Spirito
Il trionfo di Satana finirà con l’uccisione dell’anticristo da parte di San Michele. Omelia di mons. Viganò per l’epifania del Signore
Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò per la festa dell’Epifania del Signore
Surge et illuminare
Omelia nell’Epifania di Nostro Signore
Surge et illuminare, Jerusalem,
quia venit lumen tuum,
et gloria Domini super te orta est.
Sorgi e risplendi, Gerusalemme:
poiché è venuta la tua luce
e su di te è sorta la gloria del Signore.
Is 60, 1
Questa grande festa dell’Epifania, che assieme alla Pasqua, all’Ascensione e alla Pentecoste è chiamata giorno santissimo nel Canone della Messa, completa la festa del Natale del Signore.
Se nella Notte santa abbiamo adorato l’Emmanuele con gli Angeli e con i pastori, oggi nel Re Bambino adoriamo il dominator Dominus, ai piedi del Quale tutte le genti sono chiamate da ogni confine della terra. Et adorabunt eum omnes reges terræ: omnes gentes servient ei, dice la Scrittura: Lo adoreranno tutti i re della terra, e tutti i popoli Lo serviranno.
L’abbiamo cantato nell’Introito: Ecce, advenit dominator Dominus; et regnum in manu ejus, et potestas, et imperium. Ecco viene il Signore dominatore: nella sua mano il regno, e la potestà regale e il potere.
Non è, questo, un auspicio, un pio desiderio destinato a compiersi solo in parte o ad essere infranto dalla cruda realtà di un mondo ribelle; è invece un’affermazione certissima, fondata sulla necessità ontologica del trionfo di Cristo, al quale nessuno potrà mai opporsi e che nessuno potrà mai impedire.
Ma mentre siamo concentrati sull’adorazione dei Magi, che rendono il proprio tributo di oro, incenso e mirra al Re dei re dopo il povero omaggio dei pastori, non dobbiamo dimenticare che il Signore stesso, con l’Incarnazione, è venuto su questa terra per offrire alla Santissima Trinità, e al Padre eterno, il tributo delle anime strappate al dominio di Satana e conquistate nella Passione e Morte sulla Croce. I Magi offrono l’oro alla Regalità di Cristo, l’incenso alla Sua Divinità, la mirra a Cristo Vittima sacrificale.
Essi sono pertanto figura di Nostro Signore, che all’eterno Padre offre tutti noi, e con noi, tutti coloro che la Provvidenza ha destinato alla gloria del Cielo, mediante l’offerta di Cristo Vittima, innalzata sull’altare del Calvario da Cristo Sacerdote, che come Re rappresenta l’umanità che Gli appartiene per diritto divino, di stirpe e di conquista, e che come Dio può redimere riparando le nostre colpe infinite e l’infinita offesa arrecata a Dio.
Ce lo conferma la Secreta di oggi: Ecclesiæ tuæ, quæsumus, Domine, dona propitius intuere: quibus non jam aurum, thus, et myrrha profertur: sed quod eisdem muneribus declaratur, immolatur, et sumitur, Jesus Christus Filius tuus Dominus noster: Guarda benigno, o Signore, te ne preghiamo, alle offerte della tua Chiesa, con le quali non si offre più oro, incenso e mirra, bensì proprio Colui che, mediante le medesime, è rappresentato, offerto e ricevuto: Gesù Cristo tuo Figlio e nostro Signore.
Nei Magi – come già nei tre Angeli che visitarono Abramo – possiamo vedere anche una figura delle Tre Persone della Santissima Trinità che si compiacciono di veder compiuta nel Figlio la divina Volontà: Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale Mi sono compiaciuto (Mt 3, 17). Ciò che è significato con i tesori dischiusi dai Magi nel silenzio di Betlemme – la divinità di quel Bambino – è proclamato dal Suo Padre celeste al momento del Battesimo nel Giordano, che parimenti oggi celebriamo assieme al miracolo dell’acqua mutata in vino alle nozze di Cana.
La solennità della manifestazione divina del Salvatore – questo il significato della parola epifania usata nella Chiesa Romana e della parola teofania della Chiesa d’Oriente – ci pone dinanzi alla divina Regalità di Cristo sotto due aspetti: quello della Sua prima e quello della Sua seconda venuta.
La prima venuta si è compiuta nella povertà, nel silenzio, nell’umile obbedienza ai Genitori per trent’anni, nella predicazione per tre anni, nell’affrontare i tormenti della Passione, l’ignominia della Croce, la Morte e la Deposizione nel sepolcro; e poi nella Resurrezione – compiuta lontano dallo sguardo di tutti, nel silenzio dell’alba di una domenica di millenovecentonovantadue anni fa, e si è conclusa con l’Ascensione al Cielo e quella promessa dell’Angelo: Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo (At 1, 11).
La seconda venuta del Signore avverrà nella gloria: et iterum venturus est cum gloria judicare vivos et mortuos, proclamiamo nel Credo. E sarà sempre quel Re divino a chiudere lo scorrere del tempo e della storia nel Giudizio Universale, a terminare la fase della prova, et sæculum per ignem. Allora si compirà definitivamente quanto annunciato nel passo del Profeta Isaia che abbiamo appena ascoltato: Alzati o Gerusalemme e rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te (Is 60, 1).
Questa Luce, venuta nel mondo duemilaventicinque anni fa, risplenderà nel Corpo Mistico, di cui Cristo è Capo divino, dopo questi tempi oscuri di apostasia e dopo la Passio Ecclesiæ: Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Come nel Cristo sfigurato e sofferente era oscurata la gloria che sfolgorò nella Resurrezione, così nel Suo Corpo Mistico oggi deturpato è eclissata la gloria che lo attende.
La persecuzione predetta dalle Scritture sarà l’ultima battaglia che l’umanità dovrà affrontare, schierandosi con Dio o contro di Lui, e le sorti di quell’epocale scontro sono già segnate dalla vittoria di Cristo sulla Croce: o mors ero mors tua; morsus tuus ero, inferne, dice il profeta Osea (Os 13, 14), ripreso dall’Apostolo Paolo.
Ma prima di quella persecuzione vedremo i re della terra e i potenti delle nazioni allearsi all’Anticristo e avere il potere di bestemmiare il suo Nome, e il suo tabernacolo, e gli abitatori del cielo (Ap 13, 6), ossia Dio, la Santa Chiesa e gli eletti. E fu concesso [alla Bestia] di far guerra ai santi, e di vincerli. E le fu dato potere sopra ogni tribù, e popolo, e lingua, e nazione. E la adorarono tutti quelli che abitano la terra, i nomi dei quali non sono scritti nel libro di vita dell’Agnello, il quale fu ucciso dal cominciamento del mondo. Chi ha orecchio, oda (Ap 13, 7-9).
È Cristo l’Agnello che patisce e trionfa in chi crede in Lui: in Abele è ucciso dal fratello, in Noè è schernito dal figlio, in Abramo fu pellegrino, in Isacco fu offerto, in Giuseppe fu venduto, in Mosè fu esposto e scacciato, nei Profeti lapidato e segato, negli Apostoli sballottato per terra e per mare, e nei Martiri tante volte e in tante maniere ucciso.
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Eppure, questa parentesi di apparente trionfo di Satana è destinata a finire con l’uccisione dell’Anticristo da parte dell’Arcangelo San Michele e con la testa del Serpente schiacciata dalla Vergine Immacolata.
Ci rassicura nuovamente il profeta Isaia: Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. A quella vista sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché le ricchezze del mare si riverseranno su di te, verranno a te i beni dei popoli. Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Madian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore (Is 60, 3-6).
Poco oltre, il Profeta Isaia si rivolge alla Santa Chiesa, la nuova Gerusalemme: Le tue porte saranno sempre aperte; non saranno chiuse né giorno né notte, per lasciar entrare in te la ricchezza delle nazioni e i loro re in corteo. Poiché la nazione e il regno che non vorranno servirti, periranno; quelle nazioni saranno completamente distrutte (Is 60, 10-11). Quando osserviamo con sgomento i rivolgimenti politici ed economici degli stati, dobbiamo ricordarci del destino di rovina preannunciato per le nazioni che si ribellano al Signore.
All’inizio e al termine dell’anno liturgico la Santa Chiesa ci ricorda la seconda venuta del Signore e ci esorta ad essere pronti, come erano pronti alla prima venuta gli Ebrei fedeli alle profezie dell’Antico Testamento: Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate (Lc 12, 40).
E questo monito dovrebbe far tremare noi tutti, ma soprattutto quanti il Signore ha costituito in autorità, tanto nella Chiesa quanto nella società civile: il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli (Lc 12, 46).
La Vergine Madre, augustissima Regina e Signora, assiste oggi all’atto di adorazione dei Magi al Suo divin Figlio. Ella assisterà domani, coronata di stelle e assisa sul Suo trono di gloria su cui siede dall’Assunzione al cielo, all’adorazione di quanti nella prima venuta di Cristo non Lo riconobbero e dei popoli pagani che si saranno convertiti al Suo Figlio.
E come il Padre porrà i nemici di Cristo a sgabello dei Suoi piedi, così farà Nostro Signore con la Mater Ecclesiæ, umiliando i nemici della Vergine Sua Madre e della Chiesa Sua Sposa: I figli di quelli che ti avranno oppressa verranno da te, abbassandosi; tutti quelli che ti avranno disprezzata si prostreranno fino alla pianta dei tuoi piedi e ti chiameranno la città del Signore, la Sion del Santo d’Israele (Is 60, 14).
Possa l’intercessione di Maria Santissima, Regina Crucis, proteggerci nel momento della prova e concederci la Grazia della perseveranza.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
6 Gennaio 2025
In Epiphania Domini
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Immagine di Edward Burne-Jones (1833–1898), L’adorazione dei magi (1904), Museo d’Orsay, Parigi.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Spirito
Quando il papa è nemico del papato: uscito il libro di mons. Viganò
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Spirito
Difesa della «diligenza del buon padre di famiglia» di don Pagliarani
In un articolo pubblicato sul sito spagnolo InfoVaticana il 31 agosto 2026, intitolato “Pagliarani e la diligenza del buon padre di famiglia”, il giornalista spagnolo Carlos Balén risponde alle principali accuse mosse, anche negli ambienti cattolici conservatori, contro le consacrazioni episcopali del 1° luglio a Ecône.
Carlos Balén osserva che alcune di queste critiche «si sentono in questi giorni nelle sacrestie e nei gruppi WhatsApp, e provengono da cattolici che frequentano la Messa quotidianamente, amano la liturgia e non perdonano al pontificato alcuna ambiguità, spesso alimentata da sacerdoti di buona fede che hanno esagerato sui social media».
Il giornalista raggruppa queste critiche attorno a quattro accuse: le consacrazioni avrebbero dimostrato un’eccessiva superbia; sarebbero state una sorta di prova generale per mettere alla prova il nuovo pontificato; padre Davide Pagliarani si sarebbe autoproclamato custode della Chiesa; e infine, la Fraternità Sacerdotale San Pio X considererebbe implicitamente eretici tutti i cattolici che non condividono la sua posizione.
Queste quattro accuse, tuttavia, derivano tutte dalla stessa errata interpretazione: considerare le consacrazioni del 1° luglio come un «messaggio» indirizzato a Roma. «Non era un messaggio. Era una necessità logistica», afferma.
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Una necessità prevedibile
Carlos Balén inizia ricordando la situazione dei vescovi consacrati dall’arcivescovo Marcel Lefebvre nel 1988. Dopo l’esclusione del vescovo Richard Williamson nel 2012, e poi la morte del vescovo Bernard Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024, la Fraternità si ritrovò con soli due vescovi consacrati nel 1988: il vescovo Bernard Fellay e il vescovo Alfonso de Galarreta, rispettivamente di 68 e 69 anni.
La Fraternità Sacerdotale San Pio X svolge il suo apostolato in 63 paesi, serve quasi 800 luoghi di culto e si occupa ogni anno della formazione e dell’ordinazione di nuovi sacerdoti. Le ordinazioni sacerdotali e le cresime richiedono la presenza dei vescovi.
Senza nuovi vescovi, osserva l’autore, tutta quest’opera apostolica e sacramentale sarebbe presto dipesa dalla «benevolenza discrezionale» delle autorità romane, sebbene la crisi nella Chiesa che giustifica questo apostolato rimanga irrisolta. Per giungere a questa conclusione, scrive, «non serve l’ecclesiologia. Bastano due certificati di nascita e un calendario».
L’autore ricorre quindi a un’analogia familiare: «un padre con figli adulti e due nonni in casa non organizza la successione quando seppellisce il secondo nonno, ma quando seppellisce il primo». La morte del vescovo Tissier de Mallerais nell’ottobre del 2024 avrebbe dunque segnato il momento in cui padre Pagliarani non avrebbe più potuto rimandare questa preparazione.
In questa prospettiva si inseriscono le misure adottate dal Superiore Generale: la richiesta di udienza indirizzata a Leone XIV nell’agosto del 2025, la seconda lettera in cui si sottolinea la necessità di nuovi vescovi, l’annuncio pubblico del 2 febbraio e il rifiuto, il 19 febbraio, di un rinvio le cui condizioni sembravano pregiudicare l’esito. Tutto ciò, scrive Carlos Balén, riflette «il comportamento di un uomo che fa testamento», quello di un superiore che deve pianificare il futuro della famiglia religiosa affidatagli, e non quello di uno stratega che cerca di sondare Roma.
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Un cosiddetto test di prova a un prezzo esorbitante
L’autore risponde poi a coloro che vedono le consacrazioni come un tentativo di mettere alla prova le disposizioni del nuovo papa. Un vero e proprio «pallone sonda», sottolinea, è un’operazione economica e reversibile: si lancia un’idea, si osservano le reazioni e, se necessario, si annulla il piano.
Le consacrazioni del 1° luglio furono esattamente l’opposto. Questo cosiddetto «tentativo di prova» «costò alla Fraternità tutto ciò che aveva da perdere: la scomunica tardiva dei suoi soli sei vescovi, dichiarata da Roma nel giro di quarantotto ore; la rovina di un capitale di disgelo che aveva portato alle facoltà di amministrare validamente le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017; l’ostilità prematura di un pontificato che non ha ancora due anni e per il quale sarebbe bastato attendere pazientemente».
Chiunque voglia semplicemente valutare la situazione, osserva Carlos Balén, può concedere un’intervista, lasciare trapelare una voce o pubblicare un articolo sotto un cauto pseudonimo: «non consacra quattro vescovi davanti alle telecamere, nella casa madre, nella festa del Preziosissimo Sangue, riproducendo esattamente il gesto che, nel 1988, gli costò vent’anni di isolamento».
Se questa decisione fosse stata basata su calcoli politici, concluse, sarebbe stato «il peggiore degli scenari possibili». Serve una spiegazione più semplice: «l’altra spiegazione è più umiliante per gli analisti: non c’è stato alcun calcolo. C’era una tabella attuariale. La data non è stata fissata dal conclave del 2025. È stata fissata da due annunci di morte».
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Vescovi ausiliari senza giurisdizione
All’accusa che padre Pagliarani si fosse autoproclamato custode della Chiesa, l’autore risponde invitando i lettori a rileggere le dichiarazioni ufficiali della Fraternità.
I quattro prelati furono consacrati vescovi ausiliari, senza giurisdizione territoriale. La Fraternità si rammaricò pubblicamente di dover procedere senza un mandato papale e che il suo Superiore Generale non avesse potuto spiegare personalmente e filialemente le ragioni della decisione al Santo Padre.
Secondo Carlos Balén, «chiunque si creda custode della Chiesa rivendica giurisdizione, istituisce gerarchie parallele o dichiara vacante la Sede. Per mezzo secolo, la Compagnia ha fatto esattamente il contrario: nomina Leone nel canone di ogni Messa, non rivendica per sé né territori né sudditi e fonda la validità del suo ministero sulla giurisdizione supplementare, una dottrina che presuppone l’urgenza e la natura provvisoria della situazione, ovvero la negazione stessa dell’autosufficienza».
Il giornalista contrappone qui la posizione della Fraternità al sedevacantismo, di cui Écône, ci ricorda, è stato uno dei più coerenti oppositori per cinquant’anni. «Pagliarani non rivendica le chiavi della Chiesa; chiede qualcosa di molto più modesto e di ben più compromissorio: il diritto di un superiore di garantire che i suoi figli abbiano qualcuno che li ordini e li crestui quando lui non ci sarà più».
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Possiamo ragionevolmente aspettarci tutto da Roma?
Carlos Balén esamina quindi l’obiezione secondo cui la Fraternità avrebbe dovuto fare affidamento interamente sui vescovi che Roma avrebbe potuto metterle a disposizione.
Una garanzia, risponde, non viene mai data da un’astrazione chiamata «Roma», ma da individui concreti le cui azioni instaurano o impediscono un rapporto di fiducia. Un superiore a cui è affidato il futuro di un’organizzazione deve quindi valutare le garanzie reali che gli vengono offerte.
L’autore cita il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e firmatario dell’avvertimento del 13 maggio che descrive le consacrazioni annunciate come un atto scismatico. Ci ricorda che Fernández è «l’autore, nel 1995, di Guariscimi attraverso la tua bocca: L’arte del bacio. Non si tratta di un insulto: è una nota bibliografica. Il custode dell’ortodossia che ordina a Menzingen di obbedire pena la scomunica è lo stesso teologo la cui opera pubblicata include un trattato sul bacio».
L’autore menziona anche diverse azioni di Papa Leone XIV, in particolare la benedizione di un blocco di ghiaccio della Groenlandia a Castel Gandolfo e alcune fotografie che lo ritraggono, nel 1995, inginocchiato durante quello che gli atti di un simposio agostiniano tenutosi a San Paolo descrivono come una «celebrazione del rito della Pachamama». L’autore osserva che non è ancora emersa alcuna spiegazione pubblica da parte del pontefice per chiarire questo episodio. A ciò si aggiungono le nomine episcopali salutate dai media progressisti come un segno di apertura alle rivendicazioni della comunità LGBT.
Per Carlos Balén, non si tratta di accusare il Papa di eresia, ma di esaminare se gli orientamenti concreti delle autorità romane offrano sufficiente stabilità per affidare interamente nelle loro mani il futuro sacramentale della Fraternità.
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Doppi standard
L’articolo mette quindi in luce l’asimmetria tra il modo in cui Roma tratta la disobbedienza dottrinale progressiva e il modo in cui sanziona gli atti canonicamente irregolari derivanti dalla Tradizione.
Nell’arcidiocesi di Monaco, sono state promosse direttive che consentivano determinate benedizioni, in contraddizione con i criteri precedentemente stabiliti da Roma. Nonostante la protesta pubblica di ventisei sacerdoti, il cardinale Reinhard Marx è stato ricevuto in udienza pochi giorni dopo, senza preavviso formale, decreto o ultimatum. Nel frattempo, i prelati che hanno appoggiato le risoluzioni del Cammino sinodale tedesco, in particolare quelli favorevoli a tali benedizioni, continuano a essere promossi all’episcopato, come l’arcivescovo di Eichstätt.
A Écône, tuttavia, il decreto di scomunica fu emesso quarantotto ore dopo le consacrazioni. Il giornalista riassume questa differenza di trattamento come segue: «una disobbedienza dottrinale concreta si amministra con anni di pazienza; una disobbedienza canonica di stampo tradizionalista, in poche ore».
L’abate Pagliarani, in qualità di Superiore Generale, dovette quindi riconoscere questa asimmetria: «La domanda di Pagliarani non era mai se Leone fosse un eretico, ma se questa Roma, la Roma di questa asimmetria, offrisse la stabilità che avrebbe reso ragionevole il rischio di attendere la morte di Galarreta. La sua risposta fu no».
È sempre possibile discutere teoricamente la sua valutazione, afferma Carlos Balén, ma anche un potenziale errore nella valutazione del rischio non deve essere confuso con la superbia. Il giudizio è proprio la responsabilità di chi è investito del potere di governare.
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Il difficile compito di giudicare
L’accusa di superbia ritorna, tuttavia, in un’altra forma: con quale diritto il Superiore Generale avrebbe potuto giudicare che fosse giunto il momento di agire?
Alcune generazioni, spiega l’autore, vivono una situazione in cui ortodossia, obbedienza e santità puntano chiaramente nella stessa direzione; «devono solo lasciarsi guidare per raggiungere il porto. Sono felici, e non c’è ironia in questo». Altre attraversano periodi in cui le indicazioni diventano contraddittorie e in cui è necessario discernere, scegliere e assumersi il possibile rischio di sbagliare.
Queste generazioni non sono migliori di quelle precedenti; «è semplicemente stato il loro destino». In tali circostanze, criticare un superiore per aver esercitato il proprio giudizio è, per usare le parole di Carlos Balén, come «criticare la sentinella per il fatto che c’è una guerra».
L’atteggiamento di padre Pagliarani, inoltre, non mostra i soliti tratti di superbia. Egli cerca i riflettori, gli applausi e l’autogiustificazione. Il Superiore Generale, dal canto suo, «chiese un’udienza nell’agosto del 2025 e ricevette solo silenzio; chiese di spiegare le sue ragioni e ricevette un decreto. Nella sua omelia, si proclamò vittorioso sul nulla: respinse come falso il dilemma che costringerebbe a scegliere tra la fede e la Chiesa, riconobbe che Roma e la Compagnia «parlano due lingue diverse» e dichiarò che Dio ora chiede loro di accettare di essere trattati come ribelli».
«L’uomo orgoglioso si assolve da solo. Quest’uomo ha accettato la punizione in anticipo», riassume il giornalista.
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La Fraternità considera eretici anche gli altri cattolici?
Rimane l’ultima accusa: la Fraternità considererebbe implicitamente eretici tutti coloro che non condividono la sua analisi.
La dichiarazione letta prima delle consacrazioni afferma che le autorità ecclesiastiche sono «animate da uno spirito contrario a quello della Fede». Basandosi sulla sua traduzione spagnola, che usa il termine imbuidas («impregnato»), Carlos Balén sottolinea che questa espressione non significa essere formalmente eretici. L’espressione «descrive un’atmosfera che si respira in misura variabile, e non una pervasività da condannare; chiunque estenda il soggetto al più umile parroco e indurisca il predicato fino al punto di un’eresia formale sta leggendo un testo che non esiste».
Pur riconoscendo che «la causa tradizionalista ha i suoi teppisti», i cui eccessi danneggiano Menzingen, l’autore osserva anche che molti cattolici che accusano la Società di esagerazione professano a loro volta un attaccamento alla liturgia tradizionale e una critica alle eterodossie contemporanee. Condividono quindi la sua diagnosi, ma ne rifiutano le conseguenze pratiche.
Questa divergenza può essere legittima e seria, poiché «riguarda la prudenza, il canone 1387 e la comunione visibile», ma non può essere risolta attribuendo sommariamente ad altri un peccato di superbia, afferma Carlos Balén.
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Il precedente del 1988
Carlos Balén sottolinea che «esiste finalmente un precedente che le quattro accuse ignorano e che è il più imbarazzante: il giudizio di Roma sul 1988 non è stato coerente. Giovanni Paolo II parlò di un atto scismatico e di scomunica nella Ecclesia Dei ; Benedetto XVI revocò queste scomuniche nel 2009; Francesco concesse a questi stessi sacerdoti la facoltà di ascoltare le confessioni nel 2015 e di celebrare matrimoni nel 2017».
Così, in pochi decenni, «la classificazione dello stesso atto è passata da una rottura completa a un’anomalia tollerata e integrata a livello sacramentale, senza che la Fraternità si sia mossa di un millimetro dalla sua posizione».
L’autore chiarisce che questo non è di per sé un argomento sufficiente a dimostrare la legalità delle consacrazioni; un atto non diventa lecito semplicemente perché le sue sanzioni vengono successivamente revocate. Tuttavia, questo precedente dovrebbe servire da monito per coloro che oggi pretendono di offrire un giudizio definitivo su Écône: “«l’ultima sentenza definitiva riguardante Écône è durata vent’anni».
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La paternità di un superiore
Al termine della sua analisi, Carlos Balén riduce la decisione del 1° luglio a una semplice realtà: «un padre contò i suoi vescovi, contò i suoi figli, guardò chi gli aveva aperto le porte a Roma e decise che questi ultimi non potevano rimanere orfani a discrezione di terzi».
Pur lasciando alla storia il compito di valutare tutte le conseguenze di questa decisione, il giornalista ricorda che alle condanne pronunciate contro le consacrazioni del 1988 sono seguite, nel corso dei decenni, la revoca delle scomuniche e la concessione delle facoltà ai sacerdoti della Fraternità.
Carlos Balén non intende risolvere da solo l’intero dibattito canonico ed ecclesiologico. Il suo obiettivo è confutare le accuse di intenzionalità mosse contro padre Pagliarani: «nel frattempo, contestate l’interpretazione della legge di Pagliarani, contestate la sua ecclesiologia, contestate la sua prudenza. Ma non la sua paternità. Quella è evidente», conclude.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine da FSSPX.News
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La Marcia di San Pio X, inno della FSSPX
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