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La Chiesa greco-ortodossa di Gerusalemme accusa Kiev di «militarizzare» la religione

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La Chiesa greco-ortodossa di Gerusalemme ha chiesto al governo ucraino di abrogare una legge che espone la Chiesa ortodossa ucraina (UOC) a un probabile divieto.

 

Kiev ha messo al bando le organizzazioni religiose che sospetta abbia legami con la Russia. La legge, che il leader ucraino Volodymyr Zelensky ha firmato il mese scorso, è progettata per chiudere la UOC, la più grande confessione cristiana del Paese.

 

La UOC era stata precedentemente presa di mira da una massiccia repressione da parte dello Stato ucraino, poiché i funzionari avevano detto ai preti e ai fedeli che avrebbero dovuto passare alla Chiesa ortodossa ucraina (OCU) rivale sostenuta da Kiev.

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In una dichiarazione rilasciata martedì, il Patriarcato di Gerusalemme ha denunciato la mossa di Kiev, sottolineando che «una punizione così generalizzata di innumerevoli uomini e donne fedeli non promuove l’unità, né promuove la pace».

 

«Non vi è alcuna giustificazione per trasformare la pratica religiosa in un’arma e tutti noi dobbiamo consentire a coloro che desiderano pregare di farlo in un modo che sia in accordo con la loro coscienza», ha sottolineato la dichiarazione.

 

Gerusalemme ha affermato di simpatizzare con le vittime del conflitto in Ucraina, «ma da questo dolore non deve emergere un nuovo scisma tra i fedeli o la criminalizzazione di persone innocenti a causa della loro pratica religiosa».

 

«Il Patriarcato di Gerusalemme riconosce le sfide e le profonde divisioni che questo conflitto rappresenta, ed è impegnato nella missione spirituale del dialogo e della riconciliazione attraverso discussioni fraterne», ha aggiunto.

 

La UOC ha legami storici e spirituali con la Chiesa ortodossa russa (ROC), ma è autogovernata. La OCU è stata creata alla fine del 2018 come parte della fallita campagna di rielezione dell’allora presidente ucraino Petro Poroshenko, che fu sconfitto dall’attore TV Zelens’kyj.

 

La mossa ha causato un importante scisma nel mondo cristiano ortodosso, poiché la nuova organizzazione fu riconosciuta dal Patriarcato di Costantinopoli. Revocò una decisione presa nel XVII secolo di riconoscere la leadership spirituale della ROC nelle terre che ora sono l’Ucraina indipendente.

 

Il Patriarcato di Mosca ha rotto i legami con Costantinopoli per rappresaglia. Il Patriarcato di Gerusalemme si è impegnato per sanare la frattura.

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La legge ucraina è stata precedentemente criticata dalla Chiesa cattolica.

 

Come riportato da Renovatio 21, all’Angelus di due domeniche fa Bergoglio ha dichiarato di essere preoccupato per lo stato delle libertà religiose in Ucraina.

 

«Continuo a seguire con dolore i combattimenti in Ucraina e nella Federazione russa, e pensando alle norme di legge adottate di recente in Ucraina, mi sorge un timore per la libertà di chi prega, perché chi prega veramente prega sempre per tutt», aveva detto il Bergoglio.

 

«Non si commette il male perché si prega. Se qualcuno commette un male contro il suo popolo, sarà colpevole per questo, ma non può avere commesso il male perché ha pregato», ha continuato il pontefice regnante. «E allora si lasci pregare chi vuole pregare in quella che considera la sua Chiesa. Per favore, non sia abolita direttamente o indirettamente nessuna Chiesa cristiana: le Chiese non si toccano».

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Immagine di Government Press Office (Israel) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
 

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Consacrazioni, il card. Fernandez minaccia la FSSPX: «scisma», «grave offesa a Dio», «scomunica»

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Il cardinale Victor Manuel Fernandez ha recentemente emesso una dichiarazione nella quale sostiene che un atto programmato di consacrazione di vescovi privo di un «mandato papale» costituirà un «atto scismatico» e che «l’adesione formale allo scisma costituisce una grave offesa a Dio».   Il porporato argentino inoltre precisato che ciò «comporta la scomunica prevista dal diritto canonico».   «In merito alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, si ribadisce quanto già comunicato» scrive la nota pubblicata stamattina sul sito ufficiale del Vaticano. «Le ordinazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X non hanno il corrispondente mandato pontificio. Questo gesto costituirà “un atto scismatico” (Giovanni Paolo II, Ecclesia Dei, n.3) e “l’adesione formale allo scisma costituisce una grave offesa a Dio e comporta la scomunica stabilita dal diritto della Chiesa” (ivi, 5c; cfr. Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Nota esplicativa, 24 agosto 1996)».   «Il Santo Padre continua nelle sue preghiere a chiedere allo Spirito Santo di illuminare i responsabili della Fraternità Sacerdotale San Pio X affinché ritornino sui loro passi in merito alla gravissima decisione che hanno preso» conclude la minacciosa nota del cardinale prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede.   Renovatio 21 ritiene che a questo punto si procederà con quella che abbiamo definito una «scomunica comunicata» (una «scomunicazione»), con tuoni e saette che dal Sacro Palazzo si abbatteranno sulla Fraternità prima e dopo le consacrazioni del prossimo primo luglio. Il lettore si prepari agli strilli in apertura del TG nazionali, ai titoloni in prima pagina sui giornali dell’establishment, alla quantità di menzogne e infamità che pioveranno su vescovi, sacerdoti, fedeli della FSSPX.

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Notiamo che la notizia della minaccia di scomunica era già trapelata ore prima in un articolo del vaticanista de Il Giornale Nico Spuntoni. «Il documento in uscita dal dicastero per la dottrina della fede potrebbe segnare l’interruzione del dialogo teologico offerto dal cardinal Fernandez e non preso in considerazione seriamente da Pagliarani e i suoi».   «Dovrebbe mettere in chiaro le condizioni per cui si andrebbe incontro al delitto di scisma e dunque alla scomunica latae sententiae. Quei limiti, dunque, che la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha già fatto sapere di essere pronta ad oltrepassare andando avanti con le consacrazioni di luglio» scrive Il Giornale.   A giudicare dal linguaggio dello spiffero fatto al giornalista, parrebbe, come abbiamo già scritto, che per Roma la questione sia soprattutto di ottica: per orgoglio, nel divorzio bisogna specificare chi ha lasciato chi. Siamo ad anni luce di distanza dal vuoto delle sanzioni in cui dovrebbero essere incorsi, di default, i vescovi nominati dal Partito Comunista Cinese, sul quale il Vaticano, al contrario, è stato in un muto silenzio, forse prodotto di quintali materiale compromettente ottenuto da Pechino quando vi transitò la proprietà dell’app per incontri gay Grindr.   Due pesi e due misure anche con i vescovi tedeschi e il loro perverso «Cammino Sinodale»: per alcuni si tratta già di uno scisma de facto, ma per gli zucchetti ultraprogressisti oltremontani – ricchissimi grazie alla tassa simoniaca della kirchensteuer – non v’è lacuna minaccia, tanto che continuano con lo richieste pro-omotransessualiste e ogni altra follia anticattolica.   Il disegno è chiaro: chi vuole distruggere la Chiesa, siano i tedeschi o i cinesi, ha carta bianca.   Chi vuole rimanere cattolico, invece va perseguitato fino allo sfinimento.   Ora, come abbiamo scritto in settimana, vogliamo ricordare che questa scomunica toccherà migliaia e migliaia di bambini. Non ci aspettiamo che il Fernandenz, che scrive libri sul bacio e sull’orgasmo, possa capire la portata di questa catastrofe dell’innocenza.   Abbiamo la fantasia ucronica a consolarci: in un mondo in cui all’umanità è stato risparmiato il disastro cosmico del Concilio Vaticano II, Fernandez non esisterebbe, non sarebbe giammai riuscito ad avvicinarsi ai posti di potere in Vaticano.   Ci tocca invece di vivere la dimensione in cui a scomunicare i cattolici è l’autore di Amoris Laetitia e Fiducia Supplicans. Ci sarà da lottare, ma alla fine la Verità trionferà perfino a Roma. E i Fernandez, con le loro oscenità, verranno dimenticati per sempre.  

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Mons. Viganò: «così sul legno della Croce il nuovo Adamo ha vinto Satana»

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Renovatio 21 pubblica l’omelia di monsignor Carlo Maria Viganò risalente alla IV domenica dopo Pasqua.

 

Obediens usque ad mortem

Omelia nell’Invenzione della Santa Croce, domenica IV dopo Pasqua

 

Qui salutem humani generis in ligno Crucis constituisti:

ut unde morte oriebatur, inde vita resurgeret,

et qui in ligno vincebat, in ligno quoque vinceretur.

Præfatio de Sancta Cruce

 

Celebriamo oggi la festa dell’Invenzione della Santa Croce, particolarmente cara a Familia Christi perché in questo giorno ricorre l’anniversario dell’Ordinazione sacerdotale del Servo di Dio mons. Giuseppe Canovai nel 1931 e quello del nostro caro Don Riccardo Petroni.

 

L’Invenzione — ossia il ritrovamento — della Santa Croce, commemora un fatto storico accaduto nell’anno 326, quando l’Imperatrice Elena, madre di Costantino il Grande, riuscì a scoprire il luogo nei pressi del Calvario, dove era sepolta la Vera Croce. Secondo la narrazione patristica e liturgica consolidata (presente in autori come sant’Ambrogio, Rufino e nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine), dopo la Passione del Signore la Croce fu gettata in una fossa o sepolta nel terreno del Calvario per impedire che divenisse oggetto di venerazione da parte dei primi Cristiani.

 

Il luogo esatto della sepoltura della Croce sul Golgota, noto solo ad una ristretta cerchia familiare ebraica, animata da ostilità religiosa, era trasmesso di generazione in generazione come un segreto gelosamente custodito, nel timore che la scoperta potesse confermare la verità della Fede cristiana. Sant’Elena convocò i principali esponenti della comunità ebraica e chiese esplicitamente informazioni su tale luogo. Tutti negarono o finsero di non sapere, tranne un rabbino di nome Giuda (indicato come discendente o nipote di Zaccheo, il pubblicano del Vangelo), che conosceva il segreto perché la sua famiglia lo aveva tramandato.

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I suoi antenati avevano assistito o saputo della decisione di seppellire le croci dopo la Passione per impedirne la venerazione. Giuda, tuttavia, si rifiutò di rivelare quanto sapeva. Così l’Imperatrice lo fece calare in una cisterna vuota situata nei pressi del Golgota, privandolo di cibo e acqua. Dopo una settimana il rabbino pregò il Signore, ne fu illuminato e riconobbe interiormente la verità di Cristo; promise quindi di indicare il luogo esatto della Crocifissione e venne liberato. Battezzato col nome di Ciriaco dal Vescovo di Gerusalemme Macario, fu eletto Vescovo alla morte di quest’ultimo e ricevette il titolo di Inventor Crucis. Fu martirizzato il 1° Maggio 363 sotto l’imperatore Giuliano l’Apostata e le sue spoglie riposano nella Cattedrale di Ancona, città di cui Ciriaco è Santo Patrono. (1)

 

Sant’Elena ordinò la demolizione del tempio pagano dedicato a Venere (o a Giove) che l’Imperatore Adriano aveva fatto erigere sul Golgota per profanare il luogo sacro ai Cristiani e cancellarne la memoria. Furono effettuati scavi nel punto che Ciriaco aveva indicato, che portarono alla luce una cisterna in cui erano state gettate le croci (quella di Gesù e quelle dei due ladroni), insieme ai Chiodi della Crocifissione, alla Corona di spine e al titulus Crucis (l’iscrizione Jesus Nazarenus Rex Judæorum).

 

Per identificare la Vera Croce, Elena si fece condurre un malato grave, il quale guarì all’istante al solo contatto con la Croce di Nostro Signore, e questo attestò l’autenticità della preziosa Reliquia. (2)

 

Tre secoli dopo, nel 614, durante la guerra contro i Persiani sassanidi, la Basilica del Santo Sepolcro che Costantino e Sant’Elena avevano edificato venne incendiata e devastata. Le reliquie della Vera Croce furono portate come bottino nella capitale Ctesifonte e profanate, incorporandole alla destra del trono di Cosroe, mentre alla sinistra fu collocata una colonna sormontata da un gallo (simbolo, nella parodia, dello Spirito Santo).

 

Cosroe stesso sedeva al centro, facendosi adorare come «Dio Padre», con la Croce a rappresentare il Figlio alla sua destra e il gallo a simboleggiare lo Spirito Santo. Questa empia bestemmia contro la Santissima Trinità non rimase impunita: nel 628 l’imperatore Eraclio, dopo una campagna eroica, sconfisse i Persiani nella battaglia di Ninive. Cosroe II fu deposto dal figlio Siroe e decapitato.

 

Tra le condizioni di pace, i Bizantini ottennero la restituzione della Vera Croce. Eraclio la riportò personalmente a Gerusalemme il 14 Settembre 629, entrando nella Basilica scalzo e in abiti di penitente, per celebrare solennemente il Prezioso Legno nel suo luogo d’origine. Questo evento storico è commemorato nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce. (3)

 

Ma perché — possiamo chiederci — tanto accanimento contro la Croce su cui il Redentore venne inchiodato e morì? Perché tre giorni dopo Egli è veramente risorto dai morti. Nostro Signore ha vinto la morte e il peccato affrontando il più infamante patibolo riservato agli schiavi, trasformando uno strumento di morte in mezzo di salvezza: Tu hai posto la salvezza del genere umano nel legno della Croce, affinché da dove era sorta la morte, da lì risorgesse la vita; e colui che sul legno aveva vinto, sul legno pure fosse vinto.

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Le parole del Prefazio della Santa Croce richiamano l’Introito: Nos autem gloriari oportet in cruce Domini nostri Jesu Christi: in quo est salus, vita, et resurrectio nostra: per quem salvati, et liberati sumus. Noi dobbiamo gloriarci — oportet, dobbiamo! — nella croce di Nostro Signore Gesù Cristo: nel Quale è la salvezza, la vita e la nostra resurrezione; per Lui siamo salvati e liberati. Come il legno dell’albero dell’Eden aveva portato la morte ad Adamo e ai suoi discendenti, così sul legno della Croce il nuovo Adamo ha vinto Satana e gli ha strappato quanti in Cristo si rivestono dell’uomo nuovo, creato a immagine di Dio nella giustizia e nella santità della verità (Ef 4, 24).

 

Eppure, la testimonianza di quanti avevano visto, ascoltato e toccato Nostro Signore dopo la Resurrezione non è bastata a smuovere i cuori induriti di quanti rifiutavano di riconoscerLo come Dio, Re e Messia, i quali hanno tenuto nascosto il luogo in cui era stata sepolta la Santa Croce.

 

Quei pezzi di legno erano intrisi del Sangue dell’Agnello, consacrati dall’Eterno Sacerdote come altare del Sacrificio perfetto. Potevano diventare — come poi diventarono — oggetto di culto, preziosa Reliquia che sana i malati, resuscita i morti, scaccia i demoni. Ed era il trono sul quale Si era assiso in maestà il Re divino: regnavit a ligno Deus. Un trono di tormenti, la Corona di spine, il manto scarlatto dei pazzi, lo scettro di una canna di giunco, la Croce che riassume in sé la follia della Passione, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani (1Cor 1, 23), ma nella quale risplende la magnificenza della divina Carità, di Dio stesso che giunge a farSi carne e ad immolarSi per redimerci, e che chiama tutti a imitare Nostro Signore, a seguirLo sulla via del Golgota, a dare la vita per gli amici (Gv 15, 13).

 

La Croce è l’antitesi di quanto ci propone il mondo. I primi Martiri abbracciarono quella Croce nel sangue, moltiplicando le messi nel campo del Signore: Sanguis Martyrum semen Christianorum. Per questo la Croce doveva essere sepolta, dimenticata, rimossa: perché essa è all’origine della Chiesa, che nella Santa Messa perpetua il Sacrificio del Golgota per la salvezza delle anime.

 

La Croce è all’origine dell’eroismo dei Martiri, della fortezza dei Confessori, della castità delle Vergini, della saggezza dei Re e dei Principi, dell’equità dei Magistrati, della fedeltà degli sposi, dell’onestà e della rettitudine dei Cristiani. Senza la Croce, senza l’esempio di Nostro Signore di obbedienza al Padre fino all’immolazione di Sé nessun sacrificio, nessuna pena, nessuna prova avrebbe alcun senso, e regnerebbero la ribellione e il caos.

 

Ma non è esattamente quanto avviene anche oggi? Non vi sono ancora quanti, sapendo dove si trova la Croce, la occultano, la negano, a iniziare dai vertici della chiesa conciliare e sinodale? La costante opposizione del mondo al mistero della Redenzione, e in particolare alla Croce, è il marchio distintivo dell’opera di Satana, è il grido di ribellione al Verbo Incarnato: Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora giù dalla croce, e noi crederemo in lui (Mt 27, 42).

 

Il mondo continua ad occultare la Croce, non più materialmente, ma simbolicamente, culturalmente, giuridicamente. La Croce viene sistematicamente rimossa dagli spazi pubblici: scuole, ospedali, tribunali, piazze. Viene esclusa dal discorso mediatico, ridotta nel migliore dei casi a mero oggetto artistico; è spesso derisa come simbolo di oscurantismo o di oppressione, quando non profanata da mani sacrileghe.

 

Le leggi sulla blasfema laicità dello Stato, le campagne di «de-cristianizzazione» del calendario e dell’educazione, la cancellazione del riferimento cristiano nelle Costituzioni delle Nazioni e nelle Carte dei diritti fondamentali costituiscono altrettanti «templi di Venere» eretti sul Calvario della Storia. Si profana il luogo della Redenzione per impedire che la Croce continui a sanare i malati nell’anima, a dare un senso al dolore, a tenere lontano il Nemico, a additare una meta eterna.

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Eppure vi è chi conosce dove si trova la Croce — istituzioni, intellettuali, educatori, opinionisti — ma che troppo spesso si astengono dal rivelarla o la occultano deliberatamente, esattamente come il rabbino Giuda.

 

Questo tentativo di nascondere la realtà della Croce è motivato da una mentalità totalmente secolarizzata, dal conformismo sociale, dal timore di essere emarginati o da una vera e propria apostasia interiore. Il motivo è essenzialmente teologico e trova la sua radice nel Vangelo stesso: La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie (Gv 3, 19).

 

La Croce rappresenta lo scandalo della Redenzione attraverso la sofferenza: essa contrasta radicalmente con l’edonismo, con il culto dell’ego e delle sue passioni, con l’illusione di un’esistenza senza Dio e senza croce. La Croce Rappresenta l’obbedienza e l’umiltà di Cristo: si oppone al titanismo contemporaneo, alla chimera dell’autodeterminazione assoluta e alla pretesa dell’uomo di farsi dio.

 

La Croce rappresenta la necessità della conversione e del sacrificio: smaschera quindi il relativismo morale e la pretesa di una salvezza senza Redenzione, senza pentimento e senza Grazia. La Croce rappresenta infine la Signoria di Cristo sulla storia: essa ricorda che ogni potere terreno è provvisorio e sottoposto al giudizio della Croce, cosa intollerabile per un mondo che ha divinizzato se stesso.

 

Non stupiamoci allora se, coerentemente con questa avversione viscerale alla Croce, anche la liturgia riformata ha cancellato o messo in ombra l’indole sacrificale della Messa, giungendo a confinare proprio la Croce in un lato del presbiterio, o a mostrare l’effigie del Risorto schiodato da essa – pensiamo alla ferula di Leone….

 

Per questo il Novus Ordo si definisce «celebrazione eucaristica» e «cena», mentre aborrisce la definizione cattolica di “Santo Sacrificio della Messa”, dove tutto ruota intorno alla Croce: Stat Crux dum volvitur orbis.

 

La Croce risplende ora anche sulla fronte di Giovanni, confermato miles Christi con il Sacro Crisma. Il carattere sacramentale — sigillo indelebile della filiazione adottiva — ti rende, caro Giovanni, proprietà della Santissima Trinità, e allo stesso tempo conferma in te lo Spirito Santo quale pegno e caparra (2Cor 1, 22; 2Cor 5, 5; Ef 1, 13-14), ossia non come un dono parziale o provvisorio, ma come anticipo reale della piena eredità escatologica: la vita eterna, la risurrezione del corpo e la definitiva comunione con Dio.

 

Sia questa caparra di Grazie e di Doni soprannaturali motivo di fiduciosa obbedienza alla santa Volontà di Dio, sull’esempio del divin Maestro e della Sua augustissima Madre, la Regina Crucis, ieri sofferente nella Co-passione, oggi trionfante nella gloria eterna del Cielo cui siamo tutti chiamati.

 

E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 3 maggio MMXXVI

In Inventione S.ctæ Crucis,

Dominica IV post Pascha

 

NOTE

1) La storia di Giuda/Ciriaco appare per la prima volta in forma embrionale nell’orazione funebre di sant’Ambrogio per Teodosio (395) e in Rufino di Aquileia; assume la forma completa negli Acta Judas Cyriaci (V secolo) e nella Legenda Aurea. Pur trattandosi di una tradizione agiografica e non di una cronaca storica rigorosa (Eusebio di Cesarea, contemporaneo, non la menziona), essa è accolta unanimemente dal Breviario Romano nelle lezioni del Mattutino per la festa dell’Invenzione della Santa Croce e ha plasmato la pietà cristiana per secoli. San Ciriaco subì il Martirio insieme alla madre Anna, dopo atroci supplizi (tra cui il piombo fuso bevuto). Il corpo fu sepolto presso il Golgota. Le spoglie di San Ciriaco furono traslate dalla Palestina ad Ancona nel V secolo (intorno al 418 o 433-435), per intervento di Galla Placidia. La città aveva chiesto le reliquie di Santo Stefano, ma ricevette invece quelle di Ciriaco come segno di favore imperiale. Le reliquie furono inizialmente collocate nella chiesa di Santo Stefano, poi trasferite nel Duomo a lui dedicato (sul colle Guasco), dove riposano tuttora nella cripta. Il corpo è esposto solennemente il 4 Maggio, giorno della festa patronale (successivo alla festa dell’Invenzione della Santa Croce).

2) La santa Imperatrice divise la Croce in tre parti: una rimase a Gerusalemme (conservata nel complesso del Santo Sepolcro), una fu inviata a Costantinopoli e la terza, con altre Reliquie della Passione (frammenti della Croce, un Chiodo, parte della Corona di spine e il titulus), fu trasportata a Roma assieme alla terra del Calvario. Tutte le Reliquie autentiche della Vera Croce provengono da queste tre parti.

3) Significativamente, la festa odierna è stata abrogata da Giovanni XXIII nel 1960. Cfr. Acta Apostolicæ Sedis 52, 1960, pag. 707.

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Il vescovo Mutsaerts gravemente ferito in un incidente stradale: ora è in condizioni stabili

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Il vescovo Robert Mutsaerts, vescovo ausiliare di ’s-Hertogenbosch (Den Bosch) nei Paesi Bassi, noto per la sua ferma difesa dell’ortodossia cattolica, è rimasto gravemente ferito in un incidente stradale durante il fine settimana.   Il vescovo Mutsaerts, 67 anni, ha urtato un albero a lato della strada mentre tornava a casa da un centro di ritiro spirituale dove aveva ascoltato le confessioni ed è stato immediatamente trasportato in ospedale, secondo quanto riportato dai media olandesi. Sua Eccellenza ha riportato la frattura del gomito e del bacino e una lussazione dell’anca, ma attualmente è cosciente e non si trova più in terapia intensiva.   «Il vescovo De Korte ha parlato brevemente al telefono con il vescovo Mutsaerts domenica pomeriggio, augurandogli forza e coraggio», si legge in un comunicato diocesano. «Il vescovo Mutsaerts ora ha bisogno soprattutto di riposo per riprendersi. Il vescovo De Korte chiede le vostre preghiere per il vescovo ausiliare».

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Negli ultimi anni, il vescovo Mutsaerts è stato uno dei pochi prelati a difendere con coerenza l’insegnamento della Chiesa e a denunciare gli errori moderni, in particolare la promozione dell’agenda LGBT. In un articolo del 2024 per il sito nordamericano LifeSiteNews, il vescovo definì la Fiducia Supplicans di Papa Francesco un documento «codardo» che rappresenta un tentativo di «modifica deliberata» di ciò che è peccaminoso.   «La Fiducia Supplicans – la controversa Dichiarazione del Dicastero per la Dottrina della Fede – è soprattutto un documento vile. Si rifiuta di definire le pratiche omosessuali come intrinsecamente malvagie», ha scritto. «È ormai chiaro che la Fiducia Supplicans non riguarda un’espansione del significato delle benedizioni, ma una deliberata modifica di ciò che è peccato».   Il vescovo Mutsaerts ha inoltre respinto l’argomentazione comune secondo cui il documento ammette solo benedizioni spontanee o «pastorali», e non quelle formali.   «Date un nuovo significato alla parola “benedizione” e potrete farne qualsiasi cosa. La parola magica che emerge con facilità è “pastorale”. La Dichiarazione non ammette benedizioni formali, ma ne ammette di spontanee. Questa è la parola “pastorale”».   «Quante volte la parola “pastorale” viene usata per accantonare il Magistero, per contrapporre dottrina e vita, e poi per giustificare una vita in contrasto con la dottrina. La cura pastorale non è più cura dell’anima; è diventata senz’anima».   Nell’ottobre del 2025, durante la Conferenza sull’Identità Cattolica, si unì al vescovo Athanasius Schneider, al vescovo Marian Eleganti e al vescovo Joseph Strickland nel guidare milioni di fedeli, di persona e virtualmente, in un atto di riparazione per il «pellegrinaggio LGBT» approvato dal Vaticano un mese prima. Durante quel pellegrinaggio, un gruppo guidato da una croce arcobaleno, tra cui molte persone con i loro «partner» omosessuali, vestiti con i colori dell’arcobaleno e alcuni sventolando bandiere dell’«orgoglio LGBT», aveva attraversato la Porta Santa della Basilica di San Pietro, alcuni indossando abiti e zaini con messaggi espliciti.   In un’intervista allo stesso sito era arrivato a dire di non obbedire al papa riguardo la Fiducia Supplicans.   In un articolo pubblicato ad aprile sul suo blog, ha ricordato la sua esperienza nell’amministrare il Sacramento della Confermazione in una chiesa pro-LGBT e ha sottolineato che questi «cattolici» pro-LGBT, che si dichiarano tolleranti e inclusivi, sono in realtà intolleranti nei confronti della Tradizione della Chiesa.   «La “chiesa inclusiva” spesso afferma di accogliere tutti, a prescindere da provenienza, identità o credo. Sembra un’affermazione grandiosa, quasi evangelica. Ma qui si insinua il paradosso:si accolgono tutti, a patto che condividano determinate opinioni su identità, sessualità e verità», ha scritto il vescovo.   «Chiunque metta in discussione tutto ciò, chiunque parli da una prospettiva cattolica tradizionale in materia di morale o antropologia, si accorgerà presto che la porta non è così spalancata come promesso», ha aggiunto.

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«La Chiesa tradizionale dice: Questo è ciò in cui crediamo, e se lo contestate, dialogheremo con voi, ma non rinunceremo alle nostre convinzioni. La Chiesa inclusiva dice qualcosa di diverso: Non escludiamo nessuno, pur escludendo implicitamente al tempo stesso certe credenze», ha affermato.   Dopo acute critiche, il prelato neerlandese tre anni fa aveva abbandonato il processo sinodale.   Come riportato da Renovatio 21, negli anni monsignor Mutsaerts aveva condannato la teologia progressista come «pericolo interno» della Chiesa e sostenuto che l’aborto è la tirannia dei forti contro i deboli.  

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