Bioetica
La diversità di opinione è a rischio nelle riviste mediche?
Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.
Un paio di anni fa, è stato nominato un nuovo editore per una delle riviste mediche più importanti al mondo, JAMA, o Journal of the American Medical Association, e per la sua rete di riviste associate.
La dottoressa Kirsten Bibbins-Domingo è il 17° redattore capo. Ha esposto i suoi obiettivi in un editoriale intitolato «L’urgenza di adesso e la responsabilità di fare di più». Aspirava a garantire che JAMA avesse «i più alti standard di integrità e qualità editoriale indipendentemente da eventuali interessi particolari». Ha messo in guardia contro «l’insularità e il campanilismo»; ha affermato che «è fondamentale che le voci nella stanza in cui vengono prese le decisioni rappresentino la diversità di pensiero, competenza e background».
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Mi chiedo, però, quanto JAMA sia impegnata nella diversità di pensiero. Due articoli apparsi nel numero del 4 marzo di JAMA Internal Medicine promuovono un approccio ristretto e controverso all’inizio e alla fine della vita.
Il primo è un attacco feroce alla sanità cattolica negli Stati Uniti da parte del redattore associato e del vicedirettore della rivista. Come «ndr», inchioda la sua bandiera all’albero dei diritti riproduttivi.
«Gli ospedali cattolici sono un’importante fonte di assistenza sanitaria negli Stati Uniti per persone di tutte le confessioni. Le persone incinte [sic] potrebbero non avere sempre scelta su dove partorire se il travaglio arriva rapidamente e necessitano di un trasporto di emergenza all’ospedale più vicino», scrivono. «Deve esserci un percorso per garantire che le donne incinte ricevano le cure che desiderano, indipendentemente dall’ospedale in cui si recano».
E quale potrebbe essere questo percorso? La chiara implicazione è che gli ospedali cattolici dovrebbero essere costretti a fornire assistenza sanitaria come l’aborto, la sterilizzazione e la contraccezione verso cui nutrono profonde obiezioni morali.
Il secondo è un appello sentimentale per estendere il suicidio assistito legalmente in tutti gli Stati Uniti. Gli autori sono entrambi medici: moglie e figlia di un illustre medico dello stato di Washington, J. Randall Curtis, morto di sclerosi laterale amiotrofica (SLA) l’anno scorso. Scrivono: «per Randy, l’unica fine alla sua estrema sofferenza mentre la SLA lo stava sicuramente uccidendo era l’atto travolgente di accelerare la sua stessa morte. Nel suo caso, era il medico più compassionevole».
I cari del dottor Curtis sono eloquenti nel descrivere il loro dolore per la perdita di un uomo che amavano teneramente. Ma le loro argomentazioni a favore dell’estensione della legge di Washington che consente il suicidio assistito sono tendenziose. Sì, i medici dovrebbero essere compassionevoli. Sì, i pazienti dovrebbero avere autonomia.
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Ma questo difficilmente esaurisce la questione del “diritto a morire”. Gli autori affermano allegramente che la scienza compassionevole proteggerà il benessere sociale. Ma questa è un’ipotesi dubbia. Basta guardare dall’altra parte del confine, nella Columbia Britannica, dove le persone scelgono di morire perché non possono accedere alle cure palliative o ai servizi sociali di supporto.
Torniamo alla politica editoriale delle riviste JAMA. Questi articoli rappresentano «i più alti standard di integrità e qualità editoriale indipendenti da eventuali interessi particolari». No. Direi che rappresentano un interesse speciale: una campagna per negare la sacralità di tutta la vita umana dal concepimento alla morte naturale.
Nell’America di oggi, ovviamente, questa è una proposta contestata, con argomenti da entrambe le parti. Ma quando i lettori di JAMA Internal Medicine leggeranno una difesa della sanità cattolica? Quando leggeranno lo straziante resoconto personale di un medico che si è preso cura del suo caro terminale fino alla fine?
Non molto presto. L’insularità e il campanilismo hanno trionfato su JAMA. Sembra sempre più che le principali riviste mediche del mondo siano state catturate dalla cultura della morte.
Michael Cook
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Bioetica
Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono
Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.
Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.
Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.
«La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».
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La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:
«Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».
Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.
Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.
Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.
La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.
Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».
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Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.
Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».
«Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.
Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».
L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.
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«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.
In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».
In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.
È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.
Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.
Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.
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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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