accordo».

 

 

Apparatchik mitrati

Sandro Magister segnala un’altra nomina: «quella del vescovo coadiutore di Pechino, Matteo Zhen Xuebin, 55 anni, resa pubblica il giorno della sua ordinazione episcopale, il 25 ottobre 2024».

 

«Il bollettino vaticano riporta la data del 28 agosto 2024 per la nomina da parte del Papa, omessa del tutto, come sempre, nel comunicato cinese, che invece retrodata la sua “elezione” in Cina, con l’immancabile lettera di approvazione della conferenza episcopale, al 21 marzo 2024, ben cinque mesi prima che Francesco – si legge nel bollettino vaticano – “approvi la sua candidatura”».

 

Il vaticanista nota acutamente: «l’elemento più sorprendente della nomina di Zhen è che Li Shan, il vescovo di Pechino in carica, ha 60 anni, appena cinque anni più di lui. Il “coadiutore”, infatti, è un vescovo ausiliare con la garanzia della successione come capo della stessa diocesi, e questo ruolo viene solitamente assegnato quando il titolare è anziano o malato e si pensa che il trasferimento dell’incarico sia imminente».

 

«Ma Li è anche presidente dell’Associazione patriottica e vicepresidente della conferenza episcopale e, secondo alcune fonti, sarebbe stato lui stesso a chiedere di essere nominato coadiutore di Zhen, essendo stato per qualche tempo suo stretto collaboratore alla guida della diocesi (anch’essa propriamente arcidiocesi, ma non più qualificata come tale nemmeno dalla Santa Sede)».

 

«Il fatto è che questa nomina assicura la diocesi della capitale politica della Cina per anni, se non decenni, nelle mani di due convinti sostenitori del regime».

 

«Così come la diocesi della capitale economica, Shanghai, dove nel 2023 il regime comunista insediò, il 4 aprile, uno dei vescovi più assimilati al partito, Joseph Shen Bin, 55 anni, senza nemmeno darne il dovuto preavviso alla Santa Sede, che reagì con una dichiarazione di protesta ma tre mesi dopo, il 15 luglio, dovette ingoiare l’affronto con la firma del papa sull’atto di nomina».

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Ulteriore osservazione di Sandro Magister, e non ultima: «i vescovi incaricati ogni volta di compiere le ordinazioni episcopali e di sovrintendere alle installazioni diocesane sono evidentemente scelti dalle autorità cinesi senza alcun coordinamento con Roma, che infatti non ne comunica mai i nomi. E anche i sacerdoti, le suore e i fedeli ammessi a questi riti sono accuratamente selezionati».

 

«E guai a chi disattende il programma della cerimonia, come accadde nel 2012 alla cattedrale di Shanghai, quando il neo-vescovo Taddeo Ma Daqin, appena ordinato, si dissociò dall’Associazione patriottica per riaffermare la sua piena fedeltà alla Chiesa di Roma, e per questo venne arrestato e confinato nel seminario di Sheshan, dove tuttora vive senza alcun ruolo, nonostante l’atto pubblico di sottomissione al regime da lui firmato nel 2015».

 

E conclude: «in sintesi, da una lettura sinottica dei comunicati stampa diffusi dalla Santa Sede e dalla “Chiesa cattolica in Cina” ad ogni nuova nomina episcopale, risulta chiaro che a gestire il gioco è il regime di Pechino».

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Cina

La Cina accusa Anthropic di tentare di rallentare la ricerca sull’IA

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Il Remnin Ribao, conosciuto in Italia come il Quotidiano del Popolo, emanazione giornalistica diretta dello Stato cinese, ha accusato la società di Intelligenza Artificiale Anthropic di adottare una «strategia da Guerra Fredda» per ostacolare lo sviluppo dei sistemi di IA del Paese.   In un saggio uscito sabato, l’amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei, ha invocato un nuovo quadro normativo per disciplinare la ricerca sull’intelligenza artificiale e tenere sotto controllo i possibili pericoli dei sistemi avanzati.   Il CEO del colosso IA ha inoltre chiesto al governo statunitense di inasprire i controlli sull’esportazione di chip avanzati verso la Cina. In una densa intervista a CBS News l’Amodei ha dichiarato che il suo «dilemma più difficile» si porrà se Pechino rifiuterà di accettare un rallentamento nello sviluppo dell’IA.  

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La proposta di Amodei ha ricevuto l’appoggio sui social del CEO di OpenAI, Sam Altman, e di Elon Musk.   Il quotidiano del Partito Comunista Cinese in lingua inglese Global Times ha risposto con un editoriale in cui sostiene che Amodei stava tentando «di frenare lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale in Cina attraverso barriere tecnologiche e monopoli normativi, di sostenere l’egemonia monopolistica di Washington nelle tecnologie all’avanguardia e di escludere la Cina dal sistema di governance globale dell’IA».   Pechino ha definito questa «guerra fredda silenziosa sull’IA» «ipocrita e miope», aggiungendo che escluderla «aumenterebbe significativamente i costi derivanti da tentativi ed errori e i rischi di perdita di controllo nello sviluppo globale dell’IA».   Mentre i legislatori americani premono per controlli più rigorosi, il presidente Trump ha dichiarato domenica che «forze molto negative» stavano esagerando la minaccia dell’Intelligenza Artificiale.   «Siamo all’avanguardia in Cina nel campo dell’Intelligenza Artificiale. Siamo il Paese più sofisticato al mondo e, francamente, voglio che rimanga tale, perché chi vince nel campo dell’IA vince», ha affermato.   Stati Uniti e Cina terranno questo mese un vertice sui rischi per la sicurezza dell’IA, e Trump e Xi Jinping discuteranno probabilmente di IA nel loro incontro previsto per il 24 settembre.   Come riportato da Renovatio 21, in settimana Anthropic ha sostenuto di aver individuato scienziati che impiegavano i suoi modelli di AI per ricerche potenzialmente utili allo sviluppo di armi biologiche, tra cui studi finalizzati a rendere agenti patogeni pericolosi più trasmissibili e più dannosi.   La sua ammissione è arrivata dopo le dimissioni di un altro ricercatore di Anthropic, Jacob Coxon, che ha accusato Anthropic e OpenAI di ignorare la «posta in gioco per la civiltà» e di «correre direttamente verso una superintelligenza in grado di migliorarsi autonomamente, mettendo a repentaglio le nostre vite». L’ex ricercatore ha inoltre avvertito che un’AI sufficientemente avanzata potrebbe violare infrastrutture critiche o contribuire alla creazione di «armi biologiche in grado di causare l’estinzione di massa».   Il mese scorso era emerso che per la prima volta gli scienziati americani hanno impiegato l’Intelligenza Artificiale per generare virus funzionanti inesistenti in natura, evidenziando una potenzialità che, a detta dei ricercatori, potrebbe favorire progressi in ambito medico ma che al contempo pone rilevanti minacce per la biosicurezza.

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Come riportato da Renovatio 21, mesi fa i dirigenti delle principali aziende di Intelligenza Artificiale si sono uniti agli esperti di biotecnologie in un appello urgente per rendere obbligatori i controlli di sicurezza per l’acquisto di DNA sintetico.   Il timore per le armi biologiche create dell’AI era presente anche in una lettera che 60 figure del movimento MAGA avevano indirizzato al presidente Trump chiedendo controlli sullo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale. «I sistemi aeronautici sono sottoposti a una rigorosa certificazione. I sistemi di Intelligenza Artificiale più potenti, che ora possono, o presto potranno, contribuire alla progettazione di armi biologiche, all’infiltrazione in infrastrutture critiche o alla manipolazione dei mercati finanziari, dovrebbero essere trattati con la stessa serietà e attenzione» hanno scritto i firmatari, tra i quali spiccava il nome di Steve Bannon.   Come riportato da Renovatio 21, un ricercatore esperto di sicurezza di Anthropic che aveva lavorato sul fronte delle armi biologiche si licenziò lasciando un monito preciso. «Il mondo è in pericolo. E non solo per via dell’Intelligenza Artificiale o delle armi biologiche, ma a causa di un insieme di crisi interconnesse che si stanno verificando proprio ora», ha scritto Mrinank Sharma rivolgendosi ai colleghi.   La paura per i virus bioingegnerizzati dall’AI arriva in un clima di crescente allarme verso i sistemi di AI autonomi che operano al di fuori delle istruzioni impartite. Modelli elaborati da OpenAI Anthropic e Meta hanno di recente compiuto azioni informatiche non autorizzate durante i test di sicurezza. Anche l’AI Security Institute britannico ha segnalato questa settimana che, nelle fasi di valutazione, agenti di IA hanno mirato a persone e organizzazioni reali, generato false identità e tentato di inserire codice dannoso.   SOSTIENI RENOVATIO 21
   
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Cina

Funzionario del governo argentino provoca un incidente diplomatico con la Cina

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Il direttore della comunicazione digitale del governo argentino, il ventisettenne Juan Pablo Carreira, ha provocato un incidente diplomatico con la Cina le cui conseguenze si fanno ancora sentire. Lo riporta EIR.

 

Carreira, esperto dei social media per Javier Milei, ha pubblicato un messaggio su X il 2 settembre, usando lo pseudonimo di «Juan Doe» anziché il suo account ufficiale, incolpando la Cina del disastro delle inondazioni in Nepal.

 

Come riportato dal giornale argentino Página 12, il messaggio affermava che «una centrale idroelettrica vicino a un ghiacciaio al confine con il Nepal, unita ai tipici fallimenti della gestione industriale statale [cinese], ha portato al più grande crollo di una struttura di ingegneria civile mai registrato. Questo si aggiunge alla lista dei più grandi disastri umanitari causati dalla gestione dell’attività industriale da parte del Partito Comunista nella storia… Il comunismo uccide. Il Partito Comunista, travestito da “uomo d’affari”, uccide».

 

La reazione irata della Cina è stata immediata. Il portavoce dell’ambasciata cinese a Buenos Aires ha rilasciato una dichiarazione dai toni duri, sostenendo che, mentre Cina e Nepal collaborano nelle operazioni di ricerca e soccorso dopo la catastrofe alluvionale e conducono indagini congiunte per determinarne le cause, «un certo funzionario argentino, mosso da pregiudizi ideologici, diffonde maliziosamente voci per diffamare il Partito Comunista Cinese e ledere l’immagine internazionale della Cina».

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La Cina respinge «categoricamente» tali dichiarazioni e ha chiesto a Carreira di «ritrattare immediatamente le sue affermazioni». L’ambasciata ha inoltre avvertito che l’incidente potrebbe avere gravi conseguenze per le relazioni bilaterali.

 

A Pechino, il ministero degli Esteri ha convocato un incontro «urgente» con l’ambasciatore argentino Marcelo Suárez Salvia, ma, essendo quest’ultimo in vacanza, il secondo diplomatico più importante dell’ambasciata, Alberto Simunovich, sembra aver ascoltato la «forte protesta» del ministero degli Esteri in merito al post su X e ad altri comportamenti provocatori e ostili del governo Milei, che stanno causando crescenti tensioni bilaterali.

 

Il Mministero degli Esteri ha lamentato l’esclusione delle aziende cinesi dalle gare d’appalto internazionali in Argentina e ha inoltre denunciato l’oltraggiosa ingerenza dell’ambasciatore statunitense in Argentina, Peter Lamelas, il quale ha minacciato di revocare i visti ai dirigenti della Cooperativa per i Servizi Pubblici e Comunitari (CALF), il più grande distributore di energia elettrica della Patagonia, qualora avessero smesso di utilizzare la tecnologia Huawei.

 

Il ministero degli Esteri ha anche fatto riferimento al discorso di Lamelas al Forum sull’Energia 2026 del 13 agosto, sponsorizzato dalla Camera di Commercio USA-Argentina (AmCham), in cui ha avvertito il governo Milei che qualsiasi rapporto con Huawei o con la Cina «non favorirà gli investimenti» nel gigantesco giacimento di petrolio e gas di scisto di Vaca Muerta, sul quale Milei conta per attrarre ingenti investimenti stranieri.

 

E, mentre Milei ostenta costantemente la sua stretta collaborazione con l’amministrazione Trump, il ministero ha fatto notare che la Cina sta ancora aspettando la sua visita di Stato a Pechino, promessa due anni fa.

 

Il portavoce ufficiale di Milei, Adrián Ravier, si è rifiutato di riconoscere la responsabilità di Carreira nel provocare questa crisi, affermando che il governo risponde solo alle dichiarazioni pubblicate sugli account ufficiali, dal portavoce o dall’Ufficio del Presidente. Poiché Carreira ha usato lo pseudonimo di «Juan Doe», Ravier ha dichiarato che «non c’è nessun funzionario che abbia rilasciato una simile dichiarazione» riguardo alla Cina e al Nepal, secondo quanto riportato da Página 12.

 

L’errore di postare con account sbagliato è il vero incubo dei social media manager. Un caso plateale si ebbe in Italia nel giugno 2017, quando il responsabile della comunicazione digitale dell’allora premier Matteo Renzi, Alessio de Giorgi, smentì categoricamente di gestire la pagina Matteo Renzi News, utilizzando però su Facebook proprio il profilo ufficiale della pagina Matteo Renzi News.

 

Il problema è mondiale. Nel 2020 il politico statunitense Mitt Romney commise un errore da manuale. Per anni aveva utilizzato un account Twitter (oggi X) anonimo con lo pseudonimo di «Pierre Delecto» per difendere se stesso e attaccare i propri avversari politici nei commenti. A causa di una disattenzione del suo staff in un’intervista (e di successivi controlli incrociati sui social), venne a galla che dietro il fan sfegatato del politico mormone c’era lo stesso Romney, costretto poi ad ammettere il possesso dell’account segreto.

 

In diverse occasioni, lo staff di Donald Trump ha dimenticato di effettuare lo switch. Il caso più memorabile avvenne quando l’account ufficiale di Trump mise «like» e commentò in modo auto-celebrativo un post dello stesso Trump, dimenticando che il social media manager era loggato con il profilo del presidente invece che con un account di supporto o di una testata d’area.

 

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Cina

Papa Leone approva il suo settimo vescovo per la Chiesa «cattolica» comunista cinese

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Un vescovo di Datong è stato consacrato oggi in Cina con l’approvazione di Papa Leone XIV nell’ambito del controverso accordo tra Vaticano e Cina.   Papa Leone XIV ha nominato Paolo Liu Honggang vescovo di Datong, nello Shanxi, in Cina, il 10 agosto, «a seguito dell’approvazione della sua candidatura nell’ambito dell’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese», ha riferito lunedì mattina Vatican News. Ciò significa che Honggang è stato nominato vescovo all’interno della cosiddetta Chiesa «cattolica» controllata dallo Stato in Cina.   Lo Honggang è il settimo vescovo cinese che Leone ha nominato finora nell’ambito dell’accordo tra Cina e Vaticano.   Come riportato da Renovatio 21, a luglio il pontefice ha approvato le consacrazioni di Joseph Chang Yanfeng a vescovo della Mongolia Interna e di Francis Xavier Duan Yongkun a ordinario di Bameng, secondo le regole dell’accordo segreto con il PCC.   L’accordo sino-vaticano, ufficialmente segreto e firmato nel 2018, si ritiene riconosca la Chiesa di Stato in Cina e consenta al Partito Comunista Cinese (PCC) di nominare i vescovi. Il Papa apparentemente mantiene il potere di veto, sebbene in pratica sia il PCC ad avere il controllo. Si presume inoltre che l’accordo preveda la rimozione dei vescovi legittimi e la loro sostituzione con vescovi approvati dal PCC.

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L’accordo è stato rinnovato più di recente nel 2024 per un periodo di quattro anni. Prima dell’elezione di Leone XIV, durante il periodo di sede vacante successivo alla morte di papa Francesco, due vescovi scelti dal PCC suscitarono timori che la Cina stesse approfittando della vacanza.   L’accordo è stato rinnovato da ultimo nel 2024 per un periodo di quattro anni. Prima dell’elezione di Leone XIV, durante la sede vacante successiva alla morte di papa Francesco, due vescovi scelti dal PCC avevano già suscitato timori che la Cina stesse sfruttando il periodo di vacanza.   Come parte dell’accordo, il Vaticano ha riconosciuto sette «vescovi» illegittimi insediati dalla chiesa «patriottica» e ha cacciato due vescovi della fedele Chiesa cinese sotterranea dalle loro diocesi, sostituendoli con «vescovi» scelti dal PCC. Alcuni vescovi erano stati dapprima nominati senza l’assenso di Roma, una violazione che, a differenza dei casi Lefebvre e ora Viganò, non ha bizzarramente prodotto scomuniche.   Come riportato da Renovatio 21, la Cina a giugno ha consacrato un vescovo della Mongolia Interna con l’approvazione di Papa Leone XIV. Si tratta di Giuseppe Chang Yanfeng, messo a capo della diocesi di Chifeng, il sesto vescovo approvato finora da Papa Leone XIV nell’ambito dell’intesa tra Vaticano e Cina. L’accordo è stato violato più volte. Tre anni la Cina aveva «ordinato» il nuovo vescovo di Shanghai, senza che Roma avesse nulla da eccepire.   La decisione del PCC di nominare due vescovi in questo periodo dimostra che Pechino non considera importante il ruolo della Santa Sede o del Papa. Inoltre, evidenzia come, nell’ambito dell’accordo sino-vaticano, estremamente riservato, sembri essere la Cina – piuttosto che la Santa Sede – ad avere il controllo.   Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha ripetutamente criticato duramente l’accordo. Lo ha descritto come un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e ha accusato il Vaticano di «svendere» i cattolici cinesi.   Il cardinale Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha più volte criticato aspramente l’accordo, definendolo un «incredibile tradimento» dei cattolici cinesi e accusando il Vaticano di «svendere» i fedeli cinesi. Come noto, Lo Zen – che è stato portato a processo nella Hong Kong pechinizzata, tra il silenzio imbarazzante del Sacro Palazzo (l’assenza di mosse del Vaticano per difenderlo ha spinto persino il Parlamento Europeo (!) a chiedere alla Santa Sede di fare qualcosa) – avversa il processo di sinodalizzazione (accusando Francesco di usare i sinodi per «cambiare la dottrina della Chiesa») ed è stato tra i più agguerriti nemici del documento sulle omo-benedizioni lanciato dal tandem Bergoglio-Fernandez.   L’accordo ha portato a un aumento delle persecuzioni religiose, come documentato dalla Commissione esecutiva del Congresso degli Stati Uniti sulla Cina nei suoi rapporti annuali. Negli anni trascorsi dall’attuazione del patto , la persecuzione dei cattolici – in particolare dei cattolici «clandestini» che non accettano la Chiesa controllata dallo Stato – è aumentata in modo evidente.   Mentre continuano i cattolici desaparecidos, le delazioni sono incoraggiate e pagate apertamente, il lavaggio del cervello investe quantità di sacerdoti, le suore sono perseguitate e le demolizioni di chiese ed istituti religiosi continua senza requie, il Vaticano invita due vescovi patriottici al Sinodo, e Pechino, come ringraziamento, «ordina» nuovi vescovi senza l’approvazione di Roma – mentre i veri sacerdoti vengono torturati dal governo del Dragone.

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Una serie di nomine episcopali – fatte mentre sacerdoti vengono torturati – dall’ultimo rinnovo dell’accordo nell’ottobre 2022 hanno evidenziato il primato del potere esercitato da Pechino nell’accordo. In tre occasioni note, tra cui la nomina del nuovo vescovo di Shanghai, il PCC ha nominato nuovi vescovi o li ha assegnati a nuove diocesi, lasciando che il Vaticano si mettesse al passo con gli eventi ed esprimesse la sua frustrazione espressa in termini diplomatici.   I segni dell’infeudamento della gerarchia cattolica al potere cinese sono visibili da tempo, e appaiono in forme sempre più rivoltanti: un articolo in lingua inglese nel portale internet della Santa Sede sembrava lasciar intendere che le persecuzioni dei cristiani in Cina ad opera del Partito Comunista Cinese sono «presunte».   Secondo quanto emerso negli ultimi giorni, vescovo cattolico cinese della Chiesa clandestina ha dichiarato che «almeno 10» vescovi clandestini sono stati consacrati in segreto dopo la firma dell’accordo tra Vaticano e Cina, per salvaguardare la fede nella Cina comunista. Non è chiaro se queste nomine siano state ratificate da Roma, con il rischio che, senza l’approvazione papale, anche i vescovi cinesi clandestini, come quelli della FSSPX, siano incorsi in una comunica latae sententiae, epperò qui non comunicata urbit et orbi dal Sacro Palazzo.

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Immagine di J.Martin via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0
 
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