Pensiero
C’era una volta una Costituzione
C’era una volta una Costituzione, quella italiana, per definizione democratica, figlia di compromessi politici di varia natura, ma elaborata da galantuomini con buoni studi alle spalle e buone intenzioni.
Fra i principi fondamentali, all’articolo 27, si legge ancora «la responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla sentenza definitiva».
Proposizione meno roboante di quella della CEDU, dove l’articolo 48 recita: «l’imputato è presunto innocente fino alla sentenza definitiva», che meno si accorda, ad esempio, con le pur necessarie restrizioni della libertà personale quando si verificano determinati presupposti.
Il senso del principio costituzionale è evidentemente quello di garantire l’imputato da trattamenti vessatori, di evitare anticipazioni di giudizio profano e mediatico capaci di turbare la oggettività delle indagini e la serenità del giudice, di salvaguardare sotto ogni aspetto la dignità umana e in particolare quella di un soggetto la cui innocenza potrebbe essere provata, etc.
Norma dunque dettata da esigenze di garanzia, in una concezione evoluta della legge penale e processuale, dei rapporti tra cittadino e Stato, della fondamentale inviolabilità morale e materiale della persona.
Si tratta insomma di una norma di civiltà che ha ascendenze lontane nella Magna Charta, ma diventata nel tempo anche uno dei fiori all’occhiello delle moderne legislazioni nate sotto la cupola dei proclamati diritti dell’uomo che devono essere universalmente riconosciuti.
Tuttavia, gli uomini, si sa, hanno la memoria corta, e in certe condizioni sono anche affetti dall’analfabetismo di ritorno, senza contare come le generazioni siano portate a dissipare i patrimoni di famiglia. Della dissipazione culturale da cui è afflitto l’Occidente europeo non vale la pena di parlare, perché è tutta compendiata nelle imprese politiche e legislative dell’Unione Europea e dalla intelligenza dei suoi rappresentanti di spicco.
Ma guardando all’Italia, vediamo come l’accelerazione del fenomeno, oltre al caso macroscopico della Chiesa cattolica, abbia investito tutti i poteri dello Stato e la rappresentanza repubblicana, nonché le masse manipolate da altri poteri sostitutivi e più potenti dei primi. I poteri che spingono gli individui liberati dalla difesa immunitaria della retta ragione nel recinto, accogliente ma ormai sovraffollato, in cui alberga una follia ben organizzata.
Peccato che manchi oggi un Hieronymus Bosch capace di rendere le fattezze moralmente deformate di questi abitatori. Intanto però i più significativi vanno in televisione, rilasciano interessanti interviste, organizzano eventi pubblici laici e religiosi. Occupano le menti avide dei correligionari e sollevano momentaneamente i governanti e i rappresentanti dello Stato repubblicano e del cattolicesimo dall’onere di dare conto della propria perniciosa inutilità.
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Così, nella perdita di ogni decoro individuale e collettivo, morale, intellettuale e culturale, nella ignoranza di ogni principio di convivenza civile tanto faticosamente conquistato, soprattutto in Italia, attraverso il pensiero di grandi filosofi e giuristi, da Vico a Beccaria, da Pagano a Carrara, fino agli estensori della Costituzione repubblicana, assistiamo, a furore di popolo laico e chierico, alla esecuzione del presunto ma non accertato autore di un delitto di sangue come altri, per mano dello sceriffo collettivo con tanto di stella appuntata sul gilet di pelle, visibilmente ansioso di frustare il cavallo sotto il malcapitato appeso all’albero.
Tutto come si conviene nella saga western, in cui il povero diavolo non è difeso neppure dal segreto istruttorio dalla canea pronta al linciaggio e reclutata a scopo educativo anche fra gli adolescenti scolarizzati e culturalmente inermi.
Se qualcuno ci ha rimesso la pelle, in circostanze ancora misteriose, «certo le cose non sono andate come era stato deciso» ha accennato la sibilla dionisiaca della bassa padana che interpreta a meraviglia lo Zeitgeist di cui si fa portavoce e rappresentante. In attesa di sapere cosa era stato deciso, l’importante è che ci sia un colpevole in carne e ossa sia stato subito individuato quale incarnazione di un colpevole universale, mostro con infinite teste, anche se la responsabilità, per essere personale come scritto nella Costituzione, non può essere né di genere, né di specie.
Ma tutta la scenografia si è materializzata dans l’éspace d’un matin, anzi da un momento all’altro. Il tempo di proiettare la pellicola già montata. Strano film con strani protagonisti e stranissimi coproduttori.
Invece l’accertamento di «come sono andate le cose» dovrebbe spettare ancora, in quello che viene chiamato a destra e a manca, uno «Stato di diritto», teoricamente in senso kantiano, alla Magistratura, e non al cinema e alla canea in estasi orgiastica davanti alle orgiastiche telecamere in unione di amorosi sensi, e non sensi, con le più alte cariche del suddetto Stato.
Anche perché, come sa chi ha letto Edgar Allan Poe, e in particolare nei Delitti della rue Morgue, qualche volta l’autore può non avere neppure fattezze umane. Oppure potrebbe risultare un altro, come insegna il povero Scarantino che si è fatto da innocente vent’anni di carcere dopo avere confessato, a suon di botte e di promesse, di avere ucciso Paolo Borsellino. Uno tanto spericolato, quest’ultimo, da tenere una agenda su cui annotava cose molto compromettenti per i potentissimi tenutari del potere politico ed economico.
Insomma, c’è un cinema all’aperto nel quale ogni persona perbene, degna di tale nome, si dovrebbe vergognare di entrare. Per non doversi vergognare più tardi, quando tutto questo spettacolo diventerà uno squallidissimo pornofilm d’archivio, che è stato capace però di corrompere ulteriormente la fibra già estenuata di una società in disarmo morale e cognitivo.
PS: Nel «Nuovo Cinema di Genere» si proietterà, tra sorrisi e canzoni, anche il Grande Funerale di Stato che, in tempi di crisi politica ed economica, non si nega a nessuno. Venghino signori venghino, ci sono posti anche in piedi.
Patrizia Fermani
Articolo previamente apparso su Ricognizioni.
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Immagine: Hieronymus Bosch, Il Giardino delle delizie terrestri (1480-1490), Madrid, Museo del Prado; dettaglio.
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Pensiero
La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche
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Pensiero
La Nuova Destra: il paganesimo salverà l’Europa?
Di fronte alla crisi della civiltà occidentale, la Nuova Destra esercita un fascino su una gioventù alla ricerca di radici, grandezza e trascendenza. Tuttavia, dietro la difesa dell’identità europea si cela un paradosso: pretendere di salvare una civiltà rifiutando al contempo il cristianesimo che l’ha plasmata.
Pubblicato il 9 luglio 2026 dalle edizioni Via Romana, La Nouvelle Droite en question («La Nuova Destra in discussione») di Jean-Pierre Maugendre propone un’analisi storica e dottrinale di una corrente di pensiero la cui influenza va ben oltre i circoli intellettuali che l’hanno vista nascere. Direttore di Renaissance catholique, ex presidente del Mouvement de la jeunesse catholique de France (MJCF) e conduttore della trasmissione Terres de mission su TV Libertés, l’autore conosce bene gli ambienti politici e culturali ai quali dedica questo studio.
All’origine, il rifiuto del cristianesimo
La Nuova Destra prende forma all’indomani della guerra d’Algeria, in un clima di disillusione per una parte della gioventù nazionalista francese. Nel 1963, Dominique Venner partecipa alla creazione di Europe-Action, movimento che intende promuovere una coscienza nazionale europea, ma che si caratterizza fin dalle origini per un anticristianesimo militante e per ricorrenti riferimenti al paganesimo.
Dopo il fallimento della candidatura di Jean-Louis Tixier-Vignancour alle elezioni presidenziali del 1965, diversi di questi militanti abbandonano progressivamente l’azione politica diretta a favore di un lavoro intellettuale e culturale di lunga lena. Questo orientamento sfocia, nel 1968, nella fondazione del GRECE, il Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne.
L’obiettivo è ormai agire sulle mentalità per trasformare, alla fine, la società stessa. Sotto l’impulso di Alain de Benoist e di diversi collaboratori, la Nuova Destra ottiene un’audience considerevole alla fine degli anni Settanta, grazie in particolare alla sua presenza sulle colonne del Figaro Magazine, allora diretto da Louis Pauwels.
Jean-Pierre Maugendre ripercorre anche i prolungamenti di questa influenza nel Club de l’Horloge e poi all’interno del Front national, in particolare tra il 1984 e il 1998. Mostra così come un movimento inizialmente marginale sia riuscito a diffondere alcuni dei suoi temi in una parte della vita politica francese.
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Dietro l’identità europea, un’altra visione dell’uomo
Dietro la difesa dell’identità europea si delinea una concezione dell’uomo, della religione e della morale che si oppone su punti essenziali alla filosofia cristiana. È quanto mette in luce Jean-Pierre Maugendre risalendo alle fonti intellettuali della Nuova Destra.
L’autore studia in particolare l’influenza di Friedrich Nietzsche, Julius Evola, René Guénon e Louis Rougier. Nonostante le loro differenze, questi autori hanno contribuito a nutrire un pensiero segnato dal rifiuto dell’universalismo cristiano, dall’esaltazione della forza, dal relativismo morale e dal fascino per certe tradizioni religiose precristiane od orientali.
In questa prospettiva, ogni popolo sarebbe portatore di una propria concezione del mondo e di una propria religione. Il cristianesimo, con la sua pretesa di annunciare una verità destinata a tutti gli uomini, appare allora come un elemento estraneo all’identità europea originaria, o addirittura come una causa del suo indebolimento.
Una simile concezione entra direttamente in contraddizione con la fede cattolica, che riconosce in Gesù Cristo il Salvatore di tutti gli uomini e afferma l’esistenza di una legge morale naturale universale. Misconosce inoltre il ruolo decisivo della Chiesa nella formazione della civiltà europea.
L’autore rileva inoltre le conseguenze morali di questa antropologia: esaltazione della volontà di potenza, concezione permissiva della sessualità, giustificazione dell’aborto per motivi eugenetici e rifiuto di una morale trascendente.
Un’influenza che supera i circoli intellettuali
Lungi dal considerare la Nuova Destra un fenomeno concluso, Jean-Pierre Maugendre ne esamina i prolungamenti contemporanei. Cita in particolare i lavori dell’Institut Iliade, fondato sulla scia di Dominique Venner, le pubblicazioni della rivista Éléments, nonché l’azione di personalità provenienti da questa famiglia intellettuale nei media alternativi.
L’Institut Iliade, in particolare, si è dato la missione di trasmettere la memoria della civiltà europea attraverso conferenze, convegni e corsi di formazione destinati soprattutto alle giovani generazioni.
Queste iniziative incontrano interesse presso chi rifiuta l’individualismo, il materialismo e la scomparsa delle eredità nazionali. Jean-Pierre Maugendre non nega né la qualità intellettuale di alcuni rappresentanti di questa corrente né il coraggio che dimostrano nella loro opposizione alle ideologie dominanti.
Riconosce diverse convergenze con le preoccupazioni dei cattolici legati alla Tradizione: difesa dallo sradicamento, rifiuto del livellamento egualitario, attaccamento al bene comune, senso dell’onore, fedeltà alla parola data e volontà di trasmettere un’eredità di civiltà.
Ma questi avvicinamenti non possono nascondere le divergenze dottrinali. In un’intervista concessa a Boulevard Voltaire il 25 settembre 2026, l’autore insiste su questo punto: «l’anticristianesimo resta un marcatore forte della Nuova Destra».
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Difendere la civiltà senza rinnegare Cristo
È nell’ultima parte che l’opera trova la sua portata più rilevante. Sotto il titolo «Né irrigidimento né ingenuità», Jean-Pierre Maugendre invita a non confondere l’opposizione agli errori moderni con l’adesione alla verità. La critica del materialismo, dello sradicamento o della cancellazione delle identità non basta a costituire una dottrina giusta.
Il successo incontrato da queste idee presso una parte della gioventù invita inoltre a interrogarsi sull’indebolimento della trasmissione della fede e della cultura cristiana, particolarmente incisivo nei decenni successivi al Concilio Vaticano II. Questa rottura ha lasciato campo libero a correnti che pretendono di ritrovare le vere radici dell’Europa in un passato precristiano, relegando in secondo piano l’opera civilizzatrice della Chiesa.
Ma al di là di questa crisi di trasmissione, la divergenza fondamentale riguarda la natura stessa dell’uomo. Dove certe filosofie della Nuova Destra esaltano l’individuo forte, creatore dei propri valori, la dottrina cattolica insegna che l’uomo è una creatura di Dio, ferita dal peccato originale e chiamata alla vita soprannaturale dalla grazia.
Questa opposizione si ritrova nella concezione stessa della società. Jean-Pierre Maugendre ricorda allora una distinzione cara a Jean Madiran: se la fede è un dono di Dio, la cristianità è anche il frutto dell’azione degli uomini, quando si sforzano di stabilire un ordine sociale conforme alla legge divina. È proprio su questa nozione di cristianità che si rivela una delle opposizioni più profonde tra il pensiero cattolico tradizionale e la Nuova Destra.
Il libro si conclude con una nota di speranza, con l’evocazione della conversione di Guillaume Faye, uno degli intellettuali di spicco di questo movimento. Il suo ritorno alla fede cattolica, alla fine della vita, ricorda che gli smarrimenti filosofici e morali non chiudono mai definitivamente la strada della grazia.
Con La Nouvelle Droite en question, Jean-Pierre Maugendre offre un’opera breve, documentata e accessibile, particolarmente utile ai giovani cattolici attratti dai movimenti di difesa dell’identità europea. Ricorda loro che il vero risollevamento di una civiltà non può costruirsi contro i princìpi cristiani che l’hanno plasmata.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Papa Leone «medical dimension»
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