Pensiero
C’era una volta una Costituzione
C’era una volta una Costituzione, quella italiana, per definizione democratica, figlia di compromessi politici di varia natura, ma elaborata da galantuomini con buoni studi alle spalle e buone intenzioni.
Fra i principi fondamentali, all’articolo 27, si legge ancora «la responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla sentenza definitiva».
Proposizione meno roboante di quella della CEDU, dove l’articolo 48 recita: «l’imputato è presunto innocente fino alla sentenza definitiva», che meno si accorda, ad esempio, con le pur necessarie restrizioni della libertà personale quando si verificano determinati presupposti.
Il senso del principio costituzionale è evidentemente quello di garantire l’imputato da trattamenti vessatori, di evitare anticipazioni di giudizio profano e mediatico capaci di turbare la oggettività delle indagini e la serenità del giudice, di salvaguardare sotto ogni aspetto la dignità umana e in particolare quella di un soggetto la cui innocenza potrebbe essere provata, etc.
Norma dunque dettata da esigenze di garanzia, in una concezione evoluta della legge penale e processuale, dei rapporti tra cittadino e Stato, della fondamentale inviolabilità morale e materiale della persona.
Si tratta insomma di una norma di civiltà che ha ascendenze lontane nella Magna Charta, ma diventata nel tempo anche uno dei fiori all’occhiello delle moderne legislazioni nate sotto la cupola dei proclamati diritti dell’uomo che devono essere universalmente riconosciuti.
Tuttavia, gli uomini, si sa, hanno la memoria corta, e in certe condizioni sono anche affetti dall’analfabetismo di ritorno, senza contare come le generazioni siano portate a dissipare i patrimoni di famiglia. Della dissipazione culturale da cui è afflitto l’Occidente europeo non vale la pena di parlare, perché è tutta compendiata nelle imprese politiche e legislative dell’Unione Europea e dalla intelligenza dei suoi rappresentanti di spicco.
Ma guardando all’Italia, vediamo come l’accelerazione del fenomeno, oltre al caso macroscopico della Chiesa cattolica, abbia investito tutti i poteri dello Stato e la rappresentanza repubblicana, nonché le masse manipolate da altri poteri sostitutivi e più potenti dei primi. I poteri che spingono gli individui liberati dalla difesa immunitaria della retta ragione nel recinto, accogliente ma ormai sovraffollato, in cui alberga una follia ben organizzata.
Peccato che manchi oggi un Hieronymus Bosch capace di rendere le fattezze moralmente deformate di questi abitatori. Intanto però i più significativi vanno in televisione, rilasciano interessanti interviste, organizzano eventi pubblici laici e religiosi. Occupano le menti avide dei correligionari e sollevano momentaneamente i governanti e i rappresentanti dello Stato repubblicano e del cattolicesimo dall’onere di dare conto della propria perniciosa inutilità.
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Così, nella perdita di ogni decoro individuale e collettivo, morale, intellettuale e culturale, nella ignoranza di ogni principio di convivenza civile tanto faticosamente conquistato, soprattutto in Italia, attraverso il pensiero di grandi filosofi e giuristi, da Vico a Beccaria, da Pagano a Carrara, fino agli estensori della Costituzione repubblicana, assistiamo, a furore di popolo laico e chierico, alla esecuzione del presunto ma non accertato autore di un delitto di sangue come altri, per mano dello sceriffo collettivo con tanto di stella appuntata sul gilet di pelle, visibilmente ansioso di frustare il cavallo sotto il malcapitato appeso all’albero.
Tutto come si conviene nella saga western, in cui il povero diavolo non è difeso neppure dal segreto istruttorio dalla canea pronta al linciaggio e reclutata a scopo educativo anche fra gli adolescenti scolarizzati e culturalmente inermi.
Se qualcuno ci ha rimesso la pelle, in circostanze ancora misteriose, «certo le cose non sono andate come era stato deciso» ha accennato la sibilla dionisiaca della bassa padana che interpreta a meraviglia lo Zeitgeist di cui si fa portavoce e rappresentante. In attesa di sapere cosa era stato deciso, l’importante è che ci sia un colpevole in carne e ossa sia stato subito individuato quale incarnazione di un colpevole universale, mostro con infinite teste, anche se la responsabilità, per essere personale come scritto nella Costituzione, non può essere né di genere, né di specie.
Ma tutta la scenografia si è materializzata dans l’éspace d’un matin, anzi da un momento all’altro. Il tempo di proiettare la pellicola già montata. Strano film con strani protagonisti e stranissimi coproduttori.
Invece l’accertamento di «come sono andate le cose» dovrebbe spettare ancora, in quello che viene chiamato a destra e a manca, uno «Stato di diritto», teoricamente in senso kantiano, alla Magistratura, e non al cinema e alla canea in estasi orgiastica davanti alle orgiastiche telecamere in unione di amorosi sensi, e non sensi, con le più alte cariche del suddetto Stato.
Anche perché, come sa chi ha letto Edgar Allan Poe, e in particolare nei Delitti della rue Morgue, qualche volta l’autore può non avere neppure fattezze umane. Oppure potrebbe risultare un altro, come insegna il povero Scarantino che si è fatto da innocente vent’anni di carcere dopo avere confessato, a suon di botte e di promesse, di avere ucciso Paolo Borsellino. Uno tanto spericolato, quest’ultimo, da tenere una agenda su cui annotava cose molto compromettenti per i potentissimi tenutari del potere politico ed economico.
Insomma, c’è un cinema all’aperto nel quale ogni persona perbene, degna di tale nome, si dovrebbe vergognare di entrare. Per non doversi vergognare più tardi, quando tutto questo spettacolo diventerà uno squallidissimo pornofilm d’archivio, che è stato capace però di corrompere ulteriormente la fibra già estenuata di una società in disarmo morale e cognitivo.
PS: Nel «Nuovo Cinema di Genere» si proietterà, tra sorrisi e canzoni, anche il Grande Funerale di Stato che, in tempi di crisi politica ed economica, non si nega a nessuno. Venghino signori venghino, ci sono posti anche in piedi.
Patrizia Fermani
Articolo previamente apparso su Ricognizioni.
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Immagine: Hieronymus Bosch, Il Giardino delle delizie terrestri (1480-1490), Madrid, Museo del Prado; dettaglio.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Nucleare
Karaganov: l’UE sta giocando con il fuoco nucleare
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Esperienza personale: nel 2013, ho provato ancora una volta (con molta più fermezza e insistenza di prima) ad avvertire un gruppo di leader europei che la loro politica di adesione dell’Ucraina all’UE e alla NATO avrebbe portato alla guerra e a milioni di vittime. Ricordo distintamente che nessuno osò guardarmi negli occhi; si guardarono i piedi. E poi continuarono a parlare dei benefici dell’espansione della «zona di democrazia , fiducia e diritti umani». Volevano acquisire altri 40 milioni di schiavi bianchi (ci riuscirono parzialmente, anche se su scala minore: diversi milioni di rifugiati). Parlavano della necessità di contenere una Russia allora leale. Purtroppo, abbiamo risposto in modo incoerente all’aggressione della NATO in Libia nel 2011. E stiamo pagando il prezzo di anni di pacificazione, tentativi di compiacere e della natura compradora di una parte della nostra élite. Riconquistando la Crimea nel 2014 ed entrando in Siria nel 2015, la Russia ha temporaneamente rallentato l’escalation dell’Unione Europea verso le avventure militari. Ma poi siamo diventati sempre più compiacenti. Se l’ultimatum che chiedeva di fermare l’ espansione della NATO fosse stato emesso nel 2018-2020 e supportato da un maggiore ricorso alla deterrenza nucleare, la guerra attuale avrebbe potuto essere evitata. Oppure sarebbe stata molto meno sanguinosa e prolungata. Nel 2022, è diventato chiaro che sia gli occidentali che la giunta ucraina si stavano preparando diligentemente. Ci sono molte persone in Ucraina, soprattutto nelle regioni orientali e meridionali, che possiamo definire un popolo vicino a noi. Ma la parte indigena e più profonda – principalmente a ovest del Dnepr – è un popolo diverso. Hanno una storia diversa, codici culturali diversi e un forte sentimento anti-russo, alimentato per anni prima dagli austro-ungarici e dai polacchi, e poi da altri occidentali. Alla fine, hanno contrapposto gli ucraini alla Russia. È necessario stabilire una barriera razionale contro i mali ucraini ed europei, per proporre e attuare il nostro sano e solido percorso di sviluppo. Al momento stiamo vincendo, ma non abbiamo ancora iniziato a rispondere in modo coerente a queste azioni apertamente aggressive. Tra queste, i dirottamenti delle nostre navi da parte dei pirati, le minacce di chiusura degli stretti, i tentativi di stabilire un blocco economico di fatto, gli attacchi ai terminal petroliferi e i tentativi della giunta di Kiev (con l’istigazione, o almeno il supporto occulto, delle élite europee) di silurare le nostre petroliere. Stiamo rispondendo a queste e ad altre simili provocazioni e attacchi alle nostre città intensificando i bombardamenti su obiettivi in Ucraina. Ma questa non è una soluzione. L’Ucraina è stata deliberatamente gettata nel fuoco della guerra affinché le fiamme ci bruciassero. Agli europei non importa della gente. E questa guerra continuerà, con intensità variabile, finché la fonte di questo e di altri conflitti non sarà sconfitta: le élite europee, che si stanno deteriorando intellettualmente, moralmente e materialmente. Nel tentativo di impedire l’inevitabile, ovvero il crollo del familiare e benefico status quo, stanno fomentando la guerra nel subcontinente, rifiutandosi di riconoscere che rischiano la sua distruzione. Non abbiamo ancora distrutto l’ennesima coalizione ostile, come abbiamo fatto nelle guerre del 1812-1815, e soprattutto non nel 1941-1945, né spezzato la volontà di aggressione. La battaglia è entrata in una fase intermedia – il mediogioco, nel gergo scacchistico. I resti dell’Ucraina, alimentati dall’Occidente, continueranno a generare instabilità e terrorismo, sebbene a un’intensità leggermente ridotta. La guerra economica contro di noi non cesserà. L’Europa si prepara a un nuovo scontro, probabilmente utilizzando (non necessariamente sotto le bandiere ucraine) i resti dell’esercito ucraino, per poi lanciarli, rafforzati e riequipaggiati, in battaglia insieme ai lanzichenecchi dei paesi europei poveri. Dopo il cambio di scenario, l’attuale regime compradore, con la sua componente ultranazionalista e di fatto nazista, conserverà molto probabilmente notevoli capacità militari, che saranno alimentate in vari modi. Le inevitabili provocazioni e violazioni di qualsiasi possibile accordo dovranno essere affrontate con la forza militare. Pioveranno accuse di «aggressività» e violazione degli «accordi di pace». L’aggressione aperta riprenderà quasi certamente. La maggior parte delle sanzioni rimarrà in vigore. Ma la nostra strategia per combattere questa guerra deve essere radicalmente diversa dalla precedente. Il suo obiettivo è, come è stato finora, facilitare il ritiro degli Stati Uniti dall’Europa e la loro uscita definitiva da questo conflitto. Il metodo è il rigoroso contenimento. L’obiettivo primario è la sconfitta dell’attuale élite europea, che non vede altra via per aggrapparsi al potere se non quella di alimentare l’ostilità verso la Russia, indebolire la sua popolazione e alimentare le fiamme del conflitto.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Argomento nucleare
L’unico modo per fermare questo processo è dimostrare una reale volontà di usare armi , inizialmente non nucleari, contro centri di comando, infrastrutture critiche e basi militari nei paesi europei che svolgono un ruolo chiave nella preparazione e nella conduzione di operazioni militari contro la Russia. Tra gli obiettivi principali dovrebbero esserci le concentrazioni di élite, comprese quelle delle potenze nucleari; una reazione seria deve essere portata nelle loro capitali. Se gli attacchi non nucleari falliscono e l’Europa non si ritira, o meglio ancora, non capitola, dobbiamo essere pienamente preparati – militarmente, tecnicamente e, soprattutto, politicamente e psicologicamente – a lanciare attacchi nucleari strategici di ritorsione limitati, ma sufficientemente massicci – per avere effetto politico. Le nostre forze nucleari strategiche e non strategiche devono essere sviluppate di conseguenza. Naturalmente, prima di lanciare attacchi nucleari, dovrebbero essere lanciate diverse salve di missili tattici-operativi non nucleari. A lungo termine, dobbiamo considerare l’idea di negare a Francia e Gran Bretagna l’accesso alle armi nucleari. Scatenando una guerra contro la Russia, hanno perso il loro diritto morale e politico a possederle. Le élite di questi paesi, così come altri europei, in particolare i tedeschi, devono comprendere fermamente che se acquisiscono armi nucleari o le costruiscono, diventeranno bersagli legittimi per attacchi preventivi. L’Europa, con la sua storia di guerre, aggressioni, genocidi seriali, razzismo, colonialismo e l’attuale negazione della normale moralità umana, della fede in Dio (e di Dio nell’uomo), che ha nuovamente scatenato una guerra contro la Russia, deve sapere: non ha alcun diritto su tali armi. Gli Stati Uniti, avendo ricevuto i segnali corrispondenti e già consapevoli, sotto la guida di Biden, che continuare la guerra in Ucraina rischia di provocare un’escalation nucleare (anche sul suolo americano o, inizialmente, con attacchi alle basi americane in Europa), stanno cercando di coprirsi le spalle. Trump sta offrendo soluzioni apparentemente pacifiche al conflitto. Vale la pena cercare di trarne vantaggio, dando al mondo la possibilità di guarire le ferite inflitte da anni di guerra e di porre fine alla perdita dei nostri eroici soldati. Si potrebbe tentare di stabilire una limitata cooperazione economica con gli Stati Uniti, laddove è indubbiamente vantaggiosa e affidabile. Ma senza la speranza che diventi un fattore determinante per la pace. Contrariamente ai miti degli ingenui marxisti e dei loro fratelli intellettuali, gli economisti liberali, gli interessi economici non sono il fattore determinante primario della politica statale. Essi passano invariabilmente in secondo piano quando si tratta di conflitti seri, soprattutto guerre, cedendo il passo a fattori geopolitici, strategico-militari e persino ideologici. Inoltre, gli Stati Uniti traggono vantaggio dal continuo confronto in Europa. Vendono armi, saccheggiano i loro alleati più ricchi e attraggono capitale industriale, finanziario e umano. Le proposte di pace di Donald Trump non mirano a una pace duratura. Userò un semplice espediente retorico. Cosa mi interesserebbe se fossi il presidente americano? Una continuazione del conflitto lento che indebolisce la Russia, distraendola dallo sviluppo interno e da altre aree di competizione geopolitica. Una continuazione del confronto europeo, a un’intensità inferiore, per distogliere la Russia dal suo orientamento verso la Grande Eurasia e, soprattutto, la Cina. L’alleanza russo-cinese è già la forza dominante nel mondo. Farei leva sui residui sentimenti occidentali e filo-europei presenti nell’élite e nella società russa per impedire alla Russia di diventare un paese intellettualmente, spiritualmente ed economicamente sovrano, un attore chiave nel supercontinente in crescita. Questo articolo non è né il momento né la sede per proporre una politica specifica riguardo alla prospettiva di uno scontro con l’Europa e l’Occidente in Ucraina. Mi limiterò a un consiglio che mi sembra l’unica alternativa, e persino tardivo. Non possiamo impantanarci in un conflitto senza fine, come quello israelo-palestinese, ma dobbiamo essere al sicuro. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo correggere rapidamente i nostri errori passati e aumentare drasticamente il nostro affidamento sulla deterrenza nucleare in Europa. Queste élite devono essere intimidite, non semplicemente contenute. Fingono solo di temerci per rafforzare la loro potenza militare. Ma dovrebbero davvero essere terrorizzate da noi, comprendendo che una continuazione, o addirittura un’escalation, le minaccia di un’inevitabile distruzione fisica. E un accumulo di armi è inutile, poiché porterà a una risposta nucleare devastante. La precedente politica di prontezza all’uso limitato di armi nucleari si è rivelata maliziosamente controproducente. La nostra moderazione fa il gioco di coloro che alimentano l’isteria militarista e la russofobia e si preparano alla guerra. La moderazione significa anche sottrarsi alla responsabilità di una grande potenza di prevenire l’escalation dei conflitti che potrebbero portare a una Terza Guerra Mondiale, la quale potrebbe porre fine all’attuale civiltà umana. La cautela ha iniziato a sconfinare nell’irresponsabilità. La dottrina militare deve essere modificata per includere un impegno all’uso di armi nucleari nel caso in cui la guerra venga condotta da un avversario con un potenziale economico e demografico maggiore. È giunto il momento, almeno a livello di esperti, di abbandonare la premessa ereditata dall’era Gorbaciov-Reagan secondo cui «non ci possono essere vincitori in una guerra nucleare». Questa premessa contraddice ogni logica militare e ha portato, tra le altre cose, allo scoppio di una guerra calda tra NATO e Russia. Naturalmente, non sto invocando una guerra nucleare. Anche se vittoriosa, sarebbe un peccato grave. Ma dobbiamo essere pienamente preparati, affinché l’inazione e l’indecisione non aprano la strada al crimine di continuare una campagna militare che logora il Paese e la sua popolazione, minacciando di degenerare in una catastrofe termonucleare globale. Rifiutarsi di bloccare la strada verso un simile risultato è un peccato ben più imperdonabile. E, soprattutto, è un errore.Sostieni Renovatio 21
Multipolarità reale
Anche se e quando infliggiamo una sconfitta strategica all’Europa, gran parte di essa continuerà la sua discesa verso la stagnazione, l’aumento delle disuguaglianze e la tensione sociale. E, di conseguenza, verso varie forme di fascismo, sia di destra che di sinistra. La dissoluzione dell’Unione Europea e l’uscita degli Stati Uniti riporteranno gli europei alla loro consueta esistenza storica, fonte di guerre , instabilità e altri disastri. Fortunatamente, non il colonialismo: non avremo la forza di farlo nel nuovo mondo. L’Ucraina, speriamo, è stato l’ultimo tentativo di acquisizione territoriale. Qualunque sia lo scenario dei prossimi decenni, è necessario un disimpegno selettivo dall’Europa. Gli scambi commerciali, se possibile, potrebbero essere parzialmente ripristinati, ma senza le aspettative precedenti. E in nessun caso dovremmo lasciarci influenzare da potenziali tentativi, anche interni al nostro Paese, di tornare a discutere di un sistema di sicurezza europeo. Ripeto il pensiero spiacevole già espresso in articoli precedenti: l’attuale «orientamento verso l’Europa» è segno di ottusità intellettuale e persino di corruzione morale. Un sistema di sicurezza e sviluppo esiste solo nel quadro della Grande Eurasia. È più difficile prevedere la situazione negli Stati Uniti. Il Paese è infetto dalla cosiddetta «malattia europea». Ma la resistenza a questa malattia è piuttosto forte lì. Tra gli esempi figurano il movimento MAGA e, in una certa misura, le politiche interne del Presidente Trump. Gli Stati Uniti hanno mantenuto il loro potenziale educativo, scientifico e tecnologico, traendolo, in parte, dall’Europa. Come accennato in precedenza, gli americani hanno iniziato a ritirarsi dalla loro posizione egemonica. La loro dipendenza dalla destabilizzazione delle regioni che stanno abbandonando, insieme alle loro tendenze neo-imperialiste, permangono. Inoltre, sono sempre più evidenti e pericolose. Gli Stati Uniti rimangono un nemico pericoloso per il mondo, Russia inclusa. Le illusioni sono inaccettabili. Pertanto, la nostra linea di condotta è quella di continuare a esercitare la deterrenza, anche, se necessario, rafforzandone la componente nucleare. Le discussioni sull’opportunità di ulteriori riduzioni del potenziale nucleare, comprese quelle strategiche, sono una presa in giro del buon senso. Gli Stati Uniti stanno apertamente perseguendo la creazione di sistemi di difesa antimissile e antisommergibile per il proprio territorio, da qui la loro intenzione di impadronirsi della Groenlandia, minando il potenziale deterrente della Russia. La principale fonte di sentimento antinucleare è un comprensibile ma controproducente pacifismo, che nasce dagli ambienti militare-industriali legati alla produzione di armi convenzionali e da coloro che cercano di tradurre i loro rimanenti vantaggi scientifici, tecnologici ed economici in vantaggi politici. Le armi nucleari annullano questi vantaggi, rendendo superflua una corsa agli armamenti non nucleari. La potenziale instaurazione di una cooperazione economica selettiva è vantaggiosa. Ancora una volta, niente illusioni. Dopo aver iniziato a ritirarsi dalla propria posizione di egemone globale, gli Stati Uniti stanno cercando di minare la stabilità proprio nei luoghi in cui si stanno ritirando. I tratti di questa politica sono evidenti nel desiderio di mantenere le tensioni intorno a Taiwan, al Medio Oriente, all’Asia centrale, al Caucaso e, naturalmente, all’Europa, dove stanno segretamente alimentando il confronto. Gli Stati Uniti hanno sviluppato un gusto nell’usare i legami economici come strumento di pressione e persino di guerra su una scala storicamente senza precedenti. Sono interessati a ripristinare parzialmente i legami con la Russia per indebolire quelli con la Cina. Questo loro interesse potrebbe valere la pena di essere sfruttato: diversificare i legami economici è vantaggioso. Ma, ancora una volta, deve essere fatto con estrema cautela, evitando un raffreddamento delle relazioni con Pechino. Parallelamente alle discussioni su un cessate il fuoco, Washington sta cercando di aumentare la pressione sulle sanzioni. Per anni abbiamo invocato, e ora quasi pregato, la multipolarità apparentemente raggiunta . Essa porta molti benefici positivi: soprattutto, maggiore sovranità per paesi e popoli, maggiori opportunità per loro di scegliere liberamente i propri percorsi di sviluppo – ideologico, culturale, politico ed economico. Ma c’è anche un aspetto negativo. Innanzitutto, si tratta di conflitti che incombono su tutti i fronti, esacerbati dal cambiamento climatico, dalla siccità in molte regioni, dalla carenza di cibo ed energia e dalle ondate migratorie. Le guerre economiche stanno diventando onnipresenti. Le istituzioni esistenti non sono in grado di affrontare queste sfide. Sono obsolete e stanno crollando per volere dei loro creatori, che si rendono conto che il sistema non offre più i benefici del primato. Tuttavia, la situazione nelle aree non occidentali della geopolitica russa è promettente. Con la Cina, Paese amico, è necessario un approfondimento complessivo dei legami, al di là della massiccia importazione di manodopera. E non vi è alcuna ulteriore escalation – la prima risale agli anni ’90 – nell’abbandono dello sviluppo di settori industriali strategici. Allo stesso tempo, dovrebbero essere intrapresi sforzi congiunti, ove possibile, per garantire che questi legami non diventino fonte di vulnerabilità o irritazione in caso di un cambio di leadership in Cina. Sono necessari sforzi sistematici per compensare il crescente divario negli indicatori economici e demografici nei prossimi anni. Con l’India non c’è alternativa se non quella di perseguire un percorso di riavvicinamento, anche attraverso l’importazione ordinata di manodopera indiana. Non c’è alternativa alla crescente interazione – economica, scientifica, culturale e umana – con la porzione crescente e generalmente più sana dal punto di vista morale dell’umanità, i paesi della maggioranza mondiale. Attualmente, questa è principalmente l’Asia, e presto seguirà anche l’Africa. Il vettore della crescita demografica ed economica si sposterà lì.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Informazioni sul contorno interno
Nell’attuale situazione globale, dovremo adattarci. Ma è necessario un approccio proattivo e preventivo, sia a livello internazionale che, soprattutto, a livello nazionale. Innanzitutto, bisogna porre ancora maggiore enfasi sull’istruzione e, soprattutto, sull’educazione, fin dalla giovane età e per tutta la vita. Scuole, università e l’intero mondo dei media devono concentrarsi sulla formazione di patrioti con il massimo potenziale creativo. Il deficit demografico deve essere superato non solo attraverso misure volte ad allargare le famiglie e promuovere una longevità attiva. La nostra carenza di personale deve essere compensata dalla loro qualità. Gli insegnanti, seguendo le orme dei medici e dei militari, devono essere tra le professioni più retribuite. Naturalmente, devono essere preparati ad affinare le proprie competenze nella formazione e nella crescita di patrioti creativi e illuminati. L’intelligenza artificiale non dovrebbe sostituire l’intelligenza naturale, ma piuttosto svilupparla. Dobbiamo intraprendere una strada opposta a quella dell’Occidente, dove le persone sono di fatto e deliberatamente corrotte e ottuse. Particolare attenzione è rivolta a coltivare in noi russi un atteggiamento attento verso la natura, la comprensione e l’amore per la nostra terra natale. Abbiamo urgente bisogno di trovare modi per liberarci dall’attuale modello capitalista, che porta alla disumanizzazione delle società e degli individui. La civiltà moderna, inclusa la sua componente digitale, mina l’essenza stessa dell’umanità, trasformandoci in appendici delle macchine, consumando beni materiali e informazioni inutili, incapaci di azioni significative. Se questo percorso non viene bloccato da una strategia ben ponderata, minaccia di distruggere l’elemento umano negli esseri umani, e poi l’umanità stessa, senza alcuna guerra termonucleare globale. Il cambiamento climatico sta iniziando a portare a risultati simili se non viene contrastato con una strategia proattiva di sviluppo e adattamento. Il capitalismo odierno , privo di norme etiche, trasforma gli esseri umani in appendici masticatorie simili a computer, aggravando le disuguaglianze e il cambiamento climatico. Soprattutto, svaluta la vita umana. Queste sono sfide di altissimo livello che devono essere riconosciute e affrontate con determinazione. La soluzione ovvia per noi è quella di riformare il nostro modo di pensare e le nostre politiche pubbliche, in modo da preservare e sviluppare l’individuo, una persona sociale il cui obiettivo è servire la famiglia, la società, il Paese e lo Stato. Una persona che ripristina la propria natura divina attraverso il miglioramento morale, intellettuale e fisico. Dobbiamo muoverci il più rapidamente possibile verso un modello di sviluppo post-capitalista, in cui l’impresa, l’imprenditorialità e la politica economica statale siano mirate non tanto al profitto a breve termine o addirittura alla crescita meccanica del PIL, ma allo sviluppo del singolo cittadino. L’obiettivo è aumentare il benessere familiare, ma in nessun caso si dovrebbe consentire un consumo eccessivo, soprattutto vistoso. Naturalmente, l’iniziativa privata e l’imprenditorialità devono essere incoraggiate. Lo abbiamo visto nel XX secolo: reprimerle porta a un’esistenza misera, se non semi-impoverita, per la maggioranza. È vero, quando è stata concessa la completa «libertà», le cose sono andate quasi peggio. L’esperienza degli anni Novanta non deve essere dimenticata. Abbiamo bisogno di una piattaforma ideologica sostenuta e promossa dallo Stato per il Paese e il suo popolo. Questa piattaforma è il nostro messaggio al mondo. Tale piattaforma deve basarsi sul servizio al bene comune e rivolgersi a coloro che sono pronti a farlo e cercano riconoscimento per esso. Questo non vale per tutta la società – essere un cittadino rispettabile e rispettoso della legge è accettabile e persino onorevole – ma le posizioni di leadership devono essere ricoperte da individui attivi con una chiara posizione civica. Invece del termine «ideologia», che evoca varie associazioni, chiamiamo questa piattaforma «L’idea del sogno russo». Il suo avanzamento ha stimolato il dibattito pubblico e l’autodeterminazione del Paese e della società. Molti stanno trovando risposte che risuonano con noi. Un’opzione è stata proposta da un gruppo di scienziati e pensatori, principalmente di San Pietroburgo, guidati da V.A. Efimov: «L’ecosistema della creazione». Come la nostra piattaforma, mira non solo a preservare l’umanità e la biosfera nel nostro Paese, ma anche a offrire un modello di sviluppo alternativo, apparentemente l’unico sensato, per la maggior parte dell’umanità. Una Russia che non ha nulla da offrire al mondo non è una Grande Russia.Aiuta Renovatio 21
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Pensiero
Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione
La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.
Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.
Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica.
Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.
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Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.
La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.
Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.
A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).
Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.
Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.
Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.
Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.
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Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.
La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.
A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.
Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.
Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.
Taro Negishi
Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone
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Pensiero
Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele
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