Spirito
Surfista brasiliano rende gloria a Dio alle Olimpiadi, la foto è epica e virale: avevano proibito di mostrare tavole con l’immagine di Gesù
La foto di un surfista brasiliano che professa Cristo alle Olimpiadi estive è diventata virale in rete.
L’istantanea, scattata dal fotografo Jérôme Brouillet, mostra Gabriel Medina in aria poco dopo aver cavalcato la cresta di un’onda. Sembra che stia in piedi dritto in aria mentre punta il dito verso il cielo. La sua tavola da surf rispecchia la sua posizione, con la punta rivolta verso il cielo.
This shot of Gabriel Medina is ABSOLUTELY UNREAL ???? ????
( ????: Jerome Brouillet) pic.twitter.com/4JQNI4olsi
— Bleacher Report (@BleacherReport) July 29, 2024
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Quando Medina ha commentato la fotografia sui social media, ha spiegato che la sua celebrazione era un riferimento a Filippesi 4:13: «Io posso ogni cosa in colui che mi fortifica».
La gara olimpica in cui è stata scattata la foto si è tenuta a Teahupo’o a Tahiti, a circa 16.000 chilometri da Parigi, dove si svolgono la maggior parte delle gare olimpiche.
Il vescovo svizzero Marian Eleganti, commentando la foto, ha accolto con favore il gesto, definendolo in netto contrasto con la blasfema cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici del 2024.
«L’incredibile istantanea parla da sola», ha affermato monsignor Eleganti. «Medina fluttua dritto nell’aria sopra la cresta dell’onda, così come la sua tavola senza vita, la cui posizione enfatizza in modo efficace e naturale la postura del surfista. L’intera cosa non è una coincidenza; è un’affermazione incredibilmente potente».
I have been asked hundreds times why this shot has been so viral. But you all made it viral. Not me. So why did you? ???? pic.twitter.com/xze9EzCMSZ
— Jerome Brouillet Photography (@BrouilletJerome) August 1, 2024
«Questi atleti, che si spingono fino ai limiti delle loro capacità, sono consapevoli di questi limiti», ha detto il vescovo svizzero. «Non hanno una doppia verità nelle loro vite: una laica, nello sport, in cui Dio non gioca alcun ruolo e conta solo la loro prestazione, e una pia, con cui credono in Dio a volte».
«No, tutto ciò che fanno, compreso il loro sport, che esige tutto da loro, ha a che fare con Dio. Sono consapevoli di dovere il loro successo a Lui e accettano anche la sconfitta con la mentalità di Cristo. Sono testimoni del Vangelo, che ha reso così tanti cristiani europei persone belle e sante in tutte le classi sociali e gli stati. Ci sono innumerevoli esempi di questo, specialmente nel passato della Francia».
Brazilian Surfer Gabriel Medina, teammate of João Chianca who was forced to take Jesus off his surfboard(because Christ is a religious figure) or be barred from competing, dedicates his Olympic moment to God.????????????️???? pic.twitter.com/C4h3QosdWy
— ckm114 (@ConnieKR016) August 7, 2024
Ad un altro surfista brasiliano, João Chianca, sarebbe stato vietato, a causa delle regole olimpiche, di usare la sua tavola da surf raffigurante il Cristo Redentore.
Gli utenti dei social media si sono infuriati per la presunta decisione sportiva.
«Quindi questo surfista brasiliano di 23 anni non poteva usare le sue tavole da surf del Cristo Redentore perché violano le regole olimpiche. Ma deridere e bestemmiare il cristianesimo è permesso nelle cerimonie di apertura? Capito», ha detto la figura mediatica cattolica Raymond Arroyo su X.
So this 23 year old Brazilian surfer could not use his Christ the Redeemer surfboards because they violate Olympic rules. But mocking and blaspheming Christianity is permitted in Opening Ceremonies? Got it. Article 50 of Olympic Charter: “no type of political, religious or… pic.twitter.com/rtYmGDqlOP
— Raymond Arroyo (@RaymondArroyo) July 27, 2024
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L’ex giornalista sportiva di ESPN e NBC Michele Tafoya ha ricordato che, quando otto anni fa si tennero le Olimpiadi in Brasile, la statua alta quasi 30 metri fu ampiamente inserita nel piano di marketing.
«Cristo Redentore è un simbolo iconico del Brasile», ha detto. «Era quasi impossibile visitarlo durante le Olimpiadi del 2016 a Rio. Era in evidenza nei “beauty shot” [inquadrature di bellezza, ndr] trasmessi in televisione in tutto il mondo durante i giochi. Lasciatelo surfare con le tavole!»
Christ the Redeemer is an iconic symbol of Brazil. It was nearly impossible to visit during the 2016 Olympic Games in Rio. It was prominent in the “beauty shots” televised worldwide during the games. Let him surf with the boards! https://t.co/UAsZXTilHU
— Michele Tafoya (@Michele_Tafoya) July 28, 2024
Tuttavia, anche la superstar del tennis Novak Djokovic ha professato la sua fede cristiana durante i Giuochi, dichiarando che «Dio è grande» dopo aver vinto la medaglia d’oro olimpica nella finale singolare maschile a Parigi.
Inoltre, la skater brasiliana sedicenne Rayssa Leal ha trovato un modo creativo per aggirare le restrizioni olimpiche sui simboli e le dichiarazioni religiose, utilizzando il linguaggio dei segni per dire alla telecamera «Gesù è la via, la verità e la vita».
The Olympics got upset over this and she got in trouble.
Christian Brazilian skateboarder, Rayssa Leal praised Jesus with sign language after winning a bronze medal.
She singed, “Jesus is the way, the truth and the life”,
Liberals also had a meltdown over her love of Christ. pic.twitter.com/pGdXImcPRc
— The MAGA Sheriff ⭐ (@MAGASheriff) July 29, 2024
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Immagine screenshot da Twitter
Spirito
Mons. Schneider: l’infiltrazione della massoneria è responsabile della crisi nella Chiesa
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Spirito
Satana crede in Roma?
Il 15 maggio, il giornalista spagnolo Pedro Gomez Carrizo ha pubblicato su Infovaticana un articolo di opinione particolarmente rilevante, intitolato «Satana crede in Roma».
Il testo prende spunto dalla recente nota del Cardinale Victor Manuel Fernandez, Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, riguardante le imminenti consacrazioni episcopali della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX). Fin dalle prime righe, l’autore pone le basi per la sua riflessione: «La nota del cardinale Fernandez contro la FSSPX solleva una questione ancora più seria di quella dello scisma selettivo: se Satana tentò Cristo chiedendogli di vagliare Pietro, perché si terrebbe lontano dai dicasteri, dai seminari e dagli uffici dove la fede viene preservata – o distorta? Ieri, il cardinale Fernandez ha ripubblicato la sua nota. In essa, ha ribadito «formalmente» che le ordinazioni episcopali della FSSPX costituiscono un atto scismatico e che lo scisma comporta la scomunica».
L’autore sottolinea immediatamente quello che considera un netto contrasto tra la gravità delle accuse e la personalità stessa del cardinale Fernandez: «La prima cosa che colpisce è vedere parole così pesanti pronunciate da una penna così leggera. “Scisma”! Questa parola antiquata, con il suono metallico degli ammonimenti romani, sulla bocca di un cardinale così giovane; questo concetto grave, che conserva tutto l’antico peso di realtà ultime e sacre, nella mente di un cardinale frivolo, innamorato della modernità e di tutte le sue novità».
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Perché Roma parla di scisma solo in relazione a Econe?
L’autore pone immediatamente la domanda: «ci si potrebbe chiedere perché Roma pronunci la parola “scisma” con tanta solennità quando guarda a Ecône, e la tenga accuratamente per sé quando è testimone di tutta questa variegata e colorata serie di rotture dottrinali, liturgiche, morali e sacramentali che, per decenni, sono entrate nella Chiesa ufficiale dalla porta principale».
Un passaggio del testo riguarda la recente accoglienza in Vaticano di Sarah Mullally, una donna che ricopre la carica di «arcivescovo di Canterbury». Pedro Gomez Carrizo scrive: «l’Arcivescovo di Canterbury è stata accolta in Vaticano con il rispetto dovuto a una dignità ecclesiastica e portata in preghiera comune sotto un tetto apostolico. Nessuna breve nota ha ritenuto opportuno ricordare che Leone XIII dichiarò in Apostolicae curae la nullità delle ordinazioni anglicane, e che a questa nullità si aggiunge ora, in una sorta di sfida teatrale, il fatto che lei sia una donna. Con la massima naturalezza, una figura che la dottrina cattolica non può considerare vescovo in alcun modo viene trattata pubblicamente da Roma come se lo fosse; e la piacevole coreografia della scena comunica al mondo tanto l’approvazione quanto la asciutta nota di Fernandez esprime la disapprovazione».
Pedro Gomez Carrizo la spiega così: «È uno scisma “selettivo”: per Pachamama c’era l’inculturazione; per Lutero, una memoria riconciliata; per le benedizioni ambigue, il discernimento pastorale; per le nomine episcopali all’ombra del Partito Comunista Cinese, il realismo diplomatico; per il raffreddamento della mariologia, una sensibilità ecumenica; per le liturgie delle fiere di paese, la creatività comunitaria. Per la Tradizione, invece, il Codice riappare miracolosamente».
L’autore prosegue descrivendo quella che considera una profonda contraddizione nella Chiesa odierna: «improvvisamente, dal volto sorridente della Chiesa sinodale – fluida, dialogica, ecumenica, ospitale verso ogni estraneità e comprensione fino all’esaurimento verso ogni deviazione – emerge la severa smorfia di condanna: il Dicastero per la Dottrina della Fede, guidato dall’ineffabile cardinale, riscopre la solennità dell’antico Sant’Uffizio per mettere in guardia dallo scisma coloro che conservano la liturgia romana, la morale cattolica e la dottrina appresa da intere generazioni di fedeli».
Pedro Gomez Carrizo non vuole soffermarsi sulla figura del cardinale Fernandez, che rappresenta solo una parte del problema: «lasciamo da parte Víctor Manuel Fernandez, perché il cardinale romanziere, il censore fuorviato delle deviazioni, è solo il germe di una malattia interiore. La sua continua guida del Dicastero per la Dottrina della Fede esprime uno dei più dolorosi capovolgimenti dell’era post-conciliare: un Sant’Uffizio rinnovato, ora dedito alla persecuzione della Tradizione. Chi vigila sui custodi quando perdono il discernimento elementare che permette di distinguere l’amico dal nemico della fede?»
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Quando Roma cominciò a temere la Tradizione più dell’eresia?
Pedro Gomez Carrizo introduce quindi una riflessione più ampia sul Concilio Vaticano II e sull’aggiornamento: «Vargas Llosa mise in bocca a Zavalita questa famosa domanda: “A che punto il Perù si è disgregato?”. Una domanda simile comincia a porsi anche per il cattolico del nostro tempo: a che punto Roma ha iniziato a sentirsi più a disagio con la Tradizione che con l’eresia? La risposta non ha una data precisa, ma ha una parola fondamentale, una parola d’ordine e un segno di riconoscimento di un’epoca: aggiornamento».
Egli paragona il Concilio Vaticano II ai grandi concili dogmatici della storia: «il Vaticano II presenta un’anomalia storica raramente affrontata: mentre i grandi concili nacquero per definire la fede contro gli errori che ne minacciavano l’integrità – Nicea contro Ario; Trento contro la rivoluzione protestante; Vaticano I contro l’assalto del razionalismo, del liberalismo e delle nuove forme di protesta moderna – il Vaticano II finì per adattarsi a un mondo già colonizzato dall’eresia. Il modernismo regnava nelle università, nei seminari, nell’esegesi, nella teologia morale e nell’immaginazione pastorale di tanti ecclesiastici che sognavano una Chiesa “riconciliata con il mondo” da allora, ha regnato anche in Vaticano».
Pedro Gomez Carrizo ricorda la condanna del Modernismo da parte di San Pio X: «Ora, il Modernismo, nonostante la natura amichevole del termine e le sue connotazioni positive, è proprio ciò che San Pio X identificò come la sintesi di tutte le eresie. In altre parole: qualcosa di molto grave. Così grave che Papa Paolo VI, dopo aver aperto le porte e le finestre del Vaticano al Modernismo, si rese conto che “il fumo di Satana” era entrato nella Santa Chiesa».
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Satana non è una metafora
Il punto cruciale arriva quando Pedro Gomez Carrizo rifiuta qualsiasi interpretazione simbolica del diavolo: «E qui non parliamo di Satana come metafora. Parliamo di Satana come realtà personale, intelligente e attiva, nemico di Dio e delle anime. La fede cattolica perde la sua forza quando riduce il diavolo a un simbolo psicologico o a una reliquia letteraria di tempi creduloni».
Egli ricorda diversi episodi scritturali: «Cristo fu tentato da Satana nel deserto; Giuda, seduto alla mensa del Signore, cedette alla sua influenza fino al punto di commettere tradimento; Pietro udì dalle labbra stesse di Cristo quel terribile ‘Vattene via da me, Satana!’ quando cercò di dissuadere il Signore dalla via della croce; e questo stesso Pietro fu avvertito che Satana gli aveva chiesto di vagliarlo come il grano. La Scrittura non colloca l’azione diabolica ai margini pittoreschi della religione, ma al cuore stesso del dramma della salvezza, dove si decide tra fedeltà e tradimento».
Pedro Gomez Carrizo anticipa la solita obiezione: «come potrebbe il Nemico infiltrarsi nella Chiesa, la Sposa di Cristo?»
Egli replica immediatamente: «Una risposta ponderata inizia distinguendo ciò che Dio ha promesso da ciò che non ha mai promesso. Cristo ha promesso che le porte dell’inferno non avrebbero prevalso contro la Sua Chiesa; questa promessa assicura l’indefettibilità della Sposa, la permanenza della fede, l’efficacia dei sacramenti e la vittoria finale di Cristo sulle potenze avverse. Ma Cristo non ha mai promesso pastori impeccabili, dicasteri immuni, seminari incorruttibili, liturgisti ispirati, teologi docili o cardinali edificanti. L’indefettibile santità della Chiesa è coesistita, fin dai tempi di Giuda, con la terribile possibilità di tradimento all’interno delle sue stesse mura visibili».
La conclusione dell’articolo è senza dubbio il passaggio più incisivo: «In realtà, la promessa di Cristo presuppone un assalto: se le porte dell’inferno non prevarranno, sarà perché certamente ci proveranno. L’immagine sarebbe priva di significato se la Chiesa fosse posta sotto una cupola di vetro, preservata da ogni infiltrazione e corruzione interna. San Paolo parlò del mysterium iniquitatis, mise in guardia contro i falsi apostoli e avvertì i sacerdoti di Efeso che dopo la sua partenza sarebbero entrati lupi rapaci e che uomini si sarebbero levati tra di loro per trascinare discepoli dietro di sé. “Tra di voi”, dice l’Apostolo».
L’autore prosegue: «la storia della Chiesa conferma questo insegnamento. Ario era un sacerdote; Nestorio era il Patriarca di Costantinopoli; Onorio era il papa; i prelati rinascimentali trasformarono la Curia in una corte mondana; e i moderni capi ecclesiastici hanno distrutto dai loro pulpiti ciò che martiri e confessori avevano difeso con il loro sangue. Nulla di tutto ciò distrugge la Chiesa, ma tutto ciò rivela il vero campo di battaglia. La Sposa rimane santa attraverso il suo Capo, che è Cristo – non il suo vicario – attraverso l’assistenza dello Spirito Santo e attraverso la fedeltà di coloro che, spesso da umili origini, continuano a credere in ciò che la Chiesa ha ricevuto. Le sue membra visibili possono contaminarla agli occhi degli uomini, renderla irriconoscibile per un certo tempo, trasformare le sue strutture in strumenti di confusione e le sue parole più venerabili in alibi per l’apostasia pratica».
Segue quindi quest’ultima riflessione, che dà pieno significato al titolo dell’articolo: «sì, l’infiltrazione diabolica nella Chiesa non è solo possibile: è prevedibile per chiunque creda veramente nella Chiesa. Satana non perde tempo dove non c’è nulla di decisivo in gioco. Il suo interesse naturale è rivolto all’altare, al confessionale, al seminario, all’episcopato, alla liturgia, alla dottrina, alla formazione dei bambini, alla nomina dei pastori e persino al linguaggio con cui si nominano peccato e grazia».
Pedro Gomez Carrizo conclude con un’immagine particolarmente suggestiva: «se una merceria commette un errore, venderà bottoni scadenti. Se Roma commette un errore, può disorientare le anime. Il Nemico conosce la differenza».
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Spirito
Consacrazioni episcopali: ciò che don Pagliarani ha detto ai membri della Fraternità San Pio X
La preparazione dei cuori alle consacrazioni episcopali
Comunicato ai fedeli e agli amici della Fraternità Sacerdotale San Pio X
Cari fedeli e amici, Nel contesto della preparazione alle consacrazioni episcopali previste a Écône il prossimo 1° luglio, desideriamo mettere eccezionalmente a vostra disposizione un editoriale che il Signor Superiore Generale ha indirizzato, lo scorso 7 marzo, ai membri della Fraternità. Questo testo non torna sulla questione delle consacrazioni in sé, ma si propone di ricordare lo spirito con cui devono essere preparate e vissute: spirito di fede, di carità, di fiducia soprannaturale e di amore per la Chiesa. Perché non basta illuminare la propria intelligenza, se allo stesso tempo non ci si dispone con il cuore. Pertanto, a poche settimane da questa cerimonia così importante per tutta la Chiesa, ci è sembrato opportuno condividere queste riflessioni con i fedeli e gli amici della Fraternità, affinché tutti possano unirsi più profondamente a questa preparazione nella preghiera, nel sacrificio e nella pace interiore. Vi si troverà in particolare un invito a mantenere, nelle circostanze attuali, uno sguardo profondamente soprannaturale, uno spirito di dolcezza e di forza, e una carità animata da una vera preoccupazione per il bene delle anime e della Chiesa. Augurandovi una buona lettura, vi ringraziamo di continuare a portare queste intenzioni nelle vostre preghiere, sotto lo sguardo di Nostra Signora Mediatrice di tutte le grazie. Don Foucauld le Roux Segretario generaleIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Editoriale ai membri della Fraternità
Et nos credidimus caritati. «E noi abbiamo creduto alla carità.» 1 Gv 4,16
Cari confratelli e membri della Fraternità, è con grande piacere che, dopo l’annuncio pubblico delle consacrazioni e dopo tutta una serie di spiegazioni, posso finalmente rivolgermi a voi in modo più personale. Desidero condividere con voi alcuni consigli per aiutarci nella nostra preparazione morale e spirituale come membri della Fraternità. È questa preparazione che ci permetterà, a nostra volta, di accompagnare bene i fedeli.La necessità e il contesto delle consacrazioni
Non mancano certo gli argomenti apologetici: si tratta di preservare la fede e tutti i mezzi necessari per trasmetterla e farla vivere nelle anime. Se già nel 1988 si poteva parlare di uno stato di necessità, questa necessità è purtroppo ancora più evidente nel 2026. Ciò spiega perché la decisione della Fraternità susciti una comprensione che va ben oltre i suoi confini. Una constatazione positiva accompagna questa situazione: l’annuncio dello scorso 2 febbraio non ha lasciato nessuno indifferente nella Chiesa. Quasi tutti si sentono coinvolti e avvertono il dovere di esprimere la propria approvazione o disapprovazione. Questo è provvidenziale, perché a volte le parole, le prese di posizione e le dichiarazioni non bastano più. Devono essere accompagnate da atti significativi che la Provvidenza possa usare per scuotere le coscienze e la Chiesa stessa. Credo fermamente che la Provvidenza sia all’opera nel dibattito attuale.La prudenza soprannaturale
Quanto a noi, dobbiamo essere in grado di guardare un po’ dall’alto questo dibattito, pur rimanendovi pienamente coinvolti. La decisione di procedere alle consacrazioni episcopali deve essere guidata innanzitutto dalla prudenza soprannaturale. Questa prudenza non riguarda solo coloro che prendono questa decisione, ma anche coloro che la accolgono e la seguono. In altre parole, la posta in gioco è così importante che ogni membro della Fraternità deve poter, al proprio livello, comprendere e assumersi personalmente questa decisione davanti a Dio.Sostieni Renovatio 21
La carità
Ma la gravità di questa decisione è tale che non può essere guidata dalla sola prudenza soprannaturale. Affinché questa decisione sia ben compresa e spiegata come si deve, cioè dalle cause più alte, sub specie æternitatis – alla luce dell’eternità –, è fondamentale chiedere allo Spirito Santo di concederci la sua saggezza. Ora, non dobbiamo dimenticare che la vera saggezza, quella che deve guidarci in questa scelta eccezionale, è figlia della carità. Solo la virtù della carità può darci una certa connaturalità con Nostro Signore e, di conseguenza, renderci capaci di percepire la realtà un po’ alla maniera di Dio. È solo a questa condizione che possiamo averne una giusta valutazione. Abbiamo già detto e ripetuto che la ragione che fonda la decisione di procedere alle consacrazioni episcopali è la salvezza delle anime. Non bisogna vederci una semplice formula retorica né una semplice giustificazione di ordine canonico. Questa ragione di carità verso le anime e la Chiesa è quella che, in definitiva, deve veramente preparare le nostre anime e quelle dei fedeli alla cerimonia del 1° luglio. A volte, quando si parla di carità, alcuni hanno la sensazione che si ceda a una forma di debolezza o, almeno, che si mescoli una certa sdolcinatezza all’autentica professione della fede cattolica. Una tale sensibilità è incompatibile con lo spirito di Mons. Lefebvre, con quello della Fraternità, e ancor più con lo spirito della Redenzione: la forza di Nostro Signore nella sua Passione e sulla croce non è altro che la misura della sua carità. È con questa stessa carità che, ora più che mai, dobbiamo amare le anime e la Chiesa, anche se i suoi rappresentanti ufficiali dovessero – ancora una volta – dichiararci scomunicati e scismatici: «Vi ho detto queste cose, affinché non vi scandalizziate. Vi scacceranno dalle sinagoghe, e verrà l’ora in cui chiunque vi farà morire crederà di rendere omaggio a Dio. E vi tratteranno così perché non conoscono né il Padre né me. Vi ho detto queste cose affinché, quando sarà giunta l’ora, vi ricordiate che ve le ho dette» (Gv 16,1-4). La prova definitiva che siamo nella verità sarà la nostra capacità di mantenere questo spirito di carità, qualunque cosa accada e verso tutti senza distinzione.Aiuta Renovatio 21
In cosa consiste concretamente questa carità?
Si tratta innanzitutto di non cadere mai nell’amarezza: se certamente abbiamo il dovere di fare tutto il possibile per giustificare e spiegare le ragioni profonde delle consacrazioni, ciò deve avvenire con fermezza, ma mai con amarezza, né lasciando trasparire un accenno di zelo amaro. Naturalmente, si può cadere nell’amarezza per eccesso di zelo, ma anche perché avremmo preferito una certa data, un certo candidato, o che le cose andassero diversamente. Qualunque sia la causa materiale dell’amarezza, il rimedio è sempre lo stesso: caritas patiens est – la carità è paziente. Nei confronti dei nostri interlocutori, chiunque essi siano, che ci capiscano o meno, dobbiamo sempre testimoniare la bontà. Quando non c’è comprensione di fronte a noi, quando non c’è nemmeno la disponibilità ad ascoltare il nostro discorso e a coglierne le ragioni, è molto facile, umanamente parlando, cadere nel rancore. Caritas benigna est – la carità è benevola. Dobbiamo sempre ricordarci che se la Provvidenza ci ha concesso la misericordia di darci un po’ di luce, di permetterci di conservare la Tradizione della Chiesa e di prendere i mezzi per difenderla, ciò corrisponde a una grazia eccezionale che non abbiamo meritato. Questa consapevolezza deve condizionare interamente il nostro atteggiamento. Se le consacrazioni rappresentano una grazia per tutta la Fraternità – grazia per la quale dobbiamo sin d’ora ringraziare la Provvidenza –, questa gioia profondamente soprannaturale non deve confondersi con un trionfalismo fuori luogo, come se si trattasse di una vittoria umana che attribuiremmo a noi stessi, il che ne diminuirebbe inevitabilmente il valore intrinseco. Caritas non agit perperam, non inflatur – la carità non è avventata, non si gonfia d’orgoglio. Seguendo l’esempio di monsignor Lefebvre, in tutto ciò che facciamo non dobbiamo cercare il nostro interesse personale né la sopravvivenza di un’opera personale, ma il bene delle anime e della Chiesa. La Fraternità non è altro che un mezzo per rimanere fedeli alla Chiesa. Se oggi adottiamo mezzi eccezionali per preservare la fede, il santo sacrificio della Messa e il sacerdozio, è perché vogliamo che un giorno tutta la Chiesa e ogni anima, senza distinzione, possano liberamente beneficiarne. Tutto questo appartiene alla Chiesa e noi ne siamo solo i custodi. Non chiediamo nulla per noi stessi: la nostra unica ricompensa sarà quella di vedere un giorno tutta la Chiesa riappropriarsi della sua Tradizione. Caritas non quærit quæ sua sunt – la carità non cerca i propri interessi. Se dobbiamo dispiegare tutti i nostri sforzi per difendere bene i sacramenti – e la Fraternità dispone già, a tal fine, di un intero «arsenale» –, se una santa ira è più che mai necessaria di fronte alle terribili deviazioni che scuotono la Chiesa, non dobbiamo tuttavia manifestare né disprezzo né irritazione nelle nostre spiegazioni nei confronti dei nostri interlocutori, e soprattutto non nei confronti della gerarchia della Chiesa. Bisogna saper rimanere fermi e miti allo stesso tempo. Ma ciò è possibile solo con l’aiuto di Nostro Signore. Caritas non irritatur – la carità non si irrita per nulla. Se venissimo dichiarati scomunicati e scismatici, ciò non significherebbe che cerchiamo una tale sanzione né che ne gioiamo, poiché sarebbe oggettivamente ingiusta. Una cosa è rallegrarsi di avere una nuova umiliazione da offrire a Dio; un’altra sarebbe rallegrarsi, in uno spirito di sfida, di un male e di un’ingiustizia oggettiva, che provoca scandalo per l’intera Chiesa. Caritas non gaudet super iniquitatem – la carità non si rallegra dell’ingiustizia. Se invece, nella Chiesa, c’è una parte consistente che accoglie positivamente e sostiene la decisione della Fraternità, se le consacrazioni diventano l’occasione provvidenziale di un rinnovato coraggio ed entusiasmo sia all’interno che all’esterno della Fraternità, non possiamo che rallegrarcene, come Dio stesso può rallegrarsene. Caritas congaudet veritati – la carità si rallegra della verità. Nessuno meglio di san Paolo ha saputo riassumere in quattro parole il programma dei quattro mesi che ci separano dalle ordinazioni e la forza che deve caratterizzare la nostra carità: omnia suffert, omnia credit, omnia sperat, omnia sustinet – sopporta tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto. Questo vale per il momento presente e per sempre: caritas numquam excidit – la carità non finirà mai.Iscriviti al canale Telegram ![]()
L’esempio della Santissima Vergine Maria
Ora più che mai, il Cuore Immacolato di Maria deve essere il rifugio della Fraternità e il modello di ciascuno di noi. Nessuno meglio di lei ha avuto il senso delle anime e il senso della Chiesa. È per amore delle anime e per amore della Chiesa che ha accettato di offrire il proprio Figlio sul Calvario. La sua volontà era una cosa sola con quella dell’Eterno e Sommo Sacerdote, proprio nel momento in cui questi si offriva al Padre come vittima di espiazione. Sono questa carità e questo dolore incommensurabili che hanno fatto di Nostra Signora la Corredentrice del genere umano e che le hanno dato una gloria unica nel tempo e nell’eternità. Eppure, nonostante tutto ciò che quel Cuore Immacolato, trafitto da una spada di dolore, ha potuto soffrire, mai la minima amarezza né il minimo risentimento hanno offuscato, nemmeno per un solo istante, lo splendore della sua carità, anche nei confronti di coloro che avevano messo a morte il suo divino Figlio. Così come non ha esitato un solo istante nel compiere il sacrificio fino in fondo, così la sua carità verso i peccatori non ha mai vacillato. Mistero insondabile di forza, di dolcezza e di amore. È con questi sentimenti e con questa carità che dobbiamo preparare la cerimonia del 1° luglio e impegnarci a preparare ad essa tutti i fedeli di cui siamo responsabili. Dio vi benedica! Menzingen, 7 marzo, nella festa di san Tommaso d’Aquino Don Davide Pagliarani Superiore generaleIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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