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Geopolitica

Maduro accusa Musk di aver speso un miliardo di dollari per un golpe in Venezuela

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Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha accusato il magnate della tecnologia Elon Musk di aver «investito» almeno un miliardo di dollari nell’incitamento alla violenza nel Paese sudamericano dopo le elezioni presidenziali di quest’anno.

 

Maduro è stato dichiarato vincitore delle elezioni del 28 luglio dalle autorità elettorali nazionali, nonostante gli Stati Uniti abbiano sostenuto che la vittoria era stata rubata al candidato dell’opposizione Edmundo Gonzalez.

 

Nel corso del suo programma televisivo settimanale di lunedì, Maduro ha affermato di essere a conoscenza diretta del fatto che Musk, con cui è impegnato da tempo in una faida pubblica, aveva speso «non meno di un miliardo di dollari» per «il colpo di Stato, l’ondata fascista, la violenza contro il processo elettorale in Venezuela».

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Il leader venezuelano ha indicato la sua avversaria politica, l’imprenditrice Maria Corina Machado, come la distributrice dei presunti finanziamenti a gruppi «fascisti», sostenendo che dietro ai tentativi di estrometterlo dal potere c’era in ultima analisi il governo degli Stati Uniti.

 

Dopo il voto di luglio, Musk ha accusato Maduro di «grave frode elettorale», mentre il presidente venezuelano ha dichiarato il miliardario nato in Sudafrica il suo «acerrimo nemico» che «controlla la realtà virtuale» creata dai social media.

 

Come riportato da Renovatio 21, i due avevano concordato di risolvere le loro divergenze in un incontro di botte, che purtroppo non è mai avvenuto. Musk ha anche minacciato di bruciare i famosi baffi di Maduro «dallo spazio» in risposta a una minaccia di sospendere il suo social network X in Venezuela.

 

La politica degli Stati Uniti è da tempo volta a esercitare pressioni economiche e politiche sul Venezuela nel tentativo di sostituirne il governo. Per anni, Washington e altre nazioni occidentali hanno riconosciuto il politico dell’opposizione Juan Guaido piuttosto che Maduro come leader del Venezuela. Ciò ha permesso alla figura sostenuta dagli Stati Uniti di avanzare rivendicazioni sui beni nazionali venezuelani nelle giurisdizioni occidentali, tra cui partecipazioni in compagnie petrolifere sul suolo statunitense e riserve auree detenute nella Banca d’Inghilterra.

 

Musk ha già espresso il suo sostegno alla rimozione di governi stranieri per perseguire i suoi interessi aziendali. A luglio 2020, è stato sfidato online con un’affermazione secondo cui Washington aveva orchestrato un colpo di Stato contro il presidente boliviano Evo Morales in modo che la sua azienda di auto elettriche, Tesla, potesse assicurarsi l’accesso alle ricche riserve di litio del Paese. Musk ha risposto con un post: «Faremo un colpo di stato a chiunque vogliamo! Affrontiamolo».

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Morales è stato estromesso dalle forze politiche di destra durante le proteste di massa del 2019, seguite a un’elezione presidenziale contestata. La sua forza politica, Movement for Socialism, è tornata in auge vincendo le elezioni generali del 2020 e sconfiggendo un tentativo di colpo di Stato militare all’inizio di quest’anno.

 

Il golpe in Bolivia fu definito da alcuni conme la «prima guerra del litio», elemento necessario alle batterie di dispositivi di nuova generazione così come delle auto elettriche. Va detto, tuttavia, che l’amministrazione americana, sospettata di essere dietro i disordini boliviani, già anni fa aveva rapporti pessimi con Tesla: ad un evento alla Casa Bianca per i produttori di auto elettriche furono invitati tutti, da Ford in giù, ma non Tesla – che era il principale produttore non solo del Paese ma del mondo, con migliaia e migliaia di veicoli prodotti in continuazione a fronte delle poche decine dei concorrenti invitati.

 

Elone se la prese moltissimo, e definì il presidente Biden come una «marionetta a calzino bagnato».

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Immagine di Palácio do Planalto via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY 2.0

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Geopolitica

Trump definisce «idiota» il suo inviato in Ucraina che sostiene Zelens’kyj

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Il presidente statunitense Donald Trump ha chiamato «idiota» il suo inviato speciale per l’Ucraina, Keith Kellogg, a causa del suo sostegno pubblico a Volodymyr Zelen’kyj. Lo riporta il New York Times, che cita funzionari anonimi.   A novembre, l’agenzia Reuters ha riferito che Kellogg prevedeva di rassegnare le dimissioni dall’incarico entro la fine del mese. L’agenzia ha descritto il generale in pensione come «un orecchio comprensivo» nell’amministrazione Trump, favorevole all’Ucraina, definendo le sue probabili dimissioni «una notizia sgradita» per Kiev.   Le divergenze tra Trump, che auspicava una rapida risoluzione diplomatica del conflitto ucraino, e Kellogg erano già emerse a febbraio dell’anno precedente, come indicato dal NYT in un articolo pubblicato martedì.   In quel periodo, il presidente degli Stati Uniti aveva attaccato Zelen’kyj, definendolo «un dittatore senza elezioni». Il leader ucraino aveva rifiutato di convocare nuove elezioni presidenziali, invocando la legge marziale in vigore nel Paese a seguito del conflitto con la Russia.

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Il Kelloggo, però, non aveva condiviso la definizione di Trump, pubblicando anzi un post elogiativo su Zelen’kyj su X, descrivendolo come un «leader coraggioso e combattivo di una nazione in guerra».   Quando l’inviato si è presentato alla Casa Bianca poco dopo, Trump lo ha accolto in modo secco, chiedendogli: «Quindi lei definisce Zelen’kyj combattivo e coraggioso?», secondo quanto riferito al giornale da due funzionari anonimi.   Stando alle fonti, Kellogg ha replicato: «Signore, lo è. È una lotta esistenziale sul suolo ucraino per la sopravvivenza della sua nazione. Quando è stata l’ultima volta che un presidente americano ha dovuto affrontare una situazione simile? È stato Abramo Lincoln».   «È un idiota», ha commentato in seguito Trump riferendosi a Kellogg, rievocando lo scambio in una conversazione con altri collaboratori, come affermato dai funzionari.   Il NYT ha riportato che figure nell’amministrazione vicine al vicepresidente statunitense JD Vance ritenevano Kellogg «una reliquia della Guerra Fredda» e dubitavano che la Russia «avrebbe mai collaborato con lui». Secondo loro, le proposte dell’inviato per risolvere il conflitto – tra cui un cessate il fuoco incondizionato, il proseguimento degli aiuti militari americani all’Ucraina e l’inasprimento delle sanzioni contro Mosca – avrebbero soltanto protratto gli scontri, mentre Washington necessitava di una «de-escalation» della situazione, ha scritto il giornale.   Il Kellogg ha effettuato vari viaggi a Kiev l’anno scorso, ma non ha mai raggiunto Mosca. È stato inoltre assente dall’incontro tra Trump e il presidente russo Vladimiro Putin in Alaska ad agosto, nonché dai recenti colloqui tra il presidente degli Stati Uniti e Zelensky a Mar-a-Lago, in Florida, domenica.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Geopolitica

Israele metterà al bando più di 30 gruppi umanitari che operano a Gaza

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Secondo quanto riferito mercoledì dal quotidiano Asharq Al-Awsat, Israele intenderebbe vietare a 37 organizzazioni umanitarie di operare nella Striscia di Gaza a partire dalla prossima settimana, salvo che queste non forniscano informazioni dettagliate sul proprio personale palestinese.

 

Tra le ONG incluse nell’elenco, figurerebbero Medici Senza Frontiere, Oxfam e il Consiglio norvegese per i rifugiati.

 

La misura potrebbe essere adottata nonostante le crescenti critiche provenienti dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, ha riportato il giornale. Le autorità israeliane riterranno comunque incomplete le eventuali risposte fornite, ha dichiarato Bushra Khalidi, responsabile delle politiche di Oxfam. «Siamo preoccupati per i dati personali sensibili, soprattutto considerando il bilancio delle vittime di oltre 500 operatori umanitari», ha aggiunto.

 

«Israele conduce da anni una campagna per screditare le organizzazioni umanitarie (…) Per le famiglie di Gaza, questo significherà riparazioni più lente, forniture ridotte e attese più lunghe per i servizi di base», ha proseguito il Khalidi parlando con una testata russa. «Continueremo a lavorare a Gaza nonostante il divieto perché questo è il nostro imperativo umanitario. Questo è il nostro mandato», ha concluso. Il termine ultimo fissato da Israele per la consegna dei dati richiesti alle ONG scade a mezzanotte di mercoledì.

 

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Immagine di UNRWA/ Ashraf Amra via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 IGO

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Geopolitica

Yemen: l’avanzata dei separatisi alimenta la tensione fra Riyadh e Abu Dhabi

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.   Il leader del Consiglio presidenziale (sostenuto dai sauditi) dichiara lo stato di emergenza e annulla il patto di difesa con gli Emirati. Caccia colpiscono carico di armi per i separatisti. Nella nazione teatro di un conflitto contro i ribelli filo-iraniani il rischio di ulteriore deriva violenta e caos. Sullo sfondo la decisione di Israele di riconoscere Somaliland nella guerra contro Houthi (e Teheran).    In una fase di crescente tensione che, da scontro locale rischia di innescare una escalation su scala regionale, il leader del consiglio presidenziale in Yemen sostenuto dall’Arabia Saudita ha dichiarato lo stato di emergenza e annullato un patto di sicurezza con gli Emirati Arabi Uniti (EAU).   Dietro la rottura, e la contrapposizione frontale fra Riyadh e Abu Dhabi, vi sarebbe l’avanzata delle forze separatiste vicine agli Emirati che, in questi ultimi giorni, hanno conquistato alcune porzioni di territorio. «L’accordo di difesa congiunta con gli Emirati Arabi Uniti è annullato» afferma la nota, mentre un decreto separato annuncia uno stato di emergenza di 90 giorni che include un blocco aereo, marittimo e terrestre di 72 ore.

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Gli annunci di Rashad al-Alimi, capo del Presidential Leadership Council, giungono mentre la coalizione a guida saudita che combatte in Yemen contro i ribelli Houthi (sostenuti dall’Iran e che controllano la capitale Sana’a) avrebbe colpito un carico di armi destinato ai separatisti. Le forze del Consiglio di transizione meridionale (SCT), sostenute dagli EAU, hanno conquistato il sud dello Yemen questo mese, prendendo il controllo della maggior parte della provincia di Hadramawt, ricca di risorse, e di ampie zone della vicina Mahrah.   In un discorso televisivo Alimi avrebbe ordinato alle forze del Sct di restituire il territorio alle forze sostenute dall’Arabia Saudita, definendo l’avanzata dei separatisti una «ribellione inaccettabile» in una nazione già lacerata dai conflitti e cancellato il «patto di difesa» con gli Eau. Lo scontro, infatti, rischia di frammentare ancor più il territorio e frantumare il già traballante governo dello Yemen, il quale conta diverse fazioni sostenute dalle potenze del Golfo ricche di petrolio, in primi Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Le crescenti tensioni minacciano inoltre i già lenti negoziati di pace con gli Houthi, che nel 2014 hanno cacciato il governo riconosciuto dalla comunità internazionale innescando l’intervento militare delle forze di Riyadh.   Già in passato Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti si erano scontrati in territorio yemenita, facendo temere una sanguinosa escalation in tutta la regione. Nel 2018, dietro impulso di Washington che puntava a stabilizzare l’area e rinsaldare l’asse comune anti-iraniano al tempo della prima presidenza del Tycoon Usa Donald Trump, Riyadh e Abu Dhabi hanno mediato una «pace di facciata» che non è però servita a risolvere problemi annosi e irrisolti da tempo.   Sulla controversia è intervenuto anche il ministero saudita degli Esteri, con un appello che richiama le parti in causa: «Il regno – si legge in una nota – sottolinea l’importanza per gli Emirati Arabi Uniti di rispondere alla richiesta della Repubblica dello Yemen di ritirare le proprie forze militari dal territorio entro 24 ore e di cessare qualsiasi sostegno militare o finanziario a qualsiasi parte nello Yemen». Del resto per Riyadh è in gioco una «linea rossa» che riguarda direttamente «la sicurezza nazionale», per la contiguità territoriale col Paese teatro del conflitto e per i lanci di missili già registrati in passato dal territorio yemenita verso il regno wahhabita.   Nel fine settimana le forze saudite avrebbero effettuato raid aerei mirati contro il tentativo di attracco di due imbarcazioni provenienti dal porto emiratino di Fujairah, prive di autorizzazioni e con un carico sospetto. Dopo essere arrivate a Mukalla, le navi hanno disabilitato i loro sistemi di tracciamento e hanno scaricato grandi quantità di armi e veicoli da combattimento per sostenere le milizie separatiste. In precedenza lo stesso STC (Southern Transitional Council) aveva respinto le richieste di ritirare le sue forze dai governatorati orientali di Hadramawt e Al-Mahra, dicendo di essere prossima alla «dichiarazione di uno Stato» autonomo nel Sud.

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In questo quadro si inserisce anche la dichiarazione di Israele di riconoscere la nascita della (Repubblica di) Somaliland, Stato indipendente dell’Africa orientale a riconoscimento limitato sul piano internazionale e composto dalle province settentrionali della Somalia. Una mossa che avrebbe come scopo strategico quello di creare un ponte per meglio contrastare gli attacchi dei ribelli Houthi dallo Yemen, ma che ha già sollevato scontri e controversie sul piano regionale e globale.   Fra le voci critiche la Turchia, che negli ultimi 13 anni ha compiuto investimenti significativi in Somalia e non è certo disposta a cedere parte del territorio, oltre a divisioni già profonde con lo Stato ebraico per la guerra a Gaza contro Hamas e le decine di migliaia di vittime civili.   Significativo, da ultimo, il fatto che l’annuncio del premier israeliano Benjamin Netanyahu sia stato oggetto di condanna da parte di molti Paesi arabi e mediorientali, con la rimarchevole eccezione degli Emirati Arabi Uniti.   Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne. Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Immagine di Saudi Press Agency via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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